Come i pipistrelli

21 Giugno 2026

Ci si muove come i pipistrelli ormai. Nell’alpinismo estivo si esce dal rifugio sempre prima. Anno dopo anno le partenze si sono spostate all’indietro, fino a invadere la notte.

Si cerca di precedere il sole, di schivare i temporali che sembrano nascere dal nulla e di attraversare nevai e ghiacciai prima che il caldo li trasformi in una poltiglia. Le vecchie certezze della montagna si sono liquefatte insieme al ghiaccio.

Le partenze notturne hanno sempre qualcosa di irreale, c’è uno stordimento iniziale, una sospensione, il corpo reclama il sonno mentre la luce delle frontali ritaglia pochi metri di mondo.

Si procede per memoria, in quel cono di luce, poi, improvvisamente arriva il premio. Le prime luci del giorno ci sorprendono, la notte cede il passo a un’alba lenta e obliqua.

La luce radente accende i profili delle montagne, ne esalta le rugosità, le pieghe, le distanze, con uno spettacolo silenzioso e irripetibile.

Solo la luce di sbieco sa fare questo miracolo, riesce a dare profondità ai paesaggi, a rivelare l’infinita successione di vette che si perdono all’orizzonte.

Con il primo sole che illumina la cima, la montagna torna leggibile, le creste si separano, le distanze riemergono e ogni cosa riprende misura.

Le ombre della cordata si allungano sul pendio. I corpi sono piccoli, quasi insignificanti nella vastità del mattino, ma forse proprio per questo al loro posto.

Il Grigri non è una pipa

19 Giugno 2026

Di rado scrivo di moschettoni, nodi e manovre. Non perché siano dettagli secondari, ma perché di istruzioni per l’uso è pieno il mondo. Mi interessa di più comprendere ciò che accade attorno a noi, come osserviamo, decidiamo e comunichiamo, come ci assumiamo delle responsabilità e impariamo a gestire l’incertezza e le pressioni. E in che modo la montagna possa aiutarci a coltivare queste capacità.

Però oggi faccio un’eccezione, perché c’è un dettaglio tecnico che in falesia vedo ignorare con una frequenza preoccupante: come si tiene in mano quel maledetto Grigri.

L’immagine del manuale Petzl è lì da trent’anni. Non è un geroglifico egizio, non richiede una laurea in ingegneria, è un disegnino molto chiaro.

Quando bisogna dare corda rapidamente, il freno si impugna in un modo preciso, indice della mano destra che sostiene il dispositivo, pollice che controlla la camma, mano frenante sempre sulla corda. Punto.

E invece.

Invece vedo Grigri impugnati come pipe di radica con la sinistra, come telecomandi della TV, come un oggetto passivo che tanto “fa tutto lui”. Vedo mani intere che schiacciano la camma per metri e metri di corda, mentre l’assicuratore discute del prezzo del gasolio, del prossimo viaggio in Sardegna o di quanto fosse meglio l’arrampicata negli anni Novanta.

Il Grigri non è un pilota automatico è un dispositivo che richiede attenzione. Sempre.

E la differenza la senti soprattutto quando hai voglia di spingere un po’ di più, di provare quel passaggio al limite, di lasciarti andare su un volo pulito e protetto. In quel momento la tua vita è letteralmente nelle mani di qualcuno.

Preferisco mille volte un principiante che ha letto il manuale, guarda chi sta scalando e vive la sicura come un compito di responsabilità, piuttosto che un vecchio socio di falesia seduto beatamente lontano dalla parete, con il Grigri impugnato come un calice di rosso e lo sguardo rivolto altrove.

E già che ci siamo, un promemoria: l’assicuratore non serve solo a trattenere la caduta, serve anche ad accompagnarla, renderla dinamica, stare presente, dare corda al momento giusto e osservare continuamente chi scala. Magari persino usando gli occhialini.

