Archive del 2026

Quello che ci sfugge

domenica, 11 Ottobre 2026

Esplorare in cammino con gli studenti di Scienze naturali dell’Università di Pavia, tra pietre, boschi e corsi d’acqua.

L’intorno non è soltanto qualcosa da osservare o da spiegare. È fatto di storie geologiche, tracce lasciate dall’uomo, forme di vita e relazioni che spesso sfuggono a uno sguardo frettoloso.

A volte, per capire meglio, occorre tornare alle cose, guardarle da vicino e lasciare che siano loro, prima delle risposte, a farsi conoscere.

La conoscenza incontra anche ciò che le sfugge. Forse è proprio da qui che comincia, dalla qualità delle domande che sappiamo porre al mondo.

Riconoscere la complessità non significa complicarsi la vita, ma lasciare aperta la possibilità di scoprire qualcosa che ancora non sappiamo.

Senza dimenticare che le forme viventi si organizzano secondo logiche che non perseguono affatto i nostri piccoli scopi umani.

La parete che si sente

mercoledì, 7 Ottobre 2026

Per aderire al serizzo occorre stare in forza, ma anche restare in sé.

È un equilibrio del corpo e della testa, una condizione difficile da spiegare e ancora più difficile da mantenere. Mentre si scala si raccolgono informazioni attraverso i sensi, ma anche impressioni che non sempre sappiamo nominare. Metro dopo metro.

Questa mattina ho messo nello zaino un paio di scarpette con la suola spessa e dura. Alla base della parete il sole non è ancora arrivato. Ho i piedi freddi e nei primi metri quasi non sento gli appoggi.

Guardo le protezioni, distanziate, e per un istante mi chiedo se ho scelto bene.

Il serizzo è lì, ruvido e compatto, ma sotto i piedi ancora non dice molto. Devo fidarmi di quello che vedo, più che di quello che sento.

Poi il sole raggiunge la parete.

La gomma si scalda insieme al corpo. La sensibilità ritorna. Ogni piccola rugosità comincia a farsi sentire, una superficie che fino a pochi minuti prima sembrava liscia si riempie di possibilità.

Anche la scalata si distende.

Il respiro trova il suo ritmo, il corpo smette di cercare appoggi e comincia a riconoscerli senza pensare. Le mani seguono le forme della roccia, i piedi si affidano a quelle minime asperità che prima non riuscivo a riconoscere.

A un certo punto mi fermo; sotto di me volano i gracchi.

Li guardo per qualche secondo, mentre la parete continua a restituire al corpo piccole informazioni, pressioni, attriti, inclinazioni. Non c’è niente da risolvere in quel momento, solo da stare lì, abbastanza presenti da accorgersene.

Forse è anche questo che cerchiamo quando arrampichiamo.

Una particolare qualità dell’attenzione, quella condizione in cui corpo e pensiero smettono per un po’ di andare ognuno per conto proprio.

Forse perché non appartengono soltanto alla parete, ma a quel preciso istante, a quel corpo, alla luce, alla temperatura del momento, a quella quantità di paura e di fiducia.

E la volta successiva sarà già un’altra storia.

Nell’immagine: il mio giovane compagno di cordata sale con naturalezza e senza indugio

Silenzio di pietra

domenica, 4 Ottobre 2026

Camminiamo da due ore nella nebbia. Nel naso arriva un profumo pungente di larice e fieno di monte (scignún) bagnato ormai colorato d’autunno.

La parete si svela solo pochi metri davanti a noi, sfumata tra le nebbie.

Un mondo minerale sospeso tra le nuvole. C’è un silenzio di pietra. Solo l’eco delle nostre voci che rimbalza tra i versanti, così potente che ci ritroviamo a improvvisare gorgheggi e battute surreali, fino al tormentone del Grande raccordo anulare, nella parodia di Guzzanti.

Davanti a noi i Corni Bruciati, con i grandi lobi della morena del ghiacciaio scomparso e un relitto nero addossato alla parete, nell’anfratto più buio, nascosto al sole.

Intanto scaliamo su una roccia magnifica, solida e rugosa, puntellata di cristalli sporgenti di magnetite. Diedri e fessure accolgono facilmente le protezioni veloci.

Non siamo distanti dal corpo granitico del Masino, la cui messa in posto ha generato nelle rocce incassanti un’aureola di metamorfismo di contatto. Nelle serpentiniti, questo processo produce nuove forme, colori, reticoli di vene e associazioni mineralogiche.

Non c’è nulla sulla parete. E se non c’è nulla da cercare, è più facile trovare.

