Archive del 2026

A cercare bellezza

domenica, 30 Agosto 2026

Dopo più di trent’anni, a inizio estate, ritorno al Plateau Rosa, al rifugio Teodulo. Ci ero stato ai corsi guida, poi mai più.

Filippo, un amico fotografo, mi chiede di accompagnarlo sul ghiacciaio, per cogliere il primo raggio che illumina la Gran Becca. È pur sempre la vetta iconica per eccellenza, ha un senso.

Alla cordata si aggiunge Simone, antropologo e regista documentarista.

Accetto, anche se l’idea di immergermi in quel caos d’alta quota non mi entusiasma. Ma ci muoveremo di notte in salita, ai margini dei traghetti di popolo di sciatori e alpinisti.

Lo sbarco al Plateau Rosa, nel pomeriggio, è surreale.

Il ghiacciaio dei miei ricordi è scomparso, sprofondato in basso. Gli impianti sono fermi a quell’ora e la presenza umana ormai rarefatta, ma il groviglio di funi, collegamenti aerei, mezzi battipista e ruspe ferme ai margini delle piste è impressionante.

Il vecchio rifugio non esiste più, oggi è ristrutturato, più al servizio dello sci che dell’alpinismo.

Il silenzio della notte un poco riappacifica con la montagna. Nessuno, a quell’ora, si muove, vista la comodità dell’accesso che consente le ascensioni in giornata.

Saliamo su, sul filo dei quattromila. Filippo coglie il tiepido e assieme sfolgorante raggio che illumina la montagna, già nera a inizio estate per il caldo bestiale.

Poi continuiamo fino alla vetta del Breithorn, per rientrare prima dell’ora degli aperitivi, giù al Breuil.

E qui lo stacco si fa brutale.

Le cabine volteggiano sopra la testa, gli ski-lift girano, gli sciatori si spianano su una superficie di neve già a chiazze a inizio estate. I mezzi d’opera spostano neve nel tentativo vano di tappare i buchi.

Incrociamo cordate a sciami, dirette al trofeo dei 4000.

Fa un caldo incredibile. Alle nove di mattina si affonda, non vediamo l’ora di fuggire. Loro salgono, sono appena all’inizio.

Riguadagniamo la partenza della cabina. Un tapis roulant, steso sul ghiaccio grigio e sulle pietre, riporta su gli sciatori.

Intorno, tubi, antenne, macerie.

Due turisti, seduti tra quei resti, sono saliti quassù a cercare bellezza.

Ho voglia di tornare a casa.

Non toccare la catena

mercoledì, 26 Agosto 2026

Partiamo da un grande frammento di antica crosta oceanica, metamorfosato durante la costruzione delle Alpi, e mettiamolo accanto al corpo granitico del Masino-Bregaglia.

Ne viene fuori una montagna singolarissima, dove in pochi passi si incontrano graniti, sciami di filoni di apliti e pegmatiti, anfiboliti, micascisti e quarziti.

Il Monte del Forno non è soltanto una cima da raggiungere, è una montagna da osservare. Le rocce cambiano, si piegano, affiorano con colori e strutture diverse. Basta camminare e guardare per ritrovare, nella montagna di oggi, una storia cominciata milioni di anni fa.

E poi c’è quel piccolo gioco, quasi infantile di non toccare la catena che conduce alla vetta.

Una regola semplice, che costringe a fare attenzione e aggiunge alla salita una curiosità inattesa.

Perché certe montagne non chiedono soltanto di essere salite.

Chiedono di essere guardate.

Cortocircuiti

lunedì, 24 Agosto 2026

Ci risiamo.

Da una parte il tipo in costume e praticamente scalzo sul Gran Sasso, fotografato ed esposto al pubblico ludibrio, con indignazione e insulti.

Dall’altra, qualche anno fa, un fuoriclasse della corsa in montagna in partenza per il record di velocità sul Cervino, leggero all’inverosimile.

