Fa a gara con le chiome dei faggi per chi ha il verde più brillante.
Nasce dove la luce arriva già stanca, filtrata dagli abeti secolari, e proprio lì trova la sua intensità. Tappezza il sottobosco senza imporsi, come se conoscesse esattamente la misura dello spazio che abita, compare dove la scalata si esaurisce. Dove le placche di granito, dopo il nostro passaggio, smettono di essere parete e tornano semplicemente pietra.
Ci sono linee così belle da far nascere un dubbio: mostrarle ancora, davvero? O non è già troppo?
Forse oggi il limite non è più l’accesso, ma l’esposizione. Non la difficoltà di arrivare, ma l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo. I luoghi circolano prima ancora di essere vissuti, consumati in anticipo, già visti.
Sottrarre allora non è negare, ma restituire misura. Come nel bosco, niente si offre interamente, tutto si lascia incontrare. La bellezza non si espone, si lascia intravedere.
E forse è questo il punto, non custodire segreti, ma evitare di esaurirli. Lasciare qualcosa in sospeso, non per nascondere, ma per continuare a desiderare.
Non serve nemmeno alzare la voce, basta guardare cosa accade, nello stesso momento, nello stesso spazio alpino, per capire quanto una scelta possa essere rivelatrice.
Metà maggio, primavera piena: le montagne si risvegliano, l’acqua corre, i prati respirano. Tre valli confinanti, nel cuore delle Alpi, tre modi diversi di abitare — o consumare — lo stesso tempo.
Val Masino Da oltre vent’anni accade qualcosa di semplice e, proprio per questo, raro: il Melloblocco. Persone che arrivano da tutto il mondo non per conquistare, ma per misurarsi. Nessuna tribuna, nessun motore, nessuna infrastruttura invasiva. Solo corpi, roccia e gravità. Il bouldering è essenziale, scala ciò che c’è, accetta il limite, si muove leggero. È un popolo giovane, internazionale, colorato. Ma soprattutto è un popolo che — con tutte le inevitabili contraddizioni — ha interiorizzato una regola basilare: sei ospite, muoviti libero, ma rispetta luoghi e persone. La montagna non è scenografia. È interlocutore.
Valposchiavo. Appena oltre il confine, un’altra scelta. La Festa Danzante, nata a Zurigo nel 2006 e diffusa in tutta la Svizzera, arriva anche qui. La danza esce dai teatri e si posa nelle piazze, nei cortili, negli spazi quotidiani. Non invade, ma attraversa. Non impone, ma invita. È un linguaggio che non lascia traccia se non nella memoria di chi guarda e di chi partecipa. Il paesaggio resta integro, ma si arricchisce di senso. Anche qui, la valle non si vende, si racconta.
Valmalenco. Nel mezzo. Con il Pizzo Bernina a fare da riferimento simbolico. Eppure, ancora una volta, la scelta è un’altra: il ritorno del rally.
Non serve discutere di motori, di sport, di passione — argomenti legittimi, altrove. Qui la domanda è più semplice, cosa c’entra tutto questo con la montagna?
Perché una valle, nel momento più delicato dell’anno, decide di offrirsi come pista? Perché appaltare suono, aria, odori, percezione — tutto ciò che definisce l’esperienza alpina — a un evento che della montagna utilizza solo lo sfondo?
Non è una questione estetica. È una questione di senso.
Da una parte c’è chi costruisce proposte che nascono dai luoghi: la roccia, i corpi, il ritmo di una primavera che si lascia attraversare. Dall’altra c’è chi importa un format e lo cala ovunque, indifferente al contesto.
La domanda resta, inevitabile: perché?
Non si tratta di demonizzare. Si tratta di scegliere. Perché le valli, oggi, sono chiamate a dire chi vogliono essere — non a parole, ma attraverso ciò che ospitano.
La Val Masino ha scelto di essere roccia e relazione. La Valposchiavo ha scelto di essere gesto e cultura. La Valmalenco, che non ha mai avuto tradizioni rallystiche, sceglie di consegnarsi all’asfalto.
È una dichiarazione, non è una scelta neutra. È una scelta precisa, basta guardare i fatti. La montagna non è un supporto qualsiasi, non è uno sfondo intercambiabile, non è uno spazio vuoto da riempire con qualunque attività.
È un ambiente con caratteristiche proprie, limiti evidenti, equilibri delicati. E questi elementi indicano già, in modo abbastanza chiaro, cosa è coerente farci e cosa no.
Se questo viene ignorato, il risultato è semplice: alcune valli costruiscono proposte che nascono dal luogo, altre ospitano eventi che potrebbero svolgersi ovunque, senza differenza.
Nel frattempo, dove il contesto viene rispettato, le persone continuano ad arrivare, senza sacrificare ciò che rende quei luoghi belli.
L’unica nevicata vera arriva quando l’inverno è già stanco. Una coperta di bianco spesso, quasi di feltro, che si lascia attraversare solo lungo pendii più quieti. Neve pesante, intrisa d’acqua, perfetta per pupazzi e battaglie a palle di neve. Un po’ meno per tracciare una linea in salita o disegnare curve leggere.
