Di nuovo arrampichiamo al fresco, sotto i giganti delle Retiche.
Il sole radente confonde la roccia e nasconde gli appigli.
Sulla riva del piccolo lago ci fermiamo più del previsto, gli eriofori oscillano nel vento, le libellule blu pattugliano l’acqua.
Poi il bagno, nel torrente alimentato dalle acque di fusione del ghiacciaio dello Scalino, che modella la pietra. Un’acqua che ancora punge la pelle, come deve essere.
Foto: Mauro.
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C’è un mare antico che regge queste pareti, pietrificato nei muri a strapiombo del Muschelkalk, calcari nati da acque calde e poco profonde, ora diventati equilibrio e vuoto sotto le dita.
Sotto, la pietra rossa racconta un’altra storia. Il Buntsandstein è polvere di deserto, flussi antichi, vento e tempo. Due mondi, uno sopra l’altro. E noi in mezzo, a leggere la roccia e a cercare appigli in ciò che resta del tempo.
Più in basso, messi a nudo dal Rio Siurana, affiorano scisti verdi, molto più antichi, come un fondo che riaffiora dopo essere stato dimenticato. Pochi passi separano un confine invisibile che coincide con la più grande estinzione di massa del pianeta. Qui è tutto vicino, tutto leggibile, tra una salita e l’altra.
Aprile aiuta lo sguardo, tra fiori di rosmarino e ginestre spinose, pinete aromatiche. Il vento teso da nord allunga le nuvole e pulisce il cielo: una condizione perfetta per arrampicare.
Tommaso si aggrappa agli strapiombi arancioni di questa roccia incredibile. Io rincorro i rari muri grigi, un poco più appoggiati e lavorati dall’acqua, che restituiscono sollievo alle braccia. Un grigio che ormai riconosco anche nelle mie tempie.
Più in alto, restano le tracce del castello, ultimo baluardo dei musulmani in Catalogna. Le mura si fanno strada tra gli strati di roccia, così evidenti che basta un’immagine per raccontare milioni di anni. Si racconta che la regina preferì gettarsi nel vuoto con il suo cavallo piuttosto che cadere prigioniera dei cristiani. Anche questa è una linea, una scelta verticale che attraversa il tempo.
Ai piedi dei rilievi della Sierra de Prades si apre una moltitudine di pareti. Linee ovunque, arrampicatori da ogni dove. Alcuni inseguono il grado, altri la qualità della roccia, che qui è eccellente, quasi senza eccezioni.
In fondo è anche questo un modo di viaggiare, mettere le mani nella storia della Terra, osservare, conoscere, rispettare.
E poi c’è un passaggio che non riguarda la roccia. Arriva quando smetti di salire tu e guardi salire tuo figlio. È bello prendersi cura, senza sottrarsi alla fatica. Ma è altrettanto bello fermarsi quando è il momento. Quel che è salito, è salito. Ora resta la leggerezza, la passione, la forza di chi sale dopo.
Pochi giorni fa il greto era ancora nudo, figlio dell’inverno.
Poi, senza rumore, l’acqua è tornata in Val di Mello.
Arriva piano, quasi con rispetto. Trasparente, leggera, ancora incerta. Non riempie le pozze, non reclama spazio, si lascia assorbire dalla sabbia, scompare nella piana come a cercare memoria del suo passaggio.
È un ritorno timido, ma è un risveglio. E basta questo per capire che la stagione è cambiata.
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La luce incide, l’ombra risponde. Il bello di Luna a novembre è che la parete vibra del loro confronto, ogni appiglio si accende e si spegne, la roccia respira nel ritmo del giorno che declina. Salendo, senti che il granito non è mai neutro — ti accoglie, ma pretende ascolto, equilibrio, presenza.
Oggi, con un giovane compagno di cordata, ho condiviso questa danza di chiaroscuri, la salita diventa un dialogo silenzioso, un modo per imparare a leggere la parete come si leggerebbe un volto, un paesaggio che cambia con la luce.
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Sono tornate le api! Un grande favo pende dalla fessura a strapiombo del secondo tiro. Se continuano a costruire qui le loro perfette strutture esagonali per custodire miele, polline e larve, significa che questa è casa loro. Possiamo tranquillamente rinunciare a salire quel tratto di parete, gli altri itinerari sparsi su questo bel muro di gneiss, all’imbocco della Valmalenco, offrono comunque splendide possibilità di arrampicata.
Ecco il disegno aggiornato delle vie delle strutture di gneiss di Cagnoletti – Valdone in Valmalenco
Alla fine della giornata, in cima alla parete, gli ho lasciato un piccolo compito: «Quando torni a casa, disegna un ricordo di oggi». Questo è il risultato.