Metterci le mani sopra è un autentico piacere.

Grazie a Mauro per le foto, alcune sono sue.

Costruire mondi

giovedì, 1 Ottobre 2026

Il letto asciutto del torrente è un invito al gioco. Avete mai visto un bambino non attratto dai sassi del greto? Macigni e ciottoli, sabbia e ghiaia, orizzonti stratificati dal tempo e dall’energia delle piene che diventano uno spazio libero di gioco.

Ben diverso dalle tristi “sabbiere” dei parchi urbani, presto trasformate in toilette per cani, qui tutto è scoperta.

I bambini esplorano i sassi, li mettono  in tasca, oppure li selezionano in base al colore, alla forma, a ciò che richiamano: mostri o animali o altre fantasie.

Presto compaiono costruzioni dal senso stravagante e immaginifico. Una scultura per ogni bambino. Si comincia e non si finisce più.

Un sorriso per ognuno, una biblioteca di rocce, una connessione sul campo che inventa una scuola nuova.

Il sublime necessario

lunedì, 28 Settembre 2026

Per millenni questi luoghi sono stati evitati dagli uomini.

Spazi di paura e di sgomento, popolati da draghi.

Poi, a partire da un paio di secoli fa all’incirca, questi stessi spazi orrendi hanno iniziato ad essere intenzionalmente attraversati. Non solo per un’immediata utilità pratica, per cacciare un camoscio, scrutare dall’alto un nemico, cercare un cristallo nella roccia, e neppure soltanto per scopi di studio e ricerca scientifica, ma per esplorare la loro intensa e coinvolgente bellezza.

La ricerca del “sublime”.

Quell’inatteso piacere, misto a terrore, che ancora alimenta il nostro girovagare negli ambienti selvaggi, a prescindere dalla difficoltà.

Quella progressiva familiarità con l’esposizione al pericolo, nella quale la responsabilità individuale e la capacità di proteggersi diventano l’unica via d’uscita.

Un’esperienza che, in fondo, impedisce la rassegnazione di fronte alla routine di ogni giorno, entra nei risvolti di molteplici strategie educative, modella il corpo e la mente.
Per questo mettere i ramponi per la prima volta sul ghiacciaio del Morteratsch non significa solo imparare a conficcare correttamente le punte, disporli di piatto o di punta, impugnare la picca e sperimentare la cordata.

Vuol dire attraversare una piccola esperienza del sublime, ancora necessaria anche oggi, mentre siamo travolti dall’egemonia della tecnica, come nel tempo dei Lumi.

Aria d’autunno

sabato, 26 Settembre 2026

Aria d’autunno, la valle si svuota.

Davanti a me il Bernina, con un fazzoletto di ghiaccio rimasto dopo un’estate bollente.

Sono sul ciglio della grande frana del Torreggio per le consuete misure periodiche che ne monitorano l’evoluzione. Accendo l’antenna GPS e attendo.

Un’ora di acquisizione.

Un’ora a guardare il Bernina e le montagne attorno.

C’è silenzio, poco vento, gli insetti ronzano nell’erba. Tolgo lo zaino e il sole asciuga la schiena bagnata.

Quando si sta fermi abbastanza a lungo, l’udito si affina. Dai torrenti arriva un suono continuo, di fondo. Ogni tanto un motore, una ghiandaia.

Poi un altro rumore, simile a quello dell’acqua ma più ritmato. È lo stabilimento dove si trattano i minerali di talco.

Più lontano, due mine. Arrivano dalle cave di serpentinite e gneiss della testata della valle.

La montagna, da sempre, è anche un giacimento. Acqua per produrre energia, pietre e minerali per gli usi più diversi.

Intanto il traffico è poco. I turisti sono tornati al piano.

Restano concentrati nelle feste, nei fine settimana.

Ma i flussi non sono soltanto quelli delle automobili.

Ci sono i turismi e gli eventi, grandi e piccoli, che entrano nella cultura dei luoghi e la trasformano. Ci sono i capitali, le imprese che risalgono la valle come salmoni, le parole degli investimenti territoriali integrati.

Parole che arrivano sempre da lontano.

E flussi che passano, attraversano, trasformano. La montagna diventa scenario, superficie disponibile, luogo da occupare con nuovi significati.

E intanto ci si dimentica dove siamo.

Un territorio ridotto a distretto alpino, senza più una misura propria. Comuni spesso polverizzati, ciascuno a rincorrere la propria piccola promessa di sviluppo.

Le “valorizzazioni” si moltiplicano, il marketing prende il posto dello sguardo.

