Archivi per la categoria ‘apprendere sul campo’

Dove succedono le cose

venerdì, 30 Ottobre 2026

Nuvole, poi una pioggia fine. Il gruppo si incammina nella valle insolitamente deserta.

Ci presentiamo lungo il cammino. Nel prato, un vitello è nato da poco. È ancora bagnato, il cordone ombelicale attaccato. La madre lo lecca e ci osserva guardinga mentre attraversiamo il pascolo.

Sul granito inclinato, mani e piedi cercano appoggio. La roccia si lascia leggere da vicino, nella grana ruvida e nelle vene aplitiche che sporgono dalla superficie.

Entriamo nella riserva senza incontrare nessuno. Ci fermiamo, ascoltiamo, osserviamo dettagli che il passo abituale lascia indietro.

Poi viene la notte. La luna disegna sulle pareti le pieghe della roccia, fa emergere rilievi e ombre. Il paesaggio cambia senza muoversi.

Al mattino ripartiamo cercando il sole. Ci aspettano le cascate, i salti di roccia, l’acqua che attraversa il granito. Si osserva, ci si aiuta a trovare un passaggio, ognuno mette a disposizione qualcosa.

È una formazione aziendale, ma per qualche giorno si lavora in un altro modo, a contatto diretto con il mondo in salita e con ciò che accade.

Alla fine ci ritroviamo a condividere quello che è successo. Cosa ci portiamo a casa?

Una misura comune

martedì, 20 Ottobre 2026

Da diversi anni lavoro con gruppi di persone in percorsi di apprendimento in natura.

Ragazzi delle scuole, organizzazioni e aziende. Cambiano le persone e gli obiettivi, ma alcune cose tornano.

Ho imparato che non servono necessariamente prove spettacolari per mettersi in gioco.

Le sfide e le prove di coraggio, anche quando il coraggio è tra virgolette, possono accendere entusiasmi improvvisi, non sempre destinati a durare.

Più difficile, e forse più interessante, è creare le condizioni perché le persone entrino in relazione con gli spazi attraversati e tra di loro. Lo si intuisce dai volti che si distendono, dal respiro che si allarga, dal telefono che resta finalmente nello zaino.

Nasce allora un modo di esplorare insieme, mettersi in ascolto e scoprire qualcosa che da soli non avremmo visto.

La montagna non fa da sfondo. È parte dell’esperienza. È l’erba su cui si corre, il terreno che cambia sotto i piedi, la presenza degli altri, una difficoltà da attraversare insieme.

I ruoli abituali si allentano, le distanze cambiano. A volte basta un gioco per far affiorare sorrisi e risate che in altri contesti sarebbero rimasti nascosti.

Fuori dagli ambienti consueti, collaborare e comunicare smettono di essere parole da presentazione aziendale. Diventano gesti concreti, tentativi, aggiustamenti, occasioni per trovare una misura comune. Non sempre senza attriti, né senza qualche inciampo.

Forse è anche questo che cerco in questi percorsi: recuperare un rapporto diretto con la montagna, lasciarle lo spazio per suggerire domande e possibilità, senza pretendere di governare ogni passaggio. Imparare a osservare, prendere decisioni, condividere un’esperienza senza sapere già, fino in fondo, dove ci porterà.

Le giornate passano in fretta, per me come per chi partecipa.

Alla fine, dopo aver ripercorso i momenti della giornata e le sensazioni che li hanno accompagnati e magari intravisto qualche significato o nuova possibilità, sono stanco come dopo un’ascensione in quota, ma con la soddisfazione che nasce quando l’esperienza ha trovato una sua direzione.

Quello che ci sfugge

domenica, 11 Ottobre 2026

In cammino con gli studenti di Scienze naturali dell’Università di Pavia, tra pietre, boschi e corsi d’acqua.

L’intorno non è soltanto qualcosa da osservare o da spiegare. È fatto di storie geologiche, tracce lasciate dall’uomo, forme di vita e relazioni che spesso sfuggono a uno sguardo frettoloso.

A volte, per capire meglio, occorre tornare alle cose, guardarle da vicino e lasciare che siano loro, prima delle risposte, a farsi conoscere.

Non tutto si lascia conoscere. E le domande, a volte, contano più delle risposte.

Riconoscere la complessità non significa complicarsi la vita, ma lasciare aperta la possibilità di scoprire qualcosa che ancora non sappiamo.

Senza dimenticare che le forme viventi si organizzano secondo logiche che non perseguono affatto i nostri piccoli scopi umani.

Costruire mondi

giovedì, 1 Ottobre 2026

Il letto asciutto del torrente è un invito al gioco. Avete mai visto un bambino non attratto dai sassi del greto? Macigni e ciottoli, sabbia e ghiaia, orizzonti stratificati dal tempo e dall’energia delle piene che diventano uno spazio libero di gioco.

