L’industria del selvaggio

5 Agosto 2026

Siamo tutti clienti. Prima o poi.

Arrivano sempre più spesso proposte allettanti dal meraviglioso mondo dei brand outdoor: programmi dedicati, sconti esclusivi, condizioni riservate ai professionisti.

Piccole attenzioni che fanno piacere, naturalmente. Chi non ama acquistare un capo tecnico risparmiando qualche euro?

Poi però capita di leggere le parole con cui veniamo interpellati.

“Vi contattiamo in quanto organizzazione attiva nel settore dell’industria outdoor”.

E qualcosa comincia a stonare.

Industria outdoor?

Io che pensavo di essere una guida alpina. Una persona che accompagna dentro un mondo incerto, che prova a interpretare un ambiente non addomesticato, che dovrebbe forse aiutare a coltivare autonomia, capacità di scelta e attenzione verso i luoghi.

Invece scopro di essere un operatore dell’industria outdoor.

Una categoria ampia, naturalmente. Tutti dentro: guide, istruttori, soccorritori, addetti agli impianti, personale dei comprensori, palestre d’arrampicata, media, associazioni.

Ognuno con il proprio ruolo, la propria dignità e il proprio lavoro.

Ma proprio questa inclusione universale dovrebbe far riflettere. Quando tutto entra nell’industria, tutto rischia di assumere lo stesso linguaggio: utenti, consumatori, target, mercato.

Le esperienze diventano prodotti, i professionisti diventano canali di diffusione.

È già successo da tempo.

Resta però una piccola inquietudine. Se anche chi dovrebbe accompagnare le persone nel rapporto con il selvaggio viene definito prima di tutto come parte dell’industria che trasforma e vende quel selvaggio, forse qualcosa si perde.

Per fortuna i miei vecchi gusci, scarponi e giacche continuano a durare parecchio.

Li sostituirò quando sarà davvero necessario.

Non quando me lo suggerirà una nuova collezione.

Prendersi cura

4 Agosto 2026

Si pensa spesso che una guida alpina debba condurre, portare in cima, trasformare un progetto in un successo.

Forse il suo compito potrebbe essere un altro: prendersi cura.

Prendersi cura non significa soltanto scegliere un itinerario, ma orientare le aspettative, leggere ciò che non compare nelle relazioni tecniche, tenere insieme il desiderio di chi condivide la cordata, le condizioni della montagna e il proprio modo di abitare il rischio.

Ci sono rinunce che nascono dalla paura, dalla fatica, oppure dall’impreparazione.

Altre ancora potrebbero nascere dalla cura.

La cura di non spingere una situazione fino al limite solo perché sarebbe possibile farlo, di riconoscere che esperienza e anni cambiano il modo di stare in montagna, e che questo cambiamento non rappresenta necessariamente una perdita, ma può diventare una diversa forma di responsabilità.

La cura non elimina il rischio. Nessuna esperienza in montagna può farlo; può però modificare il modo di affrontarlo.

Qualche giorno fa mi sono trovato a scrivere queste righe a un amico.

Ciao Giovanni, buongiorno.

Ci ho pensato con calma e, in tutta onestà, non me la sento di affrontare la salita che hai proposto. Mi dispiace, ma è una mia forma di attenzione, che il tempo ha reso più esigente. 

Ricordo bene la lunga e laboriosa discesa nel corso della nostra ultima uscita, e gli itinerari che hai proposto si sviluppano su un terreno ancora più complesso e instabile.

Non è assolutamente un giudizio tecnico: so benissimo che hai tutte le capacità per affrontare quelle pareti.

È semplicemente una mia ricerca di margine, che oggi comprende anche i tempi e la qualità della discesa, oltre alla salita.

Ci ho riflettuto un po’ perché non volevo risponderti d’impulso, ma preferisco ascoltare quello che mi suggerisce l’intuizione. Ti ringrazio davvero per aver pensato a me.

