Poi squarci di cielo e spiragli di sole illuminano la cresta.
Ogni volta che si sale la Crast’Alva (Biancograt) al Bernina l’occhio vede qualcosa di nuovo o si nota qualcosa di diverso.
Una miriade di stimoli ambientali travolgono i nostri organi di senso. Quando riusciamo a riconoscerli ed ordinarli, almeno in parte, ogni salita si trasforma in una nuova entusiasmante esplorazione.
Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, politico, giornalista e antifascista, segretario del Partito Socialista Unitario, esce di casa a piedi per dirigersi verso Montecitorio.
Mentre percorre il lungotevere un’auto si ferma ad aspettarlo.
A bordo i suoi aggressori, identificati in seguito come membri della polizia politica, sono in cinque, lo atterrano sul marciapiede, lo colpiscono con calci e pugni, per poi caricarlo in macchina.
Segue una colluttazione a bordo. E’ un omicidio e il corpo di Matteotti viene lasciato alle porte di Roma, per essere ritrovato due mesi più tardi, fiutato dal cane di un brigadiere.
E’ un delitto efferato, di grande significato politico, che segna il passaggio più evidente di quello che diventerà il regime…
Leonardo Sciascia nell’antologia di racconti “Il mare colore del vino” (1973) si collega al delitto Matteotti, con il capitolo “Apocrifi sul caso Crowley” dove ricostruisce l’espulsione di Crowley dalla Sicilia.
Aleister Crowley è noto come mago, occultista, alchimista e pittore, ispiratore d’artisti della scena rock e metal, dai Beatles ai Led Zeppelin, da Ozzy Osbourne e David Bowie a Marilyn Manson, Mick Jagger, Rolling Stones…
Pochi sanno che in gioventù fu audace scalatore nel Lake District di fine ‘800 e sulle scogliere di Dover, ma anche un ottimo alpinista, con una lista di salite alpine ragguardevoli: Eiger, Wetterhorn, Jungfrau, Mönch, Dent Blanche e Cervino.
Raggiuse alcune tra le cime più alte del Messico e partecipò al pioneristico tentativo al K2 nel 1902 con Oscar Eckenstein, l’inventore ramponi, e successivamente nel 1905 al Kanchenjunga!
Crowley nei primi anni venti fondò in Sicilia, a Cefalù, in uno spazio bucolico, l’Abbazia di Thélema, per radunare i suoi discepoli e sperimentare dottrine libertarie.
Con l’avvento del fascismo, anche a causa della morte di un adepto all’interno dell’Abbazia, Crowley nel 1923 fu espulso dall’Italia dall’allora prefetto di Palermo come soggetto indesiderato.
Sciascia nel suo racconto ricostruisce, posticipandola di un anno, nel 1924, l’espulsione dall’Italia dell’occultista, con l’invenzione di sette documenti, siglati M(ussolini), firmati dal capo della polizia gen. E. (milio) De Bono e dal commissario di Cefalù A. Caminati, con un alato commento di Crowley riguardo all’assassinio di Matteotti ad opera dei sicari fascisti.
Per il capo della polizia.
Indagare et riferire sulla vita che conduce a Cefalù il cittadino inglese Edward Alexander Crowley.
M.
A Sua Eccellenza Benito Mussolini Capo del Governo
Roma, 15 luglio 1924
In riferimento alla nota dell’eccellenza Vostra, in cui si ordinavano indagini a carico del cittadino inglese E.A. Crowley, in atto residente a Cefalù (Palermo), trascrivo i punti essenziali del rapporto ora pervenuto da parte del Commissariato di P.S. di quella località.
“Il nominato Edward Alexander Crowley, nato a Learington il 12 ottobre 1875, vive in una villa, situata a circa tre chilometri dal paese, fin dall’aprile del 1920. Regolarmente paga il canone d’affitto ai proprietari, i quali soltanto lamentano certa mania del Crowley di dipingere a fresco le pareti e con figurazioni, a quanto pare, non conformi a decenza; ma essi proprietari non hanno mai avuto modo di vedere la villa, da quando l’hanno ceduta in affitto al Crowley, e soltanto da dicerie che corrono in paese sanno della mania dell’inglese.
Dicerie alimentate dal fatto che convivono col Crowley ben cinque donne, relativamente giovani e ben portanti (oltre a tre bambini, di cui uno negro o mulatto), sulle quali la fantasia di un paese come questo si scatena e sbizzarrisce in tal modo che è difficile distinguere, in tutto quello che si racconta, il vero dal falso. Pare comunque che le stranezze di cui in paese si fa carico al Crowley, si riducano ad un modo di vita secondo natura: i bambini, le donne e lo stesso Crowley sono stati visti nudi a prendere il sole; ma da parte dei vicini mai è pervenuta lagnanza a questo commissariato. Pare anzi che i cittadini della zona attivamente si dedichino a spiare nella villa, peraltro ben recintata, dell’inglese: traendo dalle nudità delle giovani donne un diletto di cui poi, in tutto il paese, si favoleggia fino allo scandalo.
Di ciò siamo stati avvertiti da Sua Eccellenza il Vescovo, ma una nostra indagine, condotta con molta discrezione, altro non ha accertato che delle violazioni, da parte dei cittadini della zona, di quel diritto alla privata libertà che è di ogni cittadino e a cui gli inglesi particolarmente tengono. Si è creduto perciò di non dar seguito alla cosa, assicurando però a Sua Eccellenza il Vescovo che quanto avveniva nella villa del Crowley non sfuggiva all’attenzione nostra e che alla prima violazione che gli abitanti della villa avessero commesso delle leggi del nostro Paese con immediatezza e decisione avremmo adottato provvedimenti.
“Riassumendo: certamente il Crowley conduce una vita al di fuori della norma comune, ma più con mistero che con scandalo; e appunto in forza del mistero la sua presenza a Cefalù è elemento di inquietudine. In quanto a una sua eventuale attività spionistica o comunque volta contro la sicurezza dello Stato Italiano, crediamo il sospetto del tutto infondato: e basti la considerazione che i suoi rapporti col mondo esterno si riducono al puro e semplice approvvigionamento, che di regola viene fatto una volta al mese in un negozio del luogo. Dal che si deduce che a fare il pane provvedono le donne, poiché la villa è dotata di un forno a legna; mentre le carni, ammesso che ne consumino, vengono dall’allevamento di capre e animali da cortile cui la piccola comunità si dedica.”
In attesa di altri eventuali ordini, con saluti fascisti,
il capo della polizia gen. E. De Bono
Appunto per il capo della polizia.
L’indagine sull’inglese Crowley deve continuare. Fare un sopralluogo. Riferire. Chi ha detto che è sospettato di spionaggio? È l’ambasciatore inglese che ha delle preoccupazioni sul suo connazionale: teme, per il buon nome dell’Inghilterra, che dia scandalo in Italia. Io me ne frego.
M.
A Sua Eccellenza Benito Mussolini Capo del Governo
Roma, 11 settembre 1924
In ordine alle disposizioni impartite da Vostra Eccellenza relativamente al suddito inglese Edward Alexander Crowley, in atto residente a Cefalù (Palermo), si trasmette il rapporto del Commissariato di P.S. di quella località. Con saluti fascisti,
il capo della polizia gen. E. De Bono
A Sua Eccellenza il Capo della Polizia Roma
Il sottoscritto, in seguito a quanto disposto da Vostra Eccellenza con lettera del 20 luglio 1924, prot. 19328, si è con ogni diligenza adoperato allo svolgimento della delicata missione.
E innanzi tutto, ad evitare insorgesse incidente con l’Autorità Giudiziaria, si è portato ad informare dell’incarico ricevuto il signor Procuratore del Re presso il Tribunale di Cefalù, in modo che il sopralluogo nella villa abitata dal Crowley avvenisse conformemente alla legge e che ad una eventuale protesta dell’inglese per la nostra intrusione nella sua vita privata non seguisse il risentimento del signor Procuratore. Il quale non subito, e non senza esitazione, ha aderito alla richiesta del sottoscritto, nonostante la motivazione del superiore interesse, e forse della sicurezza della Patria, cui l’inchiesta a Crowley si ispira. Da ciò il ritardo nel dare contezza a Vostra Eccellenza di ciò che il sottoscritto ha potuto infine personalmente constatare.
Il sopralluogo nella villa abitata dal Crowley è stato dal sottoscritto, coadiuvato dal brigadiere Lo Turco Angelo e dall’agente Vasta Bartolomeo, effettuato nelle ore antemeridiane del 7 c.m., in compagnia del professore Paolo D’Alunzio, docente di inglese nella locale Scuola Tecnica, che dal sottoscritto è stato chiamato per fungere eventualmente da interprete. Ma in verità della sua opera non c’è stato bisogno, parlando il Crowley un italiano abbastanza comprensibile. La presenza del professore è tornata comunque utile per un dettaglio di cui si dirà in seguito.
Il Crowley ha mostrato dapprima una certa indignazione per il fatto che in Italia si potesse sottoporre una persone, che in nessun modo ha violato la legge né dato luogo a scandalo, ad una inquisizione patentemente in contrasto con l’elementare principio di libertà individuale; ma subito ha assunto un atteggiamento di condiscendenza e persino di divertimento, come recitando la parte della guida in un museo, non senza prima spiegare la filosofia di cui le persone e le cose intorno a lui vivevano e testimoniavano. La quale filosofia, se al sottoscritto è permesso far ricorso alla memoria dei suoi studi liceali, approssimativamente risulta dalla commistione di certi elementi delle antiche civiltà medio-orientali, magia ed astrologia, con elementi di un epicureismo denaturato e corrente nell’accezione oraziana dell’Epicuri grege porcum.
Ma con una controparte di feroce pessimismo; ed il tutto esaltato in un rituale di estrazione cattolica e massonica insieme, a giudicare dagli oggetti che servono ad esso rituale e che ci sono stati esibiti e spiegati. Non mancano, naturalmente, catene e strumenti di flagellazione: poiché in questa religione che il Crowley ritiene di aver fondato, religione del sole e del sangue, il piacere è frutto del dolore. Ma del dolore altrui, probabilmente, anche il professor D’Alunzio afferma che in Inghilterra non sono infrequenti, per raggiungere il piacere, pratiche di reciproche o auto flagellazioni.
