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LeBron James, il golf e i Faraglioni: quando il paesaggio diventa uno sfondo

lunedì, 8 Giugno 2026

La montagna, ma potremmo dire anche il mare, i boschi, i deserti o qualsiasi altro luogo, rischia sempre più spesso di essere ridotta a una bella tappezzeria di contorno. Un fondale.
La rappresentazione più nitida di questo malinteso l’ho vista nelle immagini di LeBron James che, a bordo di uno yacht, si diverte a colpire palline da golf verso il mare con i Faraglioni di Capri sullo sfondo.
Premessa necessaria: nessuna critica personale verso uno dei più grandi sportivi della sua epoca. E immagino anche che le palline fossero biodegradabili e che tutto fosse perfettamente in regola.
Eppure la scena mi ha colpito.
Non per le palline, per lo yacht. Non per il lusso.
Mi ha colpito perché, se ci pensate, è un gesto completamente scollegato dal luogo in cui avviene. I Faraglioni potrebbero essere una parete dolomitica, il Grand Canyon o un fondale stampato in studio fotografico. Cambierebbe poco.
Il luogo non partecipa all’azione. È lì come quinta teatrale.
E forse è proprio questo il punto.
Nell’immaginario contemporaneo il successo non consiste più tanto nell’entrare in relazione con un luogo, quanto nell’utilizzarlo come sfondo per raccontare qualcos’altro. La foto non dice nulla di Capri. Dice qualcosa di chi è al centro dell’inquadratura.
A ben vedere, facciamo tutti un po’ la stessa cosa, in forme più modeste. Una vetta, un lago alpino, una spiaggia remota, una sentiero panoramico. Spesso i luoghi diventano semplicemente il supporto scenografico di una narrazione che parla esclusivamente di noi.
La differenza è che nel caso di LeBron la cosa appare quasi caricaturale, e proprio per questo aiuta a vederla meglio.
Perché c’è qualcosa di vagamente comico in un uomo che si trova davanti a uno dei paesaggi più celebri del Mediterraneo e decide di usarlo come campo pratica.
Non provo invidia. Nemmeno fastidio.
Semmai una certa tenerezza.
Perché il vero lusso, alla fine, non è avere uno yacht davanti ai Faraglioni. È possedere i codici per capire dove si è. Essere capaci di leggere un luogo, di lasciarsi interrogare da ciò che ha da raccontare.
E questo, curiosamente, non si può comprare.
Nemmeno con uno yacht e con una mazza da golf. Nemmeno se sei LeBron James.

Quando smettono di chiedere “quanto manca”

mercoledì, 27 Maggio 2026

La domanda “quanto manca?” durante un’escursione con un gruppo di ragazzi non è quasi mai una questione di fatica. Spesso è distanza dall’esperienza, difficoltà ad abitare il tempo, bisogno di una meta immediata.

Per questo, quando quella domanda lentamente sparisce, o quasi, è successo qualcosa di importante.

Non per merito di chi accompagna, ma perché il gruppo ha iniziato ad ascoltare davvero. Il bosco, le tracce, l’acqua, le storie, il proprio passo.

Perché la curiosità ha preso il posto dell’attesa.

Perché i ragazzi, se coinvolti nel modo giusto, smettono di subire il cammino e iniziano ad attraversarlo.

Bisogna pungolarli, certo. A volte provocarli, altre volte lasciarli fare. Trovare il loro verso giusto, senza pretendere attenzione automatica.

Poi accade qualcosa di bellissimo e diventano inarrestabili.

Si fermano a osservare dettagli invisibili agli adulti, fanno domande impreviste, dimenticano il telefono, allungano il passo.

Ed è lì che l’educazione fuori prende corpo.

Un’aula senza muri dove non si insegna soltanto, si impara insieme a stare nel mondo.

Marettimo. La morte lenta dei luoghi raccontati troppo

lunedì, 25 Maggio 2026

Certe isole non assomigliano al Mediterraneo.
O almeno non al Mediterraneo addomesticato delle brochure turistiche, delle spiagge ordinate, delle rotte consumate. Marettimo invece emerge dal mare come una scheggia di dolomia piantata nel blu, un frammento verticale e severo più vicino a certe montagne che all’idea comune di isola.