Sul foglio c’è tutto: il cordino blu passato attorno al larice, il rododendro, il friend viola piazzato con cura, la corda rosa che ci univa e ci teneva in tensione, e sopra di noi – davvero – lo stambecco. Un guardiano delle rocce, metà Dio Pan, metà spirito della montagna, che ci osservava dall’alto in silenzio.
Raccogliere un frammento di documentazione attraverso un racconto spontaneo, fatto di segni e colori, restituisce a chi guida lo sguardo fresco del bambino sull’esperienza appena conclusa. In fondo documentare la nostra ascensione significa non solo archiviare, ma dare valore alle tracce, trasformarle in memoria viva. Qui la “bacheca” è un foglio di carta che mette in relazione luoghi, emozioni, gesti tecnici e simboli che ci aiutano a rielaborare quel che abbiamo vissuto.
Un disegno che racconta più di mille parole la giornata: tecnica, fiducia, stupore. La memoria viva di una scalata, vista dagli occhi di chi muove i primi passi in verticale.
Nel 1991 Alessandro Reati e Marco Peduzzi pubblicarono “Magia Rossa”, una guida che raccontava l’arrampicata e l’alpinismo in Valmalenco, ribadendo un concetto semplice e potente dove le rocce della Valle del Mallero sono ottime non solo per essere tagliate a fette. Tra le strutture in quota, le remote pareti di serpentinite nascondono gioielli rari. Qui l’alterazione superficiale regala alla roccia una colorazione rossastra unica, al sorgere del sole le tonalità diventano incredibili e la superficie, cosparsa di minuscoli cristalli di magnetite, si fa ruvida, aderente, perfetta. Fessure di ogni misura accolgono bene le protezioni veloci, una delizia per chi ama scalare. Roccia, cielo, silenzio. Basta faticare un po’ per andarsele a cercare.
Dopo più di vent’anni torno a toccare gli appigli del mio vecchio pannello. Non un pannello qualsiasi, ma nascosto nei pascoli alti, a 2400 metri. Basta un gesto, e tutto riaffiora: la sequenza, la trazione, l’intensità precisa dello sforzo. Le dita sanno dove chiudere, i muscoli si riattivano senza chiedere il permesso. Memoria tattile e del corpo. Memoria di un tempo che non sembra essere passato. La stessa luce obliqua sulle mani, tra le rughe del serpentino e l’erba mossa dal vento.
In mezzo ai boschi dimenticati troviamo piccoli troni di roccia, accoglienti per tutti.
I ragazzi mettono le mani sulla roccia per la prima volta. E’ un bel gioco, essenziale, creativo, in uno spazio diverso dalla quotidianità.
Si aggrappano con naturalezza, sorridono, cadono, ritentano, sperimentano nuovi equilibri, si incitano ed aiutano.
Qui non servono arnesi, impianti, ferrame, cavi, scalette, cartelli, regole e divieti. E’ una ricreazione libera, non strutturata, capace di esplorare la montagna dimenticata, lontana da giostre e stereotipi.
Anche se circondati dai rovi, la montagna abbandonata esprime un potenziale di vitalità inaspettato. Senza nulla di eccezionale da esibire, scopriamo che questi spazi sono luoghi preziosi, semplici e ospitali.
Una ventina d’anni fa, alla vigilia di una delle prime edizioni del Melloblocco, scrissi una lettera di invito al punkettone e mistico dei CCCP Giovanni Lindo Ferretti, all’indirizzo generico: presso Cerreto Alpi (RE).
Immaginavo il cantautore di culto, oggi più che settantenne, provocatore e pensatore fuori da ogni schema, in piedi, mani in tasca, in cima al grande monolite, il Sasso di Remenno, per raccontare qualcosa al giovane e colorato popolo del bouldering.
Fedeli alla linea, perché una linea non c’è.
L’astruso collegamento tra il ghiandone e Ferretti, era la sua Emilia Paranoica, trapiantata sul liscio muro del Sasso Minato (accanto al Remenno) ad opera di Paolo Cucchi a metà degli anni ’80, una via bellissima, assai tecnica e di non facile intuizione.
Per l’orazione in vetta alla Préda, proposi a Giovanni Lindo ospitalità, buon cibo e ottimo rosso di Valtellina.
Non arrivò mai nessuna risposta. Forse la chiamata non fu troppo allettante, oppure la lettera mai giunse a destinazione
Resta invece la via sulla roccia del Kuk, un piccolo grande viaggio sul granito.
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