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Nei giorni dell’equinozio

domenica, 20 Settembre 2026

Partiamo presto, forse un po’ troppo presto, ancora con l’orologio dell’estate.

All’attacco la parete è ancora in ombra. Il disco del sole lambisce una sella, poi si rintana dietro la punta del Pizzo Rachele. Risaliamo allora per un poco il canalone che un tempo era il letto del ghiacciaio della Vergine, per scaldarci e cercare il sole.

Tre coppie di camosci sfrecciano davanti a noi. Fischiano allarmate, poi si fermano più in alto a controllarci; sono tutte femmine con il piccolo, ormai cresciuto, pronto per l’inverno.

Mangiamo un po’ di frutta secca e una piccola mela selvatica raccolta la sera prima a valle, storta ma buona, poi qualche movimento per sciogliere le gambe, mentre aspettiamo che il sole arrivi sul primo tiro di corda.

È un tempo che di solito saltiamo, quello prima di cominciare, quando la parete è ancora soltanto davanti a noi.

Ecco, comincia a rischiararsi.

Ci avviciniamo. Arriva il primo raggio, illumina la roccia e finalmente la scalda. Lasciamo le scarpe da avvicinamento, ancora umide, ad asciugare. Ci leghiamo, si parte, si scala.

Il sole ci insegue. O forse siamo noi a inseguire lui, tiro dopo tiro, lungo questa linea esposta a nord-est dove il raggio arriva sempre di sfuggita. Il sole entra ed esce dalla parete mentre noi continuiamo a salire.

Di fronte, il profilo della nostra montagna si allinea quasi perfettamente con le fessure e i diedri del Pizzo Ventina.

Dopo qualche lunghezza, le colossali morene laterali del Ventina sono sotto di noi e, quasi nascoste nella pietra, compaiono le tracce di un’altra storia: i ruderi delle casupole minerarie più remote della vallata, agli imbocchi dei cunicoli dove veniva estratto l’amianto.

Intanto il serpentino si fa sempre più ripido e ruvido.

Poi il sole ci saluta. È ora di scendere.

Alle prese con una verde milonga

domenica, 6 Settembre 2026

Saliamo verso il mondo di granito, già percorso eppure ogni volta sorprendente.

Aspettiamo il pomeriggio per metterci in cammino, cercando di schivare almeno un poco la coda di caldo che non si allenta.

La piana del Porcellizzo, al tramonto, è la solita perla che riesce ancora a stupire.

Da lì in poi tolgo le scarpe e salgo piano, per gustarmi ogni passo.

Duemila metri di dislivello per arrivare, l’indomani, alle due semplici lunghezze finali, tra le più belle del Masino.

In cordata, tra cammino e scalata, si alternano pause e azione. Fluiscono chiacchiere e silenzi.

A un certo punto arriva una musica.

Il mio compagno di salita canticchia Alle prese con una verde milonga, con quel ritmo ipnotico, da musica arcana della pampa. Una verde milonga, qui tra tanto granito.

Finché Atahualpa
o qualche altro Dio non ti dica:
Descansate niño, che continuo io…

Diventa la colonna sonora della scalata.

E continua a risuonare anche il giorno dopo, quando siamo già lontani da quelle rocce.

Nudo come non mai

venerdì, 4 Settembre 2026

Il Disgrazia è nudo come non mai. Come cicatrici, le strutture delle rocce sono visibili a distanza.

Il cammino notturno lungo il filo affilato della morena si interrompe per l’incontro ravvicinato con una pernice, nella sua livrea d’estate.

Per la prima volta da settimane, all’alba troviamo un velo di verglas che tiene insieme il detrito. Quasi provvidenziale, perché il breve tratto di ghiacciaio, ormai allo stremo e irriconoscibile, richiede una gimcana ai margini, tra rocce rotte e instabili, con blocchi freschi, ingentiliti da sorprendenti patine minerali.

La luce di settembre fa il resto. Una salita senza incontri umani, una leggera brezza da nord che dà spessore al silenzio. Tutto si imprime nella memoria più che nei pixel del telefono.

Luci di sbieco, mille profili delle vette lontane. Il ritmo fluido, la corda che scorre senza strappi.

Poi l’abbraccio in cima. L’approdo al rifugio, lindo e accogliente, per una zuppa.

Infine la discesa al fondovalle, un tuffo nel sole fino all’abluzione rigenerante nei meandri del torrente.

Una giornata da portare con noi.

A cercare bellezza

domenica, 30 Agosto 2026

Dopo più di trent’anni, a inizio estate, ritorno al Plateau Rosa, al rifugio Teodulo. Ci ero stato ai corsi guida, poi mai più.

Filippo, un amico fotografo, mi chiede di accompagnarlo sul ghiacciaio, per cogliere il primo raggio che illumina la Gran Becca. È pur sempre la vetta iconica per eccellenza, ha un senso.

Alla cordata si aggiunge Simone, antropologo e regista documentarista.

Accetto, anche se l’idea di immergermi in quel caos d’alta quota non mi entusiasma. Ma ci muoveremo di notte in salita, ai margini dei traghetti di popolo di sciatori e alpinisti.

Lo sbarco al Plateau Rosa, nel pomeriggio, è surreale.

Il ghiacciaio dei miei ricordi è scomparso, sprofondato in basso. Gli impianti sono fermi a quell’ora e la presenza umana ormai rarefatta, ma il groviglio di funi, collegamenti aerei, mezzi battipista e ruspe ferme ai margini delle piste è impressionante.

Il vecchio rifugio non esiste più, oggi è ristrutturato, più al servizio dello sci che dell’alpinismo.

Il silenzio della notte un poco riappacifica con la montagna. Nessuno, a quell’ora, si muove, vista la comodità dell’accesso che consente le ascensioni in giornata.

Saliamo su, sul filo dei quattromila. Filippo coglie il tiepido e assieme sfolgorante raggio che illumina la montagna, già nera a inizio estate per il caldo bestiale.

Poi continuiamo fino alla vetta del Breithorn, per rientrare prima dell’ora degli aperitivi, giù al Breuil.

E qui lo stacco si fa brutale.

Le cabine volteggiano sopra la testa, gli ski-lift girano, gli sciatori si spianano su una superficie di neve già a chiazze a inizio estate. I mezzi d’opera spostano neve nel tentativo vano di tappare i buchi.

Incrociamo cordate a sciami, dirette al trofeo dei 4000.

Fa un caldo incredibile. Alle nove di mattina si affonda, non vediamo l’ora di fuggire. Loro salgono, sono appena all’inizio.

Riguadagniamo la partenza della cabina. Un tapis roulant, steso sul ghiaccio grigio e sulle pietre, riporta su gli sciatori.

Intorno, tubi, antenne, macerie.

Due turisti, seduti tra quei resti, sono saliti quassù a cercare bellezza.

Ho voglia di tornare a casa.

Non toccare la catena

mercoledì, 26 Agosto 2026

Partiamo da un grande frammento di antica crosta oceanica, metamorfosato durante la costruzione delle Alpi, e mettiamolo accanto al corpo granitico del Masino-Bregaglia.

Ne viene fuori una montagna singolarissima, dove in pochi passi si incontrano graniti, sciami di filoni di apliti e pegmatiti, anfiboliti, micascisti e quarziti.

Il Monte del Forno non è soltanto una cima da raggiungere, è una montagna da osservare. Le rocce cambiano, si piegano, affiorano con colori e strutture diverse. Basta camminare e guardare per ritrovare, nella montagna di oggi, una storia cominciata milioni di anni fa.

E poi c’è quel piccolo gioco, quasi infantile di non toccare la catena che conduce alla vetta.

Una regola semplice, che costringe a fare attenzione e aggiunge alla salita una curiosità inattesa.

Perché certe montagne non chiedono soltanto di essere salite.

Chiedono di essere guardate.

Segni

mercoledì, 19 Agosto 2026

È tornato il fresco, o almeno una parvenza di normalità nelle temperature. Oltre i 3000 metri la berretta torna utile.

L’aria è pulita, una brezza da Nord sposta le nubi e una coppia di gipeti veleggia attorno alla piramide scura dello Scalino. I corvi, chiassosi, li allontanano.

Nuovi laghi e grandi dorsi di balena sono emersi dove fino a poco tempo fa c’era il ghiaccio.

La luce radente mette in risalto ogni asperità; nuvole grigie passano basse sulle cime.

L’acqua di fusione scorre ancora, raccolta lungo la sinuosa bédière che si allunga sulla superficie grigia, coperta di detriti. Di neve residua, non c’è praticamente più traccia.

Più in basso, i pascoli d’alta quota hanno già il colore di settembre, steli d’erba alti, gialli e rossicci, mossi dal vento.