Ci sono tornato più volte, sempre attirato da quel lato nascosto e inaccessibile che si lascia osservare quasi soltanto dal mare, attraverso i Barranchi, vertiginose pareti a picco sull’acqua, passaggi sospesi tra escursionismo e arrampicata, profumi aspri di macchia mediterranea e sale.

Fu lì che nacque, dentro di me, quello che anni fa chiamai “il patto del non racconto”.
Un’intuizione semplice, non tutto ciò che scopriamo deve necessariamente essere divulgato, promosso, trasformato in contenuto.
Anzi, certi luoghi sopravvivono proprio grazie alla loro marginalità, al loro restare fuori dai riflettori.

Quando lessi l’articolo divulgativo pubblicato su Montagne360 del Club Alpino Italiano, dedicato a quei percorsi allora ancora marginali, provai immediatamente una sensazione precisa: “È già finita”. Non era in discussione la qualità del racconto, né l’energia esplorativa di chi lo aveva scritto, ma la forza della macchina comunicativa che lo avrebbe inevitabilmente amplificato.

Perché Montagne360 non era una piccola rivista di nicchia, veniva distribuita in circa 250.000 copie, un numero enorme per una pubblicazione di montagna. Una macchina capace di trasformare rapidamente un luogo periferico in desiderio collettivo.

Un itinerario simile, stretto sul confine tra esplorazione, avventura e terreno instabile, in un’area di raro pregio ambientale, non può sopportare la logica dei gruppi organizzati.
Eppure continuiamo ostinatamente a trasformare ogni esperienza in esposizione, ogni luogo in vetrina, ogni passaggio remoto in un trofeo da mostrare.

Prima arrivano le fotografie eroiche.
Poi i reel e le classifiche dei “trekking imperdibili”.
Infine arrivano i pacchetti organizzati.

È accaduto anche qui.

Un’agenzia di guide altoatesine ha iniziato a promuovere il percorso con il consueto linguaggio del turismo esperienziale contemporaneo: “natura incontaminata”, “viaggi selvaggi”.
Le stesse narrazioni patinate che vendono oggi il selvaggio confezionato, spesso accompagnate dal rituale assolutorio del calcolo dell’impronta carbonica e dalla piantina adottata per compensare il volo.

Ma la contraddizione è più profonda.
Perché quella stessa macchina che oggi offre lavoro e visibilità, nel lungo periodo finisce spesso per impoverire anche chi la alimenta. Quando ogni luogo viene trasformato in prodotto, l’esperienza perde unicità, si standardizza, diventa replicabile e sostituibile. La concorrenza aumenta, il valore simbolico si consuma, e il mercato è costretto a inseguire continuamente nuove “ultime frontiere” da mettere in vetrina.

È una giostra che divora sé stessa.

Poi è arrivata anche la televisione tedesca, con il suo linguaggio impeccabile e rassicurante da servizio pubblico, il racconto di Marettimo dentro il format di Bergauf-Bergab lo ha definitivamente incorniciato come “isola avventura”, versione mediterranea di un immaginario alpino già pronto, esportabile, consumabile. E quando un luogo entra in quel tipo di narrazione televisiva, diventa una destinazione validata, riconosciuta, autorizzata a essere desiderata.

Ed è lì che qualcosa muore davvero.

Non fisicamente soltanto.
Muoiono il silenzio e l’incertezza.
Muore la possibilità della scoperta e la sensazione rara di trovarsi in un luogo non ancora preceduto dall’immaginario collettivo.

Perché oggi sembra impossibile accettare che qualcosa possa semplicemente esistere senza essere promosso.
Ogni spazio deve diventare esperienza, merce condivisibile, destinazione, ogni traversata un format narrativo.

Eppure esistono territori delicati che chiederebbero l’opposto, meno presenza, meno racconto, meno visibilità.

Non è il desiderio infantile di custodire segreti.
È piuttosto una forma di responsabilità verso luoghi che non possiedono anticorpi sufficienti contro la bulimia contemporanea dell’esposizione.

Io, dentro quei barranchi, ci sono stato più volte. Senza carovane, barche d’appoggio, senza trasformare il passaggio in evento. Senza esibire trofei.

Forse perché certe esperienze acquistano valore proprio nel momento in cui smettono di voler essere dimostrate.

Marettimo meritava forse più ascolto e meno promozione.

