Pochi giorni fa il greto era ancora nudo, figlio dell’inverno.
Poi, senza rumore, l’acqua è tornata in Val di Mello.
Arriva piano, quasi con rispetto. Trasparente, leggera, ancora incerta. Non riempie le pozze, non reclama spazio, si lascia assorbire dalla sabbia, scompare nella piana come a cercare memoria del suo passaggio.
È un ritorno timido, ma è un risveglio. E basta questo per capire che la stagione è cambiata.
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Non serve nemmeno alzare la voce, basta guardare cosa accade, nello stesso momento, nello stesso spazio alpino, per capire quanto una scelta possa essere rivelatrice.
Metà maggio, primavera piena: le montagne si risvegliano, l’acqua corre, i prati respirano. Tre valli confinanti, nel cuore delle Alpi, tre modi diversi di abitare, o consumare, lo stesso tempo.
Val Masino Da oltre vent’anni accade qualcosa di semplice e, proprio per questo, raro: il Melloblocco. Persone che arrivano da tutto il mondo non per conquistare, ma per misurarsi. Nessuna tribuna, nessun motore, nessuna infrastruttura invasiva. Solo corpi, roccia e gravità. Il bouldering è essenziale, scala ciò che c’è, accetta il limite, si muove leggero. È un popolo giovane, internazionale, colorato. Ma soprattutto è un popolo che, con tutte le inevitabili contraddizioni, ha interiorizzato una regola basilare: sei ospite, muoviti libero, ma rispetta luoghi e persone. La montagna non è scenografia. È interlocutore.
Valposchiavo. Appena oltre il confine, un’altra scelta. La Festa Danzante, nata a Zurigo nel 2006 e diffusa in tutta la Svizzera, arriva anche qui. La danza esce dai teatri e si posa nelle piazze, nei cortili, negli spazi quotidiani. Non invade, ma attraversa. Non impone, ma invita. È un linguaggio che non lascia traccia se non nella memoria di chi guarda e di chi partecipa. Il paesaggio resta integro, ma si arricchisce di senso. Anche qui, la valle non si vende, si racconta.
Valmalenco. Nel mezzo. Con il Pizzo Bernina a fare da riferimento simbolico. Eppure, ancora una volta, la scelta è un’altra: il ritorno del rally.
Non serve discutere di motori, di sport, di passione, argomenti legittimi, altrove. Qui la domanda è più semplice, cosa c’entra tutto questo con la montagna?
Perché una valle, nel momento più delicato dell’anno, decide di offrirsi come pista? Perché appaltare suono, aria, odori, percezione, tutto ciò che definisce l’esperienza alpina, a un evento che della montagna utilizza solo lo sfondo?
Non è una questione estetica. È una questione di senso.
Da una parte c’è chi costruisce proposte che nascono dai luoghi: la roccia, i corpi, il ritmo di una primavera che si lascia attraversare. Dall’altra c’è chi importa un format e lo cala ovunque, indifferente al contesto.
La domanda resta, inevitabile: perché?
Non si tratta di demonizzare. Si tratta di scegliere. Perché le valli, oggi, sono chiamate a dire chi vogliono essere, non a parole, ma attraverso ciò che ospitano.
La Val Masino ha scelto di essere roccia e relazione. La Valposchiavo ha scelto di essere gesto e cultura. La Valmalenco, che non ha mai avuto tradizioni rallystiche, sceglie di consegnarsi all’asfalto.
È una dichiarazione, non è una scelta neutra. È una scelta precisa, basta guardare i fatti. La montagna non è un supporto qualsiasi, non è uno sfondo intercambiabile, non è uno spazio vuoto da riempire con qualunque attività.
È un ambiente con caratteristiche proprie, limiti evidenti, equilibri delicati. E questi elementi indicano già, in modo abbastanza chiaro, cosa è coerente farci e cosa no.
Se questo viene ignorato, il risultato è semplice: alcune valli costruiscono proposte che nascono dal luogo, altre ospitano eventi che potrebbero svolgersi ovunque, senza differenza.
Nel frattempo, dove il contesto viene rispettato, le persone continuano ad arrivare, senza sacrificare ciò che rende quei luoghi belli.
L’unica nevicata vera arriva quando l’inverno è già stanco. Una coperta di bianco spesso, quasi di feltro, che si lascia attraversare solo lungo pendii più quieti. Neve pesante, intrisa d’acqua, perfetta per pupazzi e battaglie a palle di neve. Un po’ meno per tracciare una linea in salita o disegnare curve leggere.
Ogni passo affonda, ogni metro si conquista. Poi però le nuvole si aprono e le lame di luce tagliano il grigio. E in quell’istante tutta la fatica trova il suo senso.
PS: grazie ai giovani Melissa, Andrea e Lollo per aver aperto il cammino là davanti. Senza di voi sarebbe stata molto più lunga.
