13 settembre 1850
E’ ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.
Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch.
Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio. Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.
L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto.
Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso. La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.
Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn. Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.
Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali. I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.
Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.
La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.
Dopo la costruzione della Capanna Marco e Rosa nel 1913, la salita lungo la luminosa Cresta Est viene progressivamente abbandonata, a favore della più diretta via per la Spalla e la cresta Sud.







Scheda
Piz Bernina per la cresta Est
Johann Coaz, con Jon e Lorenz Ragut Tschrner il 13 settembre 1850
Dal Rifugio Marco e Rosa si traversa in direzione Nord il grande pendio glaciale della Spalla, andando a scavalcare, verso quota 3750m, il tondeggiante crinale nevoso della cresta Est della Spalla, per entrare nel vallone (attenzione ai seracchi soprastanti!) compreso tra il crinale e e la Cresta Est. Superata la crepaccia terminale il percorso segue integralmente il filo della cresta rocciosa orientale.
Dislivello 300m, difficoltà variabili da AD/D, passi di III
Note importanti
La salita descritta è un percorso in quota selvaggio e affascinante, anche se l’accesso alla cresta risulta oggi assai problematico e non privo di pericoli oggettivi.
La nuova geografia del disgelo cambia di continuo le condizioni della montagna. Tutto muta con una rapidità impressionante, bastano poche ore per stravolgere i percorsi un tempo ritenuti abituali e consolidati. Un invito a valutare costantemente le condizioni, passo dopo passo, a relazionarsi con l’intorno, a predisporsi all’immediata percezione di ciò che accade in ogni istante dell’ascesa.
Spetta solo all’alpinista, a chi s’addentra responsabilmente nel cuore della montagna, valutare di volta in volta le condizioni, percepire la densità di pericoli e predisporsi ai rischi conseguenti.
Se il clima soffre di un cambiamento radicale e inusitato, forse è un’occasione per riscoprire come è ancora possibile “abitare”, anche nelle forme più creative, l’imprevedibilità, per comprendere come siamo dipendenti dal clima che cambia, lontani da qualsiasi senso di certezza.