E poi, molto più lontano dalle nostre montagne, un cacciatore San nel Kalahari, nudo, perfettamente a suo agio nel mondo in cui si muove. Noi, lì dentro, con il nostro rassicurante arsenale, non andremmo lontani.

La domanda allora è un’altra.

L’attrezzatura ci protegge dal mondo o dalla paura del mondo?

La differenza si gioca nel rapporto tra noi e l’ambiente.

Conta quello che indossiamo, certo, ma prima ancora sapere dove siamo, riconoscerne i segnali, intuire quando qualcosa sta cambiando. E soprattutto conoscere il proprio limite prima che sia la montagna a dovercelo spiegare, nudi o vestiti.

Il paradosso è che possiamo essere equipaggiatissimi e completamente impreparati.

E, a volte, quasi nudi adatti al posto in cui ci troviamo.

La misura comincia molto prima di infilare gli scarponi.

Geometrie selvatiche

domenica, 23 Agosto 2026

Raccolgo da terra un frammento di favo selvatico, caduto dall’alto.

La cera è sottile, quasi trasparente, le celle si incastrano una nell’altra con quella geometria esatta che conosciamo bene, ma che ogni volta sorprende.

Poco materiale, tanto spazio. Ogni parete serve a qualcosa, ogni vuoto è parte della struttura.

Quella geometria non segue un progetto, almeno non nel senso in cui lo intendiamo noi. Nessuno ha fornito alle api un disegno da eseguire.

Noi continuiamo ad aggiungere. Ogni problema porta con sé un attrezzo, un dispositivo, un accessorio. Alla fine ci ritroviamo con uno zaino pieno di soluzioni e, spesso, con le stesse questioni irrisolte.

Tengo ancora il favo in mano.

È leggero, fragile al tatto, più sofisticato di tanti oggetti che abbiamo inventato per semplificarci la vita.

Segni

mercoledì, 19 Agosto 2026

È tornato il fresco, o almeno una parvenza di normalità nelle temperature. Oltre i 3000 metri la berretta torna utile.

L’aria è pulita, una brezza da Nord sposta le nubi e una coppia di gipeti veleggia attorno alla piramide scura dello Scalino. I corvi, chiassosi, li allontanano.

Nuovi laghi e grandi dorsi di balena sono emersi dove fino a poco tempo fa c’era il ghiaccio.

La luce radente mette in risalto ogni asperità; nuvole grigie passano basse sulle cime.

L’acqua di fusione scorre ancora, raccolta lungo la sinuosa bédière che si allunga sulla superficie grigia, coperta di detriti. Di neve residua, non c’è praticamente più traccia.

Più in basso, i pascoli d’alta quota hanno già il colore di settembre, steli d’erba alti, gialli e rossicci, mossi dal vento.

Chissà se il tritone alpino è sopravvissuto al disseccamento esteso delle zone umide.

Il solito caos geologico: pieghe nei marmi e negli scisti, lobi del rock glacier  in lontananza. Una palina ablatometrica schiantata, come il ghiaccio dentro cui era infissa.

La salita continua dentro questo paesaggio che cambia sotto gli occhi, dove il ghiaccio si fa roccia.

Appunti dopo una salita

domenica, 16 Agosto 2026

Ricordare la salita con alcune note significa non tanto voler catalogare o classificare la scalata.

Sono pensieri affidati alle parole e fissati sulla carta: i primi raggi che illuminano la pietra, appigli rugosi, un vecchio mazzo di chiodi lasciato da qualche cordata decenni fa nascosto tra pietre e campanule, nuvole di vapore che salgono dalla valle, ghiacciai esausti, sassaie rugginose.

Entrano intimamente nei nostri ricordi. Un piccolo rito che rafforza la sensazione di far parte di questa bellezza.