Forse anche questo rientra nel prendersi cura, riconoscere che, qualche volta, la decisione migliore non è trovare il modo di partire, ma avere la libertà di cambiare direzione.

Il Bernina che non riesco più a salire

3 Agosto 2026

“Perché non sali il Bernina con queste giornate magnifiche?”

È una domanda che mi sento rivolgere spesso.

Ho già raccontato quanto il ritiro dei ghiacciai e le temperature sempre più alte rendano le salite in quota più complesse e oggettivamente più pericolose.

Ma c’è un’altra ragione, forse quella che pesa di più.

È difficile spiegare cosa si prova tornando su una montagna con cui sei cresciuto, trovandola irriconoscibile. Il Bernina, ultimo Quattromila delle Alpi verso Est, per me è sempre stato un gigante di ghiaccio. Oggi, in molti tratti, prevalgono rocce arse e ghiacci esausti.

Continuare a salirlo come se nulla fosse mi riesce sempre più difficile. Non per nostalgia, ma per rispetto.

Preferisco custodire anche questo ricordo, il Bernina di pochi anni fa, quando una nevicata estiva era ancora capace di restituirgli il volto che gli apparteneva. Non un ammasso di sassi, ma una montagna di ghiaccio.

Nelle immagini, l’estate del 2014 e quella di questi giorni trovata in rete. Non servono molte parole.

Diamo forma a quel che non si vede

2 Agosto 2026

In fondo prendiamo coscienza di quello che ci circonda attraverso il sentire. Il sentire precede il sapere.

Le risonanze percettive sono e restano il modo più immediato per capire quel che sta accadendo attorno a noi.

In montagna ci permettono di registrare il presente e, da qui, decidere ogni nostra azione e comportamento. Immagini, suoni, profumi, contatti e sapori ci restituiscono il senso di quel che stiamo attraversando.

Ognuno si muove in un proprio universo di sensi, legato alla propria storia personale e all’educazione che ha ricevuto. C’è il bosco dell’indigeno, del bracconiere, del turista distratto, di chi si è perso. La foresta del cercatore di alberi, ma anche quella degli animali che la abitano e delle piante stesse.

Non esiste una verità del bosco, ma una moltitudine di percezioni, tutte diverse.

Così come non esiste un intorno che possa essere restituito soltanto attraverso un’immagine, dove la vista diventa il riferimento principale.

Proviamo a dare forma anche a quello che non si vede.

Leggere la montagna, un laboratorio per allenare l’attenzione.

Chiareggio, 1 agosto 2026.

Il peso giusto

25 Luglio 2026

Il cielo sopra la testa, un grande macigno al posto del soffitto.

Basta questo per ricordarsi che esistono ancora modi diversi di passare una notte.

Per arrivarci bisogna attraversare il bosco, superare il limite degli alberi, risalire pietraie e morene, cambiare quota e cambiare lentamente anche ritmo.

Ogni cosa che serve per stare fuori due giorni e per la salita è sulle spalle.

È curioso come bastino poche ore di cammino perché il superfluo perda importanza; lo zaino educa senza bisogno di parole, ogni grammo ha un senso, ogni oggetto deve meritarsi il viaggio.

Così si impara la misura.

Una pentola d’acqua che bolle diventa un conforto e una zuppa calda vale più di qualsiasi ricercatezza.

Il vento del nord rinfresca il viso, l’unica parte del corpo che resta fuori dal sacco a pelo.

Sotto le stelle il silenzio non è assenza di rumore, ma uno spazio che lentamente torna a riempire la testa.

Poi ci sono i luoghi.

Rocce color ruggine, laghi turchese che sembrano trattenere la luce del cielo, pareti levigate dal ghiaccio e valloni che hanno qualcosa di lunare. Un paesaggio severo, privo di vegetazione, dove ogni forma racconta il lavoro dei ghiacciai scomparsi e di crolli avvenuti nel corso dei millenni.