Il sottoscritto ha altresì constato che rispondono al vero le dicerie riguardo alle pitture a fresco dispiegate dal Crowley sulle pareti interne della villa: pitture che raffigurano, non senza talento, strane posizioni di accoppiamento non solo, ma anche scene di pervertimento e di sodomia ed esaltano, quasi come motivi di ricorrente ornamentazione, quelle parti del corpo umano che la decenza vuole coperte e innominabili.
Il Crowley ha voluto convincere il sottoscritto che la vita in altro non consistesse e significasse che nelle cose da lui rappresentate e praticate e che in effetti in ogni pensiero e azioni dell’uomo da quelle cose discende e quelle cose, sotto forme diverse, realizza. E così è passato a dichiararsi ammiratore del Fascismo e del suo capo, e che era felice di trovarsi ospite di un Paese come l’Italia: ché in questo momento, grazie al fascismo, l’Italia gli sembra il Paese in cui più trova elementi di riscontro alla sua visione della vita. Complimento, questo che il sottoscritto ha creduto di dover respingere: ma il Crowley ha insistito con argomentazioni speciose e contorte, anche se non prive di intelligenza.
Più tardi, scorgendo il sottoscritto una pietra squadrata, sulla quale erano evidenti tracce di sangue, e domandato quale ne fosse l’uso, il Crowley rispondeva che su essa si consumavano i sacrifici. Ma ha aggiunto una frase in inglese nella quale il sottoscritto colse soltanto il nome Matteotti; e il professor D’Alunzio spiegò poi che il Crowley aveva testualmente detto: “l’onorevole Matteotti è stato ucciso altrove”. Forse non senza ironia. Per quanto riguarda le donne, benché sia da presumere in una specie di schiavitù, non sembrano né si sono dichiarate infelici. Evidentemente, hanno per il Crowley una adorazione incondizionata.
I bambini, al momento del nostro sopralluogo, dormivano sotto un albero. Sembrano in buona salute.
In definitiva, le impressioni ricavate dal sottoscritto sono del tutto negative e basterebbero a motivare una espulsione del Crowley dall’Italia, tanto più che sono state raccolte testimonianze di contadini della zona in cui si afferma che più di una volta sono state viste le donne del Crowley, ora una ora un’altra, legate nude ad una roccia, esposte al sole nelle ore più ardenti. In attesa di ordini, con saluti fascisti, Cefalù, 8 settembre 1924
il commissario Caminiti
Per il capo della polizia.
Provvedere urgentemente all’espulsione dall’Italia del signor Crowley. Il commissario di Cefalù è un cretino.
M.
Per il ministero degli esteri.
Informare l’ambasciatore di Gran Bretagna che è stata decisa dal ministro degli interni l’espulsione dall’Italia del signor. Crowley.
M.
Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino (1973)
Aleister_Crowley, spedizione K2 del 1902Crowley compare sulla cover di Sgt. Pepper’s dei BeatlesCrowley e il K2 nel disegno di Giuseppe Popi MiottiDIsegni di Crowley all’interno dell’abbaziaQuel che resta della abbazia di Thelema a CefalùIl giovane Crowley alpinistaForse la prima guida di arrampicata su roccia in lingua inglese opera di Crowley Wastdale Y-boulder 1898La spedizione al K2 del 1902
L’incontro, coordinato dal Presidente del Gism Marco Blatto, con la partecipazione di Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, dei colleghi Sergio Rosi, Luca Vallata e della scrittrice e forestale Paola Favero, è stato occasione per esplorare la crisi climatica in atto, le connessioni con il nostro muoversi per pareti e ghiacciai e la trasformazione spinta della montagna, non solo in senso fisico, ma in un crescente oggetto di consumo.
Nella prestigiosa cornice del Palazzo Benvenuti ho raccontato il NON MANIFESTO delle GUIDE sottosopra.
PER DOVERE DI INFORMAZIONE VERSO I COMPAGNI DI CORDATA VECCHI E NUOVI
Disorientati da cliché stantii e resistenti, superomismo, feticismo tecnico e progressivo distacco dalla natura, facili prede dei supermarket digitali, trasformati in mero prodotto d’esperienza “adrenalinica”, accerchiati dall’insana necessità di ostentare ad ogni costo, frastornati dall’ossessione per la sicurezza, sempre più affidata a strumenti, regole e procedure… e per questo inattuabile nei contesti indefiniti e variabili come gli ambienti selvaggi…
LE GUIDE SOTTO (SOPRA)
RIBADISCONO che l’alta montagna è uno degli ultimi luoghi di libertà rimasti nel quale si pregiano di facilitare l’esperienza di esplorare, conoscere, crescere e rigenerarsi attraverso il contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale, con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente, favorendo la percezione e la consapevolezza di quel che accade.
FAVORISCONO la frequentazione consapevole della montagna come un toccasana contro gli aspetti disorientanti di un mondo che corre, spesso senza limiti.
PROPUGNANO la comprensione estesa di quel che accade, per comprendere i luoghi, la loro identità, arrivando a cogliere non solo pochi istanti come un bel panorama o la foto di vetta da “postare”, ma estendendo la comprensione di quel che accade e ci circonda nel tempo, andando oltre la ricerca d’avventura e del fitness svolti entro scenari gradevoli.
SOSTENGONO l’auto-responsabilità e l’auto-protezione come miglior strumento per muoversi entro i luoghi selvaggi.
PROMUOVONO l’utilizzo di mezzi i più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca e avventurosa anche su terreni non difficili.
AMMETTONO il valore del senso del limite e della rinuncia prediligendo la QUALITA’ dell’esperienza DOVE l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua incertezza, grande e piccola, non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene, si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco o sentiero dimenticato.
RIFUGGONO vacue linee guida e procedure che tentano di inquadrare ciò che non può esserlo (la Natura), la riproduzione in serie e il banale consumo d’esperienze.
TENGONO A MARCARE la propria modalità di vivere la professione per ritrovare se stessi, per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!), per evitare condizionamenti e sensazioni superficiali.
COME RICONOSCERE LE GUIDE SOTTO(SOPRA)? dal distintivo appuntato alla rovescia…
Mentre si arrampica o cammina, soprattutto quando non si desidera incontrare nessuno, senza cima da raggiungere e lungo i percorsi meno battuti, nascono a volte dei pensieri.
Pensieri appuntati sul taccuino, frutto del raccoglimento in movimento, che variano in base al ritmo dei passi, di tanto in tanto condivisi con Montagna.tv.
Qui di seguito la raccolta degli articoli pubblicati a partire da marzo 2023.
L’escursionista e lo scalatore sono pure esposti alpieno vento della loro geografia interiore, che condiziona più d’ogni strumento, scarpone o attrezzo ogni passo verso l’alto
Senza l’esplorazione di altri valori, come le virtù creative, il piacere, l’invenzione e la corretta comunicazione si rimane costantemente schiavi della paura
Per fortuna esistono ancora spazi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.
La facile soluzione a problemi complessi cattura l’attenzione, senza produrre alcunché, mentre mai l’attenzione la si rivolge alla relazione con gli ambienti naturali e con noi stessi.
I denti della ruspa che divorano il ghiacciaio già sofferente ai piedi della Gran Becca, racchiudono in sé tutta la tracotanza di vedere il mondo senza limiti.
Un paesaggio bianco che è tutt’altro che immobile, ma pervaso da continue variazioni di temperatura, mutevole provenienza e rifrazione della luce, modificazione del terreno e della neve, combinati con la velocità e direzione del vento, con gli odori di resina, il colore dei larici e licheni… che fanno assumere, ad ogni spazio e ad ogni discesa, un carattere unico e non replicabile.
Quando acquistiamo qualche nuovo capo tecnico o attrezzo, quelli che già possediamo ci appaiono istantaneamente vecchi e consunti, sino a spingerci a rinnovare altri vestiti o accessori in sostituzione di quelli vecchi.
Cosa significa dunque essere scivolatori? Dove occorre interpretare il terreno, assecondarlo ed essere soprattutto morbidi e leggeri? Dove per migliorare occorre progressivamente essere recettivi, in tutti i sensi? (phEthan Wong).
La perdita di relazione con quel che accade in natura, con l’incertezza crescente dei fenomeni atmosferici e l’abbraccio perenne con gli spazi termoregolati e con l’autoproduzione del clima, impedisce di renderci conto che non abbiamo un potere e un controllo sui fenomeni naturali.
Centodiciassette anni dopo, passando attraverso l’Aghil Pass e la sterminata piana alluvionale della Shaksgam Valley, provai la grande sensazione di trovarmi di fronte alla stessa montagna.
Animati dai migliori propositi siamo sempre portati a consigliare quello che sta fuori da noi: tecnica ed attrezzi. La risposta ad un rischio di inconveniente si riconduce perennemente a qualcosa esterno, un accessorio, uno strumento.
Gli ingredienti essenziali di un autentico viaggio con gli sci sono l’incontro con la montagna non contraffatta, lontana da ogni presenza umana e una compagna o compagno d’esplorazione predisposti ad attraversare l’incerto e stupirsi ad ogni passo.
Qualche gabbiano sfiora l’acqua, mentre si entra in questa diversa prospettiva della scalata, con il respiro che si va accordando allo scroscio dei flutti contro la scogliera.
Quante volte in montagna ci è capitato di ascoltare una voce, un presentimento che ci dice di non fare quella cosa o di non prendere quella direzione? Un frangente in cui il corpo, prima del cervello, reagisce in una frazione di secondo, prima di infilarsi in un guaio.
I cinque sensi accumulano costantemente informazioni relativamente a quel che accade intorno a noi, e l’Intuizione non è che il tanto decantato sesto senso. Quello che unito agli altri fa spesso la differenza e ci consente di toglierci in fretta da situazioni difficili.
Lo sguardo diventa nebbia, è l’incertezza che affascina? O il mondo del sogno? Fatto di spaesamento, vertigine e coordinate inesistenti? La scelta di organizzare consapevolmente e in un certo modo la frequentazione di un “luogo” influenza l’esperienza che facciamo di quel luogo?
Montanari, albergatori, maestri di sci, noleggiatori…non devono certo smantellare l’industria dello sci e smettere di andare a sciare domattina, ma forse non continuare ad alimentarla a dismisura, senza studi di fattibilità climatica per ogni nuova infrastruttura per lo sci e iniziare a capire cosa fare nel futuro, sempre più prossimo. Sempre che non sia troppo tardi.
Vivere costantemente in luoghi dove la vista è offesa non aiuta a riconoscere la disarmonia delle nostre azioni in natura, quando i nostri occhi si sono totalmente abituati alla vista di infrastrutture, villette, recinzioni, cartelloni pubblicitari, insegne e capannoni propagati ovunque. Qui nostro sguardo si è assuefatto e la profondità di campo si è inesorabilmente accorciata, infrangendosi sistematicamente su muri e confini artificiali.
La negazione dei nostri limiti, l’assenza di coraggio (per reagire a pressioni o desideri inadeguati esterni o interni), l’isolamento personale, l’arroganza nelle scelte, possono saldarsi come gli anelli di una catena agganciata a un enorme peso che ci trascina, ingannandoci, verso il basso, verso il caos. Provare a mostrare attenzione e passare in rassegna queste potenti trappole non è una soluzione pronta né facile, ma può essere un utile strumento di riflessione ed aiutarci ad affrontare le situazioni difficili che sempre si presentano nei nostri percorsi d’avventura.
Sotto le spoglie della imperfezione, nascono intuizioni preziose, libere associazioni e curiosità.
La flessibilità (sorvegliata) consente di esplorare piste poco battute; con maggiore libertà, senza fretta, né specialismi fini a se stessi diamo spazio all’apprendimento e alla creatività. E’ una dimenticanza che aiuta a risalire rapidamente alla causa dell’anomalia, che prima o poi capita di incontrare in parete, che stimola la capacità attiva utile a distinguere la gravità degli errori.
L’incontro con nuove strane incisioni concave, certamente artificiali, lungo un dorso roccioso panoramico, dove lo sguardo spazia dal Bernina al fondovalle della Valtellina, dai ghiacciai ai vigneti, solleva sempre un vero rompicapo riguardo la loro origine e funzione. Ogni volta che ci si imbatte in questi piccole concavità ricavate nella roccia ci si interroga riguardo ai motivi che spinsero i nostri antenati a incavare un numero tanto grande e geograficamente esteso di coppelle.
Anche le persone migliori, i professionisti più preparati e addestrati, possono commettere gli errori peggiori. I più bravi tendono a spingere al limite e gli sbagli accadono anche quando si conosce quel che si sta facendo. Dimenticanze, percezioni ambigue e fuorvianti, disfatta dell’attenzione, ci attraversano costantemente.
Tutte quelle lunghe, costose, complesse e stancanti preparazioni che escludono l’andare semplicemente a piedi, nei boschi e nei pascoli, tra massi e ruscelli, non fanno che avvilire l’incontro con la bellezza e i diversi habitat della montagna.
Secondo il programma dovremmo raggiungere la fronte del ghiacciaio, ma foschia e nuvole presto ne oscurano la vista. Delusione? Oppure un’occasione per riappacificarsi con la montagna in bianco e nero, lontana dalla necessità compulsiva d’essere mostrata, con giornate “top” e “sensazionali”, condite con immagini ricordo con cielo blu esagerato e acque turchesi, (virate all’eccesso in postproduzione).
“E adesso cosa facciamo?”, chiede d’impeto il mio giovane compagno d’escursione che si trova in testa al gruppo di piccoli visitatori della montagna. Mi siedo e appoggio la schiena ad un vecchio larice. “Nulla” rispondo. “Giocate e basta”.
Sono passati solo tre mesi dall’imponente crollo in roccia che si è portato con sé parte del ghiacciaio pensile aggrappato alla cima del Piz Scerscen: milioni di metri cubi di diorite frammista a ghiaccio franati sulla sottostante vedretta e poi scivolati quasi millecinquecento metri più in basso. Per gli studiosi del ghiaccio e del clima questa grande frana rappresenta un caso studio emblematico della crisi della criosfera alpina, ovvero tutti gli spazi dove l’acqua è presente allo stato solido, comprende la neve, ghiacciai e permafrost. La variabilità della criosfera rappresenta un chiaro indicatore dei cambiamenti climatici.
Negli spazi fragili e ristretti della montagna, l’eccesso di presenze diventa presto acido corrosivo. E’ assai difficile attendere un ravvedimento collettivo, capace di riorientare i flussi in modo consapevole, capace di comprendere che uno svago leggero come la vacanza possa avere un impatto paragonabile a un’industria pesante.
Educare alla pratica dell’attenzione al mondo verticale circostante è importante quanto il saper maneggiare nodi e freni. In fondo la montagna è una grande materia vivente e sensibile. Quando riusciamo a mettere al centro la percezione, con i nostri sensi che tengono intrecciato il corpo con il mondo circostante, scopriamo quello che di solito ci sfugge.
Ricordo sul finire degli anni ’70 l’arrivo del primo elicottero, un Alouette rosso, capace di trasportare in un solo carico ogni sorta di bendidio. Da quel giorno cavalli e muli andarono in pensione, rimase per qualche tempo un piccolo asino sardegnolo che ero solito condurre con mio fratello per il trasporto di viveri freschi.
Lavorare con le mani ingaggia la destrezza. E’ la manualità di chi afferra un appiglio di granito o assesta un colpo nel ghiaccio con la piccozza, non quella di chi trasporta carichi sulla schiena o passa la merce su un lettore ottico.
“Geologia per alpinisti” è il titolo di un bel libro divulgativo di Silvia Metzeltin Buscaini (alpinista e geologa) pubblicato nel 1986 dalla Zanichelli, dedicato espressamente agli alpinisti, basato sul concetto che le attività in montagna non sono unicamente una forma di svago per il tempo libero, ma anche una forma di cultura.
Con l’arrivo dell’autunno i profumi si trasformano, cambiano i suoni e la temperatura, chiari e scuri si fronteggiano. Ogni volta è qualcosa di diverso. D’incanto ci si ritrova a scalare per spazi imprecisati, solitari e, soprattutto, per terreni non circoscritti.
L’osservatorio nazionale incidenti in montagna del Cai, ad esempio, avverte di non utilizzare “catenelle” o “ramponcini” su terreni innevati ripidi. E’ bene ricordare che questi attrezzi in fondo servono solo dove non servono, nel senso che agevolano il cammino su tratti scivolosi di modesta inclinazione e difficoltà, affrontabili con cautela anche senza, ma sono inadatti su terreni ripidi e ghiacciati. Le “catenelle” sono buone per muoversi sulle strade ghiacciate dei paesi di montagna o per passeggiate da diporto, ma nulla di più…
Negli spazi d’avventura i nuovi strumenti possono funzionare senza un lavoro interiore orientato a estrarre i migliori valori da noi stessi? Che non possono essere delegati ad alcuna macchina? Abdicare all’uso del cervello non collide con la ricerca della vita e dell’avventurache rincorriamo fuggendo dalla città?
Gli spazi d’avventura si restringono ogni giorno, vi sono pareti solcate da numerosissime linee di salita, per non parlare delle strutture di fondovalle dove capita che ogni metro di roccia è attraversato da una via di stampo sportivo.
Gli spazi in rovina invitano a pensare, possono aiutare a dar vita a nuove interazioni sensate con la montagna, riagganciate a qualcosa di antico e in perfetto equilibrio. Esplorate questi luoghi in silenzio, senza toccare o spostare nulla. Gli oggetti raccontano le storie solo qui. Se li rubate, trasportati nelle vostre taverne o per l’addobbo di baite o locali, all’istante diventano paccottiglia e finzione.
La CO2 fuori scala è ormai più pestilenziale dell’aria ammorbata delle città, ma non si vede, non si sente. Non puzza di fogna o di uova marce, non aizza la paura per il diverso e questo alimenta il rifiuto dell’ovvio, di quello che stiamo attraversando.
Il desiderio di collezionare le cime e lasciar traccia del proprio passaggio divampa sin dagli albori dell’alpinismo. Pare che il celebre Paul Grohhmann, tra i primi esploratori e conquistatori di vette delle Dolomiti, raggiunto nel 1869 il maestoso Sassolungo, abbia lasciato, oltre al consueto ometto di pietra, una bandiera e sopra una roccia alcuni disegni con il nome suo e delle sue guide! Segni, ometti, vessilli, bottiglie con biglietti, scatole di metallo inchiavardate alla roccia con libro di vetta, croci, madonnine, campane hanno nel corso dei decenni segnato il punto più alto di innumerevoli cime.
La cosiddetta caccia sportiva pare aver definitivamente soppiantato quei vecchi cacciatori barbuti, dediti a un rituale, più che a una mera predazione. Dove, alla fine, premere il grilletto diventava persino superfluo.
Prima che alla vista la parete si percepisce dall’olfatto, che attiva una memoria longeva, indelebile, che dura nel tempo. Si rafforza con la pietra umida di rugiada la mattina presto o quando gronda d’acqua dopo un temporale estivo. Inconfondibile è l’odore del granito o, all’opposto, quello del calcare. Nel mezzo una miriade di sfumature, tra rocce metamorfiche, sedimentarie e vulcaniche, ognuna con il suo “marchio” olfattivo.
Sotto la neve immacolata e candida delle piste da sci delle Alpi si nasconde un’infrastruttura sterminata, per certi versi paragonabile a quella delle fabbriche d’auto di un tempo. Non a caso si chiama industria dello sci. Tubi, cavi, cementi, gallerie, tralicci, motori, pompe, frese, fari, asfalti, oli, ingranaggi, parcheggi e nastri d’asfalto, costituiscono l’infrastruttura industriale, messa in funzione, al pari dei vecchi Cipputi, da vari addetti, skilifisti, meccanici, elettricisti, gattisti, “nevificatori”…
Noi, senza pelo, senza zoccoli che si appigliano all’aria, non possiamo minimamente avvicinarci allo stato più alto della consapevolezza del muoversi in natura, rappresentato dalla selvaticità, per questo dobbiamo per forza vestirci d’attrezzi. Farsi sommergere però, significa sovvertire le priorità con cui ci si relaziona alla montagna d’inverno, che partono dal chiedersi cosa accade attorno a noi? Dove si sta andando? Come ci si sente in questo contesto? Come si fa quel che si fa? Cosa si pensa mentre si sale o si discende?
Tanti anni fa in Valmalenco, quando gli inverni erano ancora lunghi e freddi e la neve permaneva anche nel fondovalle per alcuni mesi, per raggiungere i paesi dalle case più alte o dalle frazioni sparse, era normale “mèt sü i crapèli”.
