La domanda “quanto manca?” durante un’escursione con un gruppo di ragazzi non è quasi mai una questione di fatica. Spesso è distanza dall’esperienza, difficoltà ad abitare il tempo, bisogno di una meta immediata.
Per questo, quando quella domanda lentamente sparisce, o quasi, è successo qualcosa di importante.
Non per merito di chi accompagna, ma perché il gruppo ha iniziato ad ascoltare davvero. Il bosco, le tracce, l’acqua, le storie, il proprio passo.
Perché la curiosità ha preso il posto dell’attesa.
Perché i ragazzi, se coinvolti nel modo giusto, smettono di subire il cammino e iniziano ad attraversarlo.
Bisogna pungolarli, certo. A volte provocarli, altre volte lasciarli fare. Trovare il loro verso giusto, senza pretendere attenzione automatica.
Poi accade qualcosa di bellissimo e diventano inarrestabili.
Si fermano a osservare dettagli invisibili agli adulti, fanno domande impreviste, dimenticano il telefono, allungano il passo.
Ed è lì che l’educazione fuori prende corpo.
Un’aula senza muri dove non si insegna soltanto, si impara insieme a stare nel mondo.
C’è un mare antico che regge queste pareti, pietrificato nei muri a strapiombo del Muschelkalk, calcari nati da acque calde e poco profonde, ora diventati equilibrio e vuoto sotto le dita.
Sotto, la pietra rossa racconta un’altra storia. Il Buntsandstein è polvere di deserto, flussi antichi, vento e tempo. Due mondi, uno sopra l’altro. E noi in mezzo, a leggere la roccia e a cercare appigli in ciò che resta del tempo.
Più in basso, messi a nudo dal Rio Siurana, affiorano scisti verdi, molto più antichi, come un fondo che riaffiora dopo essere stato dimenticato. Pochi passi separano un confine invisibile che coincide con la più grande estinzione di massa del pianeta. Qui è tutto vicino, tutto leggibile, tra una salita e l’altra.
Aprile aiuta lo sguardo, tra fiori di rosmarino e ginestre spinose, pinete aromatiche. Il vento teso da nord allunga le nuvole e pulisce il cielo: una condizione perfetta per arrampicare.
Tommaso si aggrappa agli strapiombi arancioni di questa roccia incredibile. Io rincorro i rari muri grigi, un poco più appoggiati e lavorati dall’acqua, che restituiscono sollievo alle braccia. Un grigio che ormai riconosco anche nelle mie tempie.
Più in alto, restano le tracce del castello, ultimo baluardo dei musulmani in Catalogna. Le mura si fanno strada tra gli strati di roccia, così evidenti che basta un’immagine per raccontare milioni di anni. Si racconta che la regina preferì gettarsi nel vuoto con il suo cavallo piuttosto che cadere prigioniera dei cristiani. Anche questa è una linea, una scelta verticale che attraversa il tempo.
Ai piedi dei rilievi della Sierra de Prades si apre una moltitudine di pareti. Linee ovunque, arrampicatori da ogni dove. Alcuni inseguono il grado, altri la qualità della roccia, che qui è eccellente, quasi senza eccezioni.
In fondo è anche questo un modo di viaggiare, mettere le mani nella storia della Terra, osservare, conoscere, rispettare.
E poi c’è un passaggio che non riguarda la roccia. Arriva quando smetti di salire tu e guardi salire tuo figlio. È bello prendersi cura, senza sottrarsi alla fatica. Ma è altrettanto bello fermarsi quando è il momento. Quel che è salito, è salito. Ora resta la leggerezza, la passione, la forza di chi sale dopo.
Troppo poca neve per sciare, abbastanza da rendere scomodo ogni passo. La giornata è grigia, i colori spariscono, le cime si confondono. Vento da nord, qualche fiocco scende, ma la neve cade al di là delle Alpi; qui resta il silenzio.
Non è una giornata da buttare, il freddo taglia l’aria, le proporzioni ritornano, si nota ogni cosa. Da un foro nella neve il vapore acqueo dell’aria umida cristallizza; sottili cristalli di ghiaccio crescono come aghi.
Cammino, arrampicata e ascolto: esperienze per abitare la montagna.
Un giorno o due, per trovare sintonia con l’intorno e con sé stessi. Ci si incontra, si parte senza fretta, si osserva come cambiano la luce, il vento, il passo. L’intorno diventa campo d’esperienza, non sfondo. Prima comprendiamo cosa accade attorno a noi, poi cerchiamo di capire come superare gli ostacoli, con quali tecniche, e solo alla fine con gli strumenti giusti. Più che il dove, importa il come. La montagna insegna a leggere, a scegliere, a rallentare o correre.
Nel muoversi tra sentieri e pareti si alternano cammino e arrampicata, gesti semplici e concentrazione. Si esplorano indizi, pillole di orientamento, lettura del terreno e della roccia, stima dei tempi, percezione dei pericoli e degli scenari. L’impegno fisico e tecnico cresce con naturalezza, passo dopo passo, calibrato sulle persone e sul momento.
Gli incontri inattesi, le sorprese, i mutamenti del meteo o dell’umore diventano parte del gioco, occasioni per allenare l’attenzione e l’ascolto, dentro e fuori. Scoprire che il vento non soffia solo sulle creste, ma anche nei pensieri.