Segni di un’estate già scritta

sabato, 11 Aprile 2026

Osservazioni di stagione in quota

Grandi macigni punteggiano il ghiacciaio, come cicatrici recenti. Sono ciò che resta della frana, staccata lo scorso autunno dalla parete Nord del Cassandra, un evento che lascia traccia sulla superficie bianca e nello sguardo di chi passa.

Attorno alla base dei blocchi il vento lavora in silenzio, scava, modella. Ne nascono depressioni circolari che arrivano quasi a mettere a nudo il ghiaccio vivo, là dove la neve dovrebbe ancora proteggere. È un paesaggio che si spoglia troppo presto.

C’è poca neve, troppo poca per la stagione. Qui l’inverno di solito copre tutto, quest’anno no, le superfici delle morene restano irregolari, i crepacci già si lasciano intuire, i seracchi sono esposti, scoperti, come corpi senza difesa sotto un sole che non concede tregua.

È difficile non leggerlo come un segnale, un cattivo presagio per l’estate che verrà, per chi si muoverà in alta quota. Anche se arrivassero nevicate tardive, abbondanti, quasi monsoniche, difficilmente basterebbero a invertire la tendenza. La neve fuori stagione non ha radici, si deposita, ma non fa corpo e il ghiaccio continua a fondere.

Sarà ancora lui a pagare il prezzo più alto. Il ghiaccio che si ritira, che si assottiglia, che perde continuità. E con lui cresce un’instabilità diffusa, una nuova incertezza del muoversi, del leggere il terreno, del fidarsi.

Eppure, noi continuiamo. Scivoliamo sopra questi segnali con leggerezza, tracciando curve, accumulando immagini, condividendo entusiasmo. Raccontiamo la bellezza, ma sempre più spesso senza accorgerci del contesto che la sostiene — o che la sta lentamente perdendo.

Forse non è nemmeno disattenzione. Forse è assuefazione. Una forma sottile di disconnessione che ci rende incapaci di riconoscere il limite proprio mentre questo scompare.

E intanto il ghiacciaio cambia. Non all’improvviso, ma abbastanza in fretta da non poter più fingere di non vederlo.

Appigli nel tempo

martedì, 7 Aprile 2026

C’è un mare antico che regge queste pareti, pietrificato nei muri a strapiombo del Muschelkalk, calcari nati da acque calde e poco profonde, ora diventati equilibrio e vuoto sotto le dita.

Sotto, la pietra rossa racconta un’altra storia. Il Buntsandstein è polvere di deserto, flussi antichi, vento e tempo. Due mondi, uno sopra l’altro. E noi in mezzo, a leggere la roccia e a cercare appigli in ciò che resta del tempo.

Più in basso, messi a nudo dal Rio Siurana, affiorano scisti verdi, molto più antichi, come un fondo che riaffiora dopo essere stato dimenticato. Pochi passi separano un confine invisibile che coincide con la più grande estinzione di massa del pianeta. Qui è tutto vicino, tutto leggibile, tra una salita e l’altra.

Aprile aiuta lo sguardo, tra fiori di rosmarino e ginestre spinose, pinete aromatiche. Il vento teso da nord allunga le nuvole e pulisce il cielo: una condizione perfetta per arrampicare.

Tommaso si aggrappa agli strapiombi arancioni di questa roccia incredibile. Io rincorro i rari muri grigi, un poco più appoggiati e lavorati dall’acqua, che restituiscono sollievo alle braccia. Un grigio che ormai riconosco anche nelle mie tempie.

Più in alto, restano le tracce del castello, ultimo baluardo dei musulmani in Catalogna. Le mura si fanno strada tra gli strati di roccia, così evidenti che basta un’immagine per raccontare milioni di anni. Si racconta che la regina preferì gettarsi nel vuoto con il suo cavallo piuttosto che cadere prigioniera dei cristiani. Anche questa è una linea, una scelta verticale che attraversa il tempo.

Ai piedi dei rilievi della Sierra de Prades si apre una moltitudine di pareti. Linee ovunque, arrampicatori da ogni dove. Alcuni inseguono il grado, altri la qualità della roccia, che qui è eccellente, quasi senza eccezioni.

In fondo è anche questo un modo di viaggiare, mettere le mani nella storia della Terra, osservare, conoscere, rispettare.

