Nel 1991 Alessandro Reati e Marco Peduzzi pubblicarono “Magia Rossa”, una guida che raccontava l’arrampicata e l’alpinismo in Valmalenco, ribadendo un concetto semplice e potente dove le rocce della Valle del Mallero sono ottime non solo per essere tagliate a fette. Tra le strutture in quota, le remote pareti di serpentinite nascondono gioielli rari. Qui l’alterazione superficiale regala alla roccia una colorazione rossastra unica, al sorgere del sole le tonalità diventano incredibili e la superficie, cosparsa di minuscoli cristalli di magnetite, si fa ruvida, aderente, perfetta. Fessure di ogni misura accolgono bene le protezioni veloci, una delizia per chi ama scalare. Roccia, cielo, silenzio. Basta faticare un po’ per andarsele a cercare.
Caldo intenso anche quassù. Risaliamo il versante a monte della lunga morena che delimita il pascolo con un tripudio di fiori, poi, per pietraie, raggiungiamo l’attacco del pilastro. Decine di ragnatele, tese tra i blocchi con il ragno al centro, catturano gli insetti trasportati dalla brezza di valle come piccole vele contro il sole. Ombre fresche e calde luci, si alternano lungo il muro di granito, con fessure e lame perfette che ci conducono verso l’alto.
Inseguiamo appigli rugosi, incastri e opposizioni, tra il caldo della roccia e il respiro dell’aria pulita che apre i polmoni. In cima le corde si riposano su se stesse, il ghiacciaio ci guarda, possiamo iniziare la discesa. In fondo, la scalata è solo un meraviglioso pretesto per attraversare spazi insoliti e straordinari.
Nubi cupe inghiottono la vetta. Il vento teso da Ovest spazza via l’illusione del tepore. Mi accovaccio nel lato sottovento, un boccone di pane e formaggio, un sorso di tè. Lo sguardo si perde nella nebbia, già rivolto alla discesa. Nessun trionfo in cima, solo il passaggio. E proprio per questo, ogni passo resta inciso. Grazie Alessandro per la foto!
Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.
Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.
Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.
Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.
Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.
Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.
Non le più famose, né le più difficili. Ma forse le più libere.
C’è qualcosa di prezioso nel non incrociare nessuno, nel lasciare che il giorno si svolga senza gli sguardi di altre cordate. Senza la pressione d’essere veloci o lenti, senza sorpassi, soste obbligate, attese al freddo. Senza il dover fare in fretta, o giustificare il prendersi tempo.
Inseguire traiettorie dimenticate, linee sottili senza tracce, porta con sé un grande vantaggio: la solitudine.
Basta un’idea, un’intuizione, un invito silenzioso. Seguire una luce diversa, un nome sulla mappa che non dice nulla a chi passa veloce.
Così si scoprono pareti diverse, quelle che non si possono raccontare del tutto, e che ti restano addosso anche dopo il ritorno.
Ecco, qui abbiamo una grande probabilità di non incrociare nessun altro. E questo, oggi, è un privilegio raro.
Scaliamo attraverso il consueto caos geologico della Valmalenco, avvolti dalla speciale luce incisa dell’autunno. Due gipeti sfiorano la cresta sopra le nostre teste e alcune pernici si tuffano in volo verso il versante ombroso. Completata la muta, sono del colore sbagliato per mimetizzarsi tra rocce scure e pascoli secchi. La neve compare solo oltre i 3000 metri.
Di nuovo è un piccolo privilegio essere soli ad ascoltare la montagna, senza file, né orologi a scandire il ritmo della salita.
Secondo i canoni estetici odierni la scalata migliore si trova su pareti solide e solari.
Un po’ come il concetto di bellezza che rincorre corpi alti, snelli, la pelle liscia e gli addominali scolpiti.
Eppure una buona autostima, percezione si sé e allenamento per trarsi d’impaccio di fronte agli imprevisti, si trova anche affrontando, di tanto in tanto, pareti oscure e itinerari dimenticati…
Un canale di muschi e detrito ci porta alla base della parete ombrosa d’arenaria e conglomerato violaceo, la grandine del giorno prima occupa ogni ripiano e non accenna a fondere per tutto il giorno.
Saliamo per tre lunghezze di corda l’ampia fessura che porta dritti in vetta, ai confini dei domini della Serenissima, del ducato di Milano e delle Tre Leghe.
Tra le nuvole, nella luce radente dell’autunno, si vede la pianura, il Resegone e la Grignetta da un’insolita prospettiva, il Rosa, le Retiche tutte…
Poi traversiamo per rocce rotte, canali ed erbe verticali ad un approdo sicuro, seguendo i giovani stambecchi, stupendoci dello spirito esplorativo dei primi salitori inglesi della parete nel 1903!
La pioggia fine non accenna a diminuire, presto abbandoniamo l’idea di attaccare la via ed esploriamo il sistema di cenge, rocce rotte e canali che tagliano la parete per portarsi sul ghiacciaio superiore.
Se esistono ancora dei luoghi selvaggi sulle Alpi corrispondono a questi dimenticati territori di confine, che sopravvivono incuranti della presenza umana. Angoli sterminati, splendidi e feroci, dove la mente corre e la paura non sempre si riposa. Grazie Andrea per le foto!
Senza nessuno intorno il ritmo della salita si accorda perfettamente con il proprio respiro e con la roccia.
Saliamo con regolarità, senza strappi, lungo la cresta che sovrasta il ghiacciaio, circondati da una luce sempre più pura e brillante.
Non occorrono tante parole per intendersi, siamo troppo impegnati ad osservare i colori sensazionali della nostra scalata.
Tutto questo svanirebbe all’istante se arrivassimo quassù trasportati senza alcuna fatica, senza dubbi o qualche incertezza o accodati lungo una fila arrembante.
Il vento soffia teso da settentrione mentre percorriamo la cresta di confine.
Lungo questa esile frontiera, d’alpinismo archeologico, ogni volta che spostiamo lo sguardo cambia la luce e l’orizzonte, dal verde altopiano a Nord, alle valli inondate dal sole italico a Sud.
Ogni tanto ci spostiamo di poco dal crinale per trovare riparo dal vento, pochi metri che determinano il viaggio dell’acqua che precipita quassù: un passo a Sud va a finire nel bacino Adda-Po e quindi nel Mediterraneo, un passo a Nord nel bacino Inn-Danubio, sino al Mar Nero. Acqua che andrà a bagnare rispettivamente le coste dell’Africa e dell’Asia.
Scaliamo lungo la linea immaginaria che unisce i punti più elevati che separano geografie assai differenti, ma soprattutto afferriamo una miriade di appigli di rocce diverse: serpentine, gneiss, scisti e marmi, che si succedono in un caleidoscopio infinito di forme e colori.
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