Sul gradino del rifugio, dove il tempo si ferma

10 Settembre 2025

Stesso luogo, stessa pietra davanti al Marinelli Bombardieri al Bernina. Ottant’anni scorrono tra queste due immagini. Mio nonno e io, stesso mestiere: la guida alpina.
Nella foto d’antan c’è un fascino irripetibile, il “physique du rôle” intagliato nella fatica, la sigaretta arrotolata che pende dalle labbra come nei film in bianco e nero.
Oggi restano altre cose: il peso della salita appena conclusa, la felicità silenziosa del compagno di cordata, il rifugio che ci accoglie. In quell’istante, la fatica si scioglie e diventa memoria, continuità, ritorno.

Specchio

1 Settembre 2025

Su queste balze di serpentino è comparsa una nuova ferrata. Di fronte, Chiesa e Caspoggio dall’alto: mezzo secolo di orgia immobiliare, case chiuse, letti freddi. Ora ferro sulla roccia, come cemento nella valle. Lo specchio riflesso di ciò che siamo?

Dove la roccia diventa fuoco, le pareti più sorprendenti della Valmalenco

26 Agosto 2025

Nel 1991 Alessandro Reati e Marco Peduzzi pubblicarono “Magia Rossa”, una guida che raccontava l’arrampicata e l’alpinismo in Valmalenco, ribadendo un concetto semplice e potente dove le rocce della Valle del Mallero sono ottime non solo per essere tagliate a fette. Tra le strutture in quota, le remote pareti di serpentinite nascondono gioielli rari. Qui l’alterazione superficiale regala alla roccia una colorazione rossastra unica, al sorgere del sole le tonalità diventano incredibili e la superficie, cosparsa di minuscoli cristalli di magnetite, si fa ruvida, aderente, perfetta. Fessure di ogni misura accolgono bene le protezioni veloci, una delizia per chi ama scalare. Roccia, cielo, silenzio. Basta faticare un po’ per andarsele a cercare.

Grazie a Ivan per le foto!

Cronaca semiseria dal regno degli Ambassador

20 Agosto 2025

C’è un fenomeno che scorre silenzioso ma tenace lungo le creste, tra un test di ramponi e un post sulle pelli “che fanno davvero la differenza”.
È il mondo degli Ambassador.

Professionisti, atleti, guide di ogni risma, alpinisti, escursionisti esperti: tutti un po’ brandizzati, un po’ testimonial, un po’ venditori.
Non più solo capaci di districarsi in montagna, valutare i pericoli, leggere una condizione, ora anche, e forse soprattutto, capaci di magnificar le virtù di una giacca, di un occhiale, di  raccontare la propria giornata con l’hashtag giusto, infilando fra un canalone e le prime luci del giorno il nome della ditta che ha fornito lo scarpone “che non ti molla mai”.

Ma attenzione: non è pubblicità, è “collaborazione”, non è marketing, è “condivisione di valori”, non è piazzismo, è “spirito di squadra”.
Almeno così si racconta.

In cambio? Spesso non c’è nemmeno un compenso. Qualche sconto, una felpa, forse un paio di bastoncini di quelli “che non tradiscono mai”.
E allora viene da chiedersi: dove finisce la libertà di scegliere, di dire davvero ciò che si pensa?
Che valore ha oggi un giudizio tecnico, se ogni foto ha già in didascalia un tag obbligato?

Sembra quasi che il vero traguardo, più che la salita, sia il contratto. Il premio d’essere notati da un brand, ricevere la mail con su scritto “Ciao, ti andrebbe di entrare nella nostra squadra?”. Una sorta di pacchetto regalo per l’appartenenza. Ma a cosa?

Eppure, si potrebbe anche scegliere un’altra via e comprarsi quel che serve, senza troppi inchini, vestirsi senza dichiarare fedeltà, raccontare la montagna senza obblighi di menzione.
Essere liberi, anche nel dire: “Questo attrezzo non mi piace”, oppure “questa marca qui funziona, ma non m’ha regalato niente”.

Sarebbe già qualcosa, fuori dai cataloghi e dai codici sconto.
Fuori da questa inconsapevole corsa a farsi testimonial di un mercato che ci vuole sì prestanti… ma solo se loggati, taggati, impacchettati.

Spazi insoliti, respiro alto

13 Agosto 2025

Caldo intenso anche quassù.
Risaliamo il versante a monte della lunga morena che delimita il pascolo con un tripudio di fiori, poi, per pietraie, raggiungiamo l’attacco del pilastro.
Decine di ragnatele, tese tra i blocchi con il ragno al centro, catturano gli insetti trasportati dalla brezza di valle come piccole vele contro il sole.
Ombre fresche e calde luci, si alternano lungo il muro di granito, con fessure e lame perfette che ci conducono verso l’alto.

Inseguiamo appigli rugosi, incastri e opposizioni, tra il caldo della roccia e il respiro dell’aria pulita che apre i polmoni. In cima le corde si riposano su se stesse, il ghiacciaio ci guarda, possiamo iniziare la discesa. In fondo, la scalata è solo un meraviglioso pretesto per attraversare spazi insoliti e straordinari.