Queste rocce rosse non sono soltanto belle da guardare, ma custodiscono una storia antica. Qui le serpentiniti ospitano vene di magnetite e per secoli queste montagne sono state luogo di estrazione di minerali di ferro. Il minerale veniva trasportato a spalla molto più in basso, dove boschi e torrenti fornivano ciò che in quota mancava: carbone di legna per raggiungere le alte temperature e acqua corrente per alimentare i mantici dei forni fusori.

Camminiamo sopra una montagna che è stata anche miniera, eppure la ricchezza che oggi cerchiamo quassù è un’altra.

Genitori e figli adolescenti esplorano assieme. È bello osservare lo stupore dei ragazzi quando scoprono che non servono schermi e schemi per stare insieme. Si aspetta il buio senza fretta e un semplice fornello acceso sotto un masso diventa il centro della serata.

Vedere gli adulti lasciare spazio ai ragazzi e ritrovare una complicità nuova è forse una delle soddisfazioni più grandi di chi accompagna in montagna.

La notte arriva senza chiedere permesso. Il Grande Carro attraversa la notte, le stelle si moltiplicano fino a confondersi con il buio, il freddo invita finalmente a chiudere gli occhi.

All’alba il paesaggio cambia ancora, le rocce rugginose si accendono al primo sole, il lago perde il blu profondo della sera e torna turchese. Una colazione semplice, gli zaini di nuovo sulle spalle, qualche nodo alla corda, la cresta da raggiungere, il vuoto che si apre tutto intorno.

Poi la lunga discesa.

Le gambe si fanno pesanti, lo zaino sembra non alleggerirsi, eppure qualcosa è cambiato. Si torna a valle con meno cose di quelle che possediamo ogni giorno e con più di quanto si era saliti a cercare.

Giorni non ore

20 Luglio 2026

Lasciamo il fondovalle arroventato e il sentiero entra subito nel bosco, dove l’aria è immobile, densa di un’umidità quasi tropicale. Saliamo con calma, i faggi cedono il passo alle conifere, la luce cambia, il rumore del torrente si allontana, poi il bosco si apre sui pascoli alti e compare il rifugio.

È il primo cambio di ritmo.

Ci sediamo e osserviamo la valle da cui siamo saliti. Il tempo torna ad allargarsi, c’è spazio per ristorarsi, per una parola. Il rifugio custodisce da sempre una misura diversa delle giornate.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo le rocce poco sopra. È lo stesso granito che domani incontreremo più in alto, lungo creste e pareti. Qui però non c’è alcuna pressione, solo il piacere di prendere confidenza con la materia.

Le mani cercano gli appigli, i piedi imparano a fidarsi dell’attrito, sperimentiamo posture e movimenti, scopriamo che una corda non è soltanto uno strumento di protezione, ma un legame, una responsabilità condivisa.

Ogni movimento diventa un esercizio di fiducia reciproca. Gesti semplici, ma che preparano alla salita del giorno successivo.

Il sole scende lentamente dietro le creste e la luce calda accende il granito. Ripercorriamo qualche passaggio che incontreremo domani sulla via, poi lasciamo che sia la sera a fare il resto.

La cena arriva senza fretta, nel piccolo rifugio si intrecciano racconti, risate e domande che non cercano necessariamente una risposta. Fuori la valle si riempie d’ombra, mentre la cima verso cui siamo diretti resta ancora illuminata. È uno di quei momenti in cui non c’è bisogno di aggiungere altro.

La mattina dopo partiamo presto, ma senza rincorrere l’orologio.

Le informazioni si sono sedimentate, i gesti ripetuti il giorno prima diventano naturali, entriamo nella montagna con maggiore consapevolezza. Un passo dopo l’altro, una lunghezza dopo l’altra.

Non ci interessa soltanto raggiungere una cima, ma capire quello che accade durante il percorso: individuare i pericoli, leggere la roccia, ascoltare il corpo e costruire la fiducia reciproca.

La cordata trova il proprio ritmo.