Perché quando sono lontano dallo spit appeso a due falangi non ho bisogno di un amico che chiacchiera. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia sicura.

Per davvero. Porca di quella miseria.

Ancora condomini? Davvero?

16 Giugno 2026

Lo ammetto, pensavo che questa stagione fosse finita. Che almeno su una cosa avessimo imparato la lezione, basta guardarsi intorno.

Basta passare davanti alle file di seconde case di Chiesa, oppure fare pochi chilometri più in là, dall’Aprica a Madesimo, dentro quell’immenso affastellamento di condomini color panna, albicocca e salmone sbiadito, costruiti a getto continuo tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Palazzoni nati sotto il segno del mattone che non tradisce mai, della seconda casa come status symbol, del bravo brianzolo che finalmente si è fatto la casa in montagna.

Investimento sicuro, dicevano. Oggi basta passarci davanti.

Serrande chiuse per undici mesi l’anno, balconi che sembrano in letargo dal 1987, amministratori, assemblee, posti auto numerati, corridoi con l’odore di minestrone del vicino e televisioni accese dall’altra parte del muro.

La montagna trasformata in una periferia verticale. Pensavo fosse una stagione chiusa e invece no.

Eccomi davanti all’ennesimo cartello. In alto campeggia il nome: “Residenza Gemma Alpina, 300 metri dalla funivia”, perché oggi un condominio non può più chiamarsi semplicemente condominio, deve sembrare una pietra preziosa, un piccolo paradiso montano. I metri, poi, sono sempre una misura elastica, più narrativa che reale (almeno il triplo), ma poco importa, perché servono solo a sostenere il racconto, un refluo del marketing del Novecento. Poi guardi il rendering e ritrovi il solito copione, con casucce ammiccanti, verde curato e un’altra fetta di prato che si prepara a diventare prodotto immobiliare.

Oggi basta rivestire di assicelle qualche metro quadrato di facciata e il miracolo è compiuto, il condominio diventa “borgo alpino”, il residence si trasforma in “esclusiva residenza di montagna”, il consumo di suolo assume le sembianze rassicuranti della tradizione.

È un trucco e anche piuttosto vecchio.

Ma è inutile prendersela con chi costruisce, fa il proprio mestiere e cerca un profitto dentro regole che lo consentono. E non aiuta nemmeno puntare il dito contro amministratori locali o abitanti di questi luoghi, spesso sono dentro dinamiche più grandi di loro, dentro un’eredità di trasformazioni lunghe e stratificate che hanno progressivamente svuotato il rapporto con il territorio.

Il punto, oggi, è un altro, non siamo più soltanto davanti a semplici “casermoni”, ma a vere e proprie finzioni abitative, dispositivi che simulano la montagna mentre la consumano, che ne imitano le forme mentre ne indeboliscono la sostanza.

Proviamo invece a spostare il piano e mettere un piccolo tarlo nei potenziali acquirenti.

La domanda è semplicissima.

Ma sei proprio sicuro di voler comprare questa roba?

Sei sicuro di desiderare un altro appartamento travestito da baitina? Un pezzo di città con le montagne intorno? Un condominio in classe energetica A che però si porta dietro tutte le abitudini urbane che forse volevi lasciare per un fine settimana? Sei sicuro? Perché là fuori esistono altre mille possibilità. Ci sono case vere.

Case antiche, baite dimenticate, piccole abitazioni nelle frazioni, nei nuclei sparsi, nei luoghi ancora capaci di raccontare qualcosa. Certo, vanno restaurate, con pazienza, cura e tempo.

Ma forse è proprio questo il punto, perché restaurare una casa è anche un modo per restaurare una relazione.

Conoscere un luogo, esplorarlo, capire come gira il sole, osservare da dove arriva il vento, parlare con chi ci vive, cercare i muratori, i falegnami, gli artigiani che ancora conoscono i luoghi e sanno risvegliare l’anima di una casa.