E poi c’è un passaggio che non riguarda la roccia. Arriva quando smetti di salire tu e guardi salire tuo figlio. È bello prendersi cura, senza sottrarsi alla fatica. Ma è altrettanto bello fermarsi quando è il momento. Quel che è salito, è salito. Ora resta la leggerezza, la passione, la forza di chi sale dopo.

E la capacità, non scontata, di saperle guardare.

Manuale minimo di “turistichese” contemporaneo

sabato, 28 Marzo 2026

Ancora ce l’abbiamo nelle orecchie quel ronzio insistente: anni di stakeholder, venue, legacy ripetuti fino allo sfinimento, fino a trasformare qualsiasi discorso in una specie di fiera itinerante del nulla. E adesso, puntuale, arriva il “turistichese”, con il suo carico da undici di comunicati trionfali, da luoghi olimpici, e convalli, con mucchi di parole che sembrano uscite da un generatore automatico.

È una lingua curiosa, il “turistichese” contemporaneo. Sembra dire moltissimo, in realtà gira sempre attorno a quattro concetti messi in fila con più o meno eleganza. La prima cosa che colpisce è l’abuso sistematico di parole astratte, gonfie, autoreferenziali: “attrattività”, “posizionamento”, “ricadute diffuse”, “perimetro della domanda”, “laboratorio sul futuro”. Termini che alzano il tono, certo, ma abbassano la sostanza. Perché alla fine basterebbe dire: sono arrivati più turisti e hanno speso di più. Ma evidentemente è troppo poco per fare scena.

Poi ci sono gli anglicismi, ormai irrinunciabili, come una divisa d’ordinanza: incoming, sentiment, brand reputation, press tour, target, brand ambassador. Alcuni infilati a caso, altri usati come fossero formule magiche. “Sentiment del territorio” è forse il capolavoro: certo, si può anche misurare, ma qui diventa una parola magica. Nessuno dice come, su cosa, con quali dati. Basta nominarlo, e sembra già una cosa seria.

La struttura è sempre quella, riconoscibile a distanza.
Crescita, immancabilmente “a doppia cifra”, mai semplicemente “un po’ di più”.
Internazionalizzazione, la solita lista di paesi, come una spunta su una checklist.
Eventi come motore, mai dire che “portano gente”, troppo diretto.
E infine il futuro, presentato come sfida, opportunità, orizzonte. Sempre.

E poi arrivano le chiusure, quelle davvero impeccabili nella loro inconsistenza. Frasi perfette, rotonde, inattaccabili: “un’offerta fluida, coerente, capace di imprimere un ricordo duraturo”. Che significa? Nulla di verificabile, ma funziona benissimo, perché riempie lo spazio e lascia una sensazione vaga di importanza.

Altro marchio di fabbrica è complicare il semplice. “Sistema”, “territorio mandamentale”, “aree di competenza”. Parole che si sovrappongono alla realtà fino a nasconderla. La valle diventa sistema, la zona diventa perimetro.

Il punto non è nemmeno che i dati siano falsi. Probabilmente sono veri, e magari anche significativi. Ma il linguaggio serve a gonfiarli, a costruirci sopra una narrazione che non informa, ma orienta, rassicura, celebra.

Tradotto in italiano normale, suonerebbe più o meno così:
è arrivata più gente, soprattutto da fuori, ha speso di più anche grazie agli eventi, e adesso si prova a sfruttare il momento.

Tutto il resto è scenografia. Una lingua che non serve a capire, ma a convincere. E soprattutto a non dire mai le cose come stanno.

Primavera nelle Alpi: chi ascolta e chi fa rumore

venerdì, 20 Marzo 2026

Non serve nemmeno alzare la voce, basta guardare cosa accade, nello stesso momento, nello stesso spazio alpino, per capire quanto una scelta possa essere rivelatrice.

Metà maggio, primavera piena: le montagne si risvegliano, l’acqua corre, i prati respirano. Tre valli confinanti, nel cuore delle Alpi, tre modi diversi di abitare, o consumare, lo stesso tempo.

