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Il Bernina che non riesco più a salire

lunedì, 3 Agosto 2026

“Perché non sali il Bernina con queste giornate magnifiche?”

È una domanda che mi sento rivolgere spesso.

Ho già raccontato quanto il ritiro dei ghiacciai e le temperature sempre più alte rendano le salite in quota più complesse e oggettivamente più pericolose.

Ma c’è un’altra ragione, forse quella che pesa di più.

È difficile spiegare cosa si prova tornando su una montagna con cui sei cresciuto, trovandola irriconoscibile. Il Bernina, ultimo Quattromila delle Alpi verso Est, per me è sempre stato un gigante di ghiaccio. Oggi, in molti tratti, prevalgono rocce arse e ghiacci esausti.

Continuare a salirlo come se nulla fosse mi riesce sempre più difficile. Non per nostalgia, ma per rispetto.

Preferisco custodire anche questo ricordo, il Bernina di pochi anni fa, quando una nevicata estiva era ancora capace di restituirgli il volto che gli apparteneva. Non un ammasso di sassi, ma una montagna di ghiaccio.

Nelle immagini, l’estate del 2014 e quella di questi giorni trovata in rete. Non servono molte parole.

Il peso giusto

sabato, 25 Luglio 2026

Il cielo sopra la testa, un grande macigno al posto del soffitto.

Basta questo per ricordarsi che esistono ancora modi diversi di passare una notte.

Per arrivarci bisogna attraversare il bosco, superare il limite degli alberi, risalire pietraie e morene, cambiare quota e cambiare lentamente anche ritmo.

Ogni cosa che serve per stare fuori due giorni e per la salita è sulle spalle.

È curioso come bastino poche ore di cammino perché il superfluo perda importanza; lo zaino educa senza bisogno di parole, ogni grammo ha un senso, ogni oggetto deve meritarsi il viaggio.

Così si impara la misura.

Una pentola d’acqua che bolle diventa un conforto e una zuppa calda vale più di qualsiasi ricercatezza.

Il vento del nord rinfresca il viso, l’unica parte del corpo che resta fuori dal sacco a pelo.

Sotto le stelle il silenzio non è assenza di rumore, ma uno spazio che lentamente torna a riempire la testa.

Poi ci sono i luoghi.

Rocce color ruggine, laghi turchese che sembrano trattenere la luce del cielo, pareti levigate dal ghiaccio e valloni che hanno qualcosa di lunare. Un paesaggio severo, privo di vegetazione, dove ogni forma racconta il lavoro dei ghiacciai scomparsi e di crolli avvenuti nel corso dei millenni.

Queste rocce rosse non sono soltanto belle da guardare, ma custodiscono una storia antica. Qui le serpentiniti ospitano vene di magnetite e per secoli queste montagne sono state luogo di estrazione di minerali di ferro. Il minerale veniva trasportato a spalla molto più in basso, dove boschi e torrenti fornivano ciò che in quota mancava: carbone di legna per raggiungere le alte temperature e acqua corrente per alimentare i mantici dei forni fusori.

Camminiamo sopra una montagna che è stata anche miniera, eppure la ricchezza che oggi cerchiamo quassù è un’altra.

Genitori e figli adolescenti esplorano assieme. È bello osservare lo stupore dei ragazzi quando scoprono che non servono schermi e schemi per stare insieme. Si aspetta il buio senza fretta e un semplice fornello acceso sotto un masso diventa il centro della serata.

Vedere gli adulti lasciare spazio ai ragazzi e ritrovare una complicità nuova è forse una delle soddisfazioni più grandi di chi accompagna in montagna.

La notte arriva senza chiedere permesso. Il Grande Carro attraversa la notte, le stelle si moltiplicano fino a confondersi con il buio, il freddo invita finalmente a chiudere gli occhi.

All’alba il paesaggio cambia ancora, le rocce rugginose si accendono al primo sole, il lago perde il blu profondo della sera e torna turchese. Una colazione semplice, gli zaini di nuovo sulle spalle, qualche nodo alla corda, la cresta da raggiungere, il vuoto che si apre tutto intorno.

Poi la lunga discesa.

Le gambe si fanno pesanti, lo zaino sembra non alleggerirsi, eppure qualcosa è cambiato. Si torna a valle con meno cose di quelle che possediamo ogni giorno e con più di quanto si era saliti a cercare.

Giorni non ore

lunedì, 20 Luglio 2026

Lasciamo il fondovalle arroventato e il sentiero entra subito nel bosco, dove l’aria è immobile, densa di un’umidità quasi tropicale. Saliamo con calma, i faggi cedono il passo alle conifere, la luce cambia, il rumore del torrente si allontana, poi il bosco si apre sui pascoli alti e compare il rifugio.

È il primo cambio di ritmo.

Ci sediamo e osserviamo la valle da cui siamo saliti. Il tempo torna ad allargarsi, c’è spazio per ristorarsi, per una parola. Il rifugio custodisce da sempre una misura diversa delle giornate.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo le rocce poco sopra. È lo stesso granito che domani incontreremo più in alto, lungo creste e pareti. Qui però non c’è alcuna pressione, solo il piacere di prendere confidenza con la materia.