Abitare un posto non significa semplicemente comprarne qualche metro quadrato, ma entrarci in sintonia, affezionarsi, magari farsi anche un orto e frequentarlo fuori stagione.

E, incidentalmente, fare lavorare le tante maestranze locali, quelle brave davvero, che custodiscono saperi e competenze e tengono ancora in piedi un’economia di valle.

Perché il consumo di suolo, in fondo, non è solo una questione urbanistica.

Finché continueremo a pensare che la felicità alpina coincida con l’acquisto dell’ennesimo condominio travestito da casetta di montagna, continueremo a mangiarci prati, paesaggi e pezzi di civiltà, per poi ritrovarci con altre fila di serrande abbassate.

Nel dubbio, caro acquirente in cerca del tuo “buen retiro” alpino, un consiglio non richiesto. Lascia stare il palazzone con il cappotto di larice, vai in giro, esplora, perditi.

Cerca la tua casa. Probabilmente esiste già.

Fuori campo

15 Giugno 2026

La fotografia ci prova. Il giallo del maggiociondolo in primo piano, il sentiero che invita a entrare nel bosco, la figura del compagno di cordata che si allontana. L’immagine è potente, ma proprio per questo rende evidente il suo limite. Il profumo, il vento, la fatica e le emozioni restano fuori dall’inquadratura.

Il profumo del maggiociondolo, che presto lascia il posto a quello della pecceta, poi del rododendro, dei pascoli, fino all’odore del granito lavato dall’acqua di fusione dei nevai.

Il rumore del vento forte da nord, che allunga le nubi sopra i giganti del Masino, sovrasta le nostre voci e riesce a far scappare le corde.

La fatica del lungo avvicinamento, tanto cammino per poca roccia, se il criterio è soltanto quantitativo.

L’assenza di ogni presenza umana. Solo marmotte, gracchi e pecore.

L’incredibile lavoro dell’erosione sul granito, la sua solidità al tatto, la ruvidità di lame antiche.

Le emozioni, grandi e piccole, che attraversano costantemente una giornata in cordata: gioia, eccitazione, paura, appagamento… e tante altre che non hanno nemmeno un nome.

Forse è per questo che si torna in parete, non per le fotografie che portiamo a casa, ma per tutto ciò che nessuna immagine riuscirà a trattenere.

Non tutti gli ostacoli vanno rimossi

9 Giugno 2026

Le rocce non sono una realtà da cui tenere lontani i bambini, ma uno spazio dove fare scuola.

Siamo abituati a pensare che il compito degli adulti sia eliminare ogni possibile ostacolo dal cammino dei più piccoli. Rendere gli spazi sempre più sicuri, prevedibili, controllati. Superfici lisce, percorsi livellati, giochi certificati, rischi ridotti al minimo.

Eppure cresce il dubbio che il problema non siano tanto i pericoli che i bambini incontrano nella loro vita quotidiana, quanto quelli che non incontrano più.

Non perché servano situazioni pericolose. Al contrario.

Perché servono occasioni per confrontarsi gradualmente con la realtà, con la sua complessità, le sue asperità, i suoi piccoli imprevisti.

Un terreno sconnesso, una radice, una pietra da aggirare. Una roccia da risalire a quattro zampe.

Esperienze che permettono di mettere in gioco capacità psicomotorie innate e che aiutano a costruire fiducia nelle proprie possibilità.

L’iperprotezione rischia infatti di produrre una forma paradossale di fragilità. Bambini continuamente protetti dal mondo reale, ma sempre meno preparati ad affrontarlo.

In pericolo non per eccesso di esposizione, ma per inazione.

Per questo le uscite in natura rappresentano molto più di una semplice attività ricreativa.

Sono esperienze di realtà vera, nelle quali corpo, movimento e sensi tornano ad avere un ruolo centrale.

Durante una recente uscita con la scuola dell’infanzia abbiamo camminato, osservato, raccolto materiali, costruito piccole dighe, ascoltato l’acqua e, soprattutto, scalato.

