Archivi per la categoria ‘alpinismo’

Giorni non ore

lunedì, 20 Luglio 2026

Lasciamo il fondovalle arroventato e il sentiero entra subito nel bosco, dove l’aria è immobile, densa di un’umidità quasi tropicale. Saliamo con calma, i faggi cedono il passo alle conifere, la luce cambia, il rumore del torrente si allontana, poi il bosco si apre sui pascoli alti e compare il rifugio.

È il primo cambio di ritmo.

Ci sediamo e osserviamo la valle da cui siamo saliti. Il tempo torna ad allargarsi, c’è spazio per ristorarsi, per una parola. Il rifugio custodisce da sempre una misura diversa delle giornate.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo le rocce poco sopra. È lo stesso granito che domani incontreremo più in alto, lungo creste e pareti. Qui però non c’è alcuna pressione, solo il piacere di prendere confidenza con la materia.

Le mani cercano gli appigli, i piedi imparano a fidarsi dell’attrito, sperimentiamo posture e movimenti, scopriamo che una corda non è soltanto uno strumento di protezione, ma un legame, una responsabilità condivisa.

Ogni movimento diventa un esercizio di fiducia reciproca. Gesti semplici, ma che preparano alla salita del giorno successivo.

Il sole scende lentamente dietro le creste e la luce calda accende il granito. Ripercorriamo qualche passaggio che incontreremo domani sulla via, poi lasciamo che sia la sera a fare il resto.

La cena arriva senza fretta, nel piccolo rifugio si intrecciano racconti, risate e domande che non cercano necessariamente una risposta. Fuori la valle si riempie d’ombra, mentre la cima verso cui siamo diretti resta ancora illuminata. È uno di quei momenti in cui non c’è bisogno di aggiungere altro.

La mattina dopo partiamo presto, ma senza rincorrere l’orologio.

Le informazioni si sono sedimentate, i gesti ripetuti il giorno prima diventano naturali, entriamo nella montagna con maggiore consapevolezza. Un passo dopo l’altro, una lunghezza dopo l’altra.

Non ci interessa soltanto raggiungere una cima, ma capire quello che accade durante il percorso: individuare i pericoli, leggere la roccia, ascoltare il corpo e costruire la fiducia reciproca.

La cordata trova il proprio ritmo.

Queste montagne conservano ancora un privilegio raro; sono appartate, non ci sono code né folla. Restano il granito e il silenzio.

Sulla vetta il tempo sembra sospendersi; lo sguardo attraversa le geografie del Masino e del Bernina, segue creste e valloni, immagina itinerari lontani. Non c’è alcuna fretta di ripartire.

Anche la discesa fa parte del viaggio, scendiamo dal versante opposto, tra pietraie infinite e tracce che richiedono attenzione. La fatica si accumula lentamente, ma insieme cresce quella felicità quieta che arriva quando ci si sente davvero dentro la montagna.

Di nuovo il rifugio e ancora una notte, perché il fondovalle può aspettare.

L’indomani la discesa continua con calma, c’è il torrente che invita a fermarsi per un bagno, l’acqua fredda che restituisce leggerezza, il bosco che accompagna lentamente verso valle.

Non è soltanto un’ascensione è un piccolo viaggio.

Per affrontare queste classiche nascoste servono giorni, pazienza e il lusso, oggi sempre più raro, di non avere fretta.

Sono cime che non si conquistano, ma si abitano, anche solo per poco.

E il ricordo che resta non è soltanto quello della vetta raggiunta, ma del tempo che abbiamo scelto di dedicarle.

Le forme del vento

giovedì, 9 Luglio 2026

Conosco la cresta sommitale del Picco Glorioso a memoria. Si potrebbe pensare che tornarci significhi ripetere sempre lo stesso itinerario, ma la montagna non si lascia mai ripetere.

Oggi è il forte vento del Nord a riscriverla, mentre il favonio arroventa la pianura, qui modella il cielo in onde invisibili, capaci di dare corpo alle nubi lenticolari.

Per qualche istante sembrano pesci, astronavi, isole sospese. Poi cambiano ancora. È uno spettacolo che non appartiene alla montagna, ma all’aria. E forse proprio per questo ricorda quanto sia inutile cercare la novità nei luoghi, quando è l’atmosfera a renderli ogni volta diversi.

Slalom tra i temporali

mercoledì, 1 Luglio 2026

Cerchiamo il sole finché dura.

