Archivi per la categoria ‘racconti-articoli-commenti’

Ascoltare la paura

domenica, 28 Giugno 2026

Ho paura. E credo sia giusto dirlo.

Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.

Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.

Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.

La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.

Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.

So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.

Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.

Io, oggi, preferisco ascoltarla.

Un rifiuto chiamato festa

venerdì, 26 Giugno 2026

Spettabile Anagram,

stamane, a 2.500 metri di quota, sulle pendici del Pizzo Emet, in Valle Spluga, mentre scendevo tra le ultime chiazze di neve e i pascoli esplosi in una tempesta di fiori, mi sono imbattuto in un vostro prodotto. O meglio, in ciò che ne restava, un brandello di palloncino.

Sul lato strappato si leggeva ancora Happy Birthday, poco sotto comparivano altre informazioni: Anagram, Helium, marchi, codici e avvertenze. Quanto basta per identificarne la provenienza.

Attorno, pietraie, acqua di fusione, erba nuova, fiori alpini, in mezzo, il vostro palloncino. Mi sono chiesto da dove arrivasse, da quale compleanno, commemorazione o festa, da quale giardino o piazza abbia iniziato il suo viaggio. Impossibile saperlo, so però dove è finito, tra fiori di una montagna che non aveva alcun bisogno di essere decorata.

Ho poi scoperto che Anagram International, LLC – Minnesota USA, è uno dei maggiori produttori mondiali di palloncini, distribuiti in oltre 140 Paesi. La vostra missione è “creare gioia ogni giorno”.

Immagino che fosse questa l’intenzione anche del palloncino che ho trovato stamane, solo che, durante il viaggio, la gioia si è persa per strada ed è arrivata invece la plastica. Leggendo le vostre istruzioni ho scoperto che siete perfettamente consapevoli del problema, tra le raccomandazioni compare infatti una frase inequivocabile: “Never release an Anagram balloon outdoors.”

Direi che avete ragione.

Perché il punto non è tanto il palloncino durante la festa, ma quello che può diventare dopo. Un oggetto capace di percorrere decine o centinaia di chilometri prima di adagiarsi in un bosco, in un lago, in un campo coltivato, su una spiaggia o, come nel caso odierno, nel cuore delle Alpi. Ecco la conferma della pessima abitudine a trasformare il cielo in una via di trasporto per scarti.

Perciò, più che a voi, questa lettera è rivolta a chi acquista e utilizza i vostri prodotti, con la curiosa convinzione che un rifiuto possa essere reso poetico facendolo volare. Perché il palloncino che sale nel cielo non scompare, prima o poi torna a terra, e spesso nel posto sbagliato.

Se la montagna diventa una città bollente

martedì, 23 Giugno 2026

Per anni ci siamo raccontati una piccola bugia rassicurante: “Siamo in montagna, qui fa fresco”. Era vero, sempre meno lo è oggi. Anche nei paesi alpini si susseguono giornate torride, notti afose, piazze che accumulano calore e lo restituiscono fino a sera.

Eppure continuiamo a comportarci come se il problema non ci riguardasse.

Così si tagliano alberi maturi, si rinnovano piazze senza una fronda e un metro quadrato d’ombra. Dimenticando che quei vecchi platani al centro del paese non erano semplicemente elementi decorativi. Erano, e sono, vere infrastrutture climatiche, luoghi di refrigerio, di socialità, di quiete. La panchina all’ombra del grande albero non è nostalgia, è adattamento climatico.

Lo stesso vale per i torrenti.

Le piccole spiagge fluviali a due passi dalle case sono il rifugio estivo per residenti e ospiti, dove non serve prendere l’auto per raggiungere un lago o torrente lontani.

Basta scendere al Mallero per trovare frescura, sassi, pozze, piccoli sbarramenti improvvisati, giochi d’acqua, curve e anse che diventano avventure per i bambini e refrigerio per gli adulti.

Spazi preziosi spesso cancellati da arginature ciclopiche, scogliere di massi, rettilinei mineralizzati, dove l’acqua aveva modellato naturalmente curve, spiaggette e piccole piane, si ammucchiano pietre per costringerla entro un corridoio rigido e uniforme.

Il paradosso è che, mentre altrove si discute di restituzione dello spazio ai fiumi, di rinaturalizzazione e di convivenza con le dinamiche naturali, noi continuiamo a inseguire l’idea opposta: contenere, raddrizzare, irrigidire.

