Agosto è il mese delle vacanze, delle sagre e delle feste.
Quest’anno, a giudicare dai manifesti, proliferano assai più dei porcini, che con questo caldo sembrano avere scelto una dignitosa latitanza.
Non c’è paese, frazione, rione o contrada che non abbia il suo appuntamento.
Una sera insieme, tra socialità, musica, tradizione, convivialità.
L’incontro fra chi qui ci vive e chi qui è venuto a trascorrere qualche giorno.
Tutto molto bello. E infatti si comincia con la polenta.
Poi arriva la salsiccia, in quantità tale da mettere in difficoltà persino la statistica, le griglie lavorano alacremente e il loro profumo si spande per il paese, richiamando gli affamati con un’efficacia che nessuna strategia di marketing potrebbe eguagliare.
Sotto i tendoni si mangia, si chiacchiera, si beve, si incontrano vecchi amici, parenti, villeggianti.
La montagna, per una sera, è tutta lì.
Anche la tradizione fa la sua parte. Un po’ di dialetto, qualche prodotto “tipico”, la ricetta della nonna opportunamente ripassata per l’occasione.
E torna puntuale la sana rusticità alpestre, ormai sparita dalla realtà, ma immancabile nelle feste.
Poi cala il sole e sale la musica.
Il liscio lascia spazio a una dose generosa di decibel, che aiuta a smaltire la luganega e tiene le parole in secondo piano. Seguono dj set, compilation estive e repertori capaci di mettere d’accordo generazioni altrimenti lontanissime.
O quasi. Perché c’è un momento in cui nonni e nipoti sono ancora allo stesso tavolo.
Poi i nonni si ritirano e i nipoti restano. La festa cambia pubblico.
A quel punto il bicchiere passa di mano con grande naturalezza.
Birretta, calice, genepì, Braulio.
Il cicchetto è uno dei riti della festa, quelli che si imparano presto e si tramandano senza bisogno di spiegazioni.
Nessuno sembra farci troppo caso.
Domani qualcuno raccoglierà i bicchieri, sposterà i tavoli.
Qualcuno laverà anche il pavimento.
La montagna tornerà tranquilla.
Fino alla prossima festa.