Queste montagne conservano ancora un privilegio raro; sono appartate, non ci sono code né folla. Restano il granito e il silenzio.

Sulla vetta il tempo sembra sospendersi; lo sguardo attraversa le geografie del Masino e del Bernina, segue creste e valloni, immagina itinerari lontani. Non c’è alcuna fretta di ripartire.

Anche la discesa fa parte del viaggio, scendiamo dal versante opposto, tra pietraie infinite e tracce che richiedono attenzione. La fatica si accumula lentamente, ma insieme cresce quella felicità quieta che arriva quando ci si sente davvero dentro la montagna.

Di nuovo il rifugio e ancora una notte, perché il fondovalle può aspettare.

L’indomani la discesa continua con calma, c’è il torrente che invita a fermarsi per un bagno, l’acqua fredda che restituisce leggerezza, il bosco che accompagna lentamente verso valle.

Non è soltanto un’ascensione è un piccolo viaggio.

Per affrontare queste classiche nascoste servono giorni, pazienza e il lusso, oggi sempre più raro, di non avere fretta.

Sono cime che non si conquistano, ma si abitano, anche solo per poco.

E il ricordo che resta non è soltanto quello della vetta raggiunta, ma del tempo che abbiamo scelto di dedicarle.

Un pasto sontuoso

15 Luglio 2026

Basta sfogliare le fotografie ingiallite delle spedizioni inglesi all’Everest degli anni Venti o leggere i diari di Mallory e compagni. Al campo base arrivavano casse con prosciutti, bacon, salsicce, sardine, aringhe, formaggi, biscotti, porridge d’avena, marmellata, cioccolato, fichi secchi, prugne, zuppe, vino e perfino whisky.

Non era solo una questione di calorie. Lassù, nel cuore dell’Himalaya allora quasi sconosciuto agli occidentali, cercavano di ricreare, per quanto possibile, un frammento di casa.

Oggi è diverso, gel, barrette, sali minerali e frutta secca sono strumenti funzionali, leggeri ed efficaci. Hanno un senso.

A volte, però, sentiamo il bisogno di portare in quota anche le abitudini del fondovalle, fino a trasformare un bivacco in un ristorante, una cima in un set gastronomico, un lago alpino come sfondo di un “apericena”, come se la montagna, da sola, non bastasse.

Eppure saliamo in uno dei pochi luoghi dove davvero possiamo alleggerirci, non solo del peso dello zaino, ma anche delle consuetudini. È davvero necessario salire con tutto ciò che possiamo lasciare a valle?

Ognuno mangi ciò che preferisce, ma per legarsi alla mia corda basta poco. Nutriamo il corpo quanto serve; del resto si occupano il silenzio, il vento e la bellezza dei luoghi.

Forse è anche per questo che, in montagna, un pasto sontuoso non è quello con gli ingredienti più preziosi, ma quello che nasce da ciò che abbiamo intorno.

Basta questo

12 Luglio 2026

Di nuovo arrampichiamo al fresco, sotto i giganti delle Retiche.

Il sole radente confonde la roccia e nasconde gli appigli.

Sulla riva del piccolo lago ci fermiamo più del previsto, gli eriofori oscillano nel vento, le libellule blu pattugliano l’acqua.

Poi il bagno, nel torrente alimentato dalle acque di fusione del ghiacciaio dello Scalino, che modella la pietra. Un’acqua che ancora punge la pelle, come deve essere.

Foto: Mauro.

Accompagnare non è intrattenere

11 Luglio 2026

Non vendo emozioni. E forse è un bene.

C’è una frase che compare spesso nelle pubblicità legate alla montagna: “Ti faremo vivere un’esperienza indimenticabile.”

Ogni volta che la leggo provo un leggero disagio, non perché sia falsa, ma perché ormai sembra obbligatorio promettere qualcosa di straordinario anche per fare una semplice camminata.

Escursione immersiva, esperienza trasformativa, trekking esperienziale multisensoriale.