Val Masino
Da oltre vent’anni accade qualcosa di semplice e, proprio per questo, raro: il Melloblocco. Persone che arrivano da tutto il mondo non per conquistare, ma per misurarsi. Nessuna tribuna, nessun motore, nessuna infrastruttura invasiva. Solo corpi, roccia e gravità.
Il bouldering è essenziale, scala ciò che c’è, accetta il limite, si muove leggero.
È un popolo giovane, internazionale, colorato. Ma soprattutto è un popolo che, con tutte le inevitabili contraddizioni, ha interiorizzato una regola basilare: sei ospite, muoviti libero, ma rispetta luoghi e persone.
La montagna non è scenografia. È interlocutore.

Valposchiavo.
Appena oltre il confine, un’altra scelta. La Festa Danzante, nata a Zurigo nel 2006 e diffusa in tutta la Svizzera, arriva anche qui. La danza esce dai teatri e si posa nelle piazze, nei cortili, negli spazi quotidiani.
Non invade, ma attraversa. Non impone, ma invita.
È un linguaggio che non lascia traccia se non nella memoria di chi guarda e di chi partecipa. Il paesaggio resta integro, ma si arricchisce di senso.
Anche qui, la valle non si vende, si racconta.

Valmalenco.
Nel mezzo. Con il Pizzo Bernina a fare da riferimento simbolico.
Eppure, ancora una volta, la scelta è un’altra: il ritorno del rally.

Non serve discutere di motori, di sport, di passione, argomenti legittimi, altrove. Qui la domanda è più semplice, cosa c’entra tutto questo con la montagna?

Perché una valle, nel momento più delicato dell’anno, decide di offrirsi come pista?
Perché appaltare suono, aria, odori, percezione, tutto ciò che definisce l’esperienza alpina, a un evento che della montagna utilizza solo lo sfondo?

Non è una questione estetica. È una questione di senso.

Da una parte c’è chi costruisce proposte che nascono dai luoghi: la roccia, i corpi, il ritmo di una primavera che si lascia attraversare.
Dall’altra c’è chi importa un format e lo cala ovunque, indifferente al contesto.

La domanda resta, inevitabile: perché?

Non si tratta di demonizzare. Si tratta di scegliere.
Perché le valli, oggi, sono chiamate a dire chi vogliono essere, non a parole, ma attraverso ciò che ospitano.

La Val Masino ha scelto di essere roccia e relazione.
La Valposchiavo ha scelto di essere gesto e cultura.
La Valmalenco, che non ha mai avuto tradizioni rallystiche, sceglie di consegnarsi all’asfalto.

È una dichiarazione, non è una scelta neutra.
È una scelta precisa, basta guardare i fatti.
La montagna non è un supporto qualsiasi, non è uno sfondo intercambiabile, non è uno spazio vuoto da riempire con qualunque attività.

È un ambiente con caratteristiche proprie, limiti evidenti, equilibri delicati.
E questi elementi indicano già, in modo abbastanza chiaro, cosa è coerente farci e cosa no.

Se questo viene ignorato, il risultato è semplice: alcune valli costruiscono proposte che nascono dal luogo, altre ospitano eventi che potrebbero svolgersi ovunque, senza differenza.

Nel frattempo, dove il contesto viene rispettato, le persone continuano ad arrivare, senza sacrificare ciò che rende quei luoghi belli.

Foto archivi:o Tanzfest 2026 touren; Melloblocco; mio.

Link utili: rally in montagna, una corsa fuori dal luogo e fuori dal tempo.

Ponti di pietra, tempi di bulli

sabato, 14 Marzo 2026

Anche la roccia, con il tempo e la pazienza della natura, trova il modo di farsi ponte.
Tra gli uomini, invece, sembra prosperare l’arte opposta, alzare muri, scavare distanze, trasformare la forza in sopraffazione.

Così il bullismo, grande o piccolo, esplicito o travestito, finisce per diventare la lingua franca di troppi rapporti. Dalle piccole vicende fino agli scranni più alti, la voce del prepotente copre le altre; l’impudicizia di chi non sa, ma aggredisce, si impone su chi prova a capire. Sapere costa fatica. Così come costa fatica l’intelligenza del dubbio.

Per questo, ogni tanto, conviene rallentare. Non cedere alla tentazione di imitare i bulli. E magari tornare in montagna — quella vera — dove perfino la pietra, con il tempo, ha imparato a diventare ponte.