Chissà se il tritone alpino è sopravvissuto al disseccamento esteso delle zone umide.

Il solito caos geologico: pieghe nei marmi e negli scisti, lobi del rock glacier  in lontananza. Una palina ablatometrica schiantata, come il ghiaccio dentro cui era infissa.

La salita continua dentro questo paesaggio che cambia sotto gli occhi, dove il ghiaccio si fa roccia.

Appunti dopo una salita

domenica, 16 Agosto 2026

Ricordare la salita con alcune note significa non tanto voler catalogare o classificare la scalata.

Sono pensieri affidati alle parole e fissati sulla carta: i primi raggi che illuminano la pietra, appigli rugosi, un vecchio mazzo di chiodi lasciato da qualche cordata decenni fa nascosto tra pietre e campanule, nuvole di vapore che salgono dalla valle, ghiacciai esausti, sassaie rugginose.

Entrano intimamente nei nostri ricordi. Un piccolo rito che rafforza la sensazione di far parte di questa bellezza.

Piccole storie che aiutano a ridarci un po’ di respiro

Il Bernina che non riesco più a salire

lunedì, 3 Agosto 2026

“Perché non sali il Bernina con queste giornate magnifiche?”

È una domanda che mi sento rivolgere spesso.

Ho già raccontato quanto il ritiro dei ghiacciai e le temperature sempre più alte rendano le salite in quota più complesse e oggettivamente più pericolose.

Ma c’è un’altra ragione, forse quella che pesa di più.

È difficile spiegare cosa si prova tornando su una montagna con cui sei cresciuto, trovandola irriconoscibile. Il Bernina, ultimo Quattromila delle Alpi verso Est, per me è sempre stato un gigante di ghiaccio. Oggi, in molti tratti, prevalgono rocce arse e ghiacci esausti.

Continuare a salirlo come se nulla fosse mi riesce sempre più difficile. Non per nostalgia, ma per rispetto.

Preferisco custodire anche questo ricordo, il Bernina di pochi anni fa, quando una nevicata estiva era ancora capace di restituirgli il volto che gli apparteneva. Non un ammasso di sassi, ma una montagna di ghiaccio.

Nelle immagini, l’estate del 2014 e quella di questi giorni trovata in rete. Non servono molte parole.

Il peso giusto

sabato, 25 Luglio 2026

Il cielo sopra la testa, un grande macigno al posto del soffitto.

Basta questo per ricordarsi che esistono ancora modi diversi di passare una notte.

Per arrivarci bisogna attraversare il bosco, superare il limite degli alberi, risalire pietraie e morene, cambiare quota e cambiare lentamente anche ritmo.

Ogni cosa che serve per stare fuori due giorni e per la salita è sulle spalle.

È curioso come bastino poche ore di cammino perché il superfluo perda importanza; lo zaino educa senza bisogno di parole, ogni grammo ha un senso, ogni oggetto deve meritarsi il viaggio.

Così si impara la misura.

Una pentola d’acqua che bolle diventa un conforto e una zuppa calda vale più di qualsiasi ricercatezza.

Il vento del nord rinfresca il viso, l’unica parte del corpo che resta fuori dal sacco a pelo.

Sotto le stelle il silenzio non è assenza di rumore, ma uno spazio che lentamente torna a riempire la testa.

Poi ci sono i luoghi.

Rocce color ruggine, laghi turchese che sembrano trattenere la luce del cielo, pareti levigate dal ghiaccio e valloni che hanno qualcosa di lunare. Un paesaggio severo, privo di vegetazione, dove ogni forma racconta il lavoro dei ghiacciai scomparsi e di crolli avvenuti nel corso dei millenni.

Queste rocce rosse non sono soltanto belle da guardare, ma custodiscono una storia antica. Qui le serpentiniti ospitano vene di magnetite e per secoli queste montagne sono state luogo di estrazione di minerali di ferro. Il minerale veniva trasportato a spalla molto più in basso, dove boschi e torrenti fornivano ciò che in quota mancava: carbone di legna per raggiungere le alte temperature e acqua corrente per alimentare i mantici dei forni fusori.

Camminiamo sopra una montagna che è stata anche miniera, eppure la ricchezza che oggi cerchiamo quassù è un’altra.

Genitori e figli adolescenti esplorano assieme. È bello osservare lo stupore dei ragazzi quando scoprono che non servono schermi e schemi per stare insieme. Si aspetta il buio senza fretta e un semplice fornello acceso sotto un masso diventa il centro della serata.

