Archivi per la categoria ‘alpinismo’

Ascoltare la paura

domenica, 28 Giugno 2026

Ho paura. E credo sia giusto dirlo.

Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.

Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.

Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.

La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.

Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.

So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.

Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.

Io, oggi, preferisco ascoltarla.

Come i pipistrelli

domenica, 21 Giugno 2026

Ci si muove come i pipistrelli ormai. Nell’alpinismo estivo si esce dal rifugio sempre prima. Anno dopo anno le partenze si sono spostate all’indietro, fino a invadere la notte.

Si cerca di precedere il sole, di schivare i temporali che sembrano nascere dal nulla e di attraversare nevai e ghiacciai prima che il caldo li trasformi in una poltiglia. Le vecchie certezze della montagna si sono liquefatte insieme al ghiaccio.

Le partenze notturne hanno sempre qualcosa di irreale, c’è uno stordimento iniziale, una sospensione, il corpo reclama il sonno mentre la luce delle frontali ritaglia pochi metri di mondo.

Si procede per memoria, in quel cono di luce, poi, improvvisamente arriva il premio. Le prime luci del giorno ci sorprendono, la notte cede il passo a un’alba lenta e obliqua.

La luce radente accende i profili delle montagne, ne esalta le rugosità, le pieghe, le distanze, con uno spettacolo silenzioso e irripetibile.

Solo la luce di sbieco sa fare questo miracolo, riesce a dare profondità ai paesaggi, a rivelare l’infinita successione di vette che si perdono all’orizzonte.

Con il primo sole che illumina la cima, la montagna torna leggibile, le creste si separano, le distanze riemergono e ogni cosa riprende misura.

Le ombre della cordata si allungano sul pendio. I corpi sono piccoli, quasi insignificanti nella vastità del mattino, ma forse proprio per questo al loro posto.

Fuori campo

lunedì, 15 Giugno 2026

La fotografia ci prova. Il giallo del maggiociondolo in primo piano, il sentiero che invita a entrare nel bosco, la figura del compagno di cordata che si allontana. L’immagine è potente, ma proprio per questo rende evidente il suo limite. Il profumo, il vento, la fatica e le emozioni restano fuori dall’inquadratura.

Il profumo del maggiociondolo, che presto lascia il posto a quello della pecceta, poi del rododendro, dei pascoli, fino all’odore del granito lavato dall’acqua di fusione dei nevai.

Il rumore del vento forte da nord, che allunga le nubi sopra i giganti del Masino, sovrasta le nostre voci e riesce a far scappare le corde.

La fatica del lungo avvicinamento, tanto cammino per poca roccia, se il criterio è soltanto quantitativo.

L’assenza di ogni presenza umana. Solo marmotte, gracchi e pecore.

L’incredibile lavoro dell’erosione sul granito, la sua solidità al tatto, la ruvidità di lame antiche.

Le emozioni, grandi e piccole, che attraversano costantemente una giornata in cordata: gioia, eccitazione, paura, appagamento… e tante altre che non hanno nemmeno un nome.

Forse è per questo che si torna in parete, non per le fotografie che portiamo a casa, ma per tutto ciò che nessuna immagine riuscirà a trattenere.

Montagne da leggere

martedì, 2 Giugno 2026

Ci sono montagne che non si limitano a essere salite, ma hanno qualcosa da raccontare. E spesso non sono le più alte o le più celebrate. Basta un po’ di curiosità, e la disponibilità a rallentare lo sguardo, per scoprire che una fitta rete di percorsi conduce verso vette secondarie solo in apparenza, capaci invece di restituire storie di geologia, paesaggio e presenza umana.

Così, tra i cuscini fioriti e un cielo inquieto, con le nubi che salgono e si dissolvono lungo la linea di cresta spartiacque, attraversiamo questa vasta distesa minerale. Il sole si alterna a improvvisi fiocchi di neve trasportati dal vento, in un continuo mutare di luci e atmosfere che sembra appartenere soltanto a questo angolo di Valmalenco.

Qui le rocce non fanno solo da sfondo, sono parte integrante del racconto. I colori, le strutture, le forme parlano di processi che si misurano in milioni di anni. Le pieghe dei marmi, serrate tra gli scisti, disegnano sopra il ghiacciaio una sorta di grande occhio, come se la montagna stessa osservasse chi la attraversa.

La poca neve rimasta dall’inverno resiste ormai a fatica. Quella che ancora si incontra, molle e fradicia, porta i segni evidenti del sole feroce che ha caratterizzato gli ultimi giorni. Anche alle quote più elevate l’innevamento appare già compromesso, un segnale poco incoraggiante per le classiche salite di alta montagna, che dovranno fare i conti, ancora una volta, con stagioni sempre più anticipate e condizioni sempre più instabili.

Eppure è proprio in giornate come questa che la montagna mostra forse il suo volto più autentico, non tanto un terreno da conquistare, quanto un luogo da leggere, passo dopo passo, lasciandosi guidare dalle rocce, dai fiori e dalle nuvole.

Grignetta, il richiamo dell’ombra

lunedì, 25 Maggio 2026

Di solito dagli anfratti della Grignetta si tende a scappare.
Freddi, umidi, viscidi, spesso ancora sporchi di neve vecchia anche a stagione iniziata. Luoghi senza invito, più adatti all’ombra che alla contemplazione.