Semplicemente rocce, grandi da suscitare curiosità e sufficientemente accessibili da permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di salirle.

A quattro zampe. In piedi, con l’aiuto di un compagno, fermandosi a metà. Riprovando.

Ogni bambino secondo i propri tempi.

Dove il ruolo dell’adulto è creare le condizioni migliori affinché possano fare esperienza, accompagnare senza invadere e sorvegliare, senza togliere significato alla scoperta che la realtà può essere difficile, talvolta persino ostile, ma proprio per questo degna di essere conosciuta. (foto E. Borla)

LeBron James, il golf e i Faraglioni: quando il paesaggio diventa uno sfondo

8 Giugno 2026

La montagna, ma potremmo dire anche il mare, i boschi, i deserti o qualsiasi altro luogo, rischia sempre più spesso di essere ridotta a una bella tappezzeria di contorno. Un fondale.
La rappresentazione più nitida di questo malinteso l’ho vista nelle immagini di LeBron James che, a bordo di uno yacht, si diverte a colpire palline da golf verso il mare con i Faraglioni di Capri sullo sfondo.
Premessa necessaria: nessuna critica personale verso uno dei più grandi sportivi della sua epoca. E immagino anche che le palline fossero biodegradabili e che tutto fosse perfettamente in regola.
Eppure la scena mi ha colpito.
Non per le palline, per lo yacht. Non per il lusso.
Mi ha colpito perché, se ci pensate, è un gesto completamente scollegato dal luogo in cui avviene. I Faraglioni potrebbero essere una parete dolomitica, il Grand Canyon o un fondale stampato in studio fotografico. Cambierebbe poco.
Il luogo non partecipa all’azione. È lì come quinta teatrale.
E forse è proprio questo il punto.
Nell’immaginario contemporaneo il successo non consiste più tanto nell’entrare in relazione con un luogo, quanto nell’utilizzarlo come sfondo per raccontare qualcos’altro. La foto non dice nulla di Capri. Dice qualcosa di chi è al centro dell’inquadratura.
A ben vedere, facciamo tutti un po’ la stessa cosa, in forme più modeste. Una vetta, un lago alpino, una spiaggia remota, una sentiero panoramico. Spesso i luoghi diventano semplicemente il supporto scenografico di una narrazione che parla esclusivamente di noi.
La differenza è che nel caso di LeBron la cosa appare quasi caricaturale, e proprio per questo aiuta a vederla meglio.
Perché c’è qualcosa di vagamente comico in un uomo che si trova davanti a uno dei paesaggi più celebri del Mediterraneo e decide di usarlo come campo pratica.
Non provo invidia. Nemmeno fastidio.
Semmai una certa tenerezza.
Perché il vero lusso, alla fine, non è avere uno yacht davanti ai Faraglioni. È possedere i codici per capire dove si è. Essere capaci di leggere un luogo, di lasciarsi interrogare da ciò che ha da raccontare.
E questo, curiosamente, non si può comprare.
Nemmeno con uno yacht e con una mazza da golf. Nemmeno se sei LeBron James.

Montagne da leggere

2 Giugno 2026

Ci sono montagne che non si limitano a essere salite, ma hanno qualcosa da raccontare. E spesso non sono le più alte o le più celebrate. Basta un po’ di curiosità, e la disponibilità a rallentare lo sguardo, per scoprire che una fitta rete di percorsi conduce verso vette secondarie solo in apparenza, capaci invece di restituire storie di geologia, paesaggio e presenza umana.

Così, tra i cuscini fioriti e un cielo inquieto, con le nubi che salgono e si dissolvono lungo la linea di cresta spartiacque, attraversiamo questa vasta distesa minerale. Il sole si alterna a improvvisi fiocchi di neve trasportati dal vento, in un continuo mutare di luci e atmosfere che sembra appartenere soltanto a questo angolo di Valmalenco.

