Nubi cupe inghiottono la vetta. Il vento teso da Ovest spazza via l’illusione del tepore. Mi accovaccio nel lato sottovento, un boccone di pane e formaggio, un sorso di tè. Lo sguardo si perde nella nebbia, già rivolto alla discesa. Nessun trionfo in cima, solo il passaggio. E proprio per questo, ogni passo resta inciso. Grazie Alessandro per la foto!
Dopo più di vent’anni torno a toccare gli appigli del mio vecchio pannello. Non un pannello qualsiasi, ma nascosto nei pascoli alti, a 2400 metri. Basta un gesto, e tutto riaffiora: la sequenza, la trazione, l’intensità precisa dello sforzo. Le dita sanno dove chiudere, i muscoli si riattivano senza chiedere il permesso. Memoria tattile e del corpo. Memoria di un tempo che non sembra essere passato. La stessa luce obliqua sulle mani, tra le rughe del serpentino e l’erba mossa dal vento.
Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.
Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.
Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.
Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.
Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.
Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.
C’è una mappa che non si può acquistare e non restituisce distanze, non esiste nemmeno in formato digitale, in nessuna App.
Questa mappa non serve per orientarsi nel modo consueto, non indica un obiettivo da raggiungere, ma accende percorsi da abitare. Non è fatta di curve di livello, né di coordinate, non si misura in metri, si misura in incontri.
È la mappa del racconto.
A differenza delle mappe topografiche, che guidano il passo verso una meta prestabilita, la mappa del racconto si apre al movimento che accade. Non chiude in un tracciato, non riduce il paesaggio a un esercizio di orienteering, non isola ma connette.
Non serve per arrivare, serve per stare.
Chi segue la mappa del racconto non cerca la via più breve, ma l’esperienza più intensa e lascia spazio alla sorpresa, all’imprevisto, al dettaglio che sfugge. Accoglie l’imperfezione e la deviazione come parte viva del cammino. È una mappa che muta con le stagioni, con il tempo, con le persone, non è mai uguale a se stessa e non si esaurisce mai.
La si costruisce camminando con gli occhi, con le mani, con l’ascolto. Non racconta tutto subito, non mostra tutto in chiaro, ma suggerisce. E ogni elemento significativo — un odore, una pietra, una parola — è un nodo che tiene insieme una trama, un accenno che indica una direzione, una lampadina che si accende.
Non serve progettare escursioni epiche per viverla, è adatta a tutti, a tutte le età.
Si realizza su misura, con taccuino e matita, aperti al mondo circostante, alle infinite trame che lo attraversano; è ideale per chi impara e per chi accompagna, non si può rubare e nemmeno duplicare.
Funziona con bambini e ragazzi, con chi cerca un’educazione che non sia addestramento; nella formazione degli adulti con organizzazioni e gruppi.
Traduce in esperienza concreta qualunque programma scolastico, ma senza schede, senza fotocopie, senza esperti a distribuire nozioni già masticate, replica dal vivo e in azione tutto ciò che si prova a insegnare stando fermi.
Attiva il corpo prima ancora del pensiero, stimola i sensi, le attitudini, il desiderio di capire.
Favorisce la collaborazione, genera pensieri collettivi, solleva dubbi. Fa domande che non hanno subito una risposta. È pedagogia dell’ascolto, dell’incontro, della scoperta.
Chi segue la mappa del racconto non si limita a camminare, abita, non osserva ma partecipa. Non si limita a vedere ma prova a comprendere.
Insomma è una mappa che non guida, ma accompagna, specie quando la traccia scompare, è ciò che resta, quando qualcosa accade davvero.
Non le più famose, né le più difficili. Ma forse le più libere.
C’è qualcosa di prezioso nel non incrociare nessuno, nel lasciare che il giorno si svolga senza gli sguardi di altre cordate. Senza la pressione d’essere veloci o lenti, senza sorpassi, soste obbligate, attese al freddo. Senza il dover fare in fretta, o giustificare il prendersi tempo.
Inseguire traiettorie dimenticate, linee sottili senza tracce, porta con sé un grande vantaggio: la solitudine.
Basta un’idea, un’intuizione, un invito silenzioso. Seguire una luce diversa, un nome sulla mappa che non dice nulla a chi passa veloce.
Così si scoprono pareti diverse, quelle che non si possono raccontare del tutto, e che ti restano addosso anche dopo il ritorno.
Ecco, qui abbiamo una grande probabilità di non incrociare nessun altro. E questo, oggi, è un privilegio raro.
Non c’è due senza tre: rally, trial, e per non farci mancare nulla, a fine estate ci si raduna in quota con i fuoristrada, perché pare che le piste da sci — già bastonate da raduni di motoslitte a fine stagione — non possano congedarsi senza l’ultimo, irrinunciabile, colpo di gas. A motori accesi, cervelli spenti.
