Alle prime luci del giorno siamo in vista di quest’antenna minerale che svetta isolata in uno spazio lunare.
Attraversiamo gande e pascoli, con segni d’avvallamento conici, come piccole doline carsiche, per raggiungere la base della scaglia di dolomia stretta tra graniti e micascisti,
Dopo aver scalato sei lunghezze di corda, dalla sommità della prima struttura si percorre una vallecola scavata dal ghiacciaio, bordata su un lato da una paretina a strapiombo, costellata da curiose erosioni circolari simili a tafoni.
A distanza regolare, di pochi passi, incrociamo una selva di ragnatele tese a perpendicolo tra la roccia e il pascolo pietroso. Come le vele di un brigantino, intercettano il vento da Sud Ovest che si infila tra le rocce.
Al centro dei ricami decine di ragni attendono e si avvinghiano fulminei sull’insetto alato che finisce dentro la trappola.
Poco più avanti, un piccolo lago, contornato da eriofori, invita a proseguire la scalata.
Saliamo altri centocinquanta metri di roccia magnifica, con un singolare condensato di stili d’arrampicata, tra placche e strapiombi, sino al balcone sommitale rivolto verso le montagne del Bernina avvolte dalle nuvole.
10 lunghezze tra il V e il VII, quota tra 2100 e 2400 circa, esposizione Ovest, Nord Ovest, discesa a piedi per roccette, pascoli e rododendri
Ai pianificatori e strateghi del turismo, agli accaparratori del potere, ai professionisti senza dignità professionale, alle autorità varie e sventratori olimpici, ai coltivatori di neve “tecnica”, tutti indistintamente convinti cha la montagna sia semplicemente una natura da controllare, gestire e addomesticare a piacimento.
Agli illusi sostenitori della salvifica intermediazione tecnica, del condizionamento energivoro in grado di piegare la montagna ai propri desideri fuori misura.
Per ritrovare un minimo di collegamento con l’atmosfera in cui siamo immersi, sentire sulla pelle quel che siamo e le interrelazioni con le forze della natura da cui dipendiamo.
Suggerirei di provare a salire in questi giorni d’estate la cima più popolare della Valmalenco (Alpi Retiche) il Pizzo Scalino 3323m, per l’itinerario classico di salita, dalla Vedretta dello Scalino, così descritto nell’ultima guida dei monti d’Italia del CAI del 1996: itinerario di difficoltà F (facile) dove in genere nei mesi estivi sul ghiacciaio è presente una pista ben visibile.
Il ghiacciaio è ancora candido, la grandine del temporale serale si aggiunge alla neve residua di pimavera che ancora ricopre alcuni tratti di cresta.
Il passaggio dal duro granito alla serpentinite arriva all’orecchio prima che all’occhio. In pochi metri cambia il suono dei ramponi che graffiano la roccia, si passa da qualcosa di simile al graffio della forchetta sul piatto, ad una sensazione acustica più gradevole, prodotta dalle punte in acciaio che aggiungono nuove striature sulla più morbida pietra verde della Valmalenco.
Poco prima di afferrare le rocce rotte della cresta che conducono in vetta, un ciuffo di amianto che spunta da una fessura indica la via.
Mentre si scala su queste rocce non è infrequente imbattersi in grandi pance perfettamente levigate, afferrare e percorrrere curiose “gronde” e canali di pietra.
Sono l’azione visibile dell’erosione operata dalla combinazione del lento flusso dei ghiacciai scomparsi, dai ciottoli e frammenti di roccia saldamente inglobati nella massa di ghiaccio e del vorticoso mulinare dei torrenti subglaciali.
Se immaginiamo un sentiero di grazia di fondovalle, perfettamente conservato, percorso abitualmente e ad ogni ora da camminatori, podisti, flâneur, cani, ciclisti, nonni e bambini…questo è il vecchio sentiero di collegamento tra Chiesa e Primolo.
Un percorso che conserva-va i segni del tempo nei massi irregolari che lastricano la via, nei gradini di serpentino levigati, attorniati da fiori, tappeti di muschio e possenti radici di larice che penetrano nella montagna.
Quanti pensieri nascono mentre cammino lungo un’antica via?
Quante cose abbiamo appreso mettendo un passo avanti l’altro su queste pietre storte?
Purtroppo quando i luoghi sono resi muti dalla cecità e dall’abitudine diventa facile annientarli.
Così nelle ultime ore è comparso il miniescavatore d’ordinanza, arnese irrinunciabile per l’illusione della ciclovia, a smuovere terra, intasare di fango le irregolarità, spostare pietre, smussare gradini, estirpare i cespugli.
Un colpo basso, un colpo al cuore.
Pare restino ancora tante meraviglie da seviziare lungo la tratta Primolo San Giuseppe, Canciano-Muretto e alpe Prabello- Piazzo Cavalli.
Per pietà, fermiamoci, paghiamo piuttosto le ditte incaricate dei lavori perché non facciano più nulla, non tocchino una radice, non smuovano un sasso.
I nostri figli ne saranno grati.
P.s. dove sta il senso di togliere spazio a chi percorre ampiamente la mulattiera (è una delle più utilizzate) per creare potenziali conflitti?
Leggo ora dell’interdizione, causa rifacimento milionario, del glorioso rifugio Carrel alla Gran Becca. Premesso che l’unica volta che ho salito la montagna perfetta dell’immaginario, nonchè santuario dell’alpinismo, son partito dal basso, per terrore del pernotto asfissiante e dell’assalto mattutino alla corda della sveglia…mi chiedo quando avremo il coraggio di rimuovere i rifugi ormai decadenti e a fine vita in altissima quota anziché ricostruirli?
In tal modo il Matterhorn, ma vale anche per tante altre montagne servite da altissime capanne (Bernina incluso), potrà respirare e scrollarsi di dosso le processioni d’assalto alla cima. E chi se ne frega, quando non avrò più gambe e fiato per condurre compagni di cordata partendo da quote più ragionevoli sarà il momento di andare altrove.
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