Nell’immagine: scultura di pietra nel calcare dell’Oman

Quando i colori si ritirano

venerdì, 9 Gennaio 2026

Troppo poca neve per sciare, abbastanza da rendere scomodo ogni passo. La giornata è grigia, i colori spariscono, le cime si confondono. Vento da nord, qualche fiocco scende, ma la neve cade al di là delle Alpi; qui resta il silenzio.

Non è una giornata da buttare, il freddo taglia l’aria, le proporzioni ritornano, si nota ogni cosa. Da un foro nella neve il vapore acqueo dell’aria umida cristallizza; sottili cristalli di ghiaccio crescono come aghi.

La montagna riprende la sua misura.

Cultura dell’incidente, narrazioni, geografie del lutto

venerdì, 9 Gennaio 2026

Quaranta morti a Crans-Montana nella notte del nuovo anno.

Centosedici morti nel Mediterraneo centrale a dicembre 2025.

Due eventi diversi, due contesti lontani, ma una dinamica che rivela differenze profonde nel modo in cui vengono raccontati. E, per chi frequenta la montagna e ne conosce il linguaggio, questa differenza non può passare inosservata. Quando muore qualcuno in montagna, lo sappiamo bene, i numeri non bastano. Non ci bastano mai. Subito parte la ricostruzione: le condizioni ambientali, le scelte, le competenze, le responsabilità individuali e collettive. È quella che chiamiamo, non a caso, cultura dell’incidente. Un esercizio faticoso, a volte scomodo, ma necessario. Per rispetto verso chi è morto e per onestà verso chi verrà dopo.

A Crans-Montana la narrazione segue questo schema, una comunità colpita, vittime con un nome, domande sulla sicurezza, sulle uscite di emergenza, sulle responsabilità. La tragedia diventa fatto pubblico, condiviso, analizzato. Il lutto è riconosciuto.

Nel Mediterraneo, invece, il meccanismo si inceppa.

“Si temono 116 morti”. Naufragio di migranti. Fonte: ONG.

Fine del racconto.

Nessuna ricostruzione reale, nessuna cultura dell’incidente applicata al mare. Eppure, come in montagna, il mare non uccide da solo. Uccidono le decisioni prese prima, rotte obbligate, soccorsi ritardati o negati, politiche che trasformano il rischio in normalità accettata. Uccidono le omissioni, esattamente come accade quando un itinerario viene sottovalutato o una parete viene affrontata ignorando segnali evidenti, interni ed esterni.

In montagna abbiamo imparato — spesso a caro prezzo — che parlare di fatalità è il modo più rapido per non assumersi responsabilità. E che ridurre una morte a una statistica è il modo più sicuro per non imparare nulla.

La vera differenza, allora, non è tra un incendio in una stazione sciistica e un naufragio in mare aperto.

La differenza sta nel diritto al lutto e all’analisi.

Alcune morti vengono raccontate come incidenti da capire, altre come eventi inevitabili da archiviare.

Eppure, se c’è una lezione che la montagna ci ha insegnato, è che non esistono ambienti neutrali né tragedie inevitabili. Esistono scelte, contesti, responsabilità. Esiste uno sguardo che decide se fermarsi a guardare o voltarsi dall’altra parte.

Finché accetteremo che nel Mediterraneo non valga la stessa cultura dell’incidente che pretendiamo per la montagna, il problema non sarà solo l’informazione.

Sarà la rinuncia a riconoscere, anche lì, delle vite degne di essere comprese, non solo contate.

Esempio

Crans-Montana (40 morti)

“Crans-Montana in lutto: identificate le prime vittime dell’incendio, il paese si ferma” (ANSA/Reuters)

Mediterraneo centrale (116 morti)

“Migranti, Sea Watch: naufragio nel Mediterraneo, si temono 116 morti” (Repubblica)

Perché sono “simbolici”

Nel primo: c’è un luogo riconoscibile, c’è una comunità, c’è il lutto,

ci sono vittime da identificare (persone, non numeri).

Nel secondo: non c’è un luogo preciso, non c’è una comunità, non c’è lutto,

non ci sono persone, ma una categoria (“migranti”) e una stima.

TITOLI RISCRITTI (INVERSIONE DI SGUARDO)

Mediterraneo centrale (116 morti)

“Mediterraneo in lutto: 116 persone morte in mare, famiglie senza nomi né corpi”

Crans-Montana (40 morti)

“Incendio in Svizzera, si temono 40 morti in un locale turistico”.