Piccole storie che aiutano a ridarci un po’ di respiro

Sopra un masso, sotto le stelle

sabato, 15 Agosto 2026

L’Orsa Maggiore è lì, sopra di noi.

Una serie incredibile di stelle cadenti lascia la scia proprio lungo la linea che unisce Phecda e Merak, la base del Grande Carro. Continuano per un bel po’, poi le palpebre si chiudono.

Il nostro giaciglio è sopra un grande masso piatto, con la volta celeste per soffitto.

Siamo arrivati quassù nel giorno dell’eclisse, attraverso un bosco di larici contorti e segnati dal tempo, circondati da nuvole nere. Durante il temporale abbiamo trovato riparo in una vecchia stalla e aspettato che passasse.

La fine del giorno è il tempo che normalmente ci perdiamo in montagna.

Perché siamo già sulla via del ritorno, o abbiamo raggiunto un rifugio, o perchè la giornata, in qualche modo, è finita.

Solo il bivacco permette di attraversare il crepuscolo in ogni suo istante.

Si esplora lo spazio, si cerca il posto migliore per la notte, quello da cui poter guardare il cielo con il naso all’insù.

Forse cercare luoghi e istanti vale più di tante salite, di quelle che tante volte ci fanno illudere di aver viaggiato in alto per davvero.

Qui la meta non è ben definita.

Il viaggio migliore, non necessariamente lontano, forse esiste quando per un poco ci siamo privati delle nostre abitudini e siamo riusciti a separarci dal consueto.

Non c’è nulla di rassicurante che aiuti a rendere “delizioso” il soggiorno, eppure riaffiorano le sensazioni legate agli spazi attraversati, agli odori, alla luce, al temporale, al fresco della sera, alle diverse scansioni della giornata.

Forse vale la pena trattenere nella memoria ciò che abbiamo incontrato, invece di affidarci soltanto alle immagini.

Decine di fotografie scattate sono ormai una sorta di protesi del viaggiatore.

La memoria, invece, trattiene la luce che rimane dopo.

Tradizioni d’agosto

martedì, 11 Agosto 2026

Agosto è il mese delle vacanze, delle sagre e delle feste.

Quest’anno, a giudicare dai manifesti, proliferano assai più dei porcini, che con questo caldo sembrano avere scelto una dignitosa latitanza.

Non c’è paese, frazione, rione o contrada che non abbia il suo appuntamento.
Una sera insieme, tra socialità, musica, tradizione, convivialità.
L’incontro fra chi qui ci vive e chi qui è venuto a trascorrere qualche giorno.

Tutto molto bello. E infatti si comincia con la polenta.

Poi arriva la salsiccia, in quantità tale da mettere in difficoltà persino la statistica, le griglie lavorano alacremente e il loro profumo si spande per il paese, richiamando gli affamati con un’efficacia che nessuna strategia di marketing potrebbe eguagliare.

Sotto i tendoni si mangia, si chiacchiera, si beve, si incontrano vecchi amici, parenti, villeggianti.

La montagna, per una sera, è tutta lì.

Anche la tradizione fa la sua parte. Un po’ di dialetto, qualche prodotto “tipico”, la ricetta della nonna opportunamente ripassata per l’occasione.

E torna puntuale la sana rusticità alpestre, ormai sparita dalla realtà, ma immancabile nelle feste.

Poi cala il sole e sale la musica.

Il liscio lascia spazio a una dose generosa di decibel, che aiuta a smaltire la luganega e tiene le parole in secondo piano. Seguono dj set, compilation estive e repertori capaci di mettere d’accordo generazioni altrimenti lontanissime.

O quasi. Perché c’è un momento in cui nonni e nipoti sono ancora allo stesso tavolo.

Poi i nonni si ritirano e i nipoti restano. La festa cambia pubblico.

A quel punto il bicchiere passa di mano con grande naturalezza.

Birretta, calice, genepì, Braulio.
Il cicchetto è uno dei riti della festa, quelli che si imparano presto e si tramandano senza bisogno di spiegazioni.