Naturalmente tutto viene chiamato “messa in sicurezza”. Un’espressione rassicurante, quasi magica, che sembra sottrarre ogni intervento al dibattito. Ma forse dovremmo iniziare a chiederci se la sicurezza coincida sempre con la pesantezza delle opere e con la negazione della natura.

Perché esiste anche un’altra strada.

Per esempio, quella delle passerelle pedonali a perdere. Un concetto semplice, quasi disarmante nella sua umiltà, infrastrutture leggere, essenziali, pensate per durare alcuni anni e, se necessario, per essere sacrificate alla prima piena importante. Non monumenti all’eternità, ma opere reversibili e ricostruibili.

Può sembrare un’eresia in un Paese innamorato del cemento armato, eppure è probabilmente una delle idee più moderne che possiamo immaginare. In un clima sempre più instabile, con piene più frequenti e intense, la pretesa di rendere tutto definitivo rischia di trasformarsi in una rincorsa costosa e perdente.

Una passerella a perdere, invece, accetta la variabilità del torrente. Non pretende di dominarlo, convive con esso, sa di poter essere portata via e, proprio per questo, evita di imporre al fiume opere costose e sproporzionate.

Forse il punto è tutto qui. Dobbiamo reimparare l’arte dell’adattamento, l’ombra di un grande albero, una spiaggia fluviale sotto casa, una passerella leggera e sacrificabile. Piccole cose, apparentemente, in  realtà, una diversa idea di abitare la montagna.

Il Grigri non è una pipa

venerdì, 19 Giugno 2026

Di rado scrivo di moschettoni, nodi e manovre. Non perché siano dettagli secondari, ma perché di istruzioni per l’uso è pieno il mondo. Mi interessa di più comprendere ciò che accade attorno a noi, come osserviamo, decidiamo e comunichiamo, come ci assumiamo delle responsabilità e impariamo a gestire l’incertezza e le pressioni. E in che modo la montagna possa aiutarci a coltivare queste capacità.

Però oggi faccio un’eccezione, perché c’è un dettaglio tecnico che in falesia vedo ignorare con una frequenza preoccupante: come si tiene in mano quel maledetto Grigri.

L’immagine del manuale Petzl è lì da trent’anni. Non è un geroglifico egizio, non richiede una laurea in ingegneria, è un disegnino molto chiaro.

Quando bisogna dare corda rapidamente, il freno si impugna in un modo preciso, indice della mano destra che sostiene il dispositivo, pollice che controlla la camma, mano frenante sempre sulla corda. Punto.

E invece.

Invece vedo Grigri impugnati come pipe di radica con la sinistra, come telecomandi della TV, come un oggetto passivo che tanto “fa tutto lui”. Vedo mani intere che schiacciano la camma per metri e metri di corda, mentre l’assicuratore discute del prezzo del gasolio, del prossimo viaggio in Sardegna o di quanto fosse meglio l’arrampicata negli anni Novanta.

Il Grigri non è un pilota automatico è un dispositivo che richiede attenzione. Sempre.

E la differenza la senti soprattutto quando hai voglia di spingere un po’ di più, di provare quel passaggio al limite, di lasciarti andare su un volo pulito e protetto. In quel momento la tua vita è letteralmente nelle mani di qualcuno.

Preferisco mille volte un principiante che ha letto il manuale, guarda chi sta scalando e vive la sicura come un compito di responsabilità, piuttosto che un vecchio socio di falesia seduto beatamente lontano dalla parete, con il Grigri impugnato come un calice di rosso e lo sguardo rivolto altrove.

E già che ci siamo, un promemoria: l’assicuratore non serve solo a trattenere la caduta, serve anche ad accompagnarla, renderla dinamica, stare presente, dare corda al momento giusto e osservare continuamente chi scala. Magari persino usando gli occhialini.

Perché quando sono lontano dallo spit appeso a due falangi non ho bisogno di un amico che chiacchiera. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia sicura.

Per davvero. Porca di quella miseria.

Ancora condomini? Davvero?

martedì, 16 Giugno 2026

Lo ammetto, pensavo che questa stagione fosse finita. Che almeno su una cosa avessimo imparato la lezione, basta guardarsi intorno.

