“Adesso fate voi la traccia. Tenete il margine dell’ombra proiettata dal Pizzo Giumellino sul ghiacciaio del Ventina, poi uscite al ripiano superiore.”
Non serve aggiungere altro. I ragazzi capiscono subito, si dispongono, esitano un attimo – il tempo di leggere la neve – e poi partono. C’è qualcosa di bello in questo slancio, non è solo energia fisica, è curiosità che prende forma, è desiderio di uscire da uno schema.
Sono sciatori agonisti, abituati a ritmi, pali, ripetizioni. Qui invece il gesto cambia, si allunga, si distende. La salita con le pelli diventa un esercizio nuovo, a tratti ancora da capire. Ma è lì che si apre lo spazio interessante, nell’imprecisione iniziale, nel passo che cerca un equilibrio diverso, nell’ascolto.
Seguono l’ombra come una linea naturale, tracciata dalla montagna prima ancora che da loro. Una traccia che non è imposta, ma trovata.
È fine stagione. La neve, trasformata e finalmente assestata da una notte serena, restituisce il piacere di scivolare. In discesa arrivano le curve che si adattano al pendio, ampie, strette, pulite, meno “costruite” del solito. Più vere, forse. C’è meno tecnica esibita e più relazione con il terreno.
Qualcuno è alla prima esperienza con le pelli. Si vede, nell’entusiasmo e in una forma di libertà che in pista forse non trova spazio.
È una variazione minima, eppure significativa. Uscire dalla routine dell’allenamento per entrare, anche solo per qualche ora, in un altro modo di stare sulla neve più silenzioso e meno codificato.
Ed è proprio qui che succede qualcosa, non nell’eccezionalità, ma nella variazione, nel passaggio da ciò che si ripete a ciò che accade.


































