Poi mi abbaglia il disegno di Yoshio Ogata dell’inviolato Gangkhar Puensum in Bhutan, con i suoi 7570 metri forse la più alta cima illibata della Terra! E tale rimarrà, visto che ne è vietata la salita per motivi religiosi. Un respiro di sollievo, capace di renderci spettatori incantati, di fronte a un pezzo di roccia, neve e ghiaccio non calpestato dalle suole di nessuno! Un brandello di spazio, tra terra e cielo, dove la nostra civiltà evoluta non ha ancora piantato nessuna bandiera.
Ne abbiamo conferma mentre esploriamo i grandi spazi del Bernina Sud, complice la poca neve nelle Alpi Centrali e l’inversione termica di questi giorni. È l’adattamento naturale che accoglie la montagna così come si presenta, senza rincorrere quello che non c’è (la neve).
Anche quando si arrampica capita d’essere in affanno, non per la fatica, ma per la frenesia d’ottimizzare ogni momento del viaggio verticale. Avvicinarsi, ricercare la via, riscaldarsi, inanellare tutte le lunghezze (possibilmente senza riposi), sono abitudini consolidate, restie ad ogni immobilità. Così si riporta, seppure inconsapevolmente, la carenza di tempo dell’iperconsumo in cui viviamo, anche nei momenti di svago e nell’avventura verticale.
C’è un disperato bisogno di conoscere il rischio, non di eliminarlo! Ogni metro della montagna presenta situazioni di opportunità e di rischio, ed è solo il nostro accostamento alla realtà che indirizza l’attitudine a decifrarla come buona o cattiva, salutare o nociva.
Gli eventi che viviamo in montagna non sono esperienza L’esperienza è un processo di riflessione sugli eventi vissuti, compresi i fallimenti, gli incidenti o i mancati tali, che sono molti di più di quel che pensiamo e la maggior parte delle volte manco ce ne accorgiamo.Questo è un processo lento, che mal si accorda con il mondo che corre, eppure necessario per fissare l’esperienza. Senza dimenticare che la “sicurezza” fondata prioritariamente nella sua dimensione tecnologica (attrezzature) fa sistematicamente cilecca esi tramuta in “ignoranza assistita”,quando non si accompagna con la comprensione estesa di un sistema complesso come quello della montagna.
La libertà di sbagliare in montagna, senza giudizio della cultura dominante, è uno dei motivi per cui è bello andarci. Ma questa cultura ora pervade pure la montagna e complica le cose.
Il bisogno d’avventura nell’esperienza umana ha il potenziale per renderci forse migliori e salire in alto presenta più benefici che danni. Diversamente nessuno ci andrebbe più.
La libertà di trovarsi circondati dai pericoli può invero essere d’aiuto e un sollievo nel vivere in una società sempre più soffocante. A patto che l’avventura non si trasformi in un divertimento da consumare, ma una pratica da vivere appieno, dove le conseguenze naturali delle nostre scelte e azioni sono vissute realmente.In tal modo l’avventura non è solo una fuga sporadica dalla città grigia e dalle responsabilità in essa racchiuse, ma una via privilegiata utile per affrontarle.
Per quale motivo ci mettiamo potenzialmente nei guai? In una società in cui manca del tutto la responsabilità personale, soffocata dal sistema, la montagna ha la capacità di restituire la forma più pura. Quando si sbaglia, si sbaglia da soli e le conseguenze ricadono su se stessi.
Ogni giorno piccole rocce, scogli nascosti, massi dimenticati, sono frequentati dagli arrampicatori. Mi riferisco alle strutture minori, vicine alle città o al fondovalle abitato. Quelle che non meritano il viaggio, o l’interesse per una giornata di scalata, ma per chi risiede vicino, le conosce e frequenta, rappresentano un piccolo tesoro.
Oggi la figura della guida alpina, al pari di altre realtà professionali, è soggetta al mutare dei tempi, dei costumi, dei desideri dei frequentatori della montagna. Ma negli ultimi decenni la categoria si è progressivamente rintanata nel “bunker” della sapienza tecnica, lasciandosi aggirare o, peggio, relegare in ruoli di subordine, lontani da qualsiasi processo decisionale che riguarda le terre alte, accerchiati per di più dalla nascita di nuovi profili professionali e insolite figure associative.
Da qui l’imbocco inesorabile della facile, ma anche insidiosa china, che ci ha portato ad inseguire, mode, tendenze e il mercato, al posto di “guidare”. Eppure la guida alpina è (dovrebbe essere?) anzitutto un mediatore culturale (non esclusivo) e l’interprete di un mondo naturale incerto e variabile come quello delle montagne. Da qui nasce il principio che vede le guide inserite tra le professioni ordinistiche, di carattere intellettuale, con il compito precipuo di tutela dei cittadini. Ricordo che, ancor prima che un esperto di tecniche e materiali funzionali alla scalata, la guida è un conoscitore dei luoghi, può essere un atleta ammirevole, ma è soprattutto un educatore, intenditore di cose elementari per la vita e del rapporto con la Terra.
Quando si scivola nella neve fresca compare il sorriso. E’ una sorta di riflesso automatico, una piacevolezza che ci mette di buon umore e rende felici, indipendentemente dalla difficoltà del percorso.
Accade non solo in discesa, ma anche in salita, ad esempio tra le fronde dei larici, quando gli sci aprono la traccia in un mare di cristalli di ghiaccio trasparenti, attraverso infinite lamelle di ghiaccio dalla forma di foglie o di ventaglio, che si formano sulla superficie della neve per la sublimazione del vapore acqueo contenuto nell’aria in prossimità del suolo.
Negli ultimi tempi mi è capitato di tornare indietro nel corso di una salita almeno una mezza dozzina di volte. Un mesto ritorno a valle, assieme al mio compagno di cordata.
Una nevicata inattesa d’autunno, l’attacco sbagliato della via, la sopravalutazione dello stato di forma e sottovalutazione delle difficoltà e del materiale necessario, sadicamente ridotto all’osso, la pioggia imprevista a gennaio che dilava la cascata, scarse ore di luce e troppe incognite lungo un percorso di archeologia alpinistica…hanno presto ridimensionato le ambizioni per la cima e imposto il dietro front.
Ho perso tanti trofei e la soddisfazione della foto di vetta, con il rammarico di non aver scelto un obiettivo più semplice da decifrare, più ricco di informazioni, con meno incognite, insomma qualcosa che mi consentisse di andare sul sicuro, magari attingendo dalle tante informazioni disponibili.
E’ a vista o non a vista? Insomma occorre dar fiducia e credere al salitore che afferma di non avere mai sbirciato, neppure di sottecchi, nessun “reel”, o “stories”, di qualche salitore precedente.
In fondo la questione mi diverte. E allora i segni di magnesite? E i rinvii ormai universalmente piazzati sui tiri, come per le gare indoor? Anche se salire la via montando “i rinvii” è certamente più impegnativo? Insomma non se ne esce, se non con l’unica certezza che ogni arrampicata in ambiente naturale si differenzia da quella condotta in un campo chiuso, tra lati e regole, soltanto legata all’aspetto sportivo del risultato. Un invito a scalare su roccia fuori seguendo un tasso di autonomia individuale, meno costretto da regole e dogmi.
E’ lo sguardo rivolto a quell’infinita raccolta di segni impressi sulla superficie, dai minutissimi disegni ai solchi estesi, dalle geometrie dei cristalli alle forme più singolari plasmate dalla gravità, dal vento e dalla pioggia.
Ecco, per un attimo, se di tanto in tanto dessimo ascolto ed evidenza a queste piccole, grandi “tracce”, sostituendole alla girandola di selfie e di “conquiste”, forse potremmo riacquisire un po’ più di rispetto verso queste vecchie montagne, magari neanche tanto selvagge e già trasformate, comunque luoghi viventi, meritevoli di attenzione e riguardo, almeno pari all’entusiasmo con cui “instagrammiamo” le nostre discese.
La volpe non ha fatto il corso di scialpinismo. Eppure le sue impronte seguono le vecchie tracce di sciatori semi nascoste dall’ultima nevicata. Sa che qui si affonda meno e può muoversi più rapidamente verso l’alto. Le ultime pernici bianche che nidificano in quota non sono affatto felici. Scivoliamo su una neve morbida come velluto. E’ uno sfondo incredibilmente bianco e pulito, che contrasta con scure serpentiniti e le ombre lunghe del mattino.
Qualcuno si è perso nel sogno dell’imprevisto. Facile cadere nel giudizio, nel calcolo di quanto costa ricercare chi non si è posto il problema che la neve immacolata può essere una trappola.
La montagna è fatta così, a volte chiede a chi la vuole attraversare di imbattersi nel suo respiro potente.
I selvatici lo sanno da sempre, ma per loro il rischio fa parte della vita.
L’uomo che si sente parte separata dalla natura si indigna quando questa si mostra nel suo volto più feroce.
Non esistono tecniche o strumenti in grado di mettere in “sicurezza” un versante carico di neve nuova, pronta a scivolare su strati “deboli” sepolti. Possono esistere uomini in grado di riconoscere la casualità più forte di ogni certezza.
Se guardiamo al paesaggio oltre il suo aspetto immobile, possiamo esplorare gli innumerevoli dettagli che definiscono ogni luogo come unico e irripetibile, fino a scorgere sempre una stretta correlazione con la sua natura geologica.
Per aiutarci a leggere la geologia del nostro terreno d’azione c’è uno strumento, poco noto ai più. Si chiama carta geologica, una rappresentazione a due dimensioni, costruita su una base topografica tradizionale, in grado di ricostruire la natura e tridimensionalità della Terra. In pratica mentre la topografia descrive la forma del territorio, la geologia ne individua la sostanza.
Scegliere di uscire consapevolmente con il maltempo, o meglio “meteo diverso” aiuta a prepararsi a condizioni inattese, a sperimentare situazioni e scenari problematici soprattutto per l’orientamento e la ricerca della via.
Per farlo occorre anzitutto scegliere un itinerario noto e molto più facile rispetto al proprio livello di conoscenza, destrezza tecnica e allenamento.
In tal modo la montagna avvolta dalla nebbia o sferzata dalla bufera, un contesto da sempre visto come più pericoloso del solito, pieno di ostacoli e di situazioni potenzialmente dannose, può offrire una complessità d’esperienza assai ricca, dove il rischio è uno degli elementi presenti al fianco di altri aspetti, decisamente formativi e utili per affrontare situazioni meteorologiche inattese.
Bastano pochi anni e il ricordo di frane, alluvioni e altre catastrofi naturali evapora dalla memoria collettiva e anche da quella di chi pianifica nuove espansioni insediative e infrastrutturali. A farne le spese è sempre la gestione del territorio, dove l’emergenza cronica soppianta gli interventi di manutenzione preventivi, da impostare in base alle caratteristiche e peculiarità geologiche di ogni sito.
Disastri a parte, ogni frana rappresenta un passaggio tra due stati di equilibrio differenti della montagna. Un processo normale ed ordinario nella storia di Gaia.
Quante volte per inseguire il nostro piccolo primato personale, per successo, orgoglio, denaro, siamo riottosi nel porgere l’orecchio per intercettare senza veli la verità, su noi stessi, gli altri membri del gruppo, le condizioni della neve, della montagna e delle attrezzature? Quante volte oscilliamo tra l’essere ciarlatani che nascondono la realtà a volte spiacevole delle cose o coloro che si rifiutano di riflettere sugli eventi vissuti?
Per comprendere la montagna è indispensabile attraversarla in movimento, con l’energia dei propri muscoli, per favorire esperienze, promuovere l’immaginazione, costruire l’avventura e la scoperta.
È un’occasione formidabile per riequilibrare la didattica frontale e al chiuso del fare scuola, possibile anche attraverso un’attività di esplorazione a basso costo, nel territorio in cui sorge la scuola, considerando che ben tre quarti del territorio nazionale si collocano in montagna o collina.
C’è, dentro ognuno di noi, un punto di attenzione. Un luogo silenzioso, spesso dimenticato, dove il pensiero si fa gesto e il gesto diventa presenza. La roccia ci aiuta a tornare lì, quando ci appoggiamo a un diedro o cerchiamo il baricentro su una placca liscia, quando il fiato si accorda col battito.
Scalare sulla roccia non è come in palestra, non c’è un colore a guidarci e nessun tracciatore ha previsto i nostri appoggi. Occorre osservare, interpretare, dialogare con una materia viva, unica, irripetibile, perché ogni parete è una storia geologica, un invito all’ascolto. L’aderenza non si misura, si intuisce, così come la presa non si afferra ma si accoglie.
All’alba di maggio, quando i pendii ghiacciati brillano come specchi opachi, inizia la danza. L’inverno si ritira, la neve si trasforma e si trova il ritmo della nuova stagione, gli sci sfiorano la superficie della montagna che si risveglia.
Arrampicare sulla roccia viva, in natura, significa entrare in dialogo con un mondo che cambia, senza fretta, seguendo ritmi che spesso abbiamo dimenticato. Ogni masso è un frammento di montagna, staccato dal suo grembo, precipitato o trasportato dal ghiacciaio, modellato dall’acqua, da eterni cicli di gelo e disgelo. Salirlo non è mai solo un fatto di tecnica o forza, è un atto di attenzione, di rispetto.
È l’ultima. Lo so già salendo, con gli sci nello zaino, con il vento ormai tiepido che accarezza le creste. È l’ultima discesa della stagione e come ogni ultima cosa, ha un sapore più intenso, più pieno. Un saluto, non so se per la neve o per me, ma oggi si chiude qualcosa.
La guida non è soltanto chi conduce. È chi accompagna con rispetto e empatia, chi abita i luoghi con consapevolezza, chi lascia spazio all’imprevisto senza perdere lucidità, chi trasmette fiducia non con l’infallibilità, ma con l’autenticità. In questo senso, la cura è anche un modo di disinnescare modelli dominanti fondati sulla prestazione, sull’efficienza, sulla ripetizione seriale delle esperienze.
Viviamo un’epoca in cui anche la montagna rischia di diventare un prodotto da consumare. La guida diventa fornitore, il cliente utente, l’escursione un servizio. Ma in questa logica si perde qualcosa di essenziale, il carattere vivo, irripetibile, relazionale dell’andare in montagna. La cura, al contrario, apre spazi di libertà. È uno sguardo che rifiuta le soluzioni preconfezionate, che accetta il tempo necessario all’ascesa, il dubbio, il limite, che rinuncia a promettere la vetta a tutti i costi, per restituire dignità al cammino stesso, anche se non porta dove previsto.
Gran parte dei racconti alpinistici si concentrano sulla salita. Tutto ruota attorno alla vetta, al momento dell’ascesa, al trionfo verticale. Raramente la discesa compare come parametro di valutazione, eppure è lì che spesso si gioca la vera sfida. Chissà perché l’attenzione si focalizza solo sulla salita, come se la discesa contasse meno, come se la montagna finisse in vetta, e non al punto di partenza. La realtà la discesa è altrettanto impegnativa, altrettanto densa di pericoli. Richiede lucidità, tecnica, gestione. Scendere con la stessa perizia con cui si è saliti dovrebbe essere un criterio fondamentale di ogni alpinista.
L’arrampicata d’aderenza non è più o meno bella di altri stili, è semplicemente diversa. È forse la meno replicabile nelle strutture indoor e, oggi, in tempi di atleti sospesi nel vuoto su pareti aggettanti e spettacolari, poco in voga. Eppure, conserva un fascino inconfondibile, che seduce chi sa ascoltare. Un fascino fatto di movimenti sospesi tra il possibile e l’incerto, di piedi che si affidano a superfici lisce, apparentemente prive di appigli. È una danza in bilico, dove la forza non basta. Servono intuito, sensibilità, capacità di leggere la roccia come si legge una partitura. L’aderenza non è una questione muscolare, è un gioco di equilibrio sottile tra tensione e rilassamento, tra fiducia e paura. Quando i morsi del dubbio serrano i polpacci e le protezioni si fanno rare, entra in campo la testa. E lì si gioca un’altra partita.
Ogni estate sulle Alpi si formano nuovi laghi, piccoli specchi d’acqua che emergono dove fino a poco tempo fa c’erano solo ghiacciai o morene. Questo fenomeno, legato al riscaldamento e alla progressiva fusione dei ghiacci, sta cambiando la geografia delle montagne a un ritmo senza precedenti.
Le vie ferrate sembrano portare l’avventura a portata di mano. Si attaccano i moschettoni e si parte, il tracciato è fisso, il rischio calcolato, l’impegno contenuto. Per tanti è il primo passo verso la montagna verticale, un assaggio di esposizione, una sfida personale. Comprensibile, anche utile, se resta un passaggio, ma quando diventa un’abitudine, un automatismo, rischia di farci perdere proprio quello che cerchiamo: il senso del salire.
C’è perfino chi dedica queste linee di ferro a grandi alpinisti, passati o viventi. Ma saranno contenti, quei nomi, di vedersi eternati in un’infilzata di pioli e staffe? Chi conosce il valore della libertà verticale, della scoperta, dell’incertezza come cifra dell’esplorare, si rigira nel sacco a pelo.
Poi attacchiamo Steinfresser, la “mangiapietre”, salita nel 1978, prima via di settimo grado dell’Albigna, una linea che oggi è una gran classica, spesso scalata in velocità da chi esce dalla funivia con le scarpette già ai piedi, pronti per affrontarne subito una successiva.
Ma oggi no, ogni metro di granito ha il suo tempo, il suo silenzio. Non c’è nessuno. Piccole fioriture brillanti nascono dalle fessure, un gheppio staziona a lungo sopra di noi, poi si lancia in picchiata sfiorando le rocce. Siamo soli. E va bene così.
A giugno le Alpi mostrano il loro volto più bello, eppure sono pressoché deserte. Dall’alto osserviamo cime candide, ruscelli gonfi d’acqua, pasture d’alta quota verdeggianti, così lontane e diverse dai parcheggi intasati d’auto d’agosto, dalle file di escursionisti e dai prati che cominciano a seccare. Giugno si è guadagnato un posto speciale nel calendario alpino, non è solo un mese di passaggio, ma un momento di vera magia, quando l’inverno, in ritirata, lascia spazio all’esplosione della vita e alla rinascita degli ambienti di alta quota.
Non ritrovarsi in ogni istante nella rotta prestabilita non significa mettersi nei guai, significa lasciare per un momento il percorso fissato, rinunciare all’inganno del “controllo”, abituare i sensi all’ascolto, aprire spazio alla sorpresa. Non si tratta di ignorare i rischi ma, al contrario, accendere un faro su di essi.
La montagna richiede attenzione, prudenza, preparazione. Un’escursione non è solo un dislivello da superare rincorrendo un segnavia. Anche chi è alle prime esperienze può imparare a orientarsi non solo con una traccia sotto i piedi, ma con gli occhi, con il corpo, con l’intuizione.
Questa salita, al pari di molte altre sparse tra gli aspri e remoti contrafforti rocciosi del Bernina sud, appartiene oggi a un genere dimenticato. Lunghi avvicinamenti, roccia dubbia, orientamento incerto, difficoltà tecniche modeste che non fanno curriculum: tutto ciò contribuisce a rendere queste salite fuori moda, e per questo ancora più interessanti.
A complicare le cose si aggiunge la necessità di affrontare neve, roccia, ghiaccio, con l’attrezzatura necessaria, il che rende lo zaino pesante, specie in parete.
Venezia, giugno 2025. Il magnate Jeff Bezos, patron di Amazon e delle ambizioni interplanetarie, mette in scena il suo secondo matrimonio. Lusso sfrenato, voli privati, yacht in parata, visi stirati come lenzuola d’hotel a cinque stelle. Lustrini, plastica e caviale. Il tutto condito da un’estetica kitsch in cui l’eccesso si fa status. Sfilano celebrità e potere, come in un carnevale dove a contare non è chi sei, ma ciò che ostenti.
Eppure, tra le calli imballate di fotografi e guardie del corpo, manca qualcosa. Qualcosa che non sta nei bilanci, nei bonus, nei titoli azionari, qualcosa che nemmeno il jet più veloce può raggiungere.
Perché, vedi Bezos, con tutta la tua potenza finanziaria, c’è una cosa che non puoi comprare: l’emozione di una partenza nell’oscurità da un bivacco solitario, il respiro fresco della notte che scivola via mentre le stelle sorgono oltre le creste scure. Il primo chiarore che accende il ghiacciaio e ti fa intuire, non calcolare, la via da seguire.
