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Segni di un’estate già scritta

sabato, 11 Aprile 2026

Osservazioni di stagione in quota

Grandi macigni punteggiano il ghiacciaio, come cicatrici recenti. Sono ciò che resta della frana, staccata lo scorso autunno dalla parete Nord del Cassandra, un evento che lascia traccia sulla superficie bianca e nello sguardo di chi passa.

Attorno alla base dei blocchi il vento lavora in silenzio, scava, modella. Ne nascono depressioni circolari che arrivano quasi a mettere a nudo il ghiaccio vivo, là dove la neve dovrebbe ancora proteggere. È un paesaggio che si spoglia troppo presto.

C’è poca neve, troppo poca per la stagione. Qui l’inverno di solito copre tutto, quest’anno no, le superfici delle morene restano irregolari, i crepacci già si lasciano intuire, i seracchi sono esposti, scoperti, come corpi senza difesa sotto un sole che non concede tregua.

È difficile non leggerlo come un segnale, un cattivo presagio per l’estate che verrà, per chi si muoverà in alta quota. Anche se arrivassero nevicate tardive, abbondanti, quasi monsoniche, difficilmente basterebbero a invertire la tendenza. La neve fuori stagione non ha radici, si deposita, ma non fa corpo e il ghiaccio continua a fondere.

Sarà ancora lui a pagare il prezzo più alto. Il ghiaccio che si ritira, che si assottiglia, che perde continuità. E con lui cresce un’instabilità diffusa, una nuova incertezza del muoversi, del leggere il terreno, del fidarsi.

Eppure, noi continuiamo. Scivoliamo sopra questi segnali con leggerezza, tracciando curve, accumulando immagini, condividendo entusiasmo. Raccontiamo la bellezza, ma sempre più spesso senza accorgerci del contesto che la sostiene — o che la sta lentamente perdendo.

Forse non è nemmeno disattenzione. Forse è assuefazione. Una forma sottile di disconnessione che ci rende incapaci di riconoscere il limite proprio mentre questo scompare.

E intanto il ghiacciaio cambia. Non all’improvviso, ma abbastanza in fretta da non poter più fingere di non vederlo.

Appigli nel tempo

martedì, 7 Aprile 2026

C’è un mare antico che regge queste pareti, pietrificato nei muri a strapiombo del Muschelkalk, calcari nati da acque calde e poco profonde, ora diventati equilibrio e vuoto sotto le dita.

Sotto, la pietra rossa racconta un’altra storia. Il Buntsandstein è polvere di deserto, flussi antichi, vento e tempo. Due mondi, uno sopra l’altro. E noi in mezzo, a leggere la roccia e a cercare appigli in ciò che resta del tempo.

Più in basso, messi a nudo dal Rio Siurana, affiorano scisti verdi, molto più antichi, come un fondo che riaffiora dopo essere stato dimenticato. Pochi passi separano un confine invisibile che coincide con la più grande estinzione di massa del pianeta. Qui è tutto vicino, tutto leggibile, tra una salita e l’altra.

Aprile aiuta lo sguardo, tra fiori di rosmarino e ginestre spinose, pinete aromatiche. Il vento teso da nord allunga le nuvole e pulisce il cielo: una condizione perfetta per arrampicare.

Tommaso si aggrappa agli strapiombi arancioni di questa roccia incredibile. Io rincorro i rari muri grigi, un poco più appoggiati e lavorati dall’acqua, che restituiscono sollievo alle braccia. Un grigio che ormai riconosco anche nelle mie tempie.

Più in alto, restano le tracce del castello, ultimo baluardo dei musulmani in Catalogna. Le mura si fanno strada tra gli strati di roccia, così evidenti che basta un’immagine per raccontare milioni di anni. Si racconta che la regina preferì gettarsi nel vuoto con il suo cavallo piuttosto che cadere prigioniera dei cristiani. Anche questa è una linea, una scelta verticale che attraversa il tempo.

Ai piedi dei rilievi della Sierra de Prades si apre una moltitudine di pareti. Linee ovunque, arrampicatori da ogni dove. Alcuni inseguono il grado, altri la qualità della roccia, che qui è eccellente, quasi senza eccezioni.

In fondo è anche questo un modo di viaggiare, mettere le mani nella storia della Terra, osservare, conoscere, rispettare.

E poi c’è un passaggio che non riguarda la roccia. Arriva quando smetti di salire tu e guardi salire tuo figlio. È bello prendersi cura, senza sottrarsi alla fatica. Ma è altrettanto bello fermarsi quando è il momento. Quel che è salito, è salito. Ora resta la leggerezza, la passione, la forza di chi sale dopo.