Negli ultimi anni anche il mestiere dell’accompagnamento in montagna sembra essere entrato nella grande centrifuga del marketing esperienziale. Non basta più portare le persone in un luogo bello. Bisogna vendere emozioni. Possibilmente intense, immediate e instagrammabili.

Da qui il turbine di parole più o meno a caso che rimbalzano tra web e social: experience, emozione, scoperta, spirito di libertà, alla portata di tutti, vero contatto con la natura, guide certificate, vivere.

Mischiati con le immancabili formule legate alla commercializzazione dell’esperienza: idee regalo, experience, viaggi, con l’aggiunta di community, vibes, academy, journey…

Eppure, più passa il tempo, più mi convinco che la montagna funzioni esattamente al contrario, dove le esperienze migliori, quasi sempre, arrivano quando nessuno sta cercando di fabbricarle.

La dittatura dell’esperienza straordinaria è una iattura, perché quando tutto deve essere memorabile, ogni uscita deve “lasciare qualcosa” e ogni alba deve cambiarti la vita, la finzione diventa insopportabile

A volte una persona viene in montagna convinta di dover vivere un momento epico e torna a casa quasi delusa perché… ha semplicemente camminato, ha avuto freddo, ha fatto fatica, si è fermata a mangiare un panino guardando le nuvole.

Che delusione.

Eppure il punto forse è proprio questo, perché la montagna non sempre produce effetti speciali, non è un distributore automatico di illuminazioni interiori.

Ci sono giornate magnifiche che non insegnano assolutamente niente e giornate apparentemente insignificanti che rimangono dentro per anni.

Accompagnare non è intrattenere.

Negli anni mi sono reso conto che il rischio, per chi accompagna, è diventare inconsapevolmente un animatore turistico dell’outdoor, costretto a riempire continuamente il silenzio, garantire emozioni e, ancor peggio, eliminare ogni incertezza.

Insomma fare in modo che tutto sia fluido, perfetto, consumabile.

Accade invece che un sentiero può essere monotono, si può sbagliare ritmo, ci si può sentire fuori posto e volte persino un po’ persi.

Capita il giorno con scarponi bagnati, vento, silenzi imbarazzati, noia e attese…

Questi non sono problemi da correggere.

Anzi, spesso è lì che succede qualcosa di interessante, dentro la montagna che non anestetizza, perché il valore di una giornata non dipende dalla totale assenza di attrito, anzi…

Una traccia ottimale, percorso e meteo azzeccati, prestazione compiuta e foto perfetta, non sono mai la realtà.

Quella è un’altra cosa, un ambiente che ci obbliga continuamente ad adattarci, ad ascoltare, a cambiare idea.

Ed è forse proprio questo il suo valore educativo più profondo, il fatto che, ogni tanto, ci ricorda che non controlliamo tutto.

Una proposta assai poco commerciale, che non promette trasformazioni immediate e non prevede colonne sonore motivazionali.

Alla fine credo che accompagnare significhi soprattutto questo, creare le condizioni perché qualcosa possa accadere, senza pretendere di controllarlo.

Del resto, le cose più importanti che mi sono successe in montagna non erano nel programma.

*Articolo pubblicato su Planetmountain il 7 luglio 2026

Le forme del vento

9 Luglio 2026

Conosco la cresta sommitale del Picco Glorioso a memoria. Si potrebbe pensare che tornarci significhi ripetere sempre lo stesso itinerario, ma la montagna non si lascia mai ripetere.

Oggi è il forte vento del Nord a riscriverla, mentre il favonio arroventa la pianura, qui modella il cielo in onde invisibili, capaci di dare corpo alle nubi lenticolari.

Per qualche istante sembrano pesci, astronavi, isole sospese. Poi cambiano ancora. È uno spettacolo che non appartiene alla montagna, ma all’aria. E forse proprio per questo ricorda quanto sia inutile cercare la novità nei luoghi, quando è l’atmosfera a renderli ogni volta diversi.