Fa a gara con le chiome dei faggi per chi ha il verde più brillante.
Nasce dove la luce arriva già stanca, filtrata dagli abeti secolari, e proprio lì trova la sua intensità. Tappezza il sottobosco senza imporsi, come se conoscesse esattamente la misura dello spazio che abita, compare dove la scalata si esaurisce. Dove le placche di granito, dopo il nostro passaggio, smettono di essere parete e tornano semplicemente pietra.
Ci sono linee così belle da far nascere un dubbio: mostrarle ancora, davvero? O non è già troppo?
Forse oggi il limite non è più l’accesso, ma l’esposizione. Non la difficoltà di arrivare, ma l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo. I luoghi circolano prima ancora di essere vissuti, consumati in anticipo, già visti.
Sottrarre allora non è negare, ma restituire misura. Come nel bosco, niente si offre interamente, tutto si lascia incontrare. La bellezza non si espone, si lascia intravedere.
E forse è questo il punto, non custodire segreti, ma evitare di esaurirli. Lasciare qualcosa in sospeso, non per nascondere, ma per continuare a desiderare.
“Adesso fate voi la traccia. Tenete il margine dell’ombra proiettata dal Pizzo Giumellino sul ghiacciaio del Ventina, poi uscite al ripiano superiore.”
Non serve aggiungere altro. I ragazzi capiscono subito, si dispongono, esitano un attimo – il tempo di leggere la neve – e poi partono. C’è qualcosa di bello in questo slancio, non è solo energia fisica, è curiosità che prende forma, è desiderio di uscire da uno schema.
Sono sciatori agonisti, abituati a ritmi, pali, ripetizioni. Qui invece il gesto cambia, si allunga, si distende. La salita con le pelli diventa un esercizio nuovo, a tratti ancora da capire. Ma è lì che si apre lo spazio interessante, nell’imprecisione iniziale, nel passo che cerca un equilibrio diverso, nell’ascolto.
Seguono l’ombra come una linea naturale, tracciata dalla montagna prima ancora che da loro. Una traccia che non è imposta, ma trovata.
È fine stagione. La neve, trasformata e finalmente assestata da una notte serena, restituisce il piacere di scivolare. In discesa arrivano le curve che si adattano al pendio, ampie, strette, pulite, meno “costruite” del solito. Più vere, forse. C’è meno tecnica esibita e più relazione con il terreno.
Qualcuno è alla prima esperienza con le pelli. Si vede, nell’entusiasmo e in una forma di libertà che in pista forse non trova spazio.
È una variazione minima, eppure significativa. Uscire dalla routine dell’allenamento per entrare, anche solo per qualche ora, in un altro modo di stare sulla neve più silenzioso e meno codificato.
Ed è proprio qui che succede qualcosa, non nell’eccezionalità, ma nella variazione, nel passaggio da ciò che si ripete a ciò che accade.
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Grandi macigni punteggiano il ghiacciaio, come cicatrici recenti. Sono ciò che resta della frana, staccata lo scorso autunno dalla parete Nord del Cassandra, un evento che lascia traccia sulla superficie bianca e nello sguardo di chi passa.
Attorno alla base dei blocchi il vento lavora in silenzio, scava, modella. Ne nascono depressioni circolari che arrivano quasi a mettere a nudo il ghiaccio vivo, là dove la neve dovrebbe ancora proteggere. È un paesaggio che si spoglia troppo presto.
C’è poca neve, troppo poca per la stagione. Qui l’inverno di solito copre tutto, quest’anno no, le superfici delle morene restano irregolari, i crepacci già si lasciano intuire, i seracchi sono esposti, scoperti, come corpi senza difesa sotto un sole che non concede tregua.
È difficile non leggerlo come un segnale, un cattivo presagio per l’estate che verrà, per chi si muoverà in alta quota. Anche se arrivassero nevicate tardive, abbondanti, quasi monsoniche, difficilmente basterebbero a invertire la tendenza. La neve fuori stagione non ha radici, si deposita, ma non fa corpo e il ghiaccio continua a fondere.
Sarà ancora lui a pagare il prezzo più alto. Il ghiaccio che si ritira, che si assottiglia, che perde continuità. E con lui cresce un’instabilità diffusa, una nuova incertezza del muoversi, del leggere il terreno, del fidarsi.