Ben diverso dalle tristi “sabbiere” dei parchi urbani, presto trasformate in toilette per cani, qui tutto è scoperta.

I bambini esplorano i sassi, li mettono  in tasca, oppure li selezionano in base al colore, alla forma, a ciò che richiamano: mostri o animali o altre fantasie.

Presto compaiono costruzioni dal senso stravagante e immaginifico. Una scultura per ogni bambino. Si comincia e non si finisce più.

Un sorriso per ognuno, una biblioteca di rocce, una connessione sul campo che inventa una scuola nuova.

La grammatica dell’adesso

lunedì, 14 Settembre 2026

Stare quassù per due giorni cambia qualcosa.

Lo vedo ogni volta che accompagno un gruppo in natura, ma forse soprattutto quando le persone arrivano dalla loro quotidianità lavorativa e si trovano a condividere uno spazio che non è stato costruito per loro.

All’inizio ciascuno porta con sé il proprio ritmo, le proprie abitudini, il proprio modo di guardare. Poi, poco alla volta, qualcosa si sposta.

La grammatica dell’adesso prende il posto di quella consueta.

Si comincia a vedere.

Le rocce nude, diverse una dall’altra. I torrenti, le morene, i laghi. I ghiacciai, dove ancora resistono. Gli spazi che si aprono oltre il limite del bosco.

E gli ultimi alberi.

Larici e cembri che affondano le radici tra i macigni. Un patriarca di mille e più anni, davanti al quale la nostra misura del tempo perde significato.

La natura non ci sta aspettando e non ci sta offrendo una lezione.

Semplicemente è lì.

Per attraversare questi luoghi bisogna prestare attenzione, decidere, aspettare, cambiare passo.

A volte fermarsi.

È qui che la formazione diventa interessante.

Non ci sono l’aula, le slide, gli esercizi costruiti a tavolino. Non c’è bisogno di simulare una situazione per osservare come ci comportiamo dentro una situazione.

La situazione c’è.

Una salita, un passaggio più impegnativo, una traccia da leggere, la fatica che arriva. E soprattutto gli altri.

Persone che si conoscevano attraverso un ruolo, una funzione, qui diventano semplicemente compagni di cammino.

Quando lo sguardo viene preso dalle cime, dalla luce più radente dell’autunno in arrivo, i pensieri abituali sembrano perdere per qualche ora la loro presa.

Ci si accorge che si può stare dentro una situazione senza doverla controllare tutta.

Forse è questo che due giornate in natura possono offrire a un gruppo di lavoro.

Non una parentesi dalla realtà, ma un modo diverso di guardare, ascoltare e decidere insieme.

Diamo forma a quel che non si vede

domenica, 2 Agosto 2026

In fondo prendiamo coscienza di quello che ci circonda attraverso il sentire. Il sentire precede il sapere.

Le risonanze percettive sono e restano il modo più immediato per capire quel che sta accadendo attorno a noi.

In montagna ci permettono di registrare il presente e, da qui, decidere ogni nostra azione e comportamento. Immagini, suoni, profumi, contatti e sapori ci restituiscono il senso di quel che stiamo attraversando.

Ognuno si muove in un proprio universo di sensi, legato alla propria storia personale e all’educazione che ha ricevuto. C’è il bosco dell’indigeno, del bracconiere, del turista distratto, di chi si è perso. La foresta del cercatore di alberi, ma anche quella degli animali che la abitano e delle piante stesse.

Non esiste una verità del bosco, ma una moltitudine di percezioni, tutte diverse.

Così come non esiste un intorno che possa essere restituito soltanto attraverso un’immagine, dove la vista diventa il riferimento principale.

Proviamo a dare forma anche a quello che non si vede.

Leggere la montagna, un laboratorio per allenare l’attenzione.

Chiareggio, 1 agosto 2026.

Non tutti gli ostacoli vanno rimossi

martedì, 9 Giugno 2026

Le rocce non sono una realtà da cui tenere lontani i bambini, ma uno spazio dove fare scuola.

Siamo abituati a pensare che il compito degli adulti sia eliminare ogni possibile ostacolo dal cammino dei più piccoli. Rendere gli spazi sempre più sicuri, prevedibili, controllati. Superfici lisce, percorsi livellati, giochi certificati, rischi ridotti al minimo.

Eppure cresce il dubbio che il problema non siano tanto i pericoli che i bambini incontrano nella loro vita quotidiana, quanto quelli che non incontrano più.

Non perché servano situazioni pericolose. Al contrario.

