Alla fine della giornata, in cima alla parete, gli ho lasciato un piccolo compito: «Quando torni a casa, disegna un ricordo di oggi». Questo è il risultato.
Sul foglio c’è tutto: il cordino blu passato attorno al larice, il rododendro, il friend viola piazzato con cura, la corda rosa che ci univa e ci teneva in tensione, e sopra di noi – davvero – lo stambecco. Un guardiano delle rocce, metà Dio Pan, metà spirito della montagna, che ci osservava dall’alto in silenzio.
Raccogliere un frammento di documentazione attraverso un racconto spontaneo, fatto di segni e colori, restituisce a chi guida lo sguardo fresco del bambino sull’esperienza appena conclusa. In fondo documentare la nostra ascensione significa non solo archiviare, ma dare valore alle tracce, trasformarle in memoria viva. Qui la “bacheca” è un foglio di carta che mette in relazione luoghi, emozioni, gesti tecnici e simboli che ci aiutano a rielaborare quel che abbiamo vissuto.
Un disegno che racconta più di mille parole la giornata: tecnica, fiducia, stupore. La memoria viva di una scalata, vista dagli occhi di chi muove i primi passi in verticale.
E’ ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.
Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch.
Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio. Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.
L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto.
Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso. La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.
Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn. Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.
Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali. I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.
Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.
La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.
Dopo la costruzione della Capanna Marco e Rosa nel 1913, la salita lungo la luminosa Cresta Est viene progressivamente abbandonata, a favore della più diretta via per la Spalla e la cresta Sud.
All’attacco della cresta sommitaleLungo la crestaQuasi in vettaDiscesa lungo la normaleBernina parete Est con al centro la cresta Coaz
Scheda
Piz Bernina per la cresta Est
Johann Coaz, con Jon e Lorenz Ragut Tschrner il 13 settembre 1850
Dal Rifugio Marco e Rosa si traversa in direzione Nord il grande pendio glaciale della Spalla, andando a scavalcare, verso quota 3750m, il tondeggiante crinale nevoso della cresta Est della Spalla, per entrare nel vallone (attenzione ai seracchi soprastanti!) compreso tra il crinale e e la Cresta Est. Superata la crepaccia terminale il percorso segue integralmente il filo della cresta rocciosa orientale.
Dislivello 300m, difficoltà variabili da AD/D, passi di III
Note importanti
La salita descritta è un percorso in quota selvaggio e affascinante, anche se l’accesso alla cresta risulta oggi assai problematico e non privo di pericoli oggettivi.
La nuova geografia del disgelo cambia di continuo le condizioni della montagna. Tutto muta con una rapidità impressionante, bastano poche ore per stravolgere i percorsi un tempo ritenuti abituali e consolidati. Un invito a valutare costantemente le condizioni, passo dopo passo, a relazionarsi con l’intorno, a predisporsi all’immediata percezione di ciò che accade in ogni istante dell’ascesa.
Spetta solo all’alpinista, a chi s’addentra responsabilmente nel cuore della montagna, valutare di volta in volta le condizioni, percepire la densità di pericoli e predisporsi ai rischi conseguenti.
Se il clima soffre di un cambiamento radicale e inusitato, forse è un’occasione per riscoprire come è ancora possibile “abitare”, anche nelle forme più creative, l’imprevedibilità, per comprendere come siamo dipendenti dal clima che cambia, lontani da qualsiasi senso di certezza.
Stesso luogo, stessa pietra davanti al Marinelli Bombardieri al Bernina. Ottant’anni scorrono tra queste due immagini. Mio nonno e io, stesso mestiere: la guida alpina. Nella foto d’antan c’è un fascino irripetibile, il “physique du rôle” intagliato nella fatica, la sigaretta arrotolata che pende dalle labbra come nei film in bianco e nero. Oggi restano altre cose: il peso della salita appena conclusa, la felicità silenziosa del compagno di cordata, il rifugio che ci accoglie. In quell’istante, la fatica si scioglie e diventa memoria, continuità, ritorno.
Su queste balze di serpentino è comparsa una nuova ferrata. Di fronte, Chiesa e Caspoggio dall’alto: mezzo secolo di orgia immobiliare, case chiuse, letti freddi. Ora ferro sulla roccia, come cemento nella valle. Lo specchio riflesso di ciò che siamo?
C’è un fenomeno che scorre silenzioso ma tenace lungo le creste, tra un test di ramponi e un post sulle pelli “che fanno davvero la differenza”. È il mondo degli Ambassador.
Professionisti, atleti, guide di ogni risma, alpinisti, escursionisti esperti: tutti un po’ brandizzati, un po’ testimonial, un po’ venditori. Non più solo capaci di districarsi in montagna, valutare i pericoli, leggere una condizione, ora anche, e forse soprattutto, capaci di magnificar le virtù di una giacca, di un occhiale, di raccontare la propria giornata con l’hashtag giusto, infilando fra un canalone e le prime luci del giorno il nome della ditta che ha fornito lo scarpone “che non ti molla mai”.
Ma attenzione: non è pubblicità, è “collaborazione”, non è marketing, è “condivisione di valori”, non è piazzismo, è “spirito di squadra”. Almeno così si racconta.
In cambio? Spesso non c’è nemmeno un compenso. Qualche sconto, una felpa, forse un paio di bastoