C’è un fenomeno che scorre silenzioso ma tenace lungo le creste, tra un test di ramponi e un post sulle pelli “che fanno davvero la differenza”.
È il mondo degli Ambassador.
Professionisti, atleti, guide di ogni risma, alpinisti, escursionisti esperti: tutti un po’ brandizzati, un po’ testimonial, un po’ venditori.
Non più solo capaci di districarsi in montagna, valutare i pericoli, leggere una condizione, ora anche, e forse soprattutto, capaci di magnificar le virtù di una giacca, di un occhiale, di raccontare la propria giornata con l’hashtag giusto, infilando fra un canalone e le prime luci del giorno il nome della ditta che ha fornito lo scarpone “che non ti molla mai”.
Ma attenzione: non è pubblicità, è “collaborazione”, non è marketing, è “condivisione di valori”, non è piazzismo, è “spirito di squadra”.
Almeno così si racconta.
In cambio? Spesso non c’è nemmeno un compenso. Qualche sconto, una felpa, forse un paio di bastoncini di quelli “che non tradiscono mai”.
E allora viene da chiedersi: dove finisce la libertà di scegliere, di dire davvero ciò che si pensa?
Che valore ha oggi un giudizio tecnico, se ogni foto ha già in didascalia un tag obbligato?
Sembra quasi che il vero traguardo, più che la salita, sia il contratto. Il premio d’essere notati da un brand, ricevere la mail con su scritto “Ciao, ti andrebbe di entrare nella nostra squadra?”. Una sorta di pacchetto regalo per l’appartenenza. Ma a cosa?
Eppure, si potrebbe anche scegliere un’altra via e comprarsi quel che serve, senza troppi inchini, vestirsi senza dichiarare fedeltà, raccontare la montagna senza obblighi di menzione.
Essere liberi, anche nel dire: “Questo attrezzo non mi piace”, oppure “questa marca qui funziona, ma non m’ha regalato niente”.
Sarebbe già qualcosa, fuori dai cataloghi e dai codici sconto.
Fuori da questa inconsapevole corsa a farsi testimonial di un mercato che ci vuole sì prestanti… ma solo se loggati, taggati, impacchettati.
