Mentre la colonna d’auto dirige verso i campi di neve “tecnica”, che nulla può contro il termometro impazzito di questi giorni, troviamo rifugio sul granito precocemente riscaldato dal sole.
Scalata solare, deserta, utile a mettersi in rispettoso ascolto del clima che cambia, forse molto più in fretta rispetto ai nostri comportamenti..
Questa foto scattata in un contesto tutt’altro che naturale, in centro a Milano, pochi giorni fa, racconta quante “cose” nascoste normalmente non siamo in grado di vedere.
Un piccolo indizio che racconta quel che sarà il nostro approccio alla montagna anche per l’anno che verrà, orientato all’ esplorazione, curiosità e ricerca, dove poter sperimentare rischi, imprevisti, errori e scoperte e pure nel tentar di notare quel che non si è mai visto prima..
In fondo è bello accorgersi di non conoscere quel che si pensa di sapere e che l’esplorazione critica apre ovunque, anche in luoghi assai familiari, sterminate ispirazioni e vie di salita.
Continueremo ad allenare soprattutto i “muscoli” percettivi, gli unici in grado di governare la complessità, per migliorare i nostri sguardi e per far emergere nuove domande utili a svelare nuove connessioni.
Proveremo ancora a perderci, per far spazio all’inaspettato, per imparare a riconoscere ancor più queste montagne e forse un po’anche a curarle.
Per iniziare a muoversi fuori dalle piste battute, il miglior richiamo possibile del reale è stabilire sin da subito un contatto diretto e sensibile con la neve.
A volte vedere non è sufficiente per aver prova della realtà, infatti le migliori informazioni tattili e spaziali sono raccolte a livello del piede per poi essere convogliate all’istante al nostro cervello.
Solo al buio possiamo percepire al meglio il pendio, la traccia, le continue variazioni della neve, le oscillazioni del nostro corpo, con un contributo fondamentale alla funzione dell’equilibrio e della comprensione di quel che accade mentre ci muoviamo.
Attivare una buona funzione recettoriale vien prima di mille parole o argomentazioni tecniche brillanti, ma spesso ingannevoli…
Solo al buio ci accorgiamo che non sono solo gli altri a fare rumore e che forse l’udito è il senso dell’interiorità.
Quanto impariamo in un fazzoletto di prato muovendoci al buio? Quanto educhiamo l’orecchio mentre un vitello albino di poche settimane si avvicina furtivo ad annusare nella neve?
La prima escursione ghiacciata serve a raccordarsi con il gelo. La neve zuccherosa si scansa facilmente, mentre il suono dell’acqua sotto la cascata cambia ad ogni colpo di piccozza.
Turbini di fiocchi e profumo di resina si rincorrono.
Vien voglia di tornare.
Note per le escursioni ghiacciate:
si va in pochi, due, tre di rado, per apprendere il silenzio e svestirci dal rumore che ci portiamo dietro;
di solito con nessuno sopra la testa o attorno;
attrezzi e tecnica sono solo il “mezzo” utile per attraversare questi spazi nascosti, normalmente non percorribili;
le sensazioni sono strumenti fondamentali per esplorare il terreno ghiacciato;
il ghiaccio cambia in continuazione e noi con lui, il ghiaccio va vissuto in continua metamorfosi.
Contattatemi per programmare la vostra escursione ghiacciata.
L’inverno non è ancora cominciato e la cronaca già riporta i primi tristi resoconti degli incidenti in valanga.
La prima cosa da non fare è rilasciare impressioni, valutazioni e giudizi. Se non si è testimoni diretti degli accadimenti, considerata l’estrema variabilità della neve, nel tempo e nello spazio, ogni osservazione può essere fuorviante.
Possiamo però ricordarci che non è infrequente cadere nelle trappole, indipendentemente dal grado di preparazione o competenza e, senza accorgercene, inoltrarci oltre misura rispetto alle nostre capacità del momento.
Percepiamo la realtà? O quello che ci fa comodo vedere?
L’epoca degli impianti leggeri e poco impattanti è tramontata da un pezzo. Quest’anno per la prima volta da decenni, eccezion fatta per l’ultima stagione pandemica, è molto probabile che non mi munirò di ski pass.
Farò semplicemente lo sciatore di montagna, e pure il maestro per chi lo vorrà, con risalite supportate dalla sola energia dei propri muscoli, per inseguire la “curva perfetta”, per rubare un titolo al Professor Daidola, che di sci, e non solo, se ne intende.
Sulla montagna bianca le uniche “regole” cui siamo soggetti sono quelle della natura, non quelle scritte da altri uomini. Eppure le recenti norme approvate sulla “sicurezza nelle discipline sportive invernali”, in vigore dal 1 gennaio 2022, contengono nuovi obblighi e sanzioni ed equiparano definitivamente lo sci in pista alla circolazione stradale, allontanandoci ulteriormente dal concetto di autoprotezione e assunzione di responsabilità.
Di questo passo gli spazi per scivolare liberi (con scelte consapevoli e responsabili) verranno rimpiazzati da luoghi di transito sempre più artificiosi e delimitati da recinti…
Alcuni luoghi e situazioni hanno il dono di far star bene. Attraversarli significa dissolvere ogni amarezza e sperimentare una sospensione del tempo.
Non è sufficiente farsi centinaia di metri di scalata, occorre avvertire con lucidità la propria presenza tra le rocce. In fondo la serenità di un luogo, la sua bellezza, è soprattutto un fatto di sguardo, un privilegio accordato in una mattina d’autunno, con le foglie da soffiare via dagli appigli, con la pioggia è in arrivo.
Il calcare solare delle Prealpi inizia a svelarsi nel tardo autunno, finalmente libero dal caldo, dall’umidità e dal groviglio vegetale che l’assale d’estate.
Mentre il freddo ristagna giù in basso, possiamo dedicarci senza fretta al piacere della scalata, al recupero di un “sapere istintivo”, senza l’obbligo di riporre ogni fiducia nel cervello, negli schemi motori e nel ferrame che ci portiamo addosso.
Se si sospende l’azione degli altri sensi, i suoni della montagna scavalcano gli ostacoli e si fanno sentire!
Le orecchie sono sempre aperte e possiamo udire giorno e notte e, in un ascolto continuo, continuamente apprendere.
Per intendere i suoni della montagna e allenare la sensibilità acustica esploriamo i acqui cuèrci, infiliamo la testa tra i blocchi della “ganda” glaciale millenaria e restiamo in ascolto….
La parete è assai bella, piacevole iniziazione alle più impegnative salite in quota, con una magnifica vista sui ghiacciai, il Disgrazia e le montagne attorno. Chiamarlo Torrione pareva però un filo esagerato, d’altronde pure una vecchia guida d’arrampicata lo definiva torrone…
Il nome originario ëlCastèl o Sasa dël gaiùm, ritrovato nelle pagine ingiallite dell’inventario dei toponimi locali, non è forse più appropriato?
“Castèl (ël), punta rocciosa, a SO del lago Pirola. E’ pure detto: la sasa dël gaiùm. Ritenuta innominata è stata (erroneamente!) ribattezzata da alpinisti Torrione Porro (e il CAI anziché correggere, ratifica).”
Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. A. MASA – G. DE SIMONI (a cura), Comune di Chiesa Valmalenco, Sondrio 1976.
Nelle immagini: la sasa dël gaiùm, il Bajkal della Valmalenco (lago Pirola) e il Patriarca millenario pronto ad affrontare un nuovo inverno.
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