Nel silenzio della montagna ecco che la Valmalenco — terra ospitale, forse troppo — ancora spalanca le braccia (e la manetta) al divertimento che urla con: “Valtellina e Valmalenco 4×4 Lombardia in Fuoristrada con permessi esclusivi”.
Mentre le località alpine più attente fanno a gara per proteggere la loro bellezza e unicità, limitando il più possibile impatti e rumori, noi qui facciamo esattamente il contrario. Invece di custodire il paesaggio, lo schiacciamo sotto ruote tassellate e motori ruggenti, trasformando ecosistemi fragili in semplici scenografie per uno spettacolo rumoroso e di breve durata.
Un vero controsenso. In nome di cosa? Del turismo? Dello sport? Della visibilità? Ma chi viene davvero a cercare la montagna tra rumori e nuvole di polvere?
Quale sport eleva, se si misura in decibel e scorciatoie nei boschi? Quale visibilità, se il messaggio è che si può venire in montagna per pestarla a colpi di ruote e marmitta?
Le montagne non ne escono né più ricche, né più conosciute, né tantomeno amate. Solo più stressate, degradate, anestetizzate. Non resta che un’altra tacca nell’anima del territorio e una striscia di fumo che ne danneggia l’immagine.
Ma guai a dire qualcosa: scatta subito il linciaggio social, dove il massimo del confronto è un emoji arrabbiata e un “fatti una vita” digitato tra uno scarico e un selfie col casco. E allora sì, forse abbiamo davvero bisogno di meno pistoni e più cervello, di smetterla di raccattare eventi di serie B che altrove non vogliono più. Di non svendere la montagna come un’arena qualsiasi, dove tutto è lecito purché faccia rumore.
Nella presentazione del calendario 2025 delle escursioni con le Guide Alpine della Lombardia, promossa con convinzione dalla Regione, le parole “sicura” e “sicurezza” risuonano come un mantra: ben cinque volte in un comunicato che parla di montagna. A ciò si aggiunge il solito richiamo alla “montagna accessibile per tutti”, una formula che, se presa sul serio, svuota la montagna di ciò che la rende tale.
Ancora una volta il discorso pubblico sulla montagna punta sulla rassicurazione, su una percezione di piena prevedibilità. Un linguaggio che, pur animato da buone intenzioni, rischia di semplificare troppo e di far credere che si possa rendere controllabile ciò che per sua natura non lo è, neutralizzare i pericoli e addomesticare l’imprevisto.
In realtà, non esiste sicurezza in ambiente naturale, e chi accompagna in montagna lo sa bene. L’incertezza non è un nemico da cui difendersi, ma parte integrante dell’esperienza, ed è proprio nel confronto con il rischio, gestito, non negato, che si forma la consapevolezza.
Anche l’idea di promuovere “l’accessibilità” come principio inderogabile merita qualche riflessione in più. Rendere tutto fruibile e facile significa negare l’essenza stessa della montagna: l’asprezza, la verticalità, la fatica dell’andare. Se la montagna è ovunque “per tutti”, allora smette di essere esperienza che lascia il segno e si riduce a consumo, a gita organizzata con selfie finale. Il concetto di inaccessibilità non è una barriera da abbattere, ma una qualità da proteggere. È un invito a mettersi in gioco, non a delegare.
Belle le iniziative educative, le uscite guidate che stimolano la curiosità e il rispetto per l’ambiente, le giornate di orientamento per chi vuole imparare una professione antica e nobile.
Serve forse un cambio di linguaggio, per rinforzare il messaggio educativo che sta alla base dell’iniziativa, non tanto la promessa di un ambiente privo di rischi, ma la promozione di una cultura dell’attenzione, della lettura del contesto, della responsabilità personale.
Meglio coltivare il dubbio o alimentare l’illusione del controllo?
Nello spazio di pochi giorni, anche la Valmalenco celebra il suo hanami, discreto e silenzioso. Tra i rami leggeri del ciliegio, sbocciano fiori che non cercano pubblico, né applausi. Fanno la loro parte, come un segreto che si rivela a chi è pronto ad ascoltarlo. Sul fondo, il Bernina, con le sue cime ancora innevate, assiste come uno spettatore distaccato, eppure presente. È un momento breve, ma non ha bisogno di durare. Basta essere lì, accorgersene, come fanno le api, come fa il vento che disperde i piccoli petali bianchi. C’è solo da restare in ascolto. E mentre ogni giorno, in mille modi diversi, qualcuno prova a ferire queste montagne, con il rumore, l’arroganza e le remore di comodo, la bellezza resta, si rigenera, continua a fiorire e ci insegna qualcosa. È più antica di noi, e ci sopravviverà.
Nel cuore della Valtellina, laddove le vette parlano con il vento e i torrenti raccontano storie antiche di ghiaccio e di pietra, torna a rombare il rally Coppa Valtellina. Un evento che, anno dopo anno, pare ostinarsi a occupare uno spazio che non gli appartiene più — né culturalmente, né ecologicamente.