E i flussi continuano a passare.

Le comunità restano a gestirne le conseguenze. Centri commerciali sempre aperti, servizi a singhiozzo, pensionati che superano gli attivi.

La cura si assottiglia, anche se non scompare.

Una glaciazione demografica, mentre i ghiacciai si estinguono.

Ma rimane nei gesti di chi ancora guarda, ascolta, conosce.

Il GPS ha finito di acquisire.

Raccolgo l’antenna, rimetto lo zaino.

La valle è quasi vuota.

Ma non è deserta.

Nei giorni dell’equinozio

domenica, 20 Settembre 2026

Partiamo presto, forse un po’ troppo presto, ancora con l’orologio dell’estate.

All’attacco la parete è ancora in ombra. Il disco del sole lambisce una sella, poi si rintana dietro la punta del Pizzo Rachele. Risaliamo allora per un poco il canalone che un tempo era il letto del ghiacciaio della Vergine, per scaldarci e cercare il sole.

Tre coppie di camosci sfrecciano davanti a noi. Fischiano allarmate, poi si fermano più in alto a controllarci; sono tutte femmine con il piccolo, ormai cresciuto, pronto per l’inverno.

Mangiamo un po’ di frutta secca e una piccola mela selvatica raccolta la sera prima a valle, storta ma buona, poi qualche movimento per sciogliere le gambe, mentre aspettiamo che il sole arrivi sul primo tiro di corda.

È un tempo che di solito saltiamo, quello prima di cominciare, quando la parete è ancora soltanto davanti a noi.

Ecco, comincia a rischiararsi.

Ci avviciniamo. Arriva il primo raggio, illumina la roccia e finalmente la scalda. Lasciamo le scarpe da avvicinamento, ancora umide, ad asciugare. Ci leghiamo, si parte, si scala.

Il sole ci insegue. O forse siamo noi a inseguire lui, tiro dopo tiro, lungo questa linea esposta a nord-est dove il raggio arriva sempre di sfuggita. Il sole entra ed esce dalla parete mentre noi continuiamo a salire.

Di fronte, il profilo della nostra montagna si allinea quasi perfettamente con le fessure e i diedri del Pizzo Ventina.

Dopo qualche lunghezza, le colossali morene laterali del Ventina sono sotto di noi e, quasi nascoste nella pietra, compaiono le tracce di un’altra storia: i ruderi delle casupole minerarie più remote della vallata, agli imbocchi dei cunicoli dove veniva estratto l’amianto.

Intanto il serpentino si fa sempre più ripido e ruvido.

Poi il sole ci saluta. È ora di scendere.

La montagna che nasconde

giovedì, 17 Settembre 2026

Ci sono montagne che si attraversano seguendo un sentiero e altre che chiedono di essere cercate.

Pareti a picco, gole profonde, rocce nate sui fondali di un antico oceano e trasformate nel lungo viaggio che ha portato alla formazione delle Alpi.

Qui la geologia e la storia degli uomini si sono incontrate in modo particolare.

Dentro queste rocce sono rimaste le tracce di una lunga stagione mineraria. Cunicoli, cavità, camminamenti, muri ciclopici, vecchi villaggi minerari, dove lentamente la vegetazione e gli smottamenti stanno cancellando ciò che per generazioni è stato luogo di lavoro.

Amianto

Per quasi due secoli, in Valmalenco, è stato estratto il crisotilo, fino nei luoghi più remoti e difficili della valle. Per molti abitanti rappresentò lavoro e sostentamento, un’alternativa all’emigrazione. Il minerale doveva poi essere portato a valle e per molti decenni quel trasporto fu affidato anche a donne e bambini.

Prima dell’elettricità e delle strade, la montagna si attraversava in altro modo.

Per sentieri improbabili, con muri costruiti dove sembrava non potesse stare nulla, lungo i tracciati delle vecchie teleferiche, accanto a strutture che raccontano un modo ormai scomparso di muovere uomini e materiali.

Oggi molte di quelle tracce sono difficili da vedere.

Bisogna fermarsi, cercarle, imparare a riconoscerle.

È questa la Geo-ascensione che proveremo a fare.

Non una visita alle miniere, né una semplice escursione mineralogica.

Un cammino dentro una montagna dove la roccia racconta la propria storia e, insieme, quella di chi l’ha lavorata.

E poi ci sono i pèerli.

Così venivano chiamati in valle i piccoli cristalli di demantoide, una varietà verde del granato, che si trovava nelle stesse serpentiniti dell’amianto. Per molto tempo furono considerati semplici impurità e finivano a martellate insieme alle fibre. Poi qualcuno si accorse che quelle piccole gemme potevano essere tutt’altro che scarti.