Perché servono occasioni per confrontarsi gradualmente con la realtà, con la sua complessità, le sue asperità, i suoi piccoli imprevisti.

Un terreno sconnesso, una radice, una pietra da aggirare. Una roccia da risalire a quattro zampe.

Esperienze che permettono di mettere in gioco capacità psicomotorie innate e che aiutano a costruire fiducia nelle proprie possibilità.

L’iperprotezione rischia infatti di produrre una forma paradossale di fragilità. Bambini continuamente protetti dal mondo reale, ma sempre meno preparati ad affrontarlo.

In pericolo non per eccesso di esposizione, ma per inazione.

Per questo le uscite in natura rappresentano molto più di una semplice attività ricreativa.

Sono esperienze di realtà vera, nelle quali corpo, movimento e sensi tornano ad avere un ruolo centrale.

Durante una recente uscita con la scuola dell’infanzia abbiamo camminato, osservato, raccolto materiali, costruito piccole dighe, ascoltato l’acqua e, soprattutto, scalato.

Semplicemente rocce, grandi da suscitare curiosità e sufficientemente accessibili da permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di salirle.

A quattro zampe. In piedi, con l’aiuto di un compagno, fermandosi a metà. Riprovando.

Ogni bambino secondo i propri tempi.

Dove il ruolo dell’adulto è creare le condizioni migliori affinché possano fare esperienza, accompagnare senza invadere e sorvegliare, senza togliere significato alla scoperta che la realtà può essere difficile, talvolta persino ostile, ma proprio per questo degna di essere conosciuta. (foto E. Borla)

Il come prima del dove

domenica, 2 Novembre 2025

Cammino, arrampicata e ascolto: esperienze per abitare la montagna.

Un giorno o due, per trovare sintonia con l’intorno e con sé stessi.
Ci si incontra, si parte senza fretta, si osserva come cambiano la luce, il vento, il passo. L’intorno diventa campo d’esperienza, non sfondo.
Prima comprendiamo cosa accade attorno a noi, poi cerchiamo di capire come superare gli ostacoli, con quali tecniche, e solo alla fine con gli strumenti giusti. Più che il dove, importa il come.
La montagna insegna a leggere, a scegliere, a rallentare o correre.

Nel muoversi tra sentieri e pareti si alternano cammino e arrampicata, gesti semplici e concentrazione. Si esplorano indizi, pillole di orientamento, lettura del terreno e della roccia, stima dei tempi, percezione dei pericoli e degli scenari.
L’impegno fisico e tecnico cresce con naturalezza, passo dopo passo, calibrato sulle persone e sul momento.

Gli incontri inattesi, le sorprese, i mutamenti del meteo o dell’umore diventano parte del gioco, occasioni per allenare l’attenzione e l’ascolto, dentro e fuori.
Scoprire che il vento non soffia solo sulle creste, ma anche nei pensieri.

Quando si allunga il tempo – due giorni in montagna, con una notte in bivacco o in baita – tutto si fa più denso, la luce del tramonto, il silenzio, i gesti condivisi.
L’esperienza diventa più profonda, più essenziale. Le conoscenze si sedimentano nei movimenti, nella postura, nello sguardo.

Il programma nasce ogni volta su misura, costruito insieme, nel rispetto delle condizioni della montagna e del ritmo di ciascuno.
Non esiste un percorso standard, ma un cammino che si disegna passo dopo passo, con attenzione, libertà e curiosità.

Chi vuole saperne di più mi scriva qui: info@mountlab.it Ancor meglio una lettera scritta a mano, calma e inattesa.

Da una chiacchierata può nascere un cammino, una scalata, o almeno una buona idea di partenza.

Calpestare il ghiaccio vivo: un privilegio in via d’estinzione

martedì, 5 Agosto 2025

Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.

Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.

Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.

Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.

Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.

Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.

Per saperne di più clicca qui

L’arte discreta del gioco arrampicata

domenica, 13 Aprile 2025

In mezzo ai boschi dimenticati troviamo piccoli troni di roccia, accoglienti per tutti.

I ragazzi mettono le mani sulla roccia per la prima volta. E’ un bel gioco, essenziale, creativo, in uno spazio diverso dalla quotidianità.

Si aggrappano con naturalezza, sorridono, cadono, ritentano, sperimentano nuovi equilibri, si incitano ed aiutano.

Qui non servono arnesi, impianti, ferrame, cavi, scalette, cartelli, regole e divieti. E’ una ricreazione libera, non strutturata, capace di esplorare la montagna dimenticata, lontana da giostre e stereotipi.

Anche se circondati dai rovi, la montagna abbandonata esprime un potenziale di vitalità inaspettato. Senza nulla di eccezionale da esibire, scopriamo che questi spazi sono luoghi preziosi, semplici e ospitali.