Quando si allunga il tempo – due giorni in montagna, con una notte in bivacco o in baita – tutto si fa più denso, la luce del tramonto, il silenzio, i gesti condivisi. L’esperienza diventa più profonda, più essenziale. Le conoscenze si sedimentano nei movimenti, nella postura, nello sguardo.
Il programma nasce ogni volta su misura, costruito insieme, nel rispetto delle condizioni della montagna e del ritmo di ciascuno. Non esiste un percorso standard, ma un cammino che si disegna passo dopo passo, con attenzione, libertà e curiosità.
E’ sempre possibile allenare l’esperienza, scegliere percorsi incerti e saperli decifrare, leggere dal vero le relazioni e connessioni esistenti, incuranti del flusso travolgente di informazioni virtuali circolanti.
In pratica riconquistare il senso dell’orientamento e scegliere una direzione, leggendo il terreno, liberi di smarrirsi e di ritrovarsi.
Contattatemi per esercitare dal vivo e dal vero questa scoperta (adatta a tutte le gambe).
Si può stare al di fuori dal turismo d’avventura pre-confezionato? Evitare “esperienze adrenaliniche” forzate?
Forse è ancora possibile fare un’esperienza in montagna alla propria misura e muoversi secondo quel che sentiamo, dove c’è da scoprire più che da imparare.
Come?
stabiliamo un contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale
con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente
promuoviamo la consapevolezza di quel che accade, piuttosto che dire cosa occorre fare
proviamo ad usare mezzi più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca
si può abbassare il tenore delle salite, guadagnando in qualità
tutti dappertutto non ci interessa
l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua ambiguità, grande e piccola
non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene
si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco dimenticato o su una piccola rupe
la percezione della nostra esperienza è la nostra priorità
per ritrovare se stessi
per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!)
per togliere condizionamenti e sensazioni superficiali
liberi di salire oltre il limite degli alberi
guardiamo in alto
abitiamo la montagna
se mi dici chi sei ti dico cosa possiamo fare assieme
Non è difficile trovare valori nascosti quando si scavalcano le Alpi con gli sci.
Qui vien naturale accostarsi alle cime con stupore e un atteggiamento di riguardo e di attenzione.
Incontriamo tante cose, ma ancor di più esploriamo una vera geografia della montagna, con il potere dell’attenzione, che parte dallo sguardo, ma passa attraverso il dono dei sensi… e dei piedi che indirizzano gli sci sulla neve…
La via del Muretto, da qui son passati cacciatori primitivi, soldati, pellegrini, viandanti, carovane di uomini e cavalli carichi di vino, sale, spezie, grani… emigranti, contrabbandieri..Il Passo del Muretto 2559mGli ampi pendii della Val Muretto verso il Maloja Poco dopo l’ingresso in Val Forno presso il Lägh da Cavloc Salecina un rifugio sicuroVerso il nuovo valico, a Plan Canin, lungo il greto dell’Orlegna Compare il granitoSpazio e silenzio nel bacino del FornoLa via per la Sella del Forno si stacca a perpendicolo dal ghiacciaio, sullo sfondo le cime più alte del MasinoLa Sella del Forno 2796mUn saluto a Ettore CastiglioniLingue di neve e anfiboliti ci guidano verso valleLa splendida Val Bona, sotto la cresta del Gerva e il passo appena attraversatoIl torrente placa la sete..Scavalcare le Alpi
Percorriamo i terrazzamenti sino ai luoghi più alti. Troviamo muri costruiti ovunque vi fosse un po’ di terra per far crescere canapa, lino, orzo, granoturco, patate, segale ed erba da fieno.
Sassi e massi impilati ed aggrappati ai più impervi dorsi rocciosi, negli anfratti, persino sopra i massi più grandi. Sassi per mangiare, per abitare e per ricoverare le bestie. Sassi che sostengono scale e sentieri, che segnano i confini.
Scoviamo il maggengo dal nome esotico di Nàal e il póz che dava da bere a uomini e animali che abitavano il versante arido. Si tratta di una profonda buca sotto a un masso a cui si accede da una scaletta scavata nel gisc, contornata da un muro a secco.
Osserviamo letti che si collegano al tetto e tini di legno, usati un tempo non per il “glamping”, ma per riposare, raccogliere l’acqua e sopravvivere.
Troviamo segni e oggetti che raccontano le storie.
Saliamo ancora, fino al Scènc, ad inseguire il recinto ciclopico che delimita il prato più nascosto…
Uno sperone di gneiss a forma di squalo o figura mascelluta emerge dalla montagna, è la porta d’ingresso agli spazi nascosti del Foppa.
La nostra esplorazione attraversa numerosi orizzonti vegetali, cambiano di continuo paesaggi, vedute ed incontri.
Percorrere un tracciato spianato da ogni ostacolo e ossessivamente segnalato significa seguire un sentiero incolore e muto.
Trovare la via che ricollega tratti di sentiero abbandonato rende invece interessante ogni sasso calpestato.
Qui occorre far di continuo piccole scelte, divagazioni, pause, azioni che rendono il percorso assai vivo e fanno dimenticare la noia e la fatica.
Nulla è certo, nemmeno quel che si incontra ad ogni passo e l’attenzione e direzione da prendere variano in base a ciò che ci incuriosisce in quel momento.
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