E la capacità, non scontata, di saperle guardare.

Manuale minimo di “turistichese” contemporaneo

sabato, 28 Marzo 2026

Ancora ce l’abbiamo nelle orecchie quel ronzio insistente: anni di stakeholder, venue, legacy ripetuti fino allo sfinimento, fino a trasformare qualsiasi discorso in una specie di fiera itinerante del nulla. E adesso, puntuale, arriva il “turistichese”, con il suo carico da undici di comunicati trionfali, da luoghi olimpici, e convalli, con mucchi di parole che sembrano uscite da un generatore automatico.

È una lingua curiosa, il “turistichese” contemporaneo. Sembra dire moltissimo, in realtà gira sempre attorno a quattro concetti messi in fila con più o meno eleganza. La prima cosa che colpisce è l’abuso sistematico di parole astratte, gonfie, autoreferenziali: “attrattività”, “posizionamento”, “ricadute diffuse”, “perimetro della domanda”, “laboratorio sul futuro”. Termini che alzano il tono, certo, ma abbassano la sostanza. Perché alla fine basterebbe dire: sono arrivati più turisti e hanno speso di più. Ma evidentemente è troppo poco per fare scena.

Poi ci sono gli anglicismi, ormai irrinunciabili, come una divisa d’ordinanza: incoming, sentiment, brand reputation, press tour, target, brand ambassador. Alcuni infilati a caso, altri usati come fossero formule magiche. “Sentiment del territorio” è forse il capolavoro: certo, si può anche misurare, ma qui diventa una parola magica. Nessuno dice come, su cosa, con quali dati. Basta nominarlo, e sembra già una cosa seria.

La struttura è sempre quella, riconoscibile a distanza.
Crescita, immancabilmente “a doppia cifra”, mai semplicemente “un po’ di più”.
Internazionalizzazione, la solita lista di paesi, come una spunta su una checklist.
Eventi come motore, mai dire che “portano gente”, troppo diretto.
E infine il futuro, presentato come sfida, opportunità, orizzonte. Sempre.

E poi arrivano le chiusure, quelle davvero impeccabili nella loro inconsistenza. Frasi perfette, rotonde, inattaccabili: “un’offerta fluida, coerente, capace di imprimere un ricordo duraturo”. Che significa? Nulla di verificabile, ma funziona benissimo, perché riempie lo spazio e lascia una sensazione vaga di importanza.

Altro marchio di fabbrica è complicare il semplice. “Sistema”, “territorio mandamentale”, “aree di competenza”. Parole che si sovrappongono alla realtà fino a nasconderla. La valle diventa sistema, la zona diventa perimetro.

Il punto non è nemmeno che i dati siano falsi. Probabilmente sono veri, e magari anche significativi. Ma il linguaggio serve a gonfiarli, a costruirci sopra una narrazione che non informa, ma orienta, rassicura, celebra.

Tradotto in italiano normale, suonerebbe più o meno così:
è arrivata più gente, soprattutto da fuori, ha speso di più anche grazie agli eventi, e adesso si prova a sfruttare il momento.

Tutto il resto è scenografia. Una lingua che non serve a capire, ma a convincere. E soprattutto a non dire mai le cose come stanno.

Ponti di pietra, tempi di bulli

sabato, 14 Marzo 2026

Anche la roccia, con il tempo e la pazienza della natura, trova il modo di farsi ponte.
Tra gli uomini, invece, sembra prosperare l’arte opposta, alzare muri, scavare distanze, trasformare la forza in sopraffazione.

Così il bullismo, grande o piccolo, esplicito o travestito, finisce per diventare la lingua franca di troppi rapporti. Dalle piccole vicende fino agli scranni più alti, la voce del prepotente copre le altre; l’impudicizia di chi non sa, ma aggredisce, si impone su chi prova a capire. Sapere costa fatica. Così come costa fatica l’intelligenza del dubbio.

Per questo, ogni tanto, conviene rallentare. Non cedere alla tentazione di imitare i bulli. E magari tornare in montagna — quella vera — dove perfino la pietra, con il tempo, ha imparato a diventare ponte.

Nell’immagine: scultura di pietra nel calcare dell’Oman

Quando i colori si ritirano

venerdì, 9 Gennaio 2026

Troppo poca neve per sciare, abbastanza da rendere scomodo ogni passo. La giornata è grigia, i colori spariscono, le cime si confondono. Vento da nord, qualche fiocco scende, ma la neve cade al di là delle Alpi; qui resta il silenzio.

Non è una giornata da buttare, il freddo taglia l’aria, le proporzioni ritornano, si nota ogni cosa. Da un foro nella neve il vapore acqueo dell’aria umida cristallizza; sottili cristalli di ghiaccio crescono come aghi.

