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Tradizioni d’agosto

martedì, 11 Agosto 2026

Agosto è il mese delle vacanze, delle sagre e delle feste.

Quest’anno, a giudicare dai manifesti, proliferano assai più dei porcini, che con questo caldo sembrano avere scelto una dignitosa latitanza.

Non c’è paese, frazione, rione o contrada che non abbia il suo appuntamento.
Una sera insieme, tra socialità, musica, tradizione, convivialità.
L’incontro fra chi qui ci vive e chi qui è venuto a trascorrere qualche giorno.

Tutto molto bello. E infatti si comincia con la polenta.

Poi arriva la salsiccia, in quantità tale da mettere in difficoltà persino la statistica, le griglie lavorano alacremente e il loro profumo si spande per il paese, richiamando gli affamati con un’efficacia che nessuna strategia di marketing potrebbe eguagliare.

Sotto i tendoni si mangia, si chiacchiera, si beve, si incontrano vecchi amici, parenti, villeggianti.

La montagna, per una sera, è tutta lì.

Anche la tradizione fa la sua parte. Un po’ di dialetto, qualche prodotto “tipico”, la ricetta della nonna opportunamente ripassata per l’occasione.

E torna puntuale la sana rusticità alpestre, ormai sparita dalla realtà, ma immancabile nelle feste.

Poi cala il sole e sale la musica.

Il liscio lascia spazio a una dose generosa di decibel, che aiuta a smaltire la luganega e tiene le parole in secondo piano. Seguono dj set, compilation estive e repertori capaci di mettere d’accordo generazioni altrimenti lontanissime.

O quasi. Perché c’è un momento in cui nonni e nipoti sono ancora allo stesso tavolo.

Poi i nonni si ritirano e i nipoti restano. La festa cambia pubblico.

A quel punto il bicchiere passa di mano con grande naturalezza.

Birretta, calice, genepì, Braulio.
Il cicchetto è uno dei riti della festa, quelli che si imparano presto e si tramandano senza bisogno di spiegazioni.

Nessuno sembra farci troppo caso.

Domani qualcuno raccoglierà i bicchieri, sposterà i tavoli.

Qualcuno laverà anche il pavimento.

La montagna tornerà tranquilla.

Fino alla prossima festa.

Il fresco perduto

giovedì, 6 Agosto 2026

Forse non avevamo mai vissuto, con questa frequenza e per periodi così lunghi, un caldo capace di togliere piacere persino a una giornata in montagna.

Troppo caldo per camminare, per salire una vetta. Ghiacciai disfatti, sete e sudore già negli avvicinamenti.

Persino l’arrampicata, sulle pareti disseminate a ogni quota, perde qualcosa. Anche all’ombra il grip scompare.

Sono disagi modesti, ma basta guardarsi intorno per capire che raccontano molto altro: fiumi e laghi in sofferenza, incendi, versanti sempre più instabili, piogge brevi e violentissime che innescano devastanti colate di detriti.

Mi domando se questo caldo, arrivato ormai fin quassù, possa almeno incrinare l’illusione di abitare un luogo in qualche modo al riparo.

Per molti la fatica climatica non è un disagio incontrato in vacanza. È la vita di ogni giorno.

È il raccolto che salta, l’acqua che manca, il lavoro sotto il sole dei campi, il viaggio forzato attraverso il Mediterraneo, gli incendi che tornano ogni estate.

Noi, tra montagne fresche e ricche d’acqua, abbiamo potuto permetterci di considerarlo lontano.

Forse è finita anche questa distanza.

L’industria del selvaggio

mercoledì, 5 Agosto 2026

Siamo tutti clienti. Prima o poi.

Arrivano sempre più spesso proposte allettanti dal meraviglioso mondo dei brand outdoor: programmi dedicati, sconti esclusivi, condizioni riservate ai professionisti.

Piccole attenzioni che fanno piacere, naturalmente. Chi non ama acquistare un capo tecnico risparmiando qualche euro?

Poi però capita di leggere le parole con cui veniamo interpellati.

“Vi contattiamo in quanto organizzazione attiva nel settore dell’industria outdoor”.

E qualcosa comincia a stonare.

Industria outdoor?

Io che pensavo di essere una guida alpina. Una persona che accompagna dentro un mondo incerto, che prova a interpretare un ambiente non addomesticato, che dovrebbe forse aiutare a coltivare autonomia, capacità di scelta e attenzione verso i luoghi.

Invece scopro di essere un operatore dell’industria outdoor.