Eppure, noi continuiamo. Scivoliamo sopra questi segnali con leggerezza, tracciando curve, accumulando immagini, condividendo entusiasmo. Raccontiamo la bellezza, ma sempre più spesso senza accorgerci del contesto che la sostiene — o che la sta lentamente perdendo.
Forse non è nemmeno disattenzione. Forse è assuefazione. Una forma sottile di disconnessione che ci rende incapaci di riconoscere il limite proprio mentre questo scompare.
E intanto il ghiacciaio cambia. Non all’improvviso, ma abbastanza in fretta da non poter più fingere di non vederlo.
C’è un mare antico che regge queste pareti, pietrificato nei muri a strapiombo del Muschelkalk, calcari nati da acque calde e poco profonde, ora diventati equilibrio e vuoto sotto le dita.
Sotto, la pietra rossa racconta un’altra storia. Il Buntsandstein è polvere di deserto, flussi antichi, vento e tempo. Due mondi, uno sopra l’altro. E noi in mezzo, a leggere la roccia e a cercare appigli in ciò che resta del tempo.
Più in basso, messi a nudo dal Rio Siurana, affiorano scisti verdi, molto più antichi, come un fondo che riaffiora dopo essere stato dimenticato. Pochi passi separano un confine invisibile che coincide con la più grande estinzione di massa del pianeta. Qui è tutto vicino, tutto leggibile, tra una salita e l’altra.
Aprile aiuta lo sguardo, tra fiori di rosmarino e ginestre spinose, pinete aromatiche. Il vento teso da nord allunga le nuvole e pulisce il cielo: una condizione perfetta per arrampicare.
Tommaso si aggrappa agli strapiombi arancioni di questa roccia incredibile. Io rincorro i rari muri grigi, un poco più appoggiati e lavorati dall’acqua, che restituiscono sollievo alle braccia. Un grigio che ormai riconosco anche nelle mie tempie.
Più in alto, restano le tracce del castello, ultimo baluardo dei musulmani in Catalogna. Le mura si fanno strada tra gli strati di roccia, così evidenti che basta un’immagine per raccontare milioni di anni. Si racconta che la regina preferì gettarsi nel vuoto con il suo cavallo piuttosto che cadere prigioniera dei cristiani. Anche questa è una linea, una scelta verticale che attraversa il tempo.
Ai piedi dei rilievi della Sierra de Prades si apre una moltitudine di pareti. Linee ovunque, arrampicatori da ogni dove. Alcuni inseguono il grado, altri la qualità della roccia, che qui è eccellente, quasi senza eccezioni.
In fondo è anche questo un modo di viaggiare, mettere le mani nella storia della Terra, osservare, conoscere, rispettare.
E poi c’è un passaggio che non riguarda la roccia. Arriva quando smetti di salire tu e guardi salire tuo figlio. È bello prendersi cura, senza sottrarsi alla fatica. Ma è altrettanto bello fermarsi quando è il momento. Quel che è salito, è salito. Ora resta la leggerezza, la passione, la forza di chi sale dopo.
Ancora ce l’abbiamo nelle orecchie quel ronzio insistente: anni di stakeholder, venue, legacy ripetuti fino allo sfinimento, fino a trasformare qualsiasi discorso in una specie di fiera itinerante del nulla. E adesso, puntuale, arriva il “turistichese”, con il suo carico da undici di comunicati trionfali, da luoghi olimpici, e convalli, con mucchi di parole che sembrano uscite da un generatore automatico.
È una lingua curiosa, il “turistichese” contemporaneo. Sembra dire moltissimo, in realtà gira sempre attorno a quattro concetti messi in fila con più o meno eleganza. La prima cosa che colpisce è l’abuso sistematico di parole astratte, gonfie, autoreferenziali: “attrattività”, “posizionamento”, “ricadute diffuse”, “perimetro della domanda”, “laboratorio sul futuro”. Termini che alzano il tono, certo, ma abbassano la sostanza. Perché alla fine basterebbe dire: sono arrivati più turisti e hanno speso di più. Ma evidentemente è troppo poco per fare scena.
Poi ci sono gli anglicismi, ormai irrinunciabili, come una divisa d’ordinanza: incoming, sentiment, brand reputation, press tour, target, brand ambassador. Alcuni infilati a caso, altri usati come fossero formule magiche. “Sentiment del territorio” è forse il capolavoro: certo, si può anche misurare, ma qui diventa una parola magica. Nessuno dice come, su cosa, con quali dati. Basta nominarlo, e sembra già una cosa seria.