Le mani cercano gli appigli, i piedi imparano a fidarsi dell’attrito, sperimentiamo posture e movimenti, scopriamo che una corda non è soltanto uno strumento di protezione, ma un legame, una responsabilità condivisa.

Ogni movimento diventa un esercizio di fiducia reciproca. Gesti semplici, ma che preparano alla salita del giorno successivo.

Il sole scende lentamente dietro le creste e la luce calda accende il granito. Ripercorriamo qualche passaggio che incontreremo domani sulla via, poi lasciamo che sia la sera a fare il resto.

La cena arriva senza fretta, nel piccolo rifugio si intrecciano racconti, risate e domande che non cercano necessariamente una risposta. Fuori la valle si riempie d’ombra, mentre la cima verso cui siamo diretti resta ancora illuminata. È uno di quei momenti in cui non c’è bisogno di aggiungere altro.

La mattina dopo partiamo presto, ma senza rincorrere l’orologio.

Le informazioni si sono sedimentate, i gesti ripetuti il giorno prima diventano naturali, entriamo nella montagna con maggiore consapevolezza. Un passo dopo l’altro, una lunghezza dopo l’altra.

Non ci interessa soltanto raggiungere una cima, ma capire quello che accade durante il percorso: individuare i pericoli, leggere la roccia, ascoltare il corpo e costruire la fiducia reciproca.

La cordata trova il proprio ritmo.

Queste montagne conservano ancora un privilegio raro; sono appartate, non ci sono code né folla. Restano il granito e il silenzio.

Sulla vetta il tempo sembra sospendersi; lo sguardo attraversa le geografie del Masino e del Bernina, segue creste e valloni, immagina itinerari lontani. Non c’è alcuna fretta di ripartire.

Anche la discesa fa parte del viaggio, scendiamo dal versante opposto, tra pietraie infinite e tracce che richiedono attenzione. La fatica si accumula lentamente, ma insieme cresce quella felicità quieta che arriva quando ci si sente davvero dentro la montagna.

Di nuovo il rifugio e ancora una notte, perché il fondovalle può aspettare.

L’indomani la discesa continua con calma, c’è il torrente che invita a fermarsi per un bagno, l’acqua fredda che restituisce leggerezza, il bosco che accompagna lentamente verso valle.

Non è soltanto un’ascensione è un piccolo viaggio.

Per affrontare queste classiche nascoste servono giorni, pazienza e il lusso, oggi sempre più raro, di non avere fretta.

Sono cime che non si conquistano, ma si abitano, anche solo per poco.

E il ricordo che resta non è soltanto quello della vetta raggiunta, ma del tempo che abbiamo scelto di dedicarle.

Le forme del vento

giovedì, 9 Luglio 2026

Conosco la cresta sommitale del Picco Glorioso a memoria. Si potrebbe pensare che tornarci significhi ripetere sempre lo stesso itinerario, ma la montagna non si lascia mai ripetere.

Oggi è il forte vento del Nord a riscriverla, mentre il favonio arroventa la pianura, qui modella il cielo in onde invisibili, capaci di dare corpo alle nubi lenticolari.

Per qualche istante sembrano pesci, astronavi, isole sospese. Poi cambiano ancora. È uno spettacolo che non appartiene alla montagna, ma all’aria. E forse proprio per questo ricorda quanto sia inutile cercare la novità nei luoghi, quando è l’atmosfera a renderli ogni volta diversi.

Slalom tra i temporali

mercoledì, 1 Luglio 2026

Cerchiamo il sole finché dura.

Il granito disegna geometrie essenziali, le cenge accolgono tappeti di silene, tra le fessure fiorisce il raponzolo. Piccole presenze ostinate, che sembrano ignorare la durezza della quota e le ripetute tempeste di questi giorni.

Anche noi incontriamo la pioggia. La discesa con i vestiti incollati alla pelle, il freddo che entra nelle ossa, le mani intorpidite e infine una zuppa di cavolo nero al rifugio, semplice, calda, necessaria.

In giornate così il tempo si fa corto, il superfluo cade da sé, come l’acqua dalla giacca una volta entrati al caldo.

Ascoltare la paura

domenica, 28 Giugno 2026

Ho paura. E credo sia giusto dirlo.

Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.

Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.

Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.

La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.

Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.

So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.

Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.

Io, oggi, preferisco ascoltarla.

Come i pipistrelli

domenica, 21 Giugno 2026

Ci si muove come i pipistrelli ormai. Nell’alpinismo estivo si esce dal rifugio sempre prima. Anno dopo anno le partenze si sono spostate all’indietro, fino a invadere la notte.

Si cerca di precedere il sole, di schivare i temporali che sembrano nascere dal nulla e di attraversare nevai e ghiacciai prima che il caldo li trasformi in una poltiglia. Le vecchie certezze della montagna si sono liquefatte insieme al ghiaccio.