La montagna riprende la sua misura.

Cultura dell’incidente, narrazioni, geografie del lutto

venerdì, 9 Gennaio 2026

Quaranta morti a Crans-Montana nella notte del nuovo anno.

Centosedici morti nel Mediterraneo centrale a dicembre 2025.

Due eventi diversi, due contesti lontani, ma una dinamica che rivela differenze profonde nel modo in cui vengono raccontati. E, per chi frequenta la montagna e ne conosce il linguaggio, questa differenza non può passare inosservata. Quando muore qualcuno in montagna, lo sappiamo bene, i numeri non bastano. Non ci bastano mai. Subito parte la ricostruzione: le condizioni ambientali, le scelte, le competenze, le responsabilità individuali e collettive. È quella che chiamiamo, non a caso, cultura dell’incidente. Un esercizio faticoso, a volte scomodo, ma necessario. Per rispetto verso chi è morto e per onestà verso chi verrà dopo.

A Crans-Montana la narrazione segue questo schema, una comunità colpita, vittime con un nome, domande sulla sicurezza, sulle uscite di emergenza, sulle responsabilità. La tragedia diventa fatto pubblico, condiviso, analizzato. Il lutto è riconosciuto.

Nel Mediterraneo, invece, il meccanismo si inceppa.

“Si temono 116 morti”. Naufragio di migranti. Fonte: ONG.

Fine del racconto.

Nessuna ricostruzione reale, nessuna cultura dell’incidente applicata al mare. Eppure, come in montagna, il mare non uccide da solo. Uccidono le decisioni prese prima, rotte obbligate, soccorsi ritardati o negati, politiche che trasformano il rischio in normalità accettata. Uccidono le omissioni, esattamente come accade quando un itinerario viene sottovalutato o una parete viene affrontata ignorando segnali evidenti, interni ed esterni.

In montagna abbiamo imparato — spesso a caro prezzo — che parlare di fatalità è il modo più rapido per non assumersi responsabilità. E che ridurre una morte a una statistica è il modo più sicuro per non imparare nulla.

La vera differenza, allora, non è tra un incendio in una stazione sciistica e un naufragio in mare aperto.

La differenza sta nel diritto al lutto e all’analisi.

Alcune morti vengono raccontate come incidenti da capire, altre come eventi inevitabili da archiviare.

Eppure, se c’è una lezione che la montagna ci ha insegnato, è che non esistono ambienti neutrali né tragedie inevitabili. Esistono scelte, contesti, responsabilità. Esiste uno sguardo che decide se fermarsi a guardare o voltarsi dall’altra parte.

Finché accetteremo che nel Mediterraneo non valga la stessa cultura dell’incidente che pretendiamo per la montagna, il problema non sarà solo l’informazione.

Sarà la rinuncia a riconoscere, anche lì, delle vite degne di essere comprese, non solo contate.

Esempio

Crans-Montana (40 morti)

“Crans-Montana in lutto: identificate le prime vittime dell’incendio, il paese si ferma” (ANSA/Reuters)

Mediterraneo centrale (116 morti)

“Migranti, Sea Watch: naufragio nel Mediterraneo, si temono 116 morti” (Repubblica)

Perché sono “simbolici”

Nel primo: c’è un luogo riconoscibile, c’è una comunità, c’è il lutto,

ci sono vittime da identificare (persone, non numeri).

Nel secondo: non c’è un luogo preciso, non c’è una comunità, non c’è lutto,

non ci sono persone, ma una categoria (“migranti”) e una stima.

TITOLI RISCRITTI (INVERSIONE DI SGUARDO)

Mediterraneo centrale (116 morti)

“Mediterraneo in lutto: 116 persone morte in mare, famiglie senza nomi né corpi”

Crans-Montana (40 morti)

“Incendio in Svizzera, si temono 40 morti in un locale turistico”.

Robert Peroni, a casa tra i ghiacci

mercoledì, 24 Dicembre 2025

Era il 2001 quando mi capitò di finire in una “spedizione” polare assai atipica, aggregato al caravanserraglio mediatico guidato da Mike Bongiorno. Io ero lì per tutt’altro motivo. Per conto del CNR dovevo prelevare campioni di neve a diverse latitudini, destinati a successive analisi sugli inquinanti trasportati a lunga distanza. Il problema principale non era il gelo, paradossalmente, ma il contrario: mantenere la catena del freddo, evitare che quei campioni si fondessero durante il rientro.

Attorno a me gravitava un’umanità varia, spesso spaesata, fuori posto. Tra tutti, uno solo sembrava davvero a casa tra il pack. Robert Peroni, non a caso un grande esploratore polare.