La struttura è sempre quella, riconoscibile a distanza. Crescita, immancabilmente “a doppia cifra”, mai semplicemente “un po’ di più”. Internazionalizzazione, la solita lista di paesi, come una spunta su una checklist. Eventi come motore, mai dire che “portano gente”, troppo diretto. E infine il futuro, presentato come sfida, opportunità, orizzonte. Sempre.
E poi arrivano le chiusure, quelle davvero impeccabili nella loro inconsistenza. Frasi perfette, rotonde, inattaccabili: “un’offerta fluida, coerente, capace di imprimere un ricordo duraturo”. Che significa? Nulla di verificabile, ma funziona benissimo, perché riempie lo spazio e lascia una sensazione vaga di importanza.
Altro marchio di fabbrica è complicare il semplice. “Sistema”, “territorio mandamentale”, “aree di competenza”. Parole che si sovrappongono alla realtà fino a nasconderla. La valle diventa sistema, la zona diventa perimetro.
Il punto non è nemmeno che i dati siano falsi. Probabilmente sono veri, e magari anche significativi. Ma il linguaggio serve a gonfiarli, a costruirci sopra una narrazione che non informa, ma orienta, rassicura, celebra.
Tradotto in italiano normale, suonerebbe più o meno così: è arrivata più gente, soprattutto da fuori, ha speso di più anche grazie agli eventi, e adesso si prova a sfruttare il momento.
Tutto il resto è scenografia. Una lingua che non serve a capire, ma a convincere. E soprattutto a non dire mai le cose come stanno.
Pochi giorni fa il greto era ancora nudo, figlio dell’inverno.
Poi, senza rumore, l’acqua è tornata in Val di Mello.
Arriva piano, quasi con rispetto. Trasparente, leggera, ancora incerta. Non riempie le pozze, non reclama spazio, si lascia assorbire dalla sabbia, scompare nella piana come a cercare memoria del suo passaggio.
È un ritorno timido, ma è un risveglio. E basta questo per capire che la stagione è cambiata.
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Non serve nemmeno alzare la voce, basta guardare cosa accade, nello stesso momento, nello stesso spazio alpino, per capire quanto una scelta possa essere rivelatrice.
Metà maggio, primavera piena: le montagne si risvegliano, l’acqua corre, i prati respirano. Tre valli confinanti, nel cuore delle Alpi, tre modi diversi di abitare — o consumare — lo stesso tempo.
Val Masino Da oltre vent’anni accade qualcosa di semplice e, proprio per questo, raro: il Melloblocco. Persone che arrivano da tutto il mondo non per conquistare, ma per misurarsi. Nessuna tribuna, nessun motore, nessuna infrastruttura invasiva. Solo corpi, roccia e gravità. Il bouldering è essenziale, scala ciò che c’è, accetta il limite, si muove leggero. È un popolo giovane, internazionale, colorato. Ma soprattutto è un popolo che — con tutte le inevitabili contraddizioni — ha interiorizzato una regola basilare: sei ospite, muoviti libero, ma rispetta luoghi e persone. La montagna non è scenografia. È interlocutore.
Valposchiavo. Appena oltre il confine, un’altra scelta. La Festa Danzante, nata a Zurigo nel 2006 e diffusa in tutta la Svizzera, arriva anche qui. La danza esce dai teatri e si posa nelle piazze, nei cortili, negli spazi quotidiani. Non invade, ma attraversa. Non impone, ma invita. È un linguaggio che non lascia traccia se non nella memoria di chi guarda e di chi partecipa. Il paesaggio resta integro, ma si arricchisce di senso. Anche qui, la valle non si vende, si racconta.
Valmalenco. Nel mezzo. Con il Pizzo Bernina a fare da riferimento simbolico. Eppure, ancora una volta, la scelta è un’altra: il ritorno del rally.
Non serve discutere di motori, di sport, di passione — argomenti legittimi, altrove. Qui la domanda è più semplice, cosa c’entra tutto questo con la montagna?
Perché una valle, nel momento più delicato dell’anno, decide di offrirsi come pista? Perché appaltare suono, aria, odori, percezione — tutto ciò che definisce l’esperienza alpina — a un evento che della montagna utilizza solo lo sfondo?
Non è una questione estetica. È una questione di senso.
Da una parte c’è chi costruisce proposte che nascono dai luoghi: la roccia, i corpi, il ritmo di una primavera che si lascia attraversare. Dall’altra c’è chi importa un format e lo cala ovunque, indifferente al contesto.