Qui le rocce non fanno solo da sfondo, sono parte integrante del racconto. I colori, le strutture, le forme parlano di processi che si misurano in milioni di anni. Le pieghe dei marmi, serrate tra gli scisti, disegnano sopra il ghiacciaio una sorta di grande occhio, come se la montagna stessa osservasse chi la attraversa.

La poca neve rimasta dall’inverno resiste ormai a fatica. Quella che ancora si incontra, molle e fradicia, porta i segni evidenti del sole feroce che ha caratterizzato gli ultimi giorni. Anche alle quote più elevate l’innevamento appare già compromesso, un segnale poco incoraggiante per le classiche salite di alta montagna, che dovranno fare i conti, ancora una volta, con stagioni sempre più anticipate e condizioni sempre più instabili.

Eppure è proprio in giornate come questa che la montagna mostra forse il suo volto più autentico, non tanto un terreno da conquistare, quanto un luogo da leggere, passo dopo passo, lasciandosi guidare dalle rocce, dai fiori e dalle nuvole.

Quando smettono di chiedere “quanto manca”

27 Maggio 2026

La domanda “quanto manca?” durante un’escursione con un gruppo di ragazzi non è quasi mai una questione di fatica. Spesso è distanza dall’esperienza, difficoltà ad abitare il tempo, bisogno di una meta immediata.

Per questo, quando quella domanda lentamente sparisce, o quasi, è successo qualcosa di importante.

Non per merito di chi accompagna, ma perché il gruppo ha iniziato ad ascoltare davvero. Il bosco, le tracce, l’acqua, le storie, il proprio passo.

Perché la curiosità ha preso il posto dell’attesa.

Perché i ragazzi, se coinvolti nel modo giusto, smettono di subire il cammino e iniziano ad attraversarlo.

Bisogna pungolarli, certo. A volte provocarli, altre volte lasciarli fare. Trovare il loro verso giusto, senza pretendere attenzione automatica.

Poi accade qualcosa di bellissimo e diventano inarrestabili.

Si fermano a osservare dettagli invisibili agli adulti, fanno domande impreviste, dimenticano il telefono, allungano il passo.

Ed è lì che l’educazione fuori prende corpo.

Un’aula senza muri dove non si insegna soltanto, si impara insieme a stare nel mondo.

Marettimo. La morte lenta dei luoghi raccontati troppo

25 Maggio 2026

Certe isole non assomigliano al Mediterraneo.
O almeno non al Mediterraneo addomesticato delle brochure turistiche, delle spiagge ordinate, delle rotte consumate. Marettimo invece emerge dal mare come una scheggia di dolomia piantata nel blu, un frammento verticale e severo più vicino a certe montagne che all’idea comune di isola.

Ci sono tornato più volte, sempre attirato da quel lato nascosto e inaccessibile che si lascia osservare quasi soltanto dal mare, attraverso i Barranchi, vertiginose pareti a picco sull’acqua, passaggi sospesi tra escursionismo e arrampicata, profumi aspri di macchia mediterranea e sale.

Fu lì che nacque, dentro di me, quello che anni fa chiamai “il patto del non racconto”.
Un’intuizione semplice, non tutto ciò che scopriamo deve necessariamente essere divulgato, promosso, trasformato in contenuto.
Anzi, certi luoghi sopravvivono proprio grazie alla loro marginalità, al loro restare fuori dai riflettori.

Quando lessi l’articolo divulgativo pubblicato su Montagne360 del Club Alpino Italiano, dedicato a quei percorsi allora ancora marginali, provai immediatamente una sensazione precisa: “È già finita”. Non era in discussione la qualità del racconto, né l’energia esplorativa di chi lo aveva scritto, ma la forza della macchina comunicativa che lo avrebbe inevitabilmente amplificato.