Man mano che si sale, dove la segnaletica scompare, il paesaggio si fa più aperto, aspro e indeterminato e con l’incertezza che aumenta, non sono più le istruzioni a guidarci, è la qualità delle decisioni, che non si improvvisa, ma si coltiva e che non coincide affatto con l’esperienza in senso stretto.
Anzi. Talvolta è proprio l’esperienza, quella sedimentata, quella del “tanto lo so già come va”, a diventare un ostacolo. Se non è attraversata da ascolto, da intuizione, da presenza viva al momento, può trasformarsi in un fardello, una corazza rigida che ci allontana dalla realtà mutevole della montagna.
A volte si scambia il parlare per il sapere, quando uno più parla, più sembra competente. Più uno tace, più si pensa sia distratto; quando invece l’ascolto è attenzione, perché è la montagna che parla – con il meteo, le condizioni della neve, le tensioni della corda – ma non urla. Serve allenare l’ascolto utile a cogliere i segnali deboli, perché sono quelli che permettono di scegliere in tempo.
Spesso, all’arrivo al rifugio, nel pomeriggio che precede l’ascesa, lo si capisce subito: qualcuno ripassa. Fuori, sul tavolato o vicino a un sasso piatto, si formano piccoli gruppi raccolti attorno a un ancoraggio improvvisato. Si ripassano nodi, si montano soste, si mettono alla prova soluzioni diverse per il recupero da crepaccio — la manovra più ambita, la più scenografica. Vorticano piastrine, frullano cordini, brillano moschettoni. C’è chi sfodera il “paranco mezzo poldo” con orgoglio, chi propone varianti creative, chi osserva con occhi sgranati e taccuino alla mano.
Ci vuole tempo, e un po’ di sudore, per varcare la soglia. La premessa per questa nostra avventura è chiara: non più ore, ma giornate. Il vocabolario ammesso esclude il “quanto manca?” e lascia spazio solo a domande che nascono dallo stupore e dall’incontro con l’inatteso. Rocce, fiori, animali, segni antichi dell’uomo, crinali, creste, tracce.
Oltre il valico, superate le nostre personali Colonne d’Ercole, ci investe il respiro dei ghiacciai. È un’aria turbolenta, quella di queste giornate di mezza estate, mutevole, con nuvole che vanno e vengono, come pensieri irrequieti. Nel pomeriggio, il rifugio storico ci accoglie. Non è un ristorante in alta quota, ma uno spazio che invita a rallentare lo sguardo, a comprendere la vastità che abbiamo dimenticato. La sera è fatta di curiosità e inquietudine, in quella misura sottile che è la cifra dell’alpinismo vero. Il desiderio di salire, di conoscere, ma anche il dubbio.
Saper piantare un chiodo è ancora oggi un gesto di libertà, di competenza, di cura. Significa avere un’alternativa quando le protezioni veloci non bastano, poter rinforzare una sosta, sostituire un ferro arrugginito, improvvisare una calata, decidere con lucidità ed efficacia.
Al margine e dentro al torrente, là dove l’acqua indugia in pozze silenziose o si raccoglie tra muschi e felci, si aprono vere e proprie finestre sul passato. Sono lemarmitte dei giganti, forme scolpite dal tempo, dalla pazienza dell’acqua, dalla forza del ghiaccio. Le si incontra all’improvviso, camminando scalzi nel greto, tra rocce levigate, oppure cercando con gli occhi quel dettaglio rotondo, lucente, perfettamente innaturale nella sua naturalezza.
Le piste sono diventate sempre più facili, larghe, lisce, perfettamente battute. Si impara in fretta a sciare, gli sci curvano da soli, la tecnica della piega – quella che si insegna come fine ultimo – trova nella velocità il suo unico vero appagamento. Più liscia, più veloce. Più veloce, più pericolosa. Ma allora ti obbligo a mettere il casco.
Quando siamo lì, nel vuoto tra un appiglio e l’altro, tra un respiro e la prossima mossa, accade qualcosa di raro, ci si incanta. Senza sforzo, non serve costringere l’attenzione, perché si è già completamente immersi in ciò che si fa. E proprio questo esserci – presenti, vigili – rigenera, il cervello si alleggerisce e la tristezza si ridimensiona.
È simile a quando da bambini giocavamo senza pensare al prima o al dopo. Solo l’azione, solo il momento. L’alpinismo restituisce qualcosa di quel tempo, dove non si scala per evadere, ma per essere, per ritrovare un pensiero più semplice, sognante, non piegato dalle urgenze.
Sotto la Grignetta, con le sue guglie affilate e le sue storie d’alpinismo, nel cuore di una faggeta che profuma di umido e memoria, c’è un’altalena appesa a un vecchio cavalletto di skilift. È quello del Coltignone, ai Piani Resinelli, in provincia di Lecco. L’impianto risale agli anni Cinquanta, fu dismesso, insieme al resto del comprensorio, all’inizio degli anni Ottanta, oggi resta solo il telaio, trasformato in gioco per bambini e altare post-industriale.
Essere leggeri in montagna non è soltanto questione di zaino, è un atto di sottrazione culturale. Significa liberarsi non solo del materiale in eccesso, ma anche della zavorra di retorica e immaginario preconfezionato che oggi grava sulle nostre salite.
Viviamo immersi in un obbligo tacito, ogni vetta deve essere “mozzafiato”, ogni parete “adrenalinica”, ogni uscita “da sogno”. È lo stesso meccanismo che, nel turismo di massa, ha trasformato le Alpi in scenografie globali. L’alpinismo non ne è immune: la via “must”, per dare lustro alla relazione di scalata, il gesto tecnico scolpito per il pubblico dei social.
Questa ricerca compulsiva del superlativo rischia di appiattire l’esperienza e ci si sposta da una “linea imperdibile” all’altra, inquieti e affamati di approvazione, mentre sfuma la capacità di riconoscere il dettaglio, l’inatteso e il prezioso che abita una cresta secondaria, un diedro dimenticato, un’uscita inaspettata su un altopiano silenzioso.
Su un ballatoio a metà parete, all’improvviso, l’incontro con il mugo secolare, contorto e tenace, già descritto da Cassin nel lontano 1931, nel corso della sua “prima”. Resiste aggrappato alla parete come se traesse linfa dalle stesse pietre. Sfiorarlo è come stringere la mano a chi è passato prima di noi.
Poco oltre, da un fessurino, sboccia una campanula che si ostina a vivere dove la logica direbbe il contrario. Viene da chiedersi da dove tragga alimento, e perché mai abbia scelto una dimora tanto scomoda. Forse c’è un segreto che non vogliamo vedere: l’essenziale non chiede comodità, basta un niente per resistere.
Una cresta è la linea di incontro di due versanti che si incontrano “a tetto”, con pendenze simili. È una definizione geografica precisa, ma dice poco di cosa significhi davvero muoversi lassù.
Camminare o arrampicare su una cresta vuol dire stare dentro l’aria, con il vuoto che cade da entrambi i lati. Se in parete ci si muove in uno spazio a due dimensioni, la cresta regala un senso di apertura, un percorso arioso che diventa balcone naturale sulla geografia delle montagne.
Da anni cerco di evitare le classiche sovraffollate – dal Bianco alle Dolomiti – rifugiandomi sulle pareti meno in voga delle Alpi Centrali. Lì, basta aprire con curiosità le vecchie guide CAI-Touring per trovare salite dimenticate, senza blasone, senza trofeo da esibire, ma con la quasi certezza di muoversi in libertà.
Certo, il prezzo da pagare c’è, roccia non sempre eccellente, avvicinamenti scomodi, orientamento complesso. E spesso è più complicato convincere i compagni di cordata e orientarli verso salite che non danno medaglie e richiedendo pazienza. Ma è proprio questo disagio, se ben gestito, a restituire il gusto dell’alpinismo autentico. Si procede “a orecchio basso”, tra vecchi chiodi, a volte lasciati dai primi salitori e rari ometti di pietra. Serve tempo, margine, attenzione. E la cima, quando arriva, non è mai scontata.
Quando parliamo di “paesaggio”, pensiamo subito a boschi, prati e montagne. Ma il paesaggio non è semplicemente natura è molto di più, è l’incontro fra un luogo e le persone che lo abitano, il risultato dell’armonia – o della disarmonia – di questa relazione.
Ci sono percorsi che non si tracciano su una mappa, ma si imprimono negli occhi di chi guarda. L’esplorazione autentica non nasce dal seguire una direzione già segnata, ma dal lasciarsi sorprendere. Il viaggio più fecondo comincia dalle cose minime, quelle che di solito non vediamo nemmeno più, sepolte dalla consuetudine e dall’attenzione sempre più frammentata. È la rivincita delle più piccole cose, dal piano alla montagna.
Questa roccia porta con sé una lunga storia, il termine “Dolomia Principale” fu introdotto da Lepsius nel 1876, riprendendo il nome “Hauptdolomit” coniato vent’anni prima dal geologo Von Guembel nelle Alpi Bavaresi. Si tratta di un’unità geologica ben definita per estensione, caratteristiche litologiche e di grande impatto visivo, con pareti d’aspetto massiccio, compatto, chiaro. Affiora dalla Lombardia occidentale fino alla Slovenia, con spessori che arrivano a superare i 1500 metri. È la testimonianza di un antico ambiente di formazione costituito da piane di marea tropicali, con acque poco profonde, calde e saline. Circa 220 milioni di anni fa, le condizioni ricordavano quelle che oggi possiamo incontrare nelle Bahamas o nelle lagune del Golfo Persico.
L’esplorazione senza meta invece è tutta presenza, coglie dettagli, incrocia sguardi, interpreta segni, porta sempre a casa qualcosa di nuovo. E le tappe distano di volta in volta fin dove l’occhio può arrivare.
Qualche fastidio va messo in conto: un muro di rovi inestricabile, il sentiero franato, una tana di vespe aggressive, le scarpe inzaccherate, la giacca nuova strappata dalle spine. Ma è proprio durante questo cammino che le cose sembrano accadere da sole, come l’incontro con la radura perfetta per la merenda, l’altura panoramica per guardare lontano, la fonte d’acqua fresca, l’angolo raccolto per leggere, una seduta di muschio morbido per la sosta.
