Un pistone al posto del cervello

Non c’è due senza tre: rally, trial, e per non farci mancare nulla, a fine estate ci si raduna in quota con i fuoristrada, perché pare che le piste da sci — già bastonate da raduni di motoslitte a fine stagione — non possano congedarsi senza l’ultimo, irrinunciabile, colpo di gas. A motori accesi, cervelli spenti.

Nel silenzio della montagna ecco che la Valmalenco — terra ospitale, forse troppo — ancora spalanca le braccia (e la manetta) al divertimento che urla con: “Valtellina e Valmalenco 4×4 Lombardia in Fuoristrada con permessi esclusivi”.

Mentre le località alpine più attente fanno a gara per proteggere la loro bellezza e unicità, limitando il più possibile impatti e rumori, noi qui facciamo esattamente il contrario. Invece di custodire il paesaggio, lo schiacciamo sotto ruote tassellate e motori ruggenti, trasformando ecosistemi fragili in semplici scenografie per uno spettacolo rumoroso e di breve durata.

Un vero controsenso. In nome di cosa? Del turismo? Dello sport? Della visibilità? Ma chi viene davvero a cercare la montagna tra rumori e nuvole di polvere?

Quale sport eleva, se si misura in decibel e scorciatoie nei boschi? Quale visibilità, se il messaggio è che si può venire in montagna per pestarla a colpi di ruote e marmitta?

Le montagne non ne escono né più ricche, né più conosciute, né tantomeno amate. Solo più stressate, degradate, anestetizzate. Non resta che un’altra tacca nell’anima del territorio e una striscia di fumo che ne danneggia l’immagine.

Ma guai a dire qualcosa: scatta subito il linciaggio social, dove il massimo del confronto è un emoji arrabbiata e un “fatti una vita” digitato tra uno scarico e un selfie col casco. E allora sì, forse abbiamo davvero bisogno di meno pistoni e più cervello, di smetterla di raccattare eventi di serie B che altrove non vogliono più. Di non svendere la montagna come un’arena qualsiasi, dove tutto è lecito purché faccia rumore.