Eppure è curioso e inquietante indugiarvi a maggio.
Entrarci piano, quasi a cercare frescura, lasciando che gli occhi si abituino al buio e alle pieghe della roccia. Osservarne le superfici lucide, le fenditure, l’umidità che trasuda C’è qualcosa di magnetico in questi vuoti stretti della Grignetta, come se custodissero ancora un tempo più freddo, più severo, rimasto nascosto dal sole.

Piz Bernina, Cresta Coaz

sabato, 13 Settembre 2025

13 settembre 1850

E’ ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.

Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch.

Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio. Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.

L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto.

Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso. La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.

Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn. Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.

Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali. I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.

Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.

La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.

Dopo la costruzione della Capanna Marco e Rosa nel 1913, la salita lungo la luminosa Cresta Est viene progressivamente abbandonata, a favore della più diretta via per la Spalla e la cresta Sud.

Scheda

Piz Bernina per la cresta Est

Johann Coaz, con Jon e Lorenz Ragut Tschrner il 13 settembre 1850

Dal Rifugio Marco e Rosa si traversa in direzione Nord il grande pendio glaciale della Spalla, andando a scavalcare, verso quota 3750m, il tondeggiante crinale nevoso della cresta Est della Spalla, per entrare nel vallone (attenzione ai seracchi soprastanti!) compreso tra il crinale e e la Cresta Est. Superata la crepaccia terminale il percorso segue integralmente il filo della cresta rocciosa orientale.

Dislivello 300m, difficoltà variabili da AD/D, passi di III

Note importanti

La salita descritta è un percorso in quota selvaggio e affascinante, anche se l’accesso alla cresta risulta oggi assai problematico e non privo di pericoli oggettivi.

La nuova geografia del disgelo cambia di continuo le condizioni della montagna. Tutto muta con una rapidità impressionante, bastano poche ore per stravolgere i percorsi un tempo ritenuti abituali e consolidati. Un invito a valutare costantemente le condizioni, passo dopo passo, a relazionarsi con l’intorno, a predisporsi all’immediata percezione di ciò che accade in ogni istante dell’ascesa.

Spetta solo all’alpinista, a chi s’addentra responsabilmente nel cuore della montagna, valutare di volta in volta le condizioni, percepire la densità di pericoli e predisporsi ai rischi conseguenti.

Se il clima soffre di un cambiamento radicale e inusitato, forse è un’occasione per riscoprire come è ancora possibile “abitare”, anche nelle forme più creative, l’imprevedibilità, per comprendere come siamo dipendenti dal clima che cambia, lontani da qualsiasi senso di certezza.

Sul gradino del rifugio, dove il tempo si ferma

mercoledì, 10 Settembre 2025

Stesso luogo, stessa pietra davanti al Marinelli Bombardieri al Bernina. Ottant’anni scorrono tra queste due immagini. Mio nonno e io, stesso mestiere: la guida alpina.
Nella foto d’antan c’è un fascino irripetibile, il “physique du rôle” intagliato nella fatica, la sigaretta arrotolata che pende dalle labbra come nei film in bianco e nero.
Oggi restano altre cose: il peso della salita appena conclusa, la felicità silenziosa del compagno di cordata, il rifugio che ci accoglie. In quell’istante, la fatica si scioglie e diventa memoria, continuità, ritorno.

Dove la roccia diventa fuoco, le pareti più sorprendenti della Valmalenco

martedì, 26 Agosto 2025

Nel 1991 Alessandro Reati e Marco Peduzzi pubblicarono “Magia Rossa”, una guida che raccontava l’arrampicata e l’alpinismo in Valmalenco, ribadendo un concetto semplice e potente dove le rocce della Valle del Mallero sono ottime non solo per essere tagliate a fette. Tra le strutture in quota, le remote pareti di serpentinite nascondono gioielli rari. Qui l’alterazione superficiale regala alla roccia una colorazione rossastra unica, al sorgere del sole le tonalità diventano incredibili e la superficie, cosparsa di minuscoli cristalli di magnetite, si fa ruvida, aderente, perfetta. Fessure di ogni misura accolgono bene le protezioni veloci, una delizia per chi ama scalare. Roccia, cielo, silenzio. Basta faticare un po’ per andarsele a cercare.

Grazie a Ivan per le foto!

Spazi insoliti, respiro alto

mercoledì, 13 Agosto 2025

Caldo intenso anche quassù.
Risaliamo il versante a monte della lunga morena che delimita il pascolo con un tripudio di fiori, poi, per pietraie, raggiungiamo l’attacco del pilastro.
Decine di ragnatele, tese tra i blocchi con il ragno al centro, catturano gli insetti trasportati dalla brezza di valle come piccole vele contro il sole.
Ombre fresche e calde luci, si alternano lungo il muro di granito, con fessure e lame perfette che ci conducono verso l’alto.

Inseguiamo appigli rugosi, incastri e opposizioni, tra il caldo della roccia e il respiro dell’aria pulita che apre i polmoni. In cima le corde si riposano su se stesse, il ghiacciaio ci guarda, possiamo iniziare la discesa. In fondo, la scalata è solo un meraviglioso pretesto per attraversare spazi insoliti e straordinari.

Accovacciato nel vento

giovedì, 7 Agosto 2025

Nubi cupe inghiottono la vetta. Il vento teso da Ovest spazza via l’illusione del tepore. Mi accovaccio nel lato sottovento, un boccone di pane e formaggio, un sorso di tè. Lo sguardo si perde nella nebbia, già rivolto alla discesa. Nessun trionfo in cima, solo il passaggio. E proprio per questo, ogni passo resta inciso.
Grazie Alessandro per la foto!