Secondo una ricerca pubblicata su Nature entro l’anno, cemento, asfalto, automobili e tutti i prodotti dell’uomo supereranno ogni foresta e tutti gli altri viventi che popolano terra, acqua e aria.
In pratica tutte le cose da noi create sovrastano, in termini di peso, la totalità di piante, animali e microrganismi che popolano il pianeta!
Solo la plastica pesa più dell’intera massa animale, mentre il cemento sovrasta di gran lunga (40%) tutto il resto.
Vista la voracità produttiva inarrestabile e irreversibile nei luoghi di vita e di lavoro, perché non tentare di frenarla almeno nei residui ambienti rigenerativi della montagna?
Perché entro questi rari spazi non possiamo limitare la proliferazione del mondo artificiale e produrre solo pensieri ed idee? E’ impossibile rinunciare ai mille oggetti con cui ci vestiamo e portiamo appresso, ma almeno potremmo tentare di non spargerne in giro altri a sproposito.
Perché dunque non rinunciare a nuove infrastrutture ad uso “turistico ricreativo” come tralicci, cavi, tubi, rotabili, segnali, croci e luci di natale?
Ha ancora senso spargere in quota nuovi chiodi, funi, cartelli, vernici, panchine, ricoveri, pali e belvederi?
Nel linguaggio comune e nei titoli dei giornali spesso i termini rischio e pericolo sono usati come sinonimi.
In verità esprimono concetti assai diversi: il pericolo indica qualcosa che ha il potenziale di causare danni, mentre il rischio è la probabilità che si verifichi un danno, in base all’esposizione a tale pericolo.
Per fare un po’ di chiarezza ricordo che la scala europea del pericolo valanghe esprime un indice di pericolo, non di rischio!
In altri termini l’indice di pericolo fotografa la stabilità del manto nevoso e il sovraccarico necessario per provocare il distacco di una valanga, il rischio dipenderà da mille altri fattori concomitanti: il luogo prescelto per l’uscita, morfologia, pendenza, l’orario, vegetazione, le temperature, la numerosità del gruppo, le interferenze con altri frequentatori della montagna, la geometria della traccia, la linea di discesa, le cadute….
A titolo di esempio, con indice di pericolo 5 – molto forte (valanghe spontanee di dimensioni da molto grandi a estreme) ma io resto a casa davanti alla stufa, il rischio è pari a zero!
Con indice di pericolo 2 – moderato (situazione valanghiva per lo più favorevole) ma mi muovo con gruppo numeroso, non distanziato, nelle ore centrali e con forte rialzo termico, il rischio schizza verso l’alto e vado al cimitero.
Considerato che il 30% delle giornate d’inverno ricadono entro l’indice 3 (marcato), e gran parte delle nostre sciate si svolgono entro questo scenario, se questo numero (anziché il pericolo) rappresentasse rischio 3 su una scala di 5 è come se giocassimo alla roulette russa con revolver a 5 colpi carico con 3 proiettili…
ARTVA
Dopo il clamore suscitato della pasticciata Legge Regionale n. 26 del 1° ottobre 2014 che rendeva obbligatorio l’ARTVA per “gli utenti delle superfici innevate diverse dalle aree sciabili attrezzate”, includendo ogni generica superficie bianca, tale obbligo pare proprio essere ridefinito dalla successiva Legge Regionale n. 15 del 26 maggio 2017.
Prima: “Gli sciatori fuori pista, gli escursionisti d’alta quota e gli sci-alpinisti DEVONO inoltre munirsi di appositi attrezzi e sistemi elettronici per consentire un più facile tracciamento e il conseguente intervento di soccorso” Dopo: Gli utenti delle superfici innevate diverse dalle aree sciabili attrezzate e, in particolare, gli sciatori fuori pista, gli sci alpinisti e gli escursionisti devono rispettare, in quanto applicabili, le regole di comportamento di cui al comma 2 e munirsi degli appositi sistemi di autosoccorso QUALORA SUSSISTANO pericoli di valanghe, verificando le condizioni climatiche anche attraverso la consultazione del Bollettino neve e valanghe di ARPA Lombardia per consentire interventi di soccorso”.
Dopo aver appreso dal portale del quotidiano colorato più letto dello stivale che per vivere la montagna con “rispetto” occorre “essere equipaggiati” e “conoscere le regole”, non resta che inneggiare allo stravolgimento dell’ordine prestabilito.
