Stare quassù per due giorni cambia qualcosa.
Lo vedo ogni volta che accompagno un gruppo in natura, ma forse soprattutto quando le persone arrivano dalla loro quotidianità lavorativa e si trovano a condividere uno spazio che non è stato costruito per loro.
All’inizio ciascuno porta con sé il proprio ritmo, le proprie abitudini, il proprio modo di guardare. Poi, poco alla volta, qualcosa si sposta.
La grammatica dell’adesso prende il posto di quella consueta.
Si comincia a vedere.

Le rocce nude, diverse una dall’altra. I torrenti, le morene, i laghi. I ghiacciai, dove ancora resistono. Gli spazi che si aprono oltre il limite del bosco.
E gli ultimi alberi.
Larici e cembri che affondano le radici tra i macigni. Un patriarca di mille e più anni, davanti al quale la nostra misura del tempo perde significato.
La natura non ci sta aspettando e non ci sta offrendo una lezione.
Semplicemente è lì.

Per attraversare questi luoghi bisogna prestare attenzione, decidere, aspettare, cambiare passo.
A volte fermarsi.
È qui che la formazione diventa interessante.
Non ci sono l’aula, le slide, gli esercizi costruiti a tavolino. Non c’è bisogno di simulare una situazione per osservare come ci comportiamo dentro una situazione.
La situazione c’è.

Una salita, un passaggio più impegnativo, una traccia da leggere, la fatica che arriva. E soprattutto gli altri.
Persone che si conoscevano attraverso un ruolo, una funzione, qui diventano semplicemente compagni di cammino.
Quando lo sguardo viene preso dalle cime, dalla luce più radente dell’autunno in arrivo, i pensieri abituali sembrano perdere per qualche ora la loro presa.
Ci si accorge che si può stare dentro una situazione senza doverla controllare tutta.
Forse è questo che due giornate in natura possono offrire a un gruppo di lavoro.
Non una parentesi dalla realtà, ma un modo diverso di guardare, ascoltare e decidere insieme.