È la rivincita della montagna snobbata, quella dei sentieri non mappati, delle contrade decrepite, dei luoghi fuori dai dépliant turistici.
C’è un momento, dopo l’equinozio d’autunno, in cui al mattino le mani cominciano a ghiacciare e l’erba si inzuppa di rugiada, come se la notte l’avesse lavata con pazienza. I primi passi sulla parete sono freddi, ma presto li avvolge un’onda di luce che rischiara il granito. È come un interruttore: spento e improvvisamente acceso.
Li notiamo solo come fastidio, perché tolgono aderenza alle scarpette, perché rendono scivolosa la presa. Ma loro non mollano, sono tenaci molto più di noi. Sono i licheni.
Non hanno radici, si aggrappano a qualsiasi superficie, dalle zone polari, ai deserti, sino all’equatore, spuntano dalle rocce emergenti tra i ghiacci alle quote più elevate. Sono la delicata simbiosi tra fungo e alga, indicatori preziosi della qualità dell’aria di cui si nutrono, i licheni sono rari o assenti nelle città, dove l’aria non è buona.
Ho appena ricevuta la mail del Collegio Regionale Maestri di Sci della Lombardia che invita al versamento della quota associativa per l’anno prossimo. Da anni non esercito più la professione di maestro di sci sulle piste, ma continuo a sentirmi parte di quella comunità che ha costruito sulla neve — quella vera — un mestiere, un modo di stare al mondo. Mi piace mantenere quel legame, l’idea d’essere maestro di sci di montagna e di appartenere a chi ha fatto dello spazio in salita il proprio spazio d’azione, dove scivolare leggeri, rende felici.
Eppure, scorrendo le ultime comunicazioni del Collegio, mi sorprende una proposta che sembra arrivare da un altro mondo.
Appena si fa giorno, mi immergo nel Mar Ligure, come in un piccolo rituale d’abluzione, in quella scheggia di Cinque Terre incastrata tra le case, i porti e i caruggi della grande città: Boccadasse. L’acqua mi avvolge, fresca e salata, e il mondo urbano sembra dissolversi dietro l’orizzonte delle onde.
Poi Serafino mi conduce verso un altro mare, quello delle rocce, verso alcune rupi apparentemente insignificanti dell’entroterra, ma che nascondono un’affascinante storia geologica a pochi chilometri dal centro cittadino. Breve trasferimento in auto fino alle fonti di acqua sulfurea delle Terme di Acquasanta, e poi via, tra i sentieri della macchia mediterranea che profuma di mare, puntando verso rocce scure, quasi nere.
Il boulder è il regno del tatto. Dalla ginnastica dolce sui sassi d’inverno ai passaggi estremi che sfidano la gravità, tutti possono trovarvi spazio, purché non prevalga la smania di spingersi oltre misura, di guastare la quiete e il silenzio del fuori. Il senso del tatto chiama in causa l’intero corpo: volume, tessitura, consistenza, temperatura. È attraverso la pelle che si disvelano graniti, gneiss, calcari, arenarie, basalti e quarziti.
Nel gesto di stringere, abbracciare, scivolare, la percezione si riduce a contatto puro. Il tatto, come il bianco tra i colori, contiene in sé gli altri sensi e li armonizza. L’epidermide diventa una geografia viva, una mappa con cui esploriamo il mondo. Senza sensazioni tattili saremmo condannati alla perdita dell’autonomia, alla paralisi della volontà.
L’undici novembre scorso in Valmalenco un imponente pilastro di roccia è precipitato a valle, cancellando in più punti la strada che sale dal fondovalle della Valmalenco verso Franscia e Campo Moro. Tremila metri cubi di scisto sono crollati da un versante geologicamente complesso, fatto anche di serpentinite, marmi e antichi vuoti estrattivi di talco, quarzo e amianto. Un cedimento improvviso soltanto in apparenza, che ha reso visibile ciò che per un geologo è un processo ordinario e inesorabile.
Torno in auto e dirigo a Sud, avvisto la brillante e liscia parete grigia del Totoga, il laboratorio di calcare estremo del Mago Manolo. Subito tornano alla mente le immagini delle salite mitologiche di tanti lustri fa, “lucertola schizofrenica”, “solo per vecchi guerrieri”, “ultimo movimento”, “mattino dei maghi”…
La strada passa sotto le pareti poi si entra in galleria. Dall’altro lato si sbuca nella Valle del Vanoi, tra la catena del Lagorai e il massiccio di Cima d’Asta, dove le pareti cambiano radicalmente pelle, forma e natura.
Valerio mi conduce alla base di una bella falesia ben esposta al sole, all’alba era sottozero, ma ora si scala bene, su un granito scuro, placido e solidissimo.
Qualche fiocco ha sostituito – per fortuna – l’esibizione via social dei cannoni sparaneve, ormai entrati nel ciclo delle stagioni, come i fiocchi che cadono dalle nuvole, come le fioriture di primavera, come la vendemmia d’autunno. Non a caso qualcuno parla ormai di “nevificazione”, riferendosi alla capillare e indispensabile produzione di neve tecnica, senza la quale sarebbe impossibile sciare.
Bastano dunque pochi centimetri di bianco per ammantare tutto di splendore e prepararci a brindisi, cotechini e pacchi, nell’eterna cartolina. Un po’ come la farina bianca sparsa sul muschio del presepe per dare un segno d’inverno ai rilievi più alti attorno alla capannuccia di Gesù Bambino.
Poca neve per iniziare a scivolare, cielo velato per mettere le mani sulla roccia e un gelo che comincia a farsi sentire. È la combinazione perfetta per muoversi ai margini dell’inverno, quando l’ambiente concede spiragli di esplorazione e al tempo stesso impone prudenza. Occasioni rare, che invitano a deviare dai sentieri noti per avventurarsi su terreni improbabili, dove le linee non sono tracciate ma intuite.
Da qualche parte, in un cassetto, c’è ancora il mio tesserino di maestro di sci. È il simbolo di una storia iniziata nel 1989 e rinnovata anche quest’anno, come ogni anno, nonostante da molto tempo non frequento più le piste. La mia traiettoria invernale è altrove.
Rinnovo l’iscrizione come si conserva un seme, non per ricordare un ruolo, ma per proteggerne il senso. Mi piace ancora accompagnare nell’inverno vero, quello fatto di pendii silenziosi, neve naturale, incertezze che educano. Un inverno che non sempre coincide con quello disegnato dalle piste battute, ma che continua a esistere nei margini, nei vuoti, negli spazi lasciati liberi dall’efficienza. Le piste restano un corrimano importante, servono per macinare metri di discesa, rafforzare la tecnica, costruire automatismi utili anche fuori. Sarebbe ingenuo negarlo.
Risveglio grigio sulle Alpi. Nubi sfilacciate avvolgono i versanti, a mille metri di quota ci sono sette gradi e pioviggina ben oltre i duemila. Nei prati spunta erba fresca, verde come nelle marcite delle antiche campagne acquitrinose della pianura a sud di Milano: quei campi tenuti in vita d’inverno da un velo d’acqua a temperatura costante, attorno ai dieci gradi, alimentato dai fontanili. Un trucco idraulico che impediva al gelo di prendersi la terra e consentiva all’erba di crescere anche quando l’inverno, altrove, fermava tutto.
Ne giova il muschio da presepe, aggrappato alle rocce e brillante come non mai. Meno felici, invece, gli appassionati di sport sulla neve e, restando tra le pratiche alpinistiche della stagione fredda, gli scalatori del ghiaccio.
Saliamo nel giorno in cui la notte è la più lunga dell’anno e il Sole sembra rallentare, quasi fermarsi, prima di tornare lentamente a risalire sull’orizzonte. Un’illusione ottica, certo, ma anche una percezione antica, profondamente umana. Non a caso, per moltissime civiltà questo passaggio rappresentava un momento simbolico potentissimo, una soglia, morte apparente, attesa, rinascita. Non soltanto un evento astronomico, ma un fatto cosmologico e rituale, capace di tenere insieme cielo, terra e comunità.
È bello mettere le mani su questo calcare compatto nei mesi freddi. Tra un movimento e l’altro, tra rigole, tasche e rade fessure, torna in mente il tempo lungo di questa roccia, più di duecento milioni di anni, deposta in acque calde e poco profonde, costruita lentamente da organismi marini. Oggi ci giochiamo sopra, felicemente, immersi in una luce speciale, quella che solo le giornate d’inverno sanno regalare.
Saliamo lungo una classica della parete che delimita a destra il settore compattissimo e verdoniano delle vie sportive. Rebus minerali tracciati negli anni Ottanta, oggi placche verticali un po’ demodé, ma ancora capaci di insegnare misura e precisione.
Quel filo elettrico, lì sulla roccia, fa nascere una domanda. Me la pone il mio compagno di cordata, con parole dirette: «Ma ghe né minga asèe de mandrùn ‘n gìr?» . Traduco dal dialetto malenco: «Ma non ci sono già abbastanza cianfrusaglie in giro?»
Nei giorni scorsi, gli impianti di risalita hanno spesso fatto i capricci: un incidente alla funivia di Macugnaga il 30 dicembre 2025, il blocco della seggiovia a San Martino di Castrozza il 3 gennaio 2026, altri malfunzionamenti da Pila a Sestriere ma anche nelle località internazionali super top come Davos e Hintertux. Per fortuna, senza danni irreparabili a persone o cose, ma sufficienti a farci fermare un momento.
Il trasporto su fune, lo sappiamo, è uno dei mezzi più sicuri che esistano. Le statistiche lo collocano ben al di sopra di treni, autobus e automobili, dove ogni giorno le cronache ci ricordano l’intrinseca fragilità dell’uomo al volante.
Eppure, questi intoppi quasi quotidiani sugli impianti di risalita hanno qualcosa di poetico, quasi ribelle, dove trefoli, volani, motori e piloni sembrano prendersela con i chili e chili di sciatori, ossa e tendini, inermi trasportati verso l’alto. Non come HAL 9000, il supercomputer di Kubrick che in Odissea nello Spazio cerca di eliminare l’equipaggio, ma più vicini al robot umano cinese di Hangzhou, l’Unitree H1, che nei laboratori si muove in modo frenetico e caotico durante i test, stupendo gli ingegneri con comportamenti che sembrano quasi animati.
