Non c’è due senza tre: rally, trial, e per non farci mancare nulla, a fine estate ci si raduna in quota con i fuoristrada, perché pare che le piste da sci — già bastonate da raduni di motoslitte a fine stagione — non possano congedarsi senza l’ultimo, irrinunciabile, colpo di gas. A motori accesi, cervelli spenti.
Nel silenzio della montagna ecco che la Valmalenco — terra ospitale, forse troppo — ancora spalanca le braccia (e la manetta) al divertimento che urla con: “Valtellina e Valmalenco 4×4 Lombardia in Fuoristrada con permessi esclusivi”.
Mentre le località alpine più attente fanno a gara per proteggere la loro bellezza e unicità, limitando il più possibile impatti e rumori, noi qui facciamo esattamente il contrario. Invece di custodire il paesaggio, lo schiacciamo sotto ruote tassellate e motori ruggenti, trasformando ecosistemi fragili in semplici scenografie per uno spettacolo rumoroso e di breve durata.
Un vero controsenso. In nome di cosa? Del turismo? Dello sport? Della visibilità? Ma chi viene davvero a cercare la montagna tra rumori e nuvole di polvere?
Quale sport eleva, se si misura in decibel e scorciatoie nei boschi? Quale visibilità, se il messaggio è che si può venire in montagna per pestarla a colpi di ruote e marmitta?
Le montagne non ne escono né più ricche, né più conosciute, né tantomeno amate. Solo più stressate, degradate, anestetizzate. Non resta che un’altra tacca nell’anima del territorio e una striscia di fumo che ne danneggia l’immagine.
Ma guai a dire qualcosa: scatta subito il linciaggio social, dove il massimo del confronto è un emoji arrabbiata e un “fatti una vita” digitato tra uno scarico e un selfie col casco. E allora sì, forse abbiamo davvero bisogno di meno pistoni e più cervello, di smetterla di raccattare eventi di serie B che altrove non vogliono più. Di non svendere la montagna come un’arena qualsiasi, dove tutto è lecito purché faccia rumore.
Nella presentazione del calendario 2025 delle escursioni con le Guide Alpine della Lombardia, promossa con convinzione dalla Regione, le parole “sicura” e “sicurezza” risuonano come un mantra: ben cinque volte in un comunicato che parla di montagna. A ciò si aggiunge il solito richiamo alla “montagna accessibile per tutti”, una formula che, se presa sul serio, svuota la montagna di ciò che la rende tale.
Ancora una volta il discorso pubblico sulla montagna punta sulla rassicurazione, su una percezione di piena prevedibilità. Un linguaggio che, pur animato da buone intenzioni, rischia di semplificare troppo e di far credere che si possa rendere controllabile ciò che per sua natura non lo è, neutralizzare i pericoli e addomesticare l’imprevisto.
In realtà, non esiste sicurezza in ambiente naturale, e chi accompagna in montagna lo sa bene. L’incertezza non è un nemico da cui difendersi, ma parte integrante dell’esperienza, ed è proprio nel confronto con il rischio, gestito, non negato, che si forma la consapevolezza.
Anche l’idea di promuovere “l’accessibilità” come principio inderogabile merita qualche riflessione in più. Rendere tutto fruibile e facile significa negare l’essenza stessa della montagna: l’asprezza, la verticalità, la fatica dell’andare. Se la montagna è ovunque “per tutti”, allora smette di essere esperienza che lascia il segno e si riduce a consumo, a gita organizzata con selfie finale. Il concetto di inaccessibilità non è una barriera da abbattere, ma una qualità da proteggere. È un invito a mettersi in gioco, non a delegare.
Belle le iniziative educative, le uscite guidate che stimolano la curiosità e il rispetto per l’ambiente, le giornate di orientamento per chi vuole imparare una professione antica e nobile.
Serve forse un cambio di linguaggio, per rinforzare il messaggio educativo che sta alla base dell’iniziativa, non tanto la promessa di un ambiente privo di rischi, ma la promozione di una cultura dell’attenzione, della lettura del contesto, della responsabilità personale.
Meglio coltivare il dubbio o alimentare l’illusione del controllo?
Nello spazio di pochi giorni, anche la Valmalenco celebra il suo hanami, discreto e silenzioso. Tra i rami leggeri del ciliegio, sbocciano fiori che non cercano pubblico, né applausi. Fanno la loro parte, come un segreto che si rivela a chi è pronto ad ascoltarlo. Sul fondo, il Bernina, con le sue cime ancora innevate, assiste come uno spettatore distaccato, eppure presente. È un momento breve, ma non ha bisogno di durare. Basta essere lì, accorgersene, come fanno le api, come fa il vento che disperde i piccoli petali bianchi. C’è solo da restare in ascolto. E mentre ogni giorno, in mille modi diversi, qualcuno prova a ferire queste montagne, con il rumore, l’arroganza e le remore di comodo, la bellezza resta, si rigenera, continua a fiorire e ci insegna qualcosa. È più antica di noi, e ci sopravviverà.