Il granito disegna geometrie essenziali, le cenge accolgono tappeti di silene, tra le fessure fiorisce il raponzolo. Piccole presenze ostinate, che sembrano ignorare la durezza della quota e le ripetute tempeste di questi giorni.

Anche noi incontriamo la pioggia. La discesa con i vestiti incollati alla pelle, il freddo che entra nelle ossa, le mani intorpidite e infine una zuppa di cavolo nero al rifugio, semplice, calda, necessaria.

In giornate così il tempo si fa corto, il superfluo cade da sé, come l’acqua dalla giacca una volta entrati al caldo.

Ascoltare la paura

domenica, 28 Giugno 2026

Ho paura. E credo sia giusto dirlo.

Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.

Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.

Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.

La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.

Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.

So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.

Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.

Io, oggi, preferisco ascoltarla.

Come i pipistrelli

domenica, 21 Giugno 2026

Ci si muove come i pipistrelli ormai. Nell’alpinismo estivo si esce dal rifugio sempre prima. Anno dopo anno le partenze si sono spostate all’indietro, fino a invadere la notte.

Si cerca di precedere il sole, di schivare i temporali che sembrano nascere dal nulla e di attraversare nevai e ghiacciai prima che il caldo li trasformi in una poltiglia. Le vecchie certezze della montagna si sono liquefatte insieme al ghiaccio.

Le partenze notturne hanno sempre qualcosa di irreale, c’è uno stordimento iniziale, una sospensione, il corpo reclama il sonno mentre la luce delle frontali ritaglia pochi metri di mondo.

Si procede per memoria, in quel cono di luce, poi, improvvisamente arriva il premio. Le prime luci del giorno ci sorprendono, la notte cede il passo a un’alba lenta e obliqua.

La luce radente accende i profili delle montagne, ne esalta le rugosità, le pieghe, le distanze, con uno spettacolo silenzioso e irripetibile.

Solo la luce di sbieco sa fare questo miracolo, riesce a dare profondità ai paesaggi, a rivelare l’infinita successione di vette che si perdono all’orizzonte.

Con il primo sole che illumina la cima, la montagna torna leggibile, le creste si separano, le distanze riemergono e ogni cosa riprende misura.

Le ombre della cordata si allungano sul pendio. I corpi sono piccoli, quasi insignificanti nella vastità del mattino, ma forse proprio per questo al loro posto.

Fuori campo

lunedì, 15 Giugno 2026

La fotografia ci prova. Il giallo del maggiociondolo in primo piano, il sentiero che invita a entrare nel bosco, la figura del compagno di cordata che si allontana. L’immagine è potente, ma proprio per questo rende evidente il suo limite. Il profumo, il vento, la fatica e le emozioni restano fuori dall’inquadratura.

Il profumo del maggiociondolo, che presto lascia il posto a quello della pecceta, poi del rododendro, dei pascoli, fino all’odore del granito lavato dall’acqua di fusione dei nevai.

Il rumore del vento forte da nord, che allunga le nubi sopra i giganti del Masino, sovrasta le nostre voci e riesce a far scappare le corde.

La fatica del lungo avvicinamento, tanto cammino per poca roccia, se il criterio è soltanto quantitativo.

L’assenza di ogni presenza umana. Solo marmotte, gracchi e pecore.

L’incredibile lavoro dell’erosione sul granito, la sua solidità al tatto, la ruvidità di lame antiche.

Le emozioni, grandi e piccole, che attraversano costantemente una giornata in cordata: gioia, eccitazione, paura, appagamento… e tante altre che non hanno nemmeno un nome.

Forse è per questo che si torna in parete, non per le fotografie che portiamo a casa, ma per tutto ciò che nessuna immagine riuscirà a trattenere.

Montagne da leggere

martedì, 2 Giugno 2026

Ci sono montagne che non si limitano a essere salite, ma hanno qualcosa da raccontare. E spesso non sono le più alte o le più celebrate. Basta un po’ di curiosità, e la disponibilità a rallentare lo sguardo, per scoprire che una fitta rete di percorsi conduce verso vette secondarie solo in apparenza, capaci invece di restituire storie di geologia, paesaggio e presenza umana.

Così, tra i cuscini fioriti e un cielo inquieto, con le nubi che salgono e si dissolvono lungo la linea di cresta spartiacque, attraversiamo questa vasta distesa minerale. Il sole si alterna a improvvisi fiocchi di neve trasportati dal vento, in un continuo mutare di luci e atmosfere che sembra appartenere soltanto a questo angolo di Valmalenco.

Qui le rocce non fanno solo da sfondo, sono parte integrante del racconto. I colori, le strutture, le forme parlano di processi che si misurano in milioni di anni. Le pieghe dei marmi, serrate tra gli scisti, disegnano sopra il ghiacciaio una sorta di grande occhio, come se la montagna stessa osservasse chi la attraversa.

La poca neve rimasta dall’inverno resiste ormai a fatica. Quella che ancora si incontra, molle e fradicia, porta i segni evidenti del sole feroce che ha caratterizzato gli ultimi giorni. Anche alle quote più elevate l’innevamento appare già compromesso, un segnale poco incoraggiante per le classiche salite di alta montagna, che dovranno fare i conti, ancora una volta, con stagioni sempre più anticipate e condizioni sempre più instabili.

Eppure è proprio in giornate come questa che la montagna mostra forse il suo volto più autentico, non tanto un terreno da conquistare, quanto un luogo da leggere, passo dopo passo, lasciandosi guidare dalle rocce, dai fiori e dalle nuvole.

Grignetta, il richiamo dell’ombra

lunedì, 25 Maggio 2026

Di solito dagli anfratti della Grignetta si tende a scappare.
Freddi, umidi, viscidi, spesso ancora sporchi di neve vecchia anche a stagione iniziata. Luoghi senza invito, più adatti all’ombra che alla contemplazione.

Eppure è curioso e inquietante indugiarvi a maggio.
Entrarci piano, quasi a cercare frescura, lasciando che gli occhi si abituino al buio e alle pieghe della roccia. Osservarne le superfici lucide, le fenditure, l’umidità che trasuda C’è qualcosa di magnetico in questi vuoti stretti della Grignetta, come se custodissero ancora un tempo più freddo, più severo, rimasto nascosto dal sole.

Piz Bernina, Cresta Coaz

sabato, 13 Settembre 2025

13 settembre 1850

E’ ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.

Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch.

Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio. Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.

L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto.

Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso. La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.

Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn. Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.

Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali. I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.

Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.

La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.

Dopo la costruzione della Capanna Marco e Rosa nel 1913, la salita lungo la luminosa Cresta Est viene progressivamente abbandonata, a favore della più diretta via per la Spalla e la cresta Sud.

Scheda

Piz Bernina per la cresta Est

Johann Coaz, con Jon e Lorenz Ragut Tschrner il 13 settembre 1850

Dal Rifugio Marco e Rosa si traversa in direzione Nord il grande pendio glaciale della Spalla, andando a scavalcare, verso quota 3750m, il tondeggiante crinale nevoso della cresta Est della Spalla, per entrare nel vallone (attenzione ai seracchi soprastanti!) compreso tra il crinale e e la Cresta Est. Superata la crepaccia terminale il percorso segue integralmente il filo della cresta rocciosa orientale.

Dislivello 300m, difficoltà variabili da AD/D, passi di III

Note importanti

La salita descritta è un percorso in quota selvaggio e affascinante, anche se l’accesso alla cresta risulta oggi assai problematico e non privo di pericoli oggettivi.

La nuova geografia del disgelo cambia di continuo le condizioni della montagna. Tutto muta con una rapidità impressionante, bastano poche ore per stravolgere i percorsi un tempo ritenuti abituali e consolidati. Un invito a valutare costantemente le condizioni, passo dopo passo, a relazionarsi con l’intorno, a predisporsi all’immediata percezione di ciò che accade in ogni istante dell’ascesa.

Spetta solo all’alpinista, a chi s’addentra responsabilmente nel cuore della montagna, valutare di volta in volta le condizioni, percepire la densità di pericoli e predisporsi ai rischi conseguenti.

Se il clima soffre di un cambiamento radicale e inusitato, forse è un’occasione per riscoprire come è ancora possibile “abitare”, anche nelle forme più creative, l’imprevedibilità, per comprendere come siamo dipendenti dal clima che cambia, lontani da qualsiasi senso di certezza.

Sul gradino del rifugio, dove il tempo si ferma

mercoledì, 10 Settembre 2025

Stesso luogo, stessa pietra davanti al Marinelli Bombardieri al Bernina. Ottant’anni scorrono tra queste due immagini. Mio nonno e io, stesso mestiere: la guida alpina.
Nella foto d’antan c’è un fascino irripetibile, il “physique du rôle” intagliato nella fatica, la sigaretta arrotolata che pende dalle labbra come nei film in bianco e nero.
Oggi restano altre cose: il peso della salita appena conclusa, la felicità silenziosa del compagno di cordata, il rifugio che ci accoglie. In quell’istante, la fatica si scioglie e diventa memoria, continuità, ritorno.