Basta passare davanti alle file di seconde case di Chiesa, oppure fare pochi chilometri più in là, dall’Aprica a Madesimo, dentro quell’immenso affastellamento di condomini color panna, albicocca e salmone sbiadito, costruiti a getto continuo tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Palazzoni nati sotto il segno del mattone che non tradisce mai, della seconda casa come status symbol, del bravo brianzolo che finalmente si è fatto la casa in montagna.

Investimento sicuro, dicevano. Oggi basta passarci davanti.

Serrande chiuse per undici mesi l’anno, balconi che sembrano in letargo dal 1987, amministratori, assemblee, posti auto numerati, corridoi con l’odore di minestrone del vicino e televisioni accese dall’altra parte del muro.

La montagna trasformata in una periferia verticale. Pensavo fosse una stagione chiusa e invece no.

Eccomi davanti all’ennesimo cartello. In alto campeggia il nome: “Residenza Gemma Alpina, 300 metri dalla funivia”, perché oggi un condominio non può più chiamarsi semplicemente condominio, deve sembrare una pietra preziosa, un piccolo paradiso montano. I metri, poi, sono sempre una misura elastica, più narrativa che reale (almeno il triplo), ma poco importa, perché servono solo a sostenere il racconto, un refluo del marketing del Novecento. Poi guardi il rendering e ritrovi il solito copione, con casucce ammiccanti, verde curato e un’altra fetta di prato che si prepara a diventare prodotto immobiliare.

Oggi basta rivestire di assicelle qualche metro quadrato di facciata e il miracolo è compiuto, il condominio diventa “borgo alpino”, il residence si trasforma in “esclusiva residenza di montagna”, il consumo di suolo assume le sembianze rassicuranti della tradizione.

È un trucco e anche piuttosto vecchio.

Ma è inutile prendersela con chi costruisce, fa il proprio mestiere e cerca un profitto dentro regole che lo consentono. E non aiuta nemmeno puntare il dito contro amministratori locali o abitanti di questi luoghi, spesso sono dentro dinamiche più grandi di loro, dentro un’eredità di trasformazioni lunghe e stratificate che hanno progressivamente svuotato il rapporto con il territorio.

Il punto, oggi, è un altro, non siamo più soltanto davanti a semplici “casermoni”, ma a vere e proprie finzioni abitative, dispositivi che simulano la montagna mentre la consumano, che ne imitano le forme mentre ne indeboliscono la sostanza.

Proviamo invece a spostare il piano e mettere un piccolo tarlo nei potenziali acquirenti.

La domanda è semplicissima.

Ma sei proprio sicuro di voler comprare questa roba?

Sei sicuro di desiderare un altro appartamento travestito da baitina? Un pezzo di città con le montagne intorno? Un condominio in classe energetica A che però si porta dietro tutte le abitudini urbane che forse volevi lasciare per un fine settimana? Sei sicuro? Perché là fuori esistono altre mille possibilità. Ci sono case vere.

Case antiche, baite dimenticate, piccole abitazioni nelle frazioni, nei nuclei sparsi, nei luoghi ancora capaci di raccontare qualcosa. Certo, vanno restaurate, con pazienza, cura e tempo.

Ma forse è proprio questo il punto, perché restaurare una casa è anche un modo per restaurare una relazione.

Conoscere un luogo, esplorarlo, capire come gira il sole, osservare da dove arriva il vento, parlare con chi ci vive, cercare i muratori, i falegnami, gli artigiani che ancora conoscono i luoghi e sanno risvegliare l’anima di una casa.

Abitare un posto non significa semplicemente comprarne qualche metro quadrato, ma entrarci in sintonia, affezionarsi, magari farsi anche un orto e frequentarlo fuori stagione.

E, incidentalmente, fare lavorare le tante maestranze locali, quelle brave davvero, che custodiscono saperi e competenze e tengono ancora in piedi un’economia di valle.

Perché il consumo di suolo, in fondo, non è solo una questione urbanistica.

Finché continueremo a pensare che la felicità alpina coincida con l’acquisto dell’ennesimo condominio travestito da casetta di montagna, continueremo a mangiarci prati, paesaggi e pezzi di civiltà, per poi ritrovarci con altre fila di serrande abbassate.

Nel dubbio, caro acquirente in cerca del tuo “buen retiro” alpino, un consiglio non richiesto. Lascia stare il palazzone con il cappotto di larice, vai in giro, esplora, perditi.