Chissà se durante questa nuova Geo-ascensione ne incontreremo uno.

Ma forse è proprio questo il bello di andare a cercare.

Proveremo a leggere questa montagna con occhi curiosi e, per qualche ora, con quelli di chi qui ha lavorato prima di noi.

Non tanto per trovare qualcosa, quanto per imparare a riconoscere ciò che è rimasto.

La grammatica dell’adesso

lunedì, 14 Settembre 2026

Stare quassù per due giorni cambia qualcosa.

Lo vedo ogni volta che accompagno un gruppo in natura, ma forse soprattutto quando le persone arrivano dalla loro quotidianità lavorativa e si trovano a condividere uno spazio che non è stato costruito per loro.

All’inizio ciascuno porta con sé il proprio ritmo, le proprie abitudini, il proprio modo di guardare. Poi, poco alla volta, qualcosa si sposta.

La grammatica dell’adesso prende il posto di quella consueta.

Si comincia a vedere.

Le rocce nude, diverse una dall’altra. I torrenti, le morene, i laghi. I ghiacciai, dove ancora resistono. Gli spazi che si aprono oltre il limite del bosco.

E gli ultimi alberi.

Larici e cembri che affondano le radici tra i macigni. Un patriarca di mille e più anni, davanti al quale la nostra misura del tempo perde significato.

La natura non ci sta aspettando e non ci sta offrendo una lezione.

Semplicemente è lì.

Per attraversare questi luoghi bisogna prestare attenzione, decidere, aspettare, cambiare passo.

A volte fermarsi.

È qui che la formazione diventa interessante.

Non ci sono l’aula, le slide, gli esercizi costruiti a tavolino. Non c’è bisogno di simulare una situazione per osservare come ci comportiamo dentro una situazione.

La situazione c’è.

Una salita, un passaggio più impegnativo, una traccia da leggere, la fatica che arriva. E soprattutto gli altri.

Persone che si conoscevano attraverso un ruolo, una funzione, qui diventano semplicemente compagni di cammino.

Quando lo sguardo viene preso dalle cime, dalla luce più radente dell’autunno in arrivo, i pensieri abituali sembrano perdere per qualche ora la loro presa.

Ci si accorge che si può stare dentro una situazione senza doverla controllare tutta.

Forse è questo che due giornate in natura possono offrire a un gruppo di lavoro.

Non una parentesi dalla realtà, ma un modo diverso di guardare, ascoltare e decidere insieme.

La vista offesa

martedì, 8 Settembre 2026

La concezione del bello, si sa, è qualcosa di mutevole.

Basta che funzioni, si dirà. Ma qui non è nemmeno detto.

E si vede.

Così, nel centro storico del paese, accanto alla volta e alla fontana di granito, proprio a ridosso del vecchio nucleo, si piazzano i fiammanti nuovi cassonetti per la raccolta differenziata.

Dinanzi a quel che rimane dell’antica chiesa riformata, edificata intorno al 1608 e poi trasformata in abitazione del cappellano nel ’700, ancora contornata da affreschi.

Intento lodevole, il cassonetto, meno la scelta dei luoghi dove piazzarli.

A confronto il graffitismo è arte, la cartellonistica pubblicitaria poesia, le antenne per la telefonia mobile scultura.

Qui il malessere da sovrastimolazione visiva deborda. Il brutto fa male?

Se lasciamo che quel poco che resta del centro storico di Chiesa in Valmalenco, già in gran parte soffocato dall’affastellarsi di condomini osceni, venga deturpato da elementi incoerenti, aggiungiamo altro rumore. Senza nemmeno accorgercene.

Ma forse il paesaggio interiore di chi decide è diventato così estraneo a quello dei luoghi da manco rendersene conto.

Inquinamento visivo: alterazione di una qualsiasi unità spaziale ad opera di agenti incongrui, sgradevoli per la vista e tali da generare malessere.

P.S. Il demonio affrescato sul fianco dell’edificio, con il suo cartiglio, sembra quasi aspettare l’occasione per mandare al diavolo chi ha deciso di piazzare proprio lì quei cassonetti.

La cappellania abbellita dai cassonetti
Cartolina primi del ‘900 con il vecchio nucleo
Sotto la volta centinata, tra angeli, santi, la Madonna, Gesù Cristo disteso, Dio Padre e la colomba dello Spirito Santo, compare sulla destra il demonio con il suo cartiglio.