Una categoria ampia, naturalmente. Tutti dentro: guide, istruttori, soccorritori, addetti agli impianti, personale dei comprensori, palestre d’arrampicata, media, associazioni.

Ognuno con il proprio ruolo, la propria dignità e il proprio lavoro.

Ma proprio questa inclusione universale dovrebbe far riflettere. Quando tutto entra nell’industria, tutto rischia di assumere lo stesso linguaggio: utenti, consumatori, target, mercato.

Le esperienze diventano prodotti, i professionisti diventano canali di diffusione.

È già successo da tempo.

Resta però una piccola inquietudine. Se anche chi dovrebbe accompagnare le persone nel rapporto con il selvaggio viene definito prima di tutto come parte dell’industria che trasforma e vende quel selvaggio, forse qualcosa si perde.

Per fortuna i miei vecchi gusci, scarponi e giacche continuano a durare parecchio.

Li sostituirò quando sarà davvero necessario.

Non quando me lo suggerirà una nuova collezione.

Prendersi cura

martedì, 4 Agosto 2026

Si pensa spesso che una guida alpina debba condurre, portare in cima, trasformare un progetto in un successo.

Forse il suo compito potrebbe essere un altro: prendersi cura.

Prendersi cura non significa soltanto scegliere un itinerario, ma orientare le aspettative, leggere ciò che non compare nelle relazioni tecniche, tenere insieme il desiderio di chi condivide la cordata, le condizioni della montagna e il proprio modo di abitare il rischio.

Ci sono rinunce che nascono dalla paura, dalla fatica, oppure dall’impreparazione.

Altre ancora potrebbero nascere dalla cura.

La cura di non spingere una situazione fino al limite solo perché sarebbe possibile farlo, di riconoscere che esperienza e anni cambiano il modo di stare in montagna, e che questo cambiamento non rappresenta necessariamente una perdita, ma può diventare una diversa forma di responsabilità.

La cura non elimina il rischio. Nessuna esperienza in montagna può farlo; può però modificare il modo di affrontarlo.

Qualche giorno fa mi sono trovato a scrivere queste righe a un amico.

Ciao Giovanni, buongiorno.

Ci ho pensato con calma e, in tutta onestà, non me la sento di affrontare la salita che hai proposto. Mi dispiace, ma è una mia forma di attenzione, che il tempo ha reso più esigente. 

Ricordo bene la lunga e laboriosa discesa nel corso della nostra ultima uscita, e gli itinerari che hai proposto si sviluppano su un terreno ancora più complesso e instabile.

Non è assolutamente un giudizio tecnico: so benissimo che hai tutte le capacità per affrontare quelle pareti.

È semplicemente una mia ricerca di margine, che oggi comprende anche i tempi e la qualità della discesa, oltre alla salita.

Ci ho riflettuto un po’ perché non volevo risponderti d’impulso, ma preferisco ascoltare quello che mi suggerisce l’intuizione. Ti ringrazio davvero per aver pensato a me.

Forse anche questo rientra nel prendersi cura, riconoscere che, qualche volta, la decisione migliore non è trovare il modo di partire, ma avere la libertà di cambiare direzione.

Il Bernina che non riesco più a salire

lunedì, 3 Agosto 2026

“Perché non sali il Bernina con queste giornate magnifiche?”

È una domanda che mi sento rivolgere spesso.

Ho già raccontato quanto il ritiro dei ghiacciai e le temperature sempre più alte rendano le salite in quota più complesse e oggettivamente più pericolose.

Ma c’è un’altra ragione, forse quella che pesa di più.

È difficile spiegare cosa si prova tornando su una montagna con cui sei cresciuto, trovandola irriconoscibile. Il Bernina, ultimo Quattromila delle Alpi verso Est, per me è sempre stato un gigante di ghiaccio. Oggi, in molti tratti, prevalgono rocce arse e ghiacci esausti.

Continuare a salirlo come se nulla fosse mi riesce sempre più difficile. Non per nostalgia, ma per rispetto.

Preferisco custodire anche questo ricordo, il Bernina di pochi anni fa, quando una nevicata estiva era ancora capace di restituirgli il volto che gli apparteneva. Non un ammasso di sassi, ma una montagna di ghiaccio.

Nelle immagini, l’estate del 2014 e quella di questi giorni trovata in rete. Non servono molte parole.

Il peso giusto

sabato, 25 Luglio 2026

Il cielo sopra la testa, un grande macigno al posto del soffitto.

Basta questo per ricordarsi che esistono ancora modi diversi di passare una notte.

Per arrivarci bisogna attraversare il bosco, superare il limite degli alberi, risalire pietraie e morene, cambiare quota e cambiare lentamente anche ritmo.