Cerca la tua casa. Probabilmente esiste già.

Non tutti gli ostacoli vanno rimossi

martedì, 9 Giugno 2026

Le rocce non sono una realtà da cui tenere lontani i bambini, ma uno spazio dove fare scuola.

Siamo abituati a pensare che il compito degli adulti sia eliminare ogni possibile ostacolo dal cammino dei più piccoli. Rendere gli spazi sempre più sicuri, prevedibili, controllati. Superfici lisce, percorsi livellati, giochi certificati, rischi ridotti al minimo.

Eppure cresce il dubbio che il problema non siano tanto i pericoli che i bambini incontrano nella loro vita quotidiana, quanto quelli che non incontrano più.

Non perché servano situazioni pericolose. Al contrario.

Perché servono occasioni per confrontarsi gradualmente con la realtà, con la sua complessità, le sue asperità, i suoi piccoli imprevisti.

Un terreno sconnesso, una radice, una pietra da aggirare. Una roccia da risalire a quattro zampe.

Esperienze che permettono di mettere in gioco capacità psicomotorie innate e che aiutano a costruire fiducia nelle proprie possibilità.

L’iperprotezione rischia infatti di produrre una forma paradossale di fragilità. Bambini continuamente protetti dal mondo reale, ma sempre meno preparati ad affrontarlo.

In pericolo non per eccesso di esposizione, ma per inazione.

Per questo le uscite in natura rappresentano molto più di una semplice attività ricreativa.

Sono esperienze di realtà vera, nelle quali corpo, movimento e sensi tornano ad avere un ruolo centrale.

Durante una recente uscita con la scuola dell’infanzia abbiamo camminato, osservato, raccolto materiali, costruito piccole dighe, ascoltato l’acqua e, soprattutto, scalato.

Semplicemente rocce, grandi da suscitare curiosità e sufficientemente accessibili da permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di salirle.

A quattro zampe. In piedi, con l’aiuto di un compagno, fermandosi a metà. Riprovando.

Ogni bambino secondo i propri tempi.

Dove il ruolo dell’adulto è creare le condizioni migliori affinché possano fare esperienza, accompagnare senza invadere e sorvegliare, senza togliere significato alla scoperta che la realtà può essere difficile, talvolta persino ostile, ma proprio per questo degna di essere conosciuta. (foto E. Borla)

LeBron James, il golf e i Faraglioni: quando il paesaggio diventa uno sfondo

lunedì, 8 Giugno 2026

La montagna, ma potremmo dire anche il mare, i boschi, i deserti o qualsiasi altro luogo, rischia sempre più spesso di essere ridotta a una bella tappezzeria di contorno. Un fondale.
La rappresentazione più nitida di questo malinteso l’ho vista nelle immagini di LeBron James che, a bordo di uno yacht, si diverte a colpire palline da golf verso il mare con i Faraglioni di Capri sullo sfondo.
Premessa necessaria: nessuna critica personale verso uno dei più grandi sportivi della sua epoca. E immagino anche che le palline fossero biodegradabili e che tutto fosse perfettamente in regola.
Eppure la scena mi ha colpito.
Non per le palline, per lo yacht. Non per il lusso.
Mi ha colpito perché, se ci pensate, è un gesto completamente scollegato dal luogo in cui avviene. I Faraglioni potrebbero essere una parete dolomitica, il Grand Canyon o un fondale stampato in studio fotografico. Cambierebbe poco.
Il luogo non partecipa all’azione. È lì come quinta teatrale.
E forse è proprio questo il punto.
Nell’immaginario contemporaneo il successo non consiste più tanto nell’entrare in relazione con un luogo, quanto nell’utilizzarlo come sfondo per raccontare qualcos’altro. La foto non dice nulla di Capri. Dice qualcosa di chi è al centro dell’inquadratura.
A ben vedere, facciamo tutti un po’ la stessa cosa, in forme più modeste. Una vetta, un lago alpino, una spiaggia remota, una sentiero panoramico. Spesso i luoghi diventano semplicemente il supporto scenografico di una narrazione che parla esclusivamente di noi.
La differenza è che nel caso di LeBron la cosa appare quasi caricaturale, e proprio per questo aiuta a vederla meglio.
Perché c’è qualcosa di vagamente comico in un uomo che si trova davanti a uno dei paesaggi più celebri del Mediterraneo e decide di usarlo come campo pratica.
Non provo invidia. Nemmeno fastidio.
Semmai una certa tenerezza.
Perché il vero lusso, alla fine, non è avere uno yacht davanti ai Faraglioni. È possedere i codici per capire dove si è. Essere capaci di leggere un luogo, di lasciarsi interrogare da ciò che ha da raccontare.
E questo, curiosamente, non si può comprare.
Nemmeno con uno yacht e con una mazza da golf. Nemmeno se sei LeBron James.