Le partenze notturne hanno sempre qualcosa di irreale, c’è uno stordimento iniziale, una sospensione, il corpo reclama il sonno mentre la luce delle frontali ritaglia pochi metri di mondo.

Si procede per memoria, in quel cono di luce, poi, improvvisamente arriva il premio. Le prime luci del giorno ci sorprendono, la notte cede il passo a un’alba lenta e obliqua.

La luce radente accende i profili delle montagne, ne esalta le rugosità, le pieghe, le distanze, con uno spettacolo silenzioso e irripetibile.

Solo la luce di sbieco sa fare questo miracolo, riesce a dare profondità ai paesaggi, a rivelare l’infinita successione di vette che si perdono all’orizzonte.

Con il primo sole che illumina la cima, la montagna torna leggibile, le creste si separano, le distanze riemergono e ogni cosa riprende misura.

Le ombre della cordata si allungano sul pendio. I corpi sono piccoli, quasi insignificanti nella vastità del mattino, ma forse proprio per questo al loro posto.

Fuori campo

lunedì, 15 Giugno 2026

La fotografia ci prova. Il giallo del maggiociondolo in primo piano, il sentiero che invita a entrare nel bosco, la figura del compagno di cordata che si allontana. L’immagine è potente, ma proprio per questo rende evidente il suo limite. Il profumo, il vento, la fatica e le emozioni restano fuori dall’inquadratura.

Il profumo del maggiociondolo, che presto lascia il posto a quello della pecceta, poi del rododendro, dei pascoli, fino all’odore del granito lavato dall’acqua di fusione dei nevai.

Il rumore del vento forte da nord, che allunga le nubi sopra i giganti del Masino, sovrasta le nostre voci e riesce a far scappare le corde.

La fatica del lungo avvicinamento, tanto cammino per poca roccia, se il criterio è soltanto quantitativo.

L’assenza di ogni presenza umana. Solo marmotte, gracchi e pecore.

L’incredibile lavoro dell’erosione sul granito, la sua solidità al tatto, la ruvidità di lame antiche.

Le emozioni, grandi e piccole, che attraversano costantemente una giornata in cordata: gioia, eccitazione, paura, appagamento… e tante altre che non hanno nemmeno un nome.

Forse è per questo che si torna in parete, non per le fotografie che portiamo a casa, ma per tutto ciò che nessuna immagine riuscirà a trattenere.

Montagne da leggere

martedì, 2 Giugno 2026

Ci sono montagne che non si limitano a essere salite, ma hanno qualcosa da raccontare. E spesso non sono le più alte o le più celebrate. Basta un po’ di curiosità, e la disponibilità a rallentare lo sguardo, per scoprire che una fitta rete di percorsi conduce verso vette secondarie solo in apparenza, capaci invece di restituire storie di geologia, paesaggio e presenza umana.

Così, tra i cuscini fioriti e un cielo inquieto, con le nubi che salgono e si dissolvono lungo la linea di cresta spartiacque, attraversiamo questa vasta distesa minerale. Il sole si alterna a improvvisi fiocchi di neve trasportati dal vento, in un continuo mutare di luci e atmosfere che sembra appartenere soltanto a questo angolo di Valmalenco.

Qui le rocce non fanno solo da sfondo, sono parte integrante del racconto. I colori, le strutture, le forme parlano di processi che si misurano in milioni di anni. Le pieghe dei marmi, serrate tra gli scisti, disegnano sopra il ghiacciaio una sorta di grande occhio, come se la montagna stessa osservasse chi la attraversa.

La poca neve rimasta dall’inverno resiste ormai a fatica. Quella che ancora si incontra, molle e fradicia, porta i segni evidenti del sole feroce che ha caratterizzato gli ultimi giorni. Anche alle quote più elevate l’innevamento appare già compromesso, un segnale poco incoraggiante per le classiche salite di alta montagna, che dovranno fare i conti, ancora una volta, con stagioni sempre più anticipate e condizioni sempre più instabili.

Eppure è proprio in giornate come questa che la montagna mostra forse il suo volto più autentico, non tanto un terreno da conquistare, quanto un luogo da leggere, passo dopo passo, lasciandosi guidare dalle rocce, dai fiori e dalle nuvole.

Grignetta, il richiamo dell’ombra

lunedì, 25 Maggio 2026

Di solito dagli anfratti della Grignetta si tende a scappare.
Freddi, umidi, viscidi, spesso ancora sporchi di neve vecchia anche a stagione iniziata. Luoghi senza invito, più adatti all’ombra che alla contemplazione.

Eppure è curioso e inquietante indugiarvi a maggio.
Entrarci piano, quasi a cercare frescura, lasciando che gli occhi si abituino al buio e alle pieghe della roccia. Osservarne le superfici lucide, le fenditure, l’umidità che trasuda C’è qualcosa di magnetico in questi vuoti stretti della Grignetta, come se custodissero ancora un tempo più freddo, più severo, rimasto nascosto dal sole.