Nel cuore della Valtellina, laddove le vette parlano con il vento e i torrenti raccontano storie antiche di ghiaccio e di pietra, torna a rombare il rally Coppa Valtellina. Un evento che, anno dopo anno, pare ostinarsi a occupare uno spazio che non gli appartiene più — né culturalmente, né ecologicamente.
Mentre si moltiplicano i proclami sulla necessità di una transizione ecologica e il mondo alpino interroga sé stesso sul senso del limite, la Valtellina sceglie – ancora una volta – la strada più rumorosa.
Un evento accostato, con enfasi retorica, addirittura alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Forse perché rappresenta una pratica anacronistica, predatoria ed energivora?
Non è una questione di essere contro i motori o lo sport. È una questione di misura, di contesto, di ascolto. Perché la Valmalenco e le valli attorno a Sondrio non sono piste. Sono ecosistemi fragili, sono territori abitati da chi cerca un equilibrio con l’ambiente, percorsi da chi cammina per sentire il rumore dell’erba sotto gli scarponi, non lo scoppio secco di uno scarico modificato.
Il rally oggi, è un evento fuori tempo: organizzare una gara automobilistica su strade di montagna suona come un paradosso assordante. È un ritorno a all’idea di montagna come scenario da consumare e non da vivere, da attraversare ad alta velocità senza fermarsi a comprenderla.
È anche un evento fuori misura: i suoi numeri, decibel, emissioni, impatto sulla fauna, mal si conciliano con un territorio che avrebbe bisogno di silenzio, ascolto e rigenerazione. Ogni tornante preso a tutta velocità è un’occasione persa per proporre un turismo diverso, più consapevole, più in sintonia con i ritmi della montagna.
C’è poi il danno turistico, perché chi sceglie di venire in Valmalenco, in Valtellina, lo fa per altri motivi. Per il silenzio, la bellezza autentica, la possibilità di rallentare e respirare, nessuno viene qui per essere disturbato da motori urlanti, code, strade chiuse e rumori fuori scala. La montagna che attira non è quella che romba, ma quella che sussurra.
E non possiamo ignorare il messaggio profondamente diseducativo che un evento del genere trasmette alle nuove generazioni. Se abituiamo i giovani al rumore, all’alterazione chiassosa del paesaggio per puro spettacolo, finiamo per togliere loro la possibilità di sviluppare sensibilità, rispetto, senso del limite.
Ma la domanda più inquietante è: come possono Sondrio, già insignita del titolo di Città Alpina e la Valmalenco, perla delle Retiche, presentarsi come “salotto buono” per una pratica di questo tipo? Quale coerenza esiste tra il rilancio delle Alpi come spazio di equilibrio, cultura e natura… e il concedere i propri centri urbani e le strade di valle a un evento che ne contraddice ogni intento?
Quale turismo consapevole, duraturo, predisposto a conoscere e rispettare la natura può essere richiamato da una gara di questo tipo? È difficile pensare che chi viene per il rombo dei motori si fermi a conoscere i sentieri, la storia geologica, naturale e umana di queste valli. È invece molto probabile che chi è attratto dal silenzio e dalla bellezza sobria della montagna ne venga allontanato.
In fondo, non siamo così lontani da ciò che negli Stati Uniti viene definito “rolling coal”: la pratica di truccare i motori per produrre nuvole di fumo nero, come sfregio verso chi si preoccupa del clima. Un gesto ostentatamente anti-ecologico, trasformato in spettacolo.
Ciò che accade da noi è forse meno esplicito, ma non meno grave. Perché porta con sé l’ipocrisia di chi si nasconde dietro lo sport e l’indotto economico. Ma se il prezzo da pagare è la perdita di senso, allora forse non possiamo più permettercelo.
Infine, è un evento fuori luogo, la Valmalenco non ha bisogno di un rally per raccontarsi, ha bisogno di chi la attraversa con rispetto, di chi ne studia gli angoli nascosti e ne segue le tracce sulla neve.
Ha bisogno visione, non di fumo. Di coraggio, non di gas di scarico.
È un atto d’amore per la montagna, per chi la vive, per chi la abiterà dopo di noi. Scegliere di non correre, per una volta, è forse l’unico modo per non andare fuori strada.
Il rombo dei motori sotto lo sguardo silenzioso del Pizzo Scalino. Due mondi che non si parlano
In mezzo ai boschi dimenticati troviamo piccoli troni di roccia, accoglienti per tutti.
I ragazzi mettono le mani sulla roccia per la prima volta. E’ un bel gioco, essenziale, creativo, in uno spazio diverso dalla quotidianità.
Si aggrappano con naturalezza, sorridono, cadono, ritentano, sperimentano nuovi equilibri, si incitano ed aiutano.
Qui non servono arnesi, impianti, ferrame, cavi, scalette, cartelli, regole e divieti. E’ una ricreazione libera, non strutturata, capace di esplorare la montagna dimenticata, lontana da giostre e stereotipi.
Anche se circondati dai rovi, la montagna abbandonata esprime un potenziale di vitalità inaspettato. Senza nulla di eccezionale da esibire, scopriamo che questi spazi sono luoghi preziosi, semplici e ospitali.
