Troppo poca neve per sciare, abbastanza da rendere scomodo ogni passo. La giornata è grigia, i colori spariscono, le cime si confondono. Vento da nord, qualche fiocco scende, ma la neve cade al di là delle Alpi; qui resta il silenzio.
Non è una giornata da buttare, il freddo taglia l’aria, le proporzioni ritornano, si nota ogni cosa. Da un foro nella neve il vapore acqueo dell’aria umida cristallizza; sottili cristalli di ghiaccio crescono come aghi.
Quaranta morti a Crans-Montana nella notte del nuovo anno.
Centosedici morti nel Mediterraneo centrale a dicembre 2025.
Due eventi diversi, due contesti lontani, ma una dinamica che rivela differenze profonde nel modo in cui vengono raccontati. E, per chi frequenta la montagna e ne conosce il linguaggio, questa differenza non può passare inosservata. Quando muore qualcuno in montagna, lo sappiamo bene, i numeri non bastano. Non ci bastano mai. Subito parte la ricostruzione: le condizioni ambientali, le scelte, le competenze, le responsabilità individuali e collettive. È quella che chiamiamo, non a caso, cultura dell’incidente. Un esercizio faticoso, a volte scomodo, ma necessario. Per rispetto verso chi è morto e per onestà verso chi verrà dopo.
A Crans-Montana la narrazione segue questo schema, una comunità colpita, vittime con un nome, domande sulla sicurezza, sulle uscite di emergenza, sulle responsabilità. La tragedia diventa fatto pubblico, condiviso, analizzato. Il lutto è riconosciuto.
Nel Mediterraneo, invece, il meccanismo si inceppa.
“Si temono 116 morti”. Naufragio di migranti. Fonte: ONG.
Fine del racconto.
Nessuna ricostruzione reale, nessuna cultura dell’incidente applicata al mare. Eppure, come in montagna, il mare non uccide da solo. Uccidono le decisioni prese prima, rotte obbligate, soccorsi ritardati o negati, politiche che trasformano il rischio in normalità accettata. Uccidono le omissioni, esattamente come accade quando un itinerario viene sottovalutato o una parete viene affrontata ignorando segnali evidenti, interni ed esterni.
In montagna abbiamo imparato — spesso a caro prezzo — che parlare di fatalità è il modo più rapido per non assumersi responsabilità. E che ridurre una morte a una statistica è il modo più sicuro per non imparare nulla.
La vera differenza, allora, non è tra un incendio in una stazione sciistica e un naufragio in mare aperto.
La differenza sta nel diritto al lutto e all’analisi.
Alcune morti vengono raccontate come incidenti da capire, altre come eventi inevitabili da archiviare.
Eppure, se c’è una lezione che la montagna ci ha insegnato, è che non esistono ambienti neutrali né tragedie inevitabili. Esistono scelte, contesti, responsabilità. Esiste uno sguardo che decide se fermarsi a guardare o voltarsi dall’altra parte.
Finché accetteremo che nel Mediterraneo non valga la stessa cultura dell’incidente che pretendiamo per la montagna, il problema non sarà solo l’informazione.
Sarà la rinuncia a riconoscere, anche lì, delle vite degne di essere comprese, non solo contate.
Esempio
Crans-Montana (40 morti)
“Crans-Montana in lutto: identificate le prime vittime dell’incendio, il paese si ferma” (ANSA/Reuters)
Mediterraneo centrale (116 morti)
“Migranti, Sea Watch: naufragio nel Mediterraneo, si temono 116 morti” (Repubblica)
Perché sono “simbolici”
Nel primo: c’è un luogo riconoscibile, c’è una comunità, c’è il lutto,
ci sono vittime da identificare (persone, non numeri).
Nel secondo: non c’è un luogo preciso, non c’è una comunità, non c’è lutto,
non ci sono persone, ma una categoria (“migranti”) e una stima.
TITOLI RISCRITTI (INVERSIONE DI SGUARDO)
Mediterraneo centrale (116 morti)
“Mediterraneo in lutto: 116 persone morte in mare, famiglie senza nomi né corpi”
Crans-Montana (40 morti)
“Incendio in Svizzera, si temono 40 morti in un locale turistico”.
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