Vedere gli adulti lasciare spazio ai ragazzi e ritrovare una complicità nuova è forse una delle soddisfazioni più grandi di chi accompagna in montagna.

La notte arriva senza chiedere permesso. Il Grande Carro attraversa la notte, le stelle si moltiplicano fino a confondersi con il buio, il freddo invita finalmente a chiudere gli occhi.

All’alba il paesaggio cambia ancora, le rocce rugginose si accendono al primo sole, il lago perde il blu profondo della sera e torna turchese. Una colazione semplice, gli zaini di nuovo sulle spalle, qualche nodo alla corda, la cresta da raggiungere, il vuoto che si apre tutto intorno.

Poi la lunga discesa.

Le gambe si fanno pesanti, lo zaino sembra non alleggerirsi, eppure qualcosa è cambiato. Si torna a valle con meno cose di quelle che possediamo ogni giorno e con più di quanto si era saliti a cercare.

Giorni non ore

lunedì, 20 Luglio 2026

Lasciamo il fondovalle arroventato e il sentiero entra subito nel bosco, dove l’aria è immobile, densa di un’umidità quasi tropicale. Saliamo con calma, i faggi cedono il passo alle conifere, la luce cambia, il rumore del torrente si allontana, poi il bosco si apre sui pascoli alti e compare il rifugio.

È il primo cambio di ritmo.

Ci sediamo e osserviamo la valle da cui siamo saliti. Il tempo torna ad allargarsi, c’è spazio per ristorarsi, per una parola. Il rifugio custodisce da sempre una misura diversa delle giornate.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo le rocce poco sopra. È lo stesso granito che domani incontreremo più in alto, lungo creste e pareti. Qui però non c’è alcuna pressione, solo il piacere di prendere confidenza con la materia.

Le mani cercano gli appigli, i piedi imparano a fidarsi dell’attrito, sperimentiamo posture e movimenti, scopriamo che una corda non è soltanto uno strumento di protezione, ma un legame, una responsabilità condivisa.

Ogni movimento diventa un esercizio di fiducia reciproca. Gesti semplici, ma che preparano alla salita del giorno successivo.

Il sole scende lentamente dietro le creste e la luce calda accende il granito. Ripercorriamo qualche passaggio che incontreremo domani sulla via, poi lasciamo che sia la sera a fare il resto.

La cena arriva senza fretta, nel piccolo rifugio si intrecciano racconti, risate e domande che non cercano necessariamente una risposta. Fuori la valle si riempie d’ombra, mentre la cima verso cui siamo diretti resta ancora illuminata. È uno di quei momenti in cui non c’è bisogno di aggiungere altro.

La mattina dopo partiamo presto, ma senza rincorrere l’orologio.

Le informazioni si sono sedimentate, i gesti ripetuti il giorno prima diventano naturali, entriamo nella montagna con maggiore consapevolezza. Un passo dopo l’altro, una lunghezza dopo l’altra.

Non ci interessa soltanto raggiungere una cima, ma capire quello che accade durante il percorso: individuare i pericoli, leggere la roccia, ascoltare il corpo e costruire la fiducia reciproca.

La cordata trova il proprio ritmo.

Queste montagne conservano ancora un privilegio raro; sono appartate, non ci sono code né folla. Restano il granito e il silenzio.

Sulla vetta il tempo sembra sospendersi; lo sguardo attraversa le geografie del Masino e del Bernina, segue creste e valloni, immagina itinerari lontani. Non c’è alcuna fretta di ripartire.

Anche la discesa fa parte del viaggio, scendiamo dal versante opposto, tra pietraie infinite e tracce che richiedono attenzione. La fatica si accumula lentamente, ma insieme cresce quella felicità quieta che arriva quando ci si sente davvero dentro la montagna.

Di nuovo il rifugio e ancora una notte, perché il fondovalle può aspettare.

L’indomani la discesa continua con calma, c’è il torrente che invita a fermarsi per un bagno, l’acqua fredda che restituisce leggerezza, il bosco che accompagna lentamente verso valle.

Non è soltanto un’ascensione è un piccolo viaggio.

Per affrontare queste classiche nascoste servono giorni, pazienza e il lusso, oggi sempre più raro, di non avere fretta.

Sono cime che non si conquistano, ma si abitano, anche solo per poco.

E il ricordo che resta non è soltanto quello della vetta raggiunta, ma del tempo che abbiamo scelto di dedicarle.