La domanda resta, inevitabile: perché?
Non si tratta di demonizzare. Si tratta di scegliere. Perché le valli, oggi, sono chiamate a dire chi vogliono essere — non a parole, ma attraverso ciò che ospitano.
La Val Masino ha scelto di essere roccia e relazione. La Valposchiavo ha scelto di essere gesto e cultura. La Valmalenco, che non ha mai avuto tradizioni rallystiche, sceglie di consegnarsi all’asfalto.
È una dichiarazione, non è una scelta neutra. È una scelta precisa, basta guardare i fatti. La montagna non è un supporto qualsiasi, non è uno sfondo intercambiabile, non è uno spazio vuoto da riempire con qualunque attività.
È un ambiente con caratteristiche proprie, limiti evidenti, equilibri delicati. E questi elementi indicano già, in modo abbastanza chiaro, cosa è coerente farci e cosa no.
Se questo viene ignorato, il risultato è semplice: alcune valli costruiscono proposte che nascono dal luogo, altre ospitano eventi che potrebbero svolgersi ovunque, senza differenza.
Nel frattempo, dove il contesto viene rispettato, le persone continuano ad arrivare, senza sacrificare ciò che rende quei luoghi belli.
L’unica nevicata vera arriva quando l’inverno è già stanco. Una coperta di bianco spesso, quasi di feltro, che si lascia attraversare solo lungo pendii più quieti. Neve pesante, intrisa d’acqua, perfetta per pupazzi e battaglie a palle di neve. Un po’ meno per tracciare una linea in salita o disegnare curve leggere.
Ogni passo affonda, ogni metro si conquista. Poi però le nuvole si aprono e le lame di luce tagliano il grigio. E in quell’istante tutta la fatica trova il suo senso.
PS: grazie ai giovani Melissa, Andrea e Lollo per aver aperto il cammino là davanti. Senza di voi sarebbe stata molto più lunga.
Anche la roccia, con il tempo e la pazienza della natura, trova il modo di farsi ponte. Tra gli uomini, invece, sembra prosperare l’arte opposta, alzare muri, scavare distanze, trasformare la forza in sopraffazione.
Così il bullismo, grande o piccolo, esplicito o travestito, finisce per diventare la lingua franca di troppi rapporti. Dalle piccole vicende fino agli scranni più alti, la voce del prepotente copre le altre; l’impudicizia di chi non sa, ma aggredisce, si impone su chi prova a capire. Sapere costa fatica. Così come costa fatica l’intelligenza del dubbio.
Per questo, ogni tanto, conviene rallentare. Non cedere alla tentazione di imitare i bulli. E magari tornare in montagna — quella vera — dove perfino la pietra, con il tempo, ha imparato a diventare ponte.
Nell’immagine: scultura di pietra nel calcare dell’Oman
La primavera non è ancora iniziata sul calendario, ma la neve non lo sa e si sta rapidamente trasformando in acqua. L’inverno arido qui al centro delle Api fa il resto, con estese porzioni di pascolo rivolti a Sud sino al limitar degli alberi già privi della coperta bianca.
L’ascesa è luminosa, segue le lingue di neve migliori, con qualche masso che spunta qua e là.
Poi arriva il momento atteso, la discesa, lungo una superficie è liscia, appena ammorbidita dal sole del mattino, una neve docile che accoglie e lascia scivolare, quasi sospesi, lungo le sue ondulazioni naturali.
Ci attende un fluttuare leggero, con poco sforzo, accompagnati dal ritmo morbido del pendio. È l’opposto felice della sciata tesa e aggressiva che impongono le piste di neve “tecnica”, o di quella faticosa necessaria per districarsi tra sastrugi e croste dure del pieno inverno. Qui il movimento diventa più semplice, quasi istintivo.
Dal bosco iniziano a salire i primi profumi della stagione nuova. Ci si lascia portare, dentro grandi toboga naturali, tra dossi e avvallamenti, adattando il gesto con leggerezza alla forma della montagna. Non per dominarla, ma per seguirla.
È bello, per qualche ora, dimenticare le regole del mondo artificiale, che qui non valgono più.
Ed è bello fermarsi un momento a salutare Ettore Castiglioni, proprio nel luogo dove terminò il suo cammino, nel marzo del 1944.
Il saluto a Ettore Castiglioni
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