Anche la roccia, con il tempo e la pazienza della natura, trova il modo di farsi ponte. Tra gli uomini, invece, sembra prosperare l’arte opposta, alzare muri, scavare distanze, trasformare la forza in sopraffazione.
Così il bullismo, grande o piccolo, esplicito o travestito, finisce per diventare la lingua franca di troppi rapporti. Dalle piccole vicende fino agli scranni più alti, la voce del prepotente copre le altre; l’impudicizia di chi non sa, ma aggredisce, si impone su chi prova a capire. Sapere costa fatica. Così come costa fatica l’intelligenza del dubbio.
Per questo, ogni tanto, conviene rallentare. Non cedere alla tentazione di imitare i bulli. E magari tornare in montagna — quella vera — dove perfino la pietra, con il tempo, ha imparato a diventare ponte.
Nell’immagine: scultura di pietra nel calcare dell’Oman
La primavera non è ancora iniziata sul calendario, ma la neve non lo sa e si sta rapidamente trasformando in acqua. L’inverno arido qui al centro delle Api fa il resto, con estese porzioni di pascolo rivolti a Sud sino al limitar degli alberi già privi della coperta bianca.
L’ascesa è luminosa, segue le lingue di neve migliori, con qualche masso che spunta qua e là.
Poi arriva il momento atteso, la discesa, lungo una superficie è liscia, appena ammorbidita dal sole del mattino, una neve docile che accoglie e lascia scivolare, quasi sospesi, lungo le sue ondulazioni naturali.
Ci attende un fluttuare leggero, con poco sforzo, accompagnati dal ritmo morbido del pendio. È l’opposto felice della sciata tesa e aggressiva che impongono le piste di neve “tecnica”, o di quella faticosa necessaria per districarsi tra sastrugi e croste dure del pieno inverno. Qui il movimento diventa più semplice, quasi istintivo.
Dal bosco iniziano a salire i primi profumi della stagione nuova. Ci si lascia portare, dentro grandi toboga naturali, tra dossi e avvallamenti, adattando il gesto con leggerezza alla forma della montagna. Non per dominarla, ma per seguirla.
È bello, per qualche ora, dimenticare le regole del mondo artificiale, che qui non valgono più.
Ed è bello fermarsi un momento a salutare Ettore Castiglioni, proprio nel luogo dove terminò il suo cammino, nel marzo del 1944.
Il saluto a Ettore Castiglioni
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Troppo poca neve per sciare, abbastanza da rendere scomodo ogni passo. La giornata è grigia, i colori spariscono, le cime si confondono. Vento da nord, qualche fiocco scende, ma la neve cade al di là delle Alpi; qui resta il silenzio.
Non è una giornata da buttare, il freddo taglia l’aria, le proporzioni ritornano, si nota ogni cosa. Da un foro nella neve il vapore acqueo dell’aria umida cristallizza; sottili cristalli di ghiaccio crescono come aghi.
Quaranta morti a Crans-Montana nella notte del nuovo anno.
Centosedici morti nel Mediterraneo centrale a dicembre 2025.
Due eventi diversi, due contesti lontani, ma una dinamica che rivela differenze profonde nel modo in cui vengono raccontati. E, per chi frequenta la montagna e ne conosce il linguaggio, questa differenza non può passare inosservata. Quando muore qualcuno in montagna, lo sappiamo bene, i numeri non bastano. Non ci bastano mai. Subito parte la ricostruzione: le condizioni ambientali, le scelte, le competenze, le responsabilità individuali e collettive. È quella che chiamiamo, non a caso, cultura dell’incidente. Un esercizio faticoso, a volte scomodo, ma necessario. Per rispetto verso chi è morto e per onestà verso chi verrà dopo.
A Crans-Montana la narrazione segue questo schema, una comunità colpita, vittime con un nome, domande sulla sicurezza, sulle uscite di emergenza, sulle responsabilità. La tragedia diventa fatto pubblico, condiviso, analizzato. Il lutto è riconosciuto.
Nel Mediterraneo, invece, il meccanismo si inceppa.
“Si temono 116 morti”. Naufragio di migranti. Fonte: ONG.
Fine del racconto.
Nessuna ricostruzione reale, nessuna cultura dell’incidente applicata al mare. Eppure, come in montagna, il mare non uccide da solo. Uccidono le decisioni prese prima, rotte obbligate, soccorsi ritardati o negati, politiche che trasformano il rischio in normalità accettata. Uccidono le omissioni, esattamente come accade quando un itinerario viene sottovalutato o una parete viene affrontata ignorando segnali evidenti, interni ed esterni.
In montagna abbiamo imparato — spesso a caro prezzo — che parlare di fatalità è il modo più rapido per non assumersi responsabilità. E che ridurre una morte a una statistica è il modo più sicuro per non imparare nulla.