Accovacciato nel vento

7 Agosto 2025

Nubi cupe inghiottono la vetta. Il vento teso da Ovest spazza via l’illusione del tepore. Mi accovaccio nel lato sottovento, un boccone di pane e formaggio, un sorso di tè. Lo sguardo si perde nella nebbia, già rivolto alla discesa. Nessun trionfo in cima, solo il passaggio. E proprio per questo, ogni passo resta inciso.
Grazie Alessandro per la foto!

La memoria delle mani

7 Agosto 2025

Dopo più di vent’anni torno a toccare gli appigli del mio vecchio pannello. Non un pannello qualsiasi, ma nascosto nei pascoli alti, a 2400 metri.
Basta un gesto, e tutto riaffiora: la sequenza, la trazione, l’intensità precisa dello sforzo. Le dita sanno dove chiudere, i muscoli si riattivano senza chiedere il permesso.
Memoria tattile e del corpo. Memoria di un tempo che non sembra essere passato.
La stessa luce obliqua sulle mani, tra le rughe del serpentino e l’erba mossa dal vento.

Calpestare il ghiaccio vivo: un privilegio in via d’estinzione

5 Agosto 2025

Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.

Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.

Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.

Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.

Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.

Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.

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Non una mappa, ma un racconto: imparare camminando

27 Luglio 2025

C’è una mappa che non si può acquistare e non restituisce distanze, non esiste nemmeno in formato digitale, in nessuna App.

Questa mappa non serve per orientarsi nel modo consueto, non indica un obiettivo da raggiungere, ma accende percorsi da abitare. Non è fatta di curve di livello, né di coordinate, non si misura in metri, si misura in incontri.

È la mappa del racconto.

A differenza delle mappe topografiche, che guidano il passo verso una meta prestabilita, la mappa del racconto si apre al movimento che accade. Non chiude in un tracciato, non riduce il paesaggio a un esercizio di orienteering, non isola ma connette.

Non serve per arrivare, serve per stare.

Chi segue la mappa del racconto non cerca la via più breve, ma l’esperienza più intensa e lascia spazio alla sorpresa, all’imprevisto, al dettaglio che sfugge. Accoglie l’imperfezione e la deviazione come parte viva del cammino. È una mappa che muta con le stagioni, con il tempo, con le persone, non è mai uguale a se stessa e non si esaurisce mai.

La si costruisce camminando con gli occhi, con le mani, con l’ascolto. Non racconta tutto subito, non mostra tutto in chiaro, ma suggerisce. E ogni elemento significativo — un odore, una pietra, una parola — è un nodo che tiene insieme una trama, un accenno che indica una direzione, una lampadina che si accende.

Non serve progettare escursioni epiche per viverla, è adatta a tutti, a tutte le età.

Si realizza su misura, con taccuino e matita, aperti al mondo circostante, alle infinite trame che lo attraversano; è ideale per chi impara e per chi accompagna, non si può rubare e nemmeno duplicare.

Funziona con bambini e ragazzi, con chi cerca un’educazione che non sia addestramento; nella formazione degli adulti con organizzazioni e gruppi.

Traduce in esperienza concreta qualunque programma scolastico, ma senza schede, senza fotocopie, senza esperti a distribuire nozioni già masticate, replica dal vivo e in azione tutto ciò che si prova a insegnare stando fermi.

Attiva il corpo prima ancora del pensiero, stimola i sensi, le attitudini, il desiderio di capire.

Favorisce la collaborazione, genera pensieri collettivi, solleva dubbi. Fa domande che non hanno subito una risposta. È pedagogia dell’ascolto, dell’incontro, della scoperta.

Chi segue la mappa del racconto non si limita a camminare, abita, non osserva ma partecipa. Non si limita a vedere ma prova a comprendere.

Insomma è una mappa che non guida, ma accompagna, specie quando la traccia scompare, è ciò che resta, quando qualcosa accade davvero.

Non le più famose, né le più difficili

6 Luglio 2025

Non le più famose, né le più difficili.
Ma forse le più libere.

C’è qualcosa di prezioso nel non incrociare nessuno,
nel lasciare che il giorno si svolga senza gli sguardi di altre cordate.
Senza la pressione d’essere veloci o lenti,
senza sorpassi, soste obbligate, attese al freddo.
Senza il dover fare in fretta,
o giustificare il prendersi tempo.

Inseguire traiettorie dimenticate,
linee sottili senza tracce,
porta con sé un grande vantaggio: la solitudine.

Basta un’idea, un’intuizione,
un invito silenzioso.
Seguire una luce diversa,
un nome sulla mappa che non dice nulla a chi passa veloce.

Così si scoprono pareti diverse,
quelle che non si possono raccontare del tutto,
e che ti restano addosso anche dopo il ritorno.

Ecco, qui abbiamo una grande probabilità di non incrociare nessun altro.
E questo, oggi, è un privilegio raro.