Il ghiacciaio è ancora candido, la grandine del temporale serale si aggiunge alla neve residua di pimavera che ancora ricopre alcuni tratti di cresta.
Il passaggio dal duro granito alla serpentinite arriva all’orecchio prima che all’occhio. In pochi metri cambia il suono dei ramponi che graffiano la roccia, si passa da qualcosa di simile al graffio della forchetta sul piatto, ad una sensazione acustica più gradevole, prodotta dalle punte in acciaio che aggiungono nuove striature sulla più morbida pietra verde della Valmalenco.
Poco prima di afferrare le rocce rotte della cresta che conducono in vetta, un ciuffo di amianto che spunta da una fessura indica la via.
Mentre si scala su queste rocce non è infrequente imbattersi in grandi pance perfettamente levigate, afferrare e percorrrere curiose “gronde” e canali di pietra.
Sono l’azione visibile dell’erosione operata dalla combinazione del lento flusso dei ghiacciai scomparsi, dai ciottoli e frammenti di roccia saldamente inglobati nella massa di ghiaccio e del vorticoso mulinare dei torrenti subglaciali.
Se immaginiamo un sentiero di grazia di fondovalle, perfettamente conservato, percorso abitualmente e ad ogni ora da camminatori, podisti, flâneur, cani, ciclisti, nonni e bambini…questo è il vecchio sentiero di collegamento tra Chiesa e Primolo.
Un percorso che conserva-va i segni del tempo nei massi irregolari che lastricano la via, nei gradini di serpentino levigati, attorniati da fiori, tappeti di muschio e possenti radici di larice che penetrano nella montagna.
Quanti pensieri nascono mentre cammino lungo un’antica via?
Quante cose abbiamo appreso mettendo un passo avanti l’altro su queste pietre storte?
Purtroppo quando i luoghi sono resi muti dalla cecità e dall’abitudine diventa facile annientarli.
Così nelle ultime ore è comparso il miniescavatore d’ordinanza, arnese irrinunciabile per l’illusione della ciclovia, a smuovere terra, intasare di fango le irregolarità, spostare pietre, smussare gradini, estirpare i cespugli.
Un colpo basso, un colpo al cuore.
Pare restino ancora tante meraviglie da seviziare lungo la tratta Primolo San Giuseppe, Canciano-Muretto e alpe Prabello- Piazzo Cavalli.
Per pietà, fermiamoci, paghiamo piuttosto le ditte incaricate dei lavori perché non facciano più nulla, non tocchino una radice, non smuovano un sasso.
I nostri figli ne saranno grati.
P.s. dove sta il senso di togliere spazio a chi percorre ampiamente la mulattiera (è una delle più utilizzate) per creare potenziali conflitti?
Leggo ora dell’interdizione, causa rifacimento milionario, del glorioso rifugio Carrel alla Gran Becca. Premesso che l’unica volta che ho salito la montagna perfetta dell’immaginario, nonchè santuario dell’alpinismo, son partito dal basso, per terrore del pernotto asfissiante e dell’assalto mattutino alla corda della sveglia…mi chiedo quando avremo il coraggio di rimuovere i rifugi ormai decadenti e a fine vita in altissima quota anziché ricostruirli?
In tal modo il Matterhorn, ma vale anche per tante altre montagne servite da altissime capanne (Bernina incluso), potrà respirare e scrollarsi di dosso le processioni d’assalto alla cima. E chi se ne frega, quando non avrò più gambe e fiato per condurre compagni di cordata partendo da quote più ragionevoli sarà il momento di andare altrove.
L’alba luminosa è presto oscurata da una grande nuvola a forma di pesce che avvolge torri, guglie e pinnacoli.
A pochi chilometri di distanza la conurbazione padana si estende a perdita d’occhio. Dall’alto mi piace immaginare la valle dell’Adda ancora invasa dal possente ghiacciaio abduano che, durante la glaciazione Würm, arrivava sino alla pianura.
Sul calcare della Grigna è possibile praticare un concentrato d’alpinismo immediato difficilmente eguagliabile altrove. Forse è una scalata démodé, con gradi bassi (rispetto ai canoni dell’arrampicata sportiva), ma che riserva ancora grandi avventure.
Il miglior dono che porta la scalata non è affatto vincere la difficoltà, ma è quello di distogliere dal pensiero che rotola continuamente tra passato e futuro, rendendo il presente sbiadito e abbandonato.
Scalare ci impone d’esser presenti a noi stessi e in strettissimo contatto con l’ambiente che ci circonda.
Nelle immagini: luci, betulla e ginepri, ali d’aquila illuminate, gneiss, Orobie innevate.
Dopo una lunga siccità partiamo a piedi sotto una fitta nevicata. La perturbazione è veloce, esce il sole e i pochi centimetri di neve al suolo spariscono a vista d’occhio.
Il tepore risveglia la schiva Coronella austriaca. Si muove lenta, mimetizzandosi tra le filladi spaccate del versante.
Cosa racconta questo risveglio precoce a 1900 metri in Valfurva ancora in inverno?
Perché animali e piante si adattano mentre gli umani si ostinano?
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