Peroni non colpiva solo per la competenza tecnica, per la naturalezza con cui si muoveva in quegli ambienti estremi. Colpiva soprattutto per altro: una presenza umana magnetica, un modo di stare nei luoghi e tra le persone che non aveva nulla di spettacolare, e proprio per questo risultava autentico. C’era misura, ascolto, una calma antica che contrastava nettamente con il rumore di fondo della spedizione.

Rileggendo oggi la sua intervista pubblicata su GognaBlog, quella stessa umanità emerge con ancora maggiore forza. Le parole di un uomo che ha attraversato i margini del mondo e che oggi guarda indietro senza compiacimento, con lucidità e disincanto. Un bilancio che parla di esplorazione, sì, ma soprattutto di relazioni, limiti, responsabilità. Di ciò che resta quando l’epica si dissolve.

Grazie Robert.

Remòll

domenica, 7 Dicembre 2025

Un tempo el remòll – il rialzo delle temperature con la conseguente fusione della neve – segnava la fine dell’inverno duro e l’inizio della primavera. Nei racconti era spesso legato alle valanghe di stagione.
Con qualche eccezione, come el remòll di fèsti, di pochi giorni durante le festività natalizie.

Da anni, però, el remòll è diventato la regola della stagione fredda.
E il gelo l’eccezione: lo dice il termometro.

Forse per questo, in quest’inizio d’inverno sembra più rassicurante puntare al tavolo verde che lanciarsi in una discesa olimpica con arrivo a milleduecento metri, nonostante i bacini di accumulo, batterie di cannoni e neve di laboratorio.
L’inverno è diventato una comparsa.
Lo spettacolo deve continuare.
Buona fortuna.

La temperatura media in Svizzera dal 1864. Ogni anno è indicato con un colore. Gli anni in rosso sono più caldi e quelli in blu più freddi rispetto alla media del periodo 1961-1990. (fonte MeteoSvizzera)

Il come prima del dove

domenica, 2 Novembre 2025

Cammino, arrampicata e ascolto: esperienze per abitare la montagna.

Un giorno o due, per trovare sintonia con l’intorno e con sé stessi.
Ci si incontra, si parte senza fretta, si osserva come cambiano la luce, il vento, il passo. L’intorno diventa campo d’esperienza, non sfondo.
Prima comprendiamo cosa accade attorno a noi, poi cerchiamo di capire come superare gli ostacoli, con quali tecniche, e solo alla fine con gli strumenti giusti. Più che il dove, importa il come.
La montagna insegna a leggere, a scegliere, a rallentare o correre.

Nel muoversi tra sentieri e pareti si alternano cammino e arrampicata, gesti semplici e concentrazione. Si esplorano indizi, pillole di orientamento, lettura del terreno e della roccia, stima dei tempi, percezione dei pericoli e degli scenari.
L’impegno fisico e tecnico cresce con naturalezza, passo dopo passo, calibrato sulle persone e sul momento.

Gli incontri inattesi, le sorprese, i mutamenti del meteo o dell’umore diventano parte del gioco, occasioni per allenare l’attenzione e l’ascolto, dentro e fuori.
Scoprire che il vento non soffia solo sulle creste, ma anche nei pensieri.

Quando si allunga il tempo – due giorni in montagna, con una notte in bivacco o in baita – tutto si fa più denso, la luce del tramonto, il silenzio, i gesti condivisi.
L’esperienza diventa più profonda, più essenziale. Le conoscenze si sedimentano nei movimenti, nella postura, nello sguardo.

Il programma nasce ogni volta su misura, costruito insieme, nel rispetto delle condizioni della montagna e del ritmo di ciascuno.
Non esiste un percorso standard, ma un cammino che si disegna passo dopo passo, con attenzione, libertà e curiosità.

Chi vuole saperne di più mi scriva qui: info@mountlab.it Ancor meglio una lettera scritta a mano, calma e inattesa.

Da una chiacchierata può nascere un cammino, una scalata, o almeno una buona idea di partenza.

Sono tornate le api!

giovedì, 16 Ottobre 2025

Sono tornate le api!
Un grande favo pende dalla fessura a strapiombo del secondo tiro.
Se continuano a costruire qui le loro perfette strutture esagonali per custodire miele, polline e larve, significa che questa è casa loro.
Possiamo tranquillamente rinunciare a salire quel tratto di parete, gli altri itinerari sparsi su questo bel muro di gneiss, all’imbocco della Valmalenco, offrono comunque splendide possibilità di arrampicata.

Ecco il disegno aggiornato delle vie delle strutture di gneiss di Cagnoletti – Valdone in Valmalenco