Ogni cosa che serve per stare fuori due giorni e per la salita è sulle spalle.

È curioso come bastino poche ore di cammino perché il superfluo perda importanza; lo zaino educa senza bisogno di parole, ogni grammo ha un senso, ogni oggetto deve meritarsi il viaggio.

Così si impara la misura.

Una pentola d’acqua che bolle diventa un conforto e una zuppa calda vale più di qualsiasi ricercatezza.

Il vento del nord rinfresca il viso, l’unica parte del corpo che resta fuori dal sacco a pelo.

Sotto le stelle il silenzio non è assenza di rumore, ma uno spazio che lentamente torna a riempire la testa.

Poi ci sono i luoghi.

Rocce color ruggine, laghi turchese che sembrano trattenere la luce del cielo, pareti levigate dal ghiaccio e valloni che hanno qualcosa di lunare. Un paesaggio severo, privo di vegetazione, dove ogni forma racconta il lavoro dei ghiacciai scomparsi e di crolli avvenuti nel corso dei millenni.

Queste rocce rosse non sono soltanto belle da guardare, ma custodiscono una storia antica. Qui le serpentiniti ospitano vene di magnetite e per secoli queste montagne sono state luogo di estrazione di minerali di ferro. Il minerale veniva trasportato a spalla molto più in basso, dove boschi e torrenti fornivano ciò che in quota mancava: carbone di legna per raggiungere le alte temperature e acqua corrente per alimentare i mantici dei forni fusori.

Camminiamo sopra una montagna che è stata anche miniera, eppure la ricchezza che oggi cerchiamo quassù è un’altra.

Genitori e figli adolescenti esplorano assieme. È bello osservare lo stupore dei ragazzi quando scoprono che non servono schermi e schemi per stare insieme. Si aspetta il buio senza fretta e un semplice fornello acceso sotto un masso diventa il centro della serata.

Vedere gli adulti lasciare spazio ai ragazzi e ritrovare una complicità nuova è forse una delle soddisfazioni più grandi di chi accompagna in montagna.

La notte arriva senza chiedere permesso. Il Grande Carro attraversa la notte, le stelle si moltiplicano fino a confondersi con il buio, il freddo invita finalmente a chiudere gli occhi.

All’alba il paesaggio cambia ancora, le rocce rugginose si accendono al primo sole, il lago perde il blu profondo della sera e torna turchese. Una colazione semplice, gli zaini di nuovo sulle spalle, qualche nodo alla corda, la cresta da raggiungere, il vuoto che si apre tutto intorno.

Poi la lunga discesa.

Le gambe si fanno pesanti, lo zaino sembra non alleggerirsi, eppure qualcosa è cambiato. Si torna a valle con meno cose di quelle che possediamo ogni giorno e con più di quanto si era saliti a cercare.

Un pasto sontuoso

mercoledì, 15 Luglio 2026

Basta sfogliare le fotografie ingiallite delle spedizioni inglesi all’Everest degli anni Venti o leggere i diari di Mallory e compagni. Al campo base arrivavano casse con prosciutti, bacon, salsicce, sardine, aringhe, formaggi, biscotti, porridge d’avena, marmellata, cioccolato, fichi secchi, prugne, zuppe, vino e perfino whisky.

Non era solo una questione di calorie. Lassù, nel cuore dell’Himalaya allora quasi sconosciuto agli occidentali, cercavano di ricreare, per quanto possibile, un frammento di casa.

Oggi è diverso, gel, barrette, sali minerali e frutta secca sono strumenti funzionali, leggeri ed efficaci. Hanno un senso.

A volte, però, sentiamo il bisogno di portare in quota anche le abitudini del fondovalle, fino a trasformare un bivacco in un ristorante, una cima in un set gastronomico, un lago alpino come sfondo di un “apericena”, come se la montagna, da sola, non bastasse.

Eppure saliamo in uno dei pochi luoghi dove davvero possiamo alleggerirci, non solo del peso dello zaino, ma anche delle consuetudini. È davvero necessario salire con tutto ciò che possiamo lasciare a valle?

Ognuno mangi ciò che preferisce, ma per legarsi alla mia corda basta poco. Nutriamo il corpo quanto serve; del resto si occupano il silenzio, il vento e la bellezza dei luoghi.

Forse è anche per questo che, in montagna, un pasto sontuoso non è quello con gli ingredienti più preziosi, ma quello che nasce da ciò che abbiamo intorno.

Accompagnare non è intrattenere

sabato, 11 Luglio 2026

Non vendo emozioni. E forse è un bene.