Perché Montagne360 non era una piccola rivista di nicchia, veniva distribuita in circa 250.000 copie, un numero enorme per una pubblicazione di montagna. Una macchina capace di trasformare rapidamente un luogo periferico in desiderio collettivo.

Un itinerario simile, stretto sul confine tra esplorazione, avventura e terreno instabile, in un’area di raro pregio ambientale, non può sopportare la logica dei gruppi organizzati.
Eppure continuiamo ostinatamente a trasformare ogni esperienza in esposizione, ogni luogo in vetrina, ogni passaggio remoto in un trofeo da mostrare.

Prima arrivano le fotografie eroiche.
Poi i reel e le classifiche dei “trekking imperdibili”.
Infine arrivano i pacchetti organizzati.

È accaduto anche qui.

Un’agenzia di guide altoatesine ha iniziato a promuovere il percorso con il consueto linguaggio del turismo esperienziale contemporaneo: “natura incontaminata”, “viaggi selvaggi”.
Le stesse narrazioni patinate che vendono oggi il selvaggio confezionato, spesso accompagnate dal rituale assolutorio del calcolo dell’impronta carbonica e dalla piantina adottata per compensare il volo.

Ma la contraddizione è più profonda.
Perché quella stessa macchina che oggi offre lavoro e visibilità, nel lungo periodo finisce spesso per impoverire anche chi la alimenta. Quando ogni luogo viene trasformato in prodotto, l’esperienza perde unicità, si standardizza, diventa replicabile e sostituibile. La concorrenza aumenta, il valore simbolico si consuma, e il mercato è costretto a inseguire continuamente nuove “ultime frontiere” da mettere in vetrina.

È una giostra che divora sé stessa.

Poi è arrivata anche la televisione tedesca, con il suo linguaggio impeccabile e rassicurante da servizio pubblico, il racconto di Marettimo dentro il format di Bergauf-Bergab lo ha definitivamente incorniciato come “isola avventura”, versione mediterranea di un immaginario alpino già pronto, esportabile, consumabile. E quando un luogo entra in quel tipo di narrazione televisiva, diventa una destinazione validata, riconosciuta, autorizzata a essere desiderata.

Ed è lì che qualcosa muore davvero.

Non fisicamente soltanto.
Muoiono il silenzio e l’incertezza.
Muore la possibilità della scoperta e la sensazione rara di trovarsi in un luogo non ancora preceduto dall’immaginario collettivo.

Perché oggi sembra impossibile accettare che qualcosa possa semplicemente esistere senza essere promosso.
Ogni spazio deve diventare esperienza, merce condivisibile, destinazione, ogni traversata un format narrativo.

Eppure esistono territori delicati che chiederebbero l’opposto, meno presenza, meno racconto, meno visibilità.

Non è il desiderio infantile di custodire segreti.
È piuttosto una forma di responsabilità verso luoghi che non possiedono anticorpi sufficienti contro la bulimia contemporanea dell’esposizione.

Io, dentro quei barranchi, ci sono stato più volte. Senza carovane, barche d’appoggio, senza trasformare il passaggio in evento. Senza esibire trofei.

Forse perché certe esperienze acquistano valore proprio nel momento in cui smettono di voler essere dimostrate.

Marettimo meritava forse più ascolto e meno promozione.

Grignetta, il richiamo dell’ombra

25 Maggio 2026

Di solito dagli anfratti della Grignetta si tende a scappare.
Freddi, umidi, viscidi, spesso ancora sporchi di neve vecchia anche a stagione iniziata. Luoghi senza invito, più adatti all’ombra che alla contemplazione.

Eppure è curioso e inquietante indugiarvi a maggio.
Entrarci piano, quasi a cercare frescura, lasciando che gli occhi si abituino al buio e alle pieghe della roccia. Osservarne le superfici lucide, le fenditure, l’umidità che trasuda C’è qualcosa di magnetico in questi vuoti stretti della Grignetta, come se custodissero ancora un tempo più freddo, più severo, rimasto nascosto dal sole.