Nessuno sembra farci troppo caso.

Domani qualcuno raccoglierà i bicchieri, sposterà i tavoli.

Qualcuno laverà anche il pavimento.

La montagna tornerà tranquilla.

Fino alla prossima festa.

Là fuori

domenica, 9 Agosto 2026

Venerdì sera, a Sondalo, abbiamo parlato di montagna, sicurezza, rischio, libertà, di quella strana necessità che ci porta ad andare là fuori, dove le cose non sono mai completamente sotto controllo.

Grazie al Museo dei Sanatori di Sondalo per aver voluto inserire questa chiacchierata nel programma degli incontri culturali del museo, e grazie a Luisa Bonesio, direttrice del museo e studiosa rigorosa e originale delle trasformazioni del paesaggio, per aver creato lo spazio perché questo confronto potesse avvenire.

La carne dell’orso prende spunto dal racconto di Primo Levi: il ricordo di un bivacco imprevisto, di una notte assai difficile in montagna e di quella particolare libertà che nasce quando ci si trova fuori dal recinto delle proprie certezze.

Ne abbiamo parlato a lungo, cercando di capire che cosa stiamo davvero cercando quando andiamo in montagna.

Piacere? Esposizione? Incertezza? Sorpresa? La possibilità di sbagliare, dover cambiare piano, accorgerci che il mondo non coincide con quello che avevamo previsto.

E qui, inevitabilmente, il discorso è finito sulla montagna di oggi.

Perché mentre continuiamo a parlare di sicurezza, accessibilità e di esperienze da offrire e di turismo, la montagna sta cambiando sotto i nostri occhi.

In queste ultime settimane il caldo ha reso evidente qualcosa che ormai non possiamo considerare soltanto una questione scientifica o ambientale.

Non è soltanto una montagna più pericolosa, ma più difficile da riconoscere.

Eppure continuiamo spesso a comportarci come se nulla fosse.

Come se la montagna potesse essere resa sempre più prevedibile, organizzata, attrezzata, consumabile, simile a un enorme centro commerciale planetario, climatizzato e aperto ininterrottamente, dove ogni esperienza deve essere disponibile, sicura, accessibile e possibilmente già confezionata.

Forse dovremmo invece tornare a riconoscere il valore di ciò che non possiamo completamente controllare.

Non per cercare il pericolo, né per esaltare il rischio, ma per imparare nuovamente a leggere ciò che cambia.

Grazie a chi venerdì sera c’era, a chi ha ascoltato, discusso e aggiunto un pezzo alla conversazione.

Il fresco perduto

giovedì, 6 Agosto 2026

Forse non avevamo mai vissuto, con questa frequenza e per periodi così lunghi, un caldo capace di togliere piacere persino a una giornata in montagna.

Troppo caldo per camminare, per salire una vetta. Ghiacciai disfatti, sete e sudore già negli avvicinamenti.

Persino l’arrampicata, sulle pareti disseminate a ogni quota, perde qualcosa. Anche all’ombra il grip scompare.

Sono disagi modesti, ma basta guardarsi intorno per capire che raccontano molto altro: fiumi e laghi in sofferenza, incendi, versanti sempre più instabili, piogge brevi e violentissime che innescano devastanti colate di detriti.

Mi domando se questo caldo, arrivato ormai fin quassù, possa almeno incrinare l’illusione di abitare un luogo in qualche modo al riparo.

Per molti la fatica climatica non è un disagio incontrato in vacanza. È la vita di ogni giorno.

È il raccolto che salta, l’acqua che manca, il lavoro sotto il sole dei campi, il viaggio forzato attraverso il Mediterraneo, gli incendi che tornano ogni estate.

Noi, tra montagne fresche e ricche d’acqua, abbiamo potuto permetterci di considerarlo lontano.

Forse è finita anche questa distanza.