Quando smettono di chiedere “quanto manca”

mercoledì, 27 Maggio 2026

La domanda “quanto manca?” durante un’escursione con un gruppo di ragazzi non è quasi mai una questione di fatica. Spesso è distanza dall’esperienza, difficoltà ad abitare il tempo, bisogno di una meta immediata.

Per questo, quando quella domanda lentamente sparisce, o quasi, è successo qualcosa di importante.

Non per merito di chi accompagna, ma perché il gruppo ha iniziato ad ascoltare davvero. Il bosco, le tracce, l’acqua, le storie, il proprio passo.

Perché la curiosità ha preso il posto dell’attesa.

Perché i ragazzi, se coinvolti nel modo giusto, smettono di subire il cammino e iniziano ad attraversarlo.

Bisogna pungolarli, certo. A volte provocarli, altre volte lasciarli fare. Trovare il loro verso giusto, senza pretendere attenzione automatica.

Poi accade qualcosa di bellissimo e diventano inarrestabili.

Si fermano a osservare dettagli invisibili agli adulti, fanno domande impreviste, dimenticano il telefono, allungano il passo.

Ed è lì che l’educazione fuori prende corpo.

Un’aula senza muri dove non si insegna soltanto, si impara insieme a stare nel mondo.

Marettimo. La morte lenta dei luoghi raccontati troppo

lunedì, 25 Maggio 2026

Certe isole non assomigliano al Mediterraneo.
O almeno non al Mediterraneo addomesticato delle brochure turistiche, delle spiagge ordinate, delle rotte consumate. Marettimo invece emerge dal mare come una scheggia di dolomia piantata nel blu, un frammento verticale e severo più vicino a certe montagne che all’idea comune di isola.

Ci sono tornato più volte, sempre attirato da quel lato nascosto e inaccessibile che si lascia osservare quasi soltanto dal mare, attraverso i Barranchi, vertiginose pareti a picco sull’acqua, passaggi sospesi tra escursionismo e arrampicata, profumi aspri di macchia mediterranea e sale.

Fu lì che nacque, dentro di me, quello che anni fa chiamai “il patto del non racconto”.
Un’intuizione semplice, non tutto ciò che scopriamo deve necessariamente essere divulgato, promosso, trasformato in contenuto.
Anzi, certi luoghi sopravvivono proprio grazie alla loro marginalità, al loro restare fuori dai riflettori.

Quando lessi l’articolo divulgativo pubblicato su Montagne360 del Club Alpino Italiano, dedicato a quei percorsi allora ancora marginali, provai immediatamente una sensazione precisa: “È già finita”. Non era in discussione la qualità del racconto, né l’energia esplorativa di chi lo aveva scritto, ma la forza della macchina comunicativa che lo avrebbe inevitabilmente amplificato.

Perché Montagne360 non era una piccola rivista di nicchia, veniva distribuita in circa 250.000 copie, un numero enorme per una pubblicazione di montagna. Una macchina capace di trasformare rapidamente un luogo periferico in desiderio collettivo.

Un itinerario simile, stretto sul confine tra esplorazione, avventura e terreno instabile, in un’area di raro pregio ambientale, non può sopportare la logica dei gruppi organizzati.
Eppure continuiamo ostinatamente a trasformare ogni esperienza in esposizione, ogni luogo in vetrina, ogni passaggio remoto in un trofeo da mostrare.

Prima arrivano le fotografie eroiche.
Poi i reel e le classifiche dei “trekking imperdibili”.
Infine arrivano i pacchetti organizzati.

È accaduto anche qui.

Un’agenzia di guide altoatesine ha iniziato a promuovere il percorso con il consueto linguaggio del turismo esperienziale contemporaneo: “natura incontaminata”, “viaggi selvaggi”.
Le stesse narrazioni patinate che vendono oggi il selvaggio confezionato, spesso accompagnate dal rituale assolutorio del calcolo dell’impronta carbonica e dalla piantina adottata per compensare il volo.