Ogni passo affonda, ogni metro si conquista. Poi però le nuvole si aprono e le lame di luce tagliano il grigio. E in quell’istante tutta la fatica trova il suo senso.
PS: grazie ai giovani Melissa, Andrea e Lollo per aver aperto il cammino là davanti. Senza di voi sarebbe stata molto più lunga.
Al centro della foto, ricevuta da un amico, si osserva una nuova frana scesa probabilmente negli ultimi giorni sulla parete Nord del Cassandra. Non è gigantesca, ma ha comunque modificato un tratto di parete ormai da qualche anno spoglio di ghiaccio e neve — salvo la recente spolverata che vela appena le forme. Il cono di detrito si apre come un ventaglio dal punto di crollo, fino a raggiungere il ghiacciaio del Ventina.
È la montagna che cambia pelle. Crolli e frane sono sempre avvenuti, ma la drastica riduzione del ghiaccio, la minor copertura nevosa e la degradazione del permafrost non possono che favorire l’aumento dei processi di instabilità naturale.
Dovremo farci il callo. Detriti, rocce rotte, brusche oscillazioni termiche che agevolano i distacchi. Il facile che si trasforma in difficile o impossibile. Nuovi occhi, nuove antenne, per abitare l’instabile.
Parete Nord Cassandra 2025 (foto Alfredo Lenatti)Parete Nord Cassandra (foto guida CAI Touring 1975)
Nel cuore della Valtellina, laddove le vette parlano con il vento e i torrenti raccontano storie antiche di ghiaccio e di pietra, torna a rombare il rally Coppa Valtellina. Un evento che, anno dopo anno, pare ostinarsi a occupare uno spazio che non gli appartiene più — né culturalmente, né ecologicamente.
Mentre si moltiplicano i proclami sulla necessità di una transizione ecologica e il mondo alpino interroga sé stesso sul senso del limite, la Valtellina sceglie – ancora una volta – la strada più rumorosa.
Un evento accostato, con enfasi retorica, addirittura alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Forse perché rappresenta una pratica anacronistica, predatoria ed energivora?
Non è una questione di essere contro i motori o lo sport. È una questione di misura, di contesto, di ascolto. Perché la Valmalenco e le valli attorno a Sondrio non sono piste. Sono ecosistemi fragili, sono territori abitati da chi cerca un equilibrio con l’ambiente, percorsi da chi cammina per sentire il rumore dell’erba sotto gli scarponi, non lo scoppio secco di uno scarico modificato.
Il rally oggi, è un evento fuori tempo: organizzare una gara automobilistica su strade di montagna suona come un paradosso assordante. È un ritorno a all’idea di montagna come scenario da consumare e non da vivere, da attraversare ad alta velocità senza fermarsi a comprenderla.
È anche un evento fuori misura: i suoi numeri, decibel, emissioni, impatto sulla fauna, mal si conciliano con un territorio che avrebbe bisogno di silenzio, ascolto e rigenerazione. Ogni tornante preso a tutta velocità è un’occasione persa per proporre un turismo diverso, più consapevole, più in sintonia con i ritmi della montagna.
C’è poi il danno turistico, perché chi sceglie di venire in Valmalenco, in Valtellina, lo fa per altri motivi. Per il silenzio, la bellezza autentica, la possibilità di rallentare e respirare, nessuno viene qui per essere disturbato da motori urlanti, code, strade chiuse e rumori fuori scala. La montagna che attira non è quella che romba, ma quella che sussurra.
E non possiamo ignorare il messaggio profondamente diseducativo che un evento del genere trasmette alle nuove generazioni. Se abituiamo i giovani al rumore, all’alterazione chiassosa del paesaggio per puro spettacolo, finiamo per togliere loro la possibilità di sviluppare sensibilità, rispetto, senso del limite.
Ma la domanda più inquietante è: come possono Sondrio, già insignita del titolo di Città Alpina e la Valmalenco, perla delle Retiche, presentarsi come “salotto buono” per una pratica di questo tipo? Quale coerenza esiste tra il rilancio delle Alpi come spazio di equilibrio, cultura e natura… e il concedere i propri centri urbani e le strade di valle a un evento che ne contraddice ogni intento?
Quale turismo consapevole, duraturo, predisposto a conoscere e rispettare la natura può essere richiamato da una gara di questo tipo? È difficile pensare che chi viene per il rombo dei motori si fermi a conoscere i sentieri, la storia geologica, naturale e umana di queste valli. È invece molto probabile che chi è attratto dal silenzio e dalla bellezza sobria della montagna ne venga allontanato.
In fondo, non siamo così lontani da ciò che negli Stati Uniti viene definito “rolling coal”: la pratica di truccare i motori per produrre nuvole di fumo nero, come sfregio verso chi si preoccupa del clima. Un gesto ostentatamente anti-ecologico, trasformato in spettacolo.
