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Calpestare il ghiaccio vivo: un privilegio in via d’estinzione

martedì, 5 Agosto 2025

Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.

Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.

Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.

Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.

Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.

Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.

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Non le più famose, né le più difficili

domenica, 6 Luglio 2025

Non le più famose, né le più difficili.
Ma forse le più libere.

C’è qualcosa di prezioso nel non incrociare nessuno,
nel lasciare che il giorno si svolga senza gli sguardi di altre cordate.
Senza la pressione d’essere veloci o lenti,
senza sorpassi, soste obbligate, attese al freddo.
Senza il dover fare in fretta,
o giustificare il prendersi tempo.

Inseguire traiettorie dimenticate,
linee sottili senza tracce,
porta con sé un grande vantaggio: la solitudine.

Basta un’idea, un’intuizione,
un invito silenzioso.
Seguire una luce diversa,
un nome sulla mappa che non dice nulla a chi passa veloce.

Così si scoprono pareti diverse,
quelle che non si possono raccontare del tutto,
e che ti restano addosso anche dopo il ritorno.

Ecco, qui abbiamo una grande probabilità di non incrociare nessun altro.
E questo, oggi, è un privilegio raro.

Restare in ascolto della montagna

venerdì, 1 Novembre 2024

Scaliamo attraverso il consueto caos geologico della Valmalenco, avvolti dalla speciale luce incisa dell’autunno. Due gipeti sfiorano la cresta sopra le nostre teste e alcune pernici si tuffano in volo verso il versante ombroso. Completata la muta, sono del colore sbagliato per mimetizzarsi tra rocce scure e pascoli secchi. La neve compare solo oltre i 3000 metri.

Di nuovo è un piccolo privilegio essere soli ad ascoltare la montagna, senza file, né orologi a scandire il ritmo della salita.

Alpi Orobie Occidentali, Pizzo Varrone via degli inglesi

lunedì, 30 Settembre 2024

Archeologia orobica.

Secondo i canoni estetici odierni la scalata migliore si trova su pareti solide e solari.

Un po’ come il concetto di bellezza che rincorre corpi alti, snelli, la pelle liscia e gli addominali scolpiti.

Eppure una buona autostima, percezione si sé e allenamento per trarsi d’impaccio di fronte agli imprevisti, si trova anche affrontando, di tanto in tanto, pareti oscure e itinerari dimenticati…

Un canale di muschi e detrito ci porta alla base della parete ombrosa d’arenaria e conglomerato violaceo, la grandine del giorno prima occupa ogni ripiano e non accenna a fondere per tutto il giorno.

Saliamo per tre lunghezze di corda l’ampia fessura che porta dritti in vetta, ai confini dei domini della Serenissima, del ducato di Milano e delle Tre Leghe.

Tra le nuvole, nella luce radente dell’autunno, si vede la pianura, il Resegone e la Grignetta da un’insolita prospettiva, il Rosa, le Retiche tutte…

Poi traversiamo per rocce rotte, canali ed erbe verticali ad un approdo sicuro, seguendo i giovani stambecchi, stupendoci dello spirito esplorativo dei primi salitori inglesi della parete nel 1903!

Grazie a Guglielmo per aver indicato la via!

Angoli sterminati, splendidi e feroci

martedì, 20 Agosto 2024

La pioggia fine non accenna a diminuire, presto abbandoniamo l’idea di attaccare la via ed esploriamo il sistema di cenge, rocce rotte e canali che tagliano la parete per portarsi sul ghiacciaio superiore.

Se esistono ancora dei luoghi selvaggi sulle Alpi corrispondono a questi dimenticati territori di confine, che sopravvivono incuranti della presenza umana. Angoli sterminati, splendidi e feroci, dove la mente corre e la paura non sempre si riposa. Grazie Andrea per le foto!

Roccia, ghiaccio e luce

martedì, 6 Agosto 2024

Senza nessuno intorno il ritmo della salita si accorda perfettamente con il proprio respiro e con la roccia.

Saliamo con regolarità, senza strappi, lungo la cresta che sovrasta il ghiacciaio, circondati da una luce sempre più pura e brillante.

Non occorrono tante parole per intendersi, siamo troppo impegnati ad osservare i colori sensazionali della nostra scalata.

Tutto questo svanirebbe all’istante se arrivassimo quassù trasportati senza alcuna fatica, senza dubbi o qualche incertezza o accodati lungo una fila arrembante.

Geo ascensione di frontiera

mercoledì, 31 Luglio 2024

Il vento soffia teso da settentrione mentre percorriamo la cresta di confine.

Lungo questa esile frontiera, d’alpinismo archeologico, ogni volta che spostiamo lo sguardo cambia la luce e l’orizzonte, dal verde altopiano a Nord, alle valli inondate dal sole italico a Sud.

Ogni tanto ci spostiamo di poco dal crinale per trovare riparo dal vento, pochi metri che determinano il viaggio dell’acqua che precipita quassù: un passo a Sud va a finire nel bacino Adda-Po e quindi nel Mediterraneo, un passo a Nord nel bacino Inn-Danubio, sino al Mar Nero. Acqua che andrà a bagnare rispettivamente le coste dell’Africa e dell’Asia.

Scaliamo lungo la linea immaginaria che unisce i punti più elevati che separano geografie assai differenti, ma soprattutto afferriamo una miriade di appigli di rocce diverse: serpentine, gneiss, scisti e marmi, che si succedono in un caleidoscopio infinito di forme e colori.

E’ l’ora delle cime e delle altezze

mercoledì, 17 Luglio 2024

Morene, pioggia sottile, nuvole e neve.

Roccia bagnata, nebbia, ghiaccio e vento.

Poi squarci di cielo e spiragli di sole illuminano la cresta.

Ogni volta che si sale la Crast’Alva (Biancograt) al Bernina l’occhio vede qualcosa di nuovo o si nota qualcosa di diverso.

Una miriade di stimoli ambientali travolgono i nostri organi di senso. Quando riusciamo a riconoscerli ed ordinarli, almeno in parte, ogni salita si trasforma in una nuova entusiasmante esplorazione.

Solo lettere scritte a mano

giovedì, 28 Marzo 2024

Pensare a un progetto alpinistico per l’estate, una parete da salire, richiede tempo e immaginazione.

Partenze frettolose e adesioni last minute, forse assicurano convenienti “evasioni”, al pari dell’acquisto di prodotti turistici indifferenziati.

Predisporsi alla scalata ed entrare in contatto con la “grammatica” della montagna significa altro.

Per sfuggire al supermercato digitale delle “esperienze” in montagna…

Per conoscersi meglio, prendersi tempo, comprendere come, dove e perchè…

Ripropongo la possibilità di prenotare le ascensioni per l’estate attraverso la posta scritta a mano!

Possiamo ritagliarci del tempo prezioso per metter in fila pensieri e desideri, con carta e penna alla mano, scrivere, affiggere un francobollo e spedire.

L’attesa della risposta potrà accrescere il desiderio per la scalata.

Piz Bernina, Cresta Coaz

martedì, 5 Marzo 2024

13 settembre 1850, è ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.

Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch. Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio.

Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.

L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto. Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso.

La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.

Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn.

Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.

Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali.

I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.

Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.

La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.