Ma la contraddizione è più profonda.
Perché quella stessa macchina che oggi offre lavoro e visibilità, nel lungo periodo finisce spesso per impoverire anche chi la alimenta. Quando ogni luogo viene trasformato in prodotto, l’esperienza perde unicità, si standardizza, diventa replicabile e sostituibile. La concorrenza aumenta, il valore simbolico si consuma, e il mercato è costretto a inseguire continuamente nuove “ultime frontiere” da mettere in vetrina.

È una giostra che divora sé stessa.

Poi è arrivata anche la televisione tedesca, con il suo linguaggio impeccabile e rassicurante da servizio pubblico, il racconto di Marettimo dentro il format di Bergauf-Bergab lo ha definitivamente incorniciato come “isola avventura”, versione mediterranea di un immaginario alpino già pronto, esportabile, consumabile. E quando un luogo entra in quel tipo di narrazione televisiva, diventa una destinazione validata, riconosciuta, autorizzata a essere desiderata.

Ed è lì che qualcosa muore davvero.

Non fisicamente soltanto.
Muoiono il silenzio e l’incertezza.
Muore la possibilità della scoperta e la sensazione rara di trovarsi in un luogo non ancora preceduto dall’immaginario collettivo.

Perché oggi sembra impossibile accettare che qualcosa possa semplicemente esistere senza essere promosso.
Ogni spazio deve diventare esperienza, merce condivisibile, destinazione, ogni traversata un format narrativo.

Eppure esistono territori delicati che chiederebbero l’opposto, meno presenza, meno racconto, meno visibilità.

Non è il desiderio infantile di custodire segreti.
È piuttosto una forma di responsabilità verso luoghi che non possiedono anticorpi sufficienti contro la bulimia contemporanea dell’esposizione.

Io, dentro quei barranchi, ci sono stato più volte. Senza carovane, barche d’appoggio, senza trasformare il passaggio in evento. Senza esibire trofei.

Forse perché certe esperienze acquistano valore proprio nel momento in cui smettono di voler essere dimostrate.

Marettimo meritava forse più ascolto e meno promozione.

Segni di un’estate già scritta

sabato, 11 Aprile 2026

Osservazioni di stagione in quota

Grandi macigni punteggiano il ghiacciaio, come cicatrici recenti. Sono ciò che resta della frana, staccata lo scorso autunno dalla parete Nord del Cassandra, un evento che lascia traccia sulla superficie bianca e nello sguardo di chi passa.

Attorno alla base dei blocchi il vento lavora in silenzio, scava, modella. Ne nascono depressioni circolari che arrivano quasi a mettere a nudo il ghiaccio vivo, là dove la neve dovrebbe ancora proteggere. È un paesaggio che si spoglia troppo presto.

C’è poca neve, troppo poca per la stagione. Qui l’inverno di solito copre tutto, quest’anno no, le superfici delle morene restano irregolari, i crepacci già si lasciano intuire, i seracchi sono esposti, scoperti, come corpi senza difesa sotto un sole che non concede tregua.

È difficile non leggerlo come un segnale, un cattivo presagio per l’estate che verrà, per chi si muoverà in alta quota. Anche se arrivassero nevicate tardive, abbondanti, quasi monsoniche, difficilmente basterebbero a invertire la tendenza. La neve fuori stagione non ha radici, si deposita, ma non fa corpo e il ghiaccio continua a fondere.

Sarà ancora lui a pagare il prezzo più alto. Il ghiaccio che si ritira, che si assottiglia, che perde continuità. E con lui cresce un’instabilità diffusa, una nuova incertezza del muoversi, del leggere il terreno, del fidarsi.

Eppure, noi continuiamo. Scivoliamo sopra questi segnali con leggerezza, tracciando curve, accumulando immagini, condividendo entusiasmo. Raccontiamo la bellezza, ma sempre più spesso senza accorgerci del contesto che la sostiene — o che la sta lentamente perdendo.

Forse non è nemmeno disattenzione. Forse è assuefazione. Una forma sottile di disconnessione che ci rende incapaci di riconoscere il limite proprio mentre questo scompare.

E intanto il ghiacciaio cambia. Non all’improvviso, ma abbastanza in fretta da non poter più fingere di non vederlo.