Era da anni che non uscivo davvero dalla montagna di casa. Poi l’Oman. Un viaggio con un gruppo di amici, fratelli di parete, legati da un’affinità più che dalle linee di salita. Avanziamo verso le rocce, e già i nomi dei luoghi portano con sé rebus da decifrare, come antiche tracce che attendono di essere riconosciute. Qui la roccia non si nasconde, il clima arido ha spogliato tutto, non c’è vegetazione a ingannare lo sguardo. Le pareti sono lì, nude, sempre esposte, visibili da lontano come animali immobili.
La prima uscita con gli sci arriva tardi, in un inverno avaro di neve sulle Retiche. Più per consuetudine che per desiderio. Poi, come spesso accade, basta poco a rimettere tutto al suo posto, i cristalli di brina di superficie che luccicano ai primi raggi di sole, il silenzio del bosco, quella sensazione sottile di essere nel luogo giusto. Sono felice d’essere quassù.
Pendii docili, familiari, sopra casa. Poca neve, ma basta spostarsi di qualche metro, su versanti appena più ripidi, per vedere distacchi ovunque. Strati deboli basali che portano via ciò che sta sopra, wuuuf continui sotto i piedi a confermare lo stato precario del manto. La neve è arrivata, finalmente, anche sulle Alpi Centro-orientali e già osserviamo il rovescio della medaglia.
Da una parte la meraviglia, il bianco abbagliante, l’ebrezza delle prime curve, il piacere di tuffarsi in una discesa polverosa. Dall’altra, puntuale come ogni inverno, i titoli di giornale, sciatori travolti, feriti, morti sulle Alpi…
La neve non è molta, ma resta insidiosa. È la conferma, mai scontata, che poca neve non significa poco pericolo, anzi. Sotto uno spessore apparentemente innocuo si cela spesso un orizzonte di cristalli inconsistenti e fragili, come sale grosso, che cedono al peso e si disgregano al contatto: una superficie di scivolamento ideale per tutto ciò che vi poggia sopra.
In attesa di tempi migliori, scegliamo di dirigere i nostri sci verso le ex piste di Caspoggio. È un viaggio che non segue soltanto un dislivello, ma attraversa il tempo. Qui lo sci del Novecento ha lasciato segni evidenti, piste tortuose, vecchi schuss, impianti ormai relitti, quasi monumenti di archeologia industriale alpestre. Tracce che raccontano un’epoca scomparsa — o meglio, resti cadenti degli impianti che furono, oggi più interessanti dei condomini sconci che si sono divorati i prati attorno alle partenze delle seggiovie di un tempo. (foto archivio biblioteche della Valmalenco)
I sentieri antichi rimasti, non divorati dalle rotabili, i selciati dimenticati, le vie che collegavano alpeggi e vallate – tracciati da mani anonime -non hanno visibilità politica, ma custodiscono un patrimonio immenso. Raccontano una conoscenza intima del territorio, sono le vere arterie che hanno tenuto insieme la montagna. Non sono opere d’arte nel senso canonico del termine. Non portano firme celebri, non hanno targhe commemorative. Eppure sono creazioni collettive di un passato anonimo, opere di uomini senza nome che meritano di essere difese come si difende un affresco o una chiesa. Perché in quelle pietre c’è un sapere, una misura, un rapporto con la terra che nessun progetto contemporaneo può replicare.
Salire Luna Nascente in Val di Mello è sempre un’esperienza affascinante.
Ci sono però dei giorni, al risveglio delle primavera, dove l’aria, la luce e la neve che ancora ricopre completamente il Disgrazia, scaldano il granito come non mai.
Così l’arrampicata connette la roccia con il canto dei torrenti, il fragore delle valanghe, la musica degli uccelli e i fiori sbocciati nei boschi sospesi.
Pensare a un progetto alpinistico per l’estate, una parete da salire, richiede tempo e immaginazione.
Partenze frettolose e adesioni last minute, forse assicurano convenienti “evasioni”, al pari dell’acquisto di prodotti turistici indifferenziati.
Predisporsi alla scalata ed entrare in contatto con la “grammatica” della montagna significa altro.
Per sfuggire al supermercato digitale delle “esperienze” in montagna…
Per conoscersi meglio, prendersi tempo, comprendere come, dove e perchè…
Ripropongo la possibilità di prenotare le ascensioni per l’estate attraverso la posta scritta a mano!
Possiamo ritagliarci del tempo prezioso per metter in fila pensieri e desideri, con carta e penna alla mano, scrivere, affiggere un francobollo e spedire.
L’attesa della risposta potrà accrescere il desiderio per la scalata.
Raggiungo il ghiacciaio inserendo il pilota automatico del ricordo sensoriale. Ogni roccia, morena e torrente di quest’angolo selvaggio della Valmalenco rappresentano una mappa della memoria assai familiare.
Alla base del roccione di gneiss rossastro che si alza sopra la grande morena della piccola età glaciale, sopra ad una cengia, ritrovo il solito grande cespuglio di genepy nascosto.
Seguo i profumi delle pasture d’alta quota e poi quelli della flora alpina periglaciale sino a mettere il piede sul ghiacciaio. La seraccata scarica ad intervalli quasi regolari.
La guida alpina Peppino Mitta (mio prozio) con due compagne d’ascensione dinanzi al ghiacciaio, anni ’30 del ‘900, foto archivio M. Comi.
I miei compagni d’avventura calzano felici i ramponi per la prima volta, esplorano la superficie del ghiaccio e ne ascoltano il respiro.
Il paesaggio non si conosce quando si da il nome corretto a tutto quello che contiene – tanti lo possono fare – ma quando si ha la percezione delle mille relazioni al suo interno.
La differenza è la medesima tra la conoscenza della storia e una fredda lista di avvenimenti.
Sono cresciuto tra i pascoli affacciati sulla Vedretta, sono felice di poter essere il vostro interprete alla scoperta del Ghiacciaio di Fellaria, per facilitare l’incontro e l’ascolto con questi luoghi straordinari.
1980, con mio fratello Luca (con il binocolo) nei pressi del rifugio Bignami all’Alpe Fellaria (foto Emi)
Per ascoltare la storia e le storie del ghiacciaio, delle cime intorno, di uomini e montagne, delle memorie impresse tra i crepacci e sulle rocce.
Per osservare dal vivo i fenomeni glaciali e toccare con mano gli effetti drammatici del cambiamento climatico in corso.
Per contrastare l’emergere di false geografie e dalla progressiva sparizione di un senso reale della montagna, sempre di più ridotta a semplice scenario di svago e autorappresentazione.
Per essere sicuri di non abitare semplicemente un’idea fugace e rubare un selfie, ma essere parte di un luogo unico e irripetibile.
Mia nonna Isabella rincorre un tacchino nei pressi del rifugio, notare la sagoma bianca del ghiacciaio sullo sfondo ancora imponente (foto Emi)
“Se dovessi andare in un altro paese, prima di visitare qualsiasi museo, biblioteca, fabbrica o città favolosa, chiederei al mio accompagnatore del posto di portarmi a passeggiare nella sua terra d’infanzia, gli chiederei di dirmi i nomi delle cose e di raccontarmi come sono diventati un insieme, dando forma ad una comunità.” Barry Lopez, Una geografia profonda – scritti sulla Terra e l’immaginazione.
Note1
La visita al ghiacciaio è costruita su “misura”, per piccoli gruppi, con percorso escursionistico e la possibilità di estendere l’esplorazione alle zone periglaciali lontane dai sentieri più frequentati.
E’ anche possibile attraversare il ghiacciaio, unendo al percorso di conoscenza l’acquisizione delle tecniche base alpinistiche (uso dei ramponi e progressione in cordata).
Per ulteriori informazioni: info@mountlab.it +39-3488403009
Note 2
Suggerisco l’ascolto del podcast Ghiaccio Sottile (mio piccolo contributo ep. 1 e 2).
Lo sci primaverile è luminoso e le nevi, ormai trasformate, diventano più docili e meno insidiose. Con gli sci ai piedi gli avvicinamenti alle pareti risultano rapidi e piacevoli e le discese ancor più divertenti. In questo periodo le grandi classiche del Gruppo (Roseg, Bernina, Argent, Zupò, Bellavista e Palù) si presentano in tutta la loro magnificenza.
Per gli appassionati sciatori seguiremo le tracce del pioniere dello scialpinismo Marcel Kurz che in compagnia di Rudolf Staub (geologo fondatore della moderna geologia alpina) completò il primo tour scialpinistico del Bernina (1910).
Al termine di lunghe discese approderemo ad un rifugio sicuro, una storica capanna che rientra appieno nella definizione di “presidio culturale” dei luoghi alti di Valmalenco.
Periodo: a partire da fine marzo 2024, in concomitanza con l’apertura primaverile del Rifugio Marinelli Bombardieri 2813m al Bernina. Passate parola.
Ps: considerando che la Guida è anzitutto il “conoscitore dei luoghi”, vado fiero e mi diverto ad indicare alcune sci-alpinistiche confezionate “su misura”, dedicate ai grandi spazi del Bernina e ai canali innevati nascosti del Gruppo. Qui mi muovo come un Tuareg nel deserto, senza mappa, bussola, altimetro e GPS e, se proprio è necessario, anche con il brutto tempo.
Si parte dal rifugio con i primi raggi del sole che illuminano le Cime di Musella
La neve, ormai trasformata, diventa più docile e meno insidiosa
Gli avvicinamenti alle pareti risultano rapidi e piacevoli e le discese ancor più divertenti
13 settembre 1850, è ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.
Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch. Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio.
Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.
L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto. Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso.
La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.
Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn.
Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.
Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali.
I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.
Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.
La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.
Le abbondanti nevicate degli ultimi giorni, di neve bagnata e pesante, aiutano a rinunciare alla rincorsa a “fare cose” in montagna.
Lontani da pendii e canali ci si perde nel bosco, si coltiva la disposizione a stare e in ascolto del mostrarsi dei fenomeni che accadono intorno.
Ci si lascia guidare da indizi, segni e tracce, sino a restare in attesa e farsi catturare dalle cose.
E’ l’occasione per mantenere un passo rilassato e seguire quel che accade, fino a raggiungere una radura, con al centro un grande abete, che fa da ombrello e diventa la nostra magnifica salle à manger.
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