Damiano e Chiara hanno deciso di imparare a sciare senza usare impianti di risalita.
Hanno imparato più velocemente?
Forse no, ma è davvero necessario affrontare tutte le piste in poco tempo?
Lontani dalle folle, dall’odore di fritto, dal tunz, tunz, tunz, martellante dei ristori, ci si riappacifica con la montagna.
Il percorso di apprendimento può apparire più complicato senza l’ausilio degli impianti, ma ogni metro di discesa, guadagnato con l’energia dei propri muscoli, si trasforma in stupore e meraviglia.
Scivoliamo sulla neve per divorare migliaia di metri di discese tutte uguali? O per allargare il respiro e imparare a conoscere la montagna d’inverno?
Una ventina d’anni fa, alla vigilia di una delle prime edizioni del Melloblocco, scrissi una lettera di invito al punkettone e mistico dei CCCP Giovanni Lindo Ferretti, all’indirizzo generico: presso Cerreto Alpi (RE).
Immaginavo il cantautore di culto, oggi più che settantenne, provocatore e pensatore fuori da ogni schema, in piedi, mani in tasca, in cima al grande monolite, il Sasso di Remenno, per raccontare qualcosa al giovane e colorato popolo del bouldering.
Fedeli alla linea, perché una linea non c’è.
L’astruso collegamento tra il ghiandone e Ferretti, era la sua Emilia Paranoica, trapiantata sul liscio muro del Sasso Minato (accanto al Remenno) ad opera di Paolo Cucchi a metà degli anni ’80, una via bellissima, assai tecnica e di non facile intuizione.
Per l’orazione in vetta alla Préda, proposi a Giovanni Lindo ospitalità, buon cibo e ottimo rosso di Valtellina.
Non arrivò mai nessuna risposta. Forse la chiamata non fu troppo allettante, oppure la lettera mai giunse a destinazione
Resta invece la via sulla roccia del Kuk, un piccolo grande viaggio sul granito.
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L’inverno arido trasforma cime minori, normalmente ignorate in estate, in spazi di grande bellezza, dove tutto quello che si ascolta e attraversa si fa interessante.
E’ un piccolo viaggio lontani dal fondovalle invaso dall’ombra, utile ad imparare a conoscere tante cose e stringere amicizia con la montagna.
Un’occasione per uscire da perimetri noti e fare incontri inattesi con aquile e camosci.
Qui è difficile ignorare il mondo attorno, con creste, luce e dirupi che alimentano i pensieri.
Scaliamo attraverso il consueto caos geologico della Valmalenco, avvolti dalla speciale luce incisa dell’autunno. Due gipeti sfiorano la cresta sopra le nostre teste e alcune pernici si tuffano in volo verso il versante ombroso. Completata la muta, sono del colore sbagliato per mimetizzarsi tra rocce scure e pascoli secchi. La neve compare solo oltre i 3000 metri.
Di nuovo è un piccolo privilegio essere soli ad ascoltare la montagna, senza file, né orologi a scandire il ritmo della salita.
Risaliamo il grande conoide di detrito ricoperto di larici in fiamme.
Raggiunto l’alberello bonsai che cresce alla quota più alta, tra sassaie rugginose, miriamo a un canale ascendente che porta dentro la montagna.
Seguiamo i frammenti di preda soprafina caduti dall’alto, tra cenge e piccoli salti di roccia, trasportati dalle valanghe.
La pietra si riconosce per via del colore verde uniforme, la tessitura fine, oltre ad essere tenera e facilmente erodibile. A volte conserva ancora i segni dell’asisc, il piccone a due punte con cui veniva estratto a mano dalle pareti il ciapùn, il grosso frammento di roccia poi lavorato al tornio per ricavarne olle (levéc’) in pietra ollare.
Dopo qualche passo d’arrampicata troviamo lo stretto filone di pietra incassato tra le serpentiniti, inseguito fino quassù dagli antichi minatori alla ricerca della pietra migliore, quella soprafina!
A 2500m si incontrano le prime strette cavità (trone), dove il filone è stato completamente rimosso nel corso dei secoli.
Si tratta di piccoli spazi angusti, dove al lume dei pini silvestri, uomini a carponi intagliavano e portavano all’esterno blocchi a forma tronco conica di cloritoscisto, del peso da 40 Kg fino al quintale. Sulle pareti numerose incisioni riportano date e nomi, la più antica 1560!
Una piccola sorgente allaga il fondo, è la riserva d’acqua per chi lavorava quassù.
Raggiungiamo l’aquilone di pietra, con la nebbia che invade il fondovalle sembra ancor di più in bilico, sospeso sull’abisso.
Riposiamo in silenzio, accucciati, a picco sulla Còsta di Crásc (dei gracchi alpini), osserviamo in basso i cordoni e i lobi caotici di uno dei più grandi rock glacier relitti di Lombardia, prima di reimmergerci nelle brume di questa speciale giornata d’autunno.
Grazie e Paolo per le foto e a Silvio per il cafè del pignatin offerto nella sua baita al Giümélin.
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