La vera differenza, allora, non è tra un incendio in una stazione sciistica e un naufragio in mare aperto.
La differenza sta nel diritto al lutto e all’analisi.
Alcune morti vengono raccontate come incidenti da capire, altre come eventi inevitabili da archiviare.
Eppure, se c’è una lezione che la montagna ci ha insegnato, è che non esistono ambienti neutrali né tragedie inevitabili. Esistono scelte, contesti, responsabilità. Esiste uno sguardo che decide se fermarsi a guardare o voltarsi dall’altra parte.
Finché accetteremo che nel Mediterraneo non valga la stessa cultura dell’incidente che pretendiamo per la montagna, il problema non sarà solo l’informazione.
Sarà la rinuncia a riconoscere, anche lì, delle vite degne di essere comprese, non solo contate.
Esempio
Crans-Montana (40 morti)
“Crans-Montana in lutto: identificate le prime vittime dell’incendio, il paese si ferma” (ANSA/Reuters)
Mediterraneo centrale (116 morti)
“Migranti, Sea Watch: naufragio nel Mediterraneo, si temono 116 morti” (Repubblica)
Perché sono “simbolici”
Nel primo: c’è un luogo riconoscibile, c’è una comunità, c’è il lutto,
ci sono vittime da identificare (persone, non numeri).
Nel secondo: non c’è un luogo preciso, non c’è una comunità, non c’è lutto,
non ci sono persone, ma una categoria (“migranti”) e una stima.
TITOLI RISCRITTI (INVERSIONE DI SGUARDO)
Mediterraneo centrale (116 morti)
“Mediterraneo in lutto: 116 persone morte in mare, famiglie senza nomi né corpi”
Crans-Montana (40 morti)
“Incendio in Svizzera, si temono 40 morti in un locale turistico”.
Era il 2001 quando mi capitò di finire in una “spedizione” polare assai atipica, aggregato al caravanserraglio mediatico guidato da Mike Bongiorno. Io ero lì per tutt’altro motivo. Per conto del CNR dovevo prelevare campioni di neve a diverse latitudini, destinati a successive analisi sugli inquinanti trasportati a lunga distanza. Il problema principale non era il gelo, paradossalmente, ma il contrario: mantenere la catena del freddo, evitare che quei campioni si fondessero durante il rientro.
Attorno a me gravitava un’umanità varia, spesso spaesata, fuori posto. Tra tutti, uno solo sembrava davvero a casa tra il pack. Robert Peroni, non a caso un grande esploratore polare.
Peroni non colpiva solo per la competenza tecnica, per la naturalezza con cui si muoveva in quegli ambienti estremi. Colpiva soprattutto per altro: una presenza umana magnetica, un modo di stare nei luoghi e tra le persone che non aveva nulla di spettacolare, e proprio per questo risultava autentico. C’era misura, ascolto, una calma antica che contrastava nettamente con il rumore di fondo della spedizione.
Rileggendo oggi la sua intervista pubblicata su GognaBlog, quella stessa umanità emerge con ancora maggiore forza. Le parole di un uomo che ha attraversato i margini del mondo e che oggi guarda indietro senza compiacimento, con lucidità e disincanto. Un bilancio che parla di esplorazione, sì, ma soprattutto di relazioni, limiti, responsabilità. Di ciò che resta quando l’epica si dissolve.
Un tempo el remòll – il rialzo delle temperature con la conseguente fusione della neve – segnava la fine dell’inverno duro e l’inizio della primavera. Nei racconti era spesso legato alle valanghe di stagione. Con qualche eccezione, come el remòll di fèsti, di pochi giorni durante le festività natalizie.
Da anni, però, el remòll è diventato la regola della stagione fredda. E il gelo l’eccezione: lo dice il termometro.
Forse per questo, in quest’inizio d’inverno sembra più rassicurante puntare al tavolo verde che lanciarsi in una discesa olimpica con arrivo a milleduecento metri, nonostante i bacini di accumulo, batterie di cannoni e neve di laboratorio. L’inverno è diventato una comparsa. Lo spettacolo deve continuare. Buona fortuna.
La temperatura media in Svizzera dal 1864. Ogni anno è indicato con un colore. Gli anni in rosso sono più caldi e quelli in blu più freddi rispetto alla media del periodo 1961-1990. (fonte MeteoSvizzera)
La luce incide, l’ombra risponde. Il bello di Luna a novembre è che la parete vibra del loro confronto, ogni appiglio si accende e si spegne, la roccia respira nel ritmo del giorno che declina. Salendo, senti che il granito non è mai neutro — ti accoglie, ma pretende ascolto, equilibrio, presenza.
Oggi, con un giovane compagno di cordata, ho condiviso questa danza di chiaroscuri, la salita diventa un dialogo silenzioso, un modo per imparare a leggere la parete come si leggerebbe un volto, un paesaggio che cambia con la luce.
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