Mentre si moltiplicano i proclami sulla necessità di una transizione ecologica e il mondo alpino interroga sé stesso sul senso del limite, la Valtellina sceglie – ancora una volta – la strada più rumorosa.
Un evento accostato, con enfasi retorica, addirittura alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Forse perché rappresenta una pratica anacronistica, predatoria ed energivora?
Non è una questione di essere contro i motori o lo sport. È una questione di misura, di contesto, di ascolto. Perché la Valmalenco e le valli attorno a Sondrio non sono piste. Sono ecosistemi fragili, sono territori abitati da chi cerca un equilibrio con l’ambiente, percorsi da chi cammina per sentire il rumore dell’erba sotto gli scarponi, non lo scoppio secco di uno scarico modificato.
Il rally oggi, è un evento fuori tempo: organizzare una gara automobilistica su strade di montagna suona come un paradosso assordante. È un ritorno a all’idea di montagna come scenario da consumare e non da vivere, da attraversare ad alta velocità senza fermarsi a comprenderla.
È anche un evento fuori misura: i suoi numeri, decibel, emissioni, impatto sulla fauna, mal si conciliano con un territorio che avrebbe bisogno di silenzio, ascolto e rigenerazione. Ogni tornante preso a tutta velocità è un’occasione persa per proporre un turismo diverso, più consapevole, più in sintonia con i ritmi della montagna.
C’è poi il danno turistico, perché chi sceglie di venire in Valmalenco, in Valtellina, lo fa per altri motivi. Per il silenzio, la bellezza autentica, la possibilità di rallentare e respirare, nessuno viene qui per essere disturbato da motori urlanti, code, strade chiuse e rumori fuori scala. La montagna che attira non è quella che romba, ma quella che sussurra.
E non possiamo ignorare il messaggio profondamente diseducativo che un evento del genere trasmette alle nuove generazioni. Se abituiamo i giovani al rumore, all’alterazione chiassosa del paesaggio per puro spettacolo, finiamo per togliere loro la possibilità di sviluppare sensibilità, rispetto, senso del limite.
Ma la domanda più inquietante è: come possono Sondrio, già insignita del titolo di Città Alpina e la Valmalenco, perla delle Retiche, presentarsi come “salotto buono” per una pratica di questo tipo? Quale coerenza esiste tra il rilancio delle Alpi come spazio di equilibrio, cultura e natura… e il concedere i propri centri urbani e le strade di valle a un evento che ne contraddice ogni intento?
Quale turismo consapevole, duraturo, predisposto a conoscere e rispettare la natura può essere richiamato da una gara di questo tipo? È difficile pensare che chi viene per il rombo dei motori si fermi a conoscere i sentieri, la storia geologica, naturale e umana di queste valli. È invece molto probabile che chi è attratto dal silenzio e dalla bellezza sobria della montagna ne venga allontanato.
In fondo, non siamo così lontani da ciò che negli Stati Uniti viene definito “rolling coal”: la pratica di truccare i motori per produrre nuvole di fumo nero, come sfregio verso chi si preoccupa del clima. Un gesto ostentatamente anti-ecologico, trasformato in spettacolo.
Ciò che accade da noi è forse meno esplicito, ma non meno grave. Perché porta con sé l’ipocrisia di chi si nasconde dietro lo sport e l’indotto economico. Ma se il prezzo da pagare è la perdita di senso, allora forse non possiamo più permettercelo.
Infine, è un evento fuori luogo, la Valmalenco non ha bisogno di un rally per raccontarsi, ha bisogno di chi la attraversa con rispetto, di chi ne studia gli angoli nascosti e ne segue le tracce sulla neve.
Ha bisogno visione, non di fumo. Di coraggio, non di gas di scarico.
È un atto d’amore per la montagna, per chi la vive, per chi la abiterà dopo di noi. Scegliere di non correre, per una volta, è forse l’unico modo per non andare fuori strada.
Il rombo dei motori sotto lo sguardo silenzioso del Pizzo Scalino. Due mondi che non si parlano
In mezzo ai boschi dimenticati troviamo piccoli troni di roccia, accoglienti per tutti.
I ragazzi mettono le mani sulla roccia per la prima volta. E’ un bel gioco, essenziale, creativo, in uno spazio diverso dalla quotidianità.
Si aggrappano con naturalezza, sorridono, cadono, ritentano, sperimentano nuovi equilibri, si incitano ed aiutano.
Qui non servono arnesi, impianti, ferrame, cavi, scalette, cartelli, regole e divieti. E’ una ricreazione libera, non strutturata, capace di esplorare la montagna dimenticata, lontana da giostre e stereotipi.
Anche se circondati dai rovi, la montagna abbandonata esprime un potenziale di vitalità inaspettato. Senza nulla di eccezionale da esibire, scopriamo che questi spazi sono luoghi preziosi, semplici e ospitali.
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