C’è una frase che compare spesso nelle pubblicità legate alla montagna: “Ti faremo vivere un’esperienza indimenticabile.”

Ogni volta che la leggo provo un leggero disagio, non perché sia falsa, ma perché ormai sembra obbligatorio promettere qualcosa di straordinario anche per fare una semplice camminata.

Escursione immersiva, esperienza trasformativa, trekking esperienziale multisensoriale.

Negli ultimi anni anche il mestiere dell’accompagnamento in montagna sembra essere entrato nella grande centrifuga del marketing esperienziale. Non basta più portare le persone in un luogo bello. Bisogna vendere emozioni. Possibilmente intense, immediate e instagrammabili.

Da qui il turbine di parole più o meno a caso che rimbalzano tra web e social: experience, emozione, scoperta, spirito di libertà, alla portata di tutti, vero contatto con la natura, guide certificate, vivere.

Mischiati con le immancabili formule legate alla commercializzazione dell’esperienza: idee regalo, experience, viaggi, con l’aggiunta di community, vibes, academy, journey…

Eppure, più passa il tempo, più mi convinco che la montagna funzioni esattamente al contrario, dove le esperienze migliori, quasi sempre, arrivano quando nessuno sta cercando di fabbricarle.

La dittatura dell’esperienza straordinaria è una iattura, perché quando tutto deve essere memorabile, ogni uscita deve “lasciare qualcosa” e ogni alba deve cambiarti la vita, la finzione diventa insopportabile

A volte una persona viene in montagna convinta di dover vivere un momento epico e torna a casa quasi delusa perché… ha semplicemente camminato, ha avuto freddo, ha fatto fatica, si è fermata a mangiare un panino guardando le nuvole.

Che delusione.

Eppure il punto forse è proprio questo, perché la montagna non sempre produce effetti speciali, non è un distributore automatico di illuminazioni interiori.

Ci sono giornate magnifiche che non insegnano assolutamente niente e giornate apparentemente insignificanti che rimangono dentro per anni.

Accompagnare non è intrattenere.

Negli anni mi sono reso conto che il rischio, per chi accompagna, è diventare inconsapevolmente un animatore turistico dell’outdoor, costretto a riempire continuamente il silenzio, garantire emozioni e, ancor peggio, eliminare ogni incertezza.

Insomma fare in modo che tutto sia fluido, perfetto, consumabile.

Accade invece che un sentiero può essere monotono, si può sbagliare ritmo, ci si può sentire fuori posto e volte persino un po’ persi.

Capita il giorno con scarponi bagnati, vento, silenzi imbarazzati, noia e attese…

Questi non sono problemi da correggere.

Anzi, spesso è lì che succede qualcosa di interessante, dentro la montagna che non anestetizza, perché il valore di una giornata non dipende dalla totale assenza di attrito, anzi…

Una traccia ottimale, percorso e meteo azzeccati, prestazione compiuta e foto perfetta, non sono mai la realtà.

Quella è un’altra cosa, un ambiente che ci obbliga continuamente ad adattarci, ad ascoltare, a cambiare idea.

Ed è forse proprio questo il suo valore educativo più profondo, il fatto che, ogni tanto, ci ricorda che non controlliamo tutto.

Una proposta assai poco commerciale, che non promette trasformazioni immediate e non prevede colonne sonore motivazionali.

Alla fine credo che accompagnare significhi soprattutto questo, creare le condizioni perché qualcosa possa accadere, senza pretendere di controllarlo.

Del resto, le cose più importanti che mi sono successe in montagna non erano nel programma.

*Articolo pubblicato su Planetmountain il 7 luglio 2026

Lettera dal formicaio

martedì, 7 Luglio 2026

A voi che passate di qui
bastone in mano, curiosità maldestra.

Questo formicaio non è un mucchio
di aghi da smuovere per gioco, è
una casa, frutto del lavoro paziente,
collettivo, antico.

Noi formiche siamo qui da oltre 100
milioni di anni. C’eravamo molto prima
di voi, ci saremo dopo!

Siamo un superorganismo, non individui
ma una mente diffusa, una comunità che funziona.

Forse un giorno
prenderemo il vostro posto.

Nel dubbio fermatevi un attimo!
Osservate senza distruggere.
Potreste imparare qualcosa.

Una formica 🐜

Ascoltare la paura

domenica, 28 Giugno 2026

Ho paura. E credo sia giusto dirlo.

Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.

Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.

Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.

La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.

Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.

So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.

Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.

Io, oggi, preferisco ascoltarla.