Ciò che accade da noi è forse meno esplicito, ma non meno grave. Perché porta con sé l’ipocrisia di chi si nasconde dietro lo sport e l’indotto economico. Ma se il prezzo da pagare è la perdita di senso, allora forse non possiamo più permettercelo.
Infine, è un evento fuori luogo, la Valmalenco non ha bisogno di un rally per raccontarsi, ha bisogno di chi la attraversa con rispetto, di chi ne studia gli angoli nascosti e ne segue le tracce sulla neve.
Ha bisogno visione, non di fumo. Di coraggio, non di gas di scarico.
È un atto d’amore per la montagna, per chi la vive, per chi la abiterà dopo di noi. Scegliere di non correre, per una volta, è forse l’unico modo per non andare fuori strada.
Il rombo dei motori sotto lo sguardo silenzioso del Pizzo Scalino. Due mondi che non si parlano
L’inverno arido trasforma cime minori, normalmente ignorate in estate, in spazi di grande bellezza, dove tutto quello che si ascolta e attraversa si fa interessante.
E’ un piccolo viaggio lontani dal fondovalle invaso dall’ombra, utile ad imparare a conoscere tante cose e stringere amicizia con la montagna.
Un’occasione per uscire da perimetri noti e fare incontri inattesi con aquile e camosci.
Qui è difficile ignorare il mondo attorno, con creste, luce e dirupi che alimentano i pensieri.
Risaliamo il grande conoide di detrito ricoperto di larici in fiamme.
Raggiunto l’alberello bonsai che cresce alla quota più alta, tra sassaie rugginose, miriamo a un canale ascendente che porta dentro la montagna.
Seguiamo i frammenti di preda soprafina caduti dall’alto, tra cenge e piccoli salti di roccia, trasportati dalle valanghe.
La pietra si riconosce per via del colore verde uniforme, la tessitura fine, oltre ad essere tenera e facilmente erodibile. A volte conserva ancora i segni dell’asisc, il piccone a due punte con cui veniva estratto a mano dalle pareti il ciapùn, il grosso frammento di roccia poi lavorato al tornio per ricavarne olle (levéc’) in pietra ollare.
Dopo qualche passo d’arrampicata troviamo lo stretto filone di pietra incassato tra le serpentiniti, inseguito fino quassù dagli antichi minatori alla ricerca della pietra migliore, quella soprafina!
A 2500m si incontrano le prime strette cavità (trone), dove il filone è stato completamente rimosso nel corso dei secoli.
Si tratta di piccoli spazi angusti, dove al lume dei pini silvestri, uomini a carponi intagliavano e portavano all’esterno blocchi a forma tronco conica di cloritoscisto, del peso da 40 Kg fino al quintale. Sulle pareti numerose incisioni riportano date e nomi, la più antica 1560!
Una piccola sorgente allaga il fondo, è la riserva d’acqua per chi lavorava quassù.
Raggiungiamo l’aquilone di pietra, con la nebbia che invade il fondovalle sembra ancor di più in bilico, sospeso sull’abisso.
Riposiamo in silenzio, accucciati, a picco sulla Còsta di Crásc (dei gracchi alpini), osserviamo in basso i cordoni e i lobi caotici di uno dei più grandi rock glacier relitti di Lombardia, prima di reimmergerci nelle brume di questa speciale giornata d’autunno.
Grazie e Paolo per le foto e a Silvio per il cafè del pignatin offerto nella sua baita al Giümélin.
Ai pianificatori e strateghi del turismo, agli accaparratori del potere, ai professionisti senza dignità professionale, alle autorità varie e sventratori olimpici, ai coltivatori di neve “tecnica”, tutti indistintamente convinti cha la montagna sia semplicemente una natura da controllare, gestire e addomesticare a piacimento.
Agli illusi sostenitori della salvifica intermediazione tecnica, del condizionamento energivoro in grado di piegare la montagna ai propri desideri fuori misura.
Per ritrovare un minimo di collegamento con l’atmosfera in cui siamo immersi, sentire sulla pelle quel che siamo e le interrelazioni con le forze della natura da cui dipendiamo.
Suggerirei di provare a salire in questi giorni d’estate la cima più popolare della Valmalenco (Alpi Retiche) il Pizzo Scalino 3323m, per l’itinerario classico di salita, dalla Vedretta dello Scalino, così descritto nell’ultima guida dei monti d’Italia del CAI del 1996: itinerario di difficoltà F (facile) dove in genere nei mesi estivi sul ghiacciaio è presente una pista ben visibile.
Mentre si scala su queste rocce non è infrequente imbattersi in grandi pance perfettamente levigate, afferrare e percorrrere curiose “gronde” e canali di pietra.
Sono l’azione visibile dell’erosione operata dalla combinazione del lento flusso dei ghiacciai scomparsi, dai ciottoli e frammenti di roccia saldamente inglobati nella massa di ghiaccio e del vorticoso mulinare dei torrenti subglaciali.
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