Regole e attrezzi possono toglierci dai guai entro spazi artificiali, circoscritti, delimitati e noti in tutte le sue parti.
Dentro la montagna, incerta e variabile per definizione, fanno semplicemente parte degli “strumenti” a disposizione, probabilmente tra le risorse meno adatte a promuovere attenzione, percezione, conoscenza e rispetto per gli ambienti attraversati.
L’autentica ripresa post covid non può che rifuggire da precetti e arnesi per passare alla “cordata a mano”, elementare, educativa, minimale, fraterna, essenziale e creativa.
Mentre il sistema implode, con il cannoneggiamento degli aridi pendii, vorrei rispolverare la casacca da maestro di sci, di montagna, con alcuni suggerimenti per l’inverno, lontani dai moderni lunapark in quota.
Il programma prevede:
-distacco dalla routine quotidiana;
-svolgimento solo con neve vera! La neve naturale è fondamentale, non la intendiamo buona solo per rendere bianco l’ambiente attorno;
“Si percorre l’enorme e fastidiosa distesa di ganda di massi (lasciando in basso il laghetto 2400m) fino alla base dell’anfiteatro roccioso…” Così il conte Alberto Bonacossa descrive nella guida dei monti d’Italia la sterminata sassaia rugginosa del bacino superiore di Sassersa ad una distanza planimetrica di Km 2.9 dalla porta de cà.
Eppure siamo certi che questo paesaggio lunare sia veramente così scomodo e scocciante? O lo è per il frettoloso alpinista cui importa solo arrivare in cima?
L’esperienza esplorativa di questo inconsueto mare minerale forse è distante da mete mirabolanti, ma non meno straordinaria.
Attraversare il labirinto significa cogliere sfumature, forme e pieghe dei mille blocchi gettati a terra come dadi, significa coltivare lo sguardo sulle piccole cose, dagli agglomerati lamellari di biotite ai cristalli sporgenti di magnetite.
Camminare leggeri, in un gioco di equilibrio continuo, per apprendere molto di più di quel che appare…
E’ fermo, immobile, piazzato in mezzo alla ripida traccia di discesa, in un passaggio obbligato tra le balze di granito.
Non arretra, non scappa. Rivendica il suo possesso delle rupi, accenna una carica, sbuffa e muove ritmicamente le corna verso il basso.
Non è solo un magnifico stambecco color bosco, è Pan dio silvestre, il grande fecondatore, rapido nella corsa e imbattibile nei salti, amante della montagna e delle selve.
Solo lui sa danzare con le ninfe, spaventare viandanti e alpinisti incauti che attraversano i boschi.
Così dopo aver salito il celebre scoglio di granito incontriamo anche il Fauno, l’essere magico, in una splendida giornata d’autunno.
Disporre di una reale consapevolezza del quadro delle cose attorno a noi è condizione necessaria per valutare una situazione e per prendere qualsiasi decisione, non solo in montagna.
La nostra valutazione del momento e del contesto in cui ci troviamo dipende solo in parte dalle nostre conoscenze, soprattutto quando ci infiliamo nei guai e con poco tempo per operare scelte fra diverse possibilità.
Gran parte dei corsi in circolazione propongono eccelse sessioni di formazione tecnica: cosa mettere nello zaino, quali scarponi indossare, saper usare piccozza e ramponi, kit da ferrata, ARTVA pala e sonda, come pianificare la gita, le manovre di corda, arrampicata in fessura, off-width, multipitch, autosoccorso, paranchi, discensori, fare nodi, sciare, usare GPS…
Per mettere a fuoco quel complesso archivio che abbiamo in testa, fatto non solo di competenze, ma da mille sfumature personali legate al vissuto di ciascuno di noi e alle condizioni del momento, proveremo a muoverci in contesti non convenzionali, utili a farci percepire gli ambienti attorno a noi, rapportandoli alla capacità di movimento, attraverso il dono dei sensi, ancor prima di dover ricorrere a qualsiasi strumento o tecnologia.
Ecco alcune idee e “corsi” in programma per poter sperimentare nuove vie e farsi alcune domande.
L’adozione pedissequa di modelli funziona sempre?
L’assunzione di ciò che conferma l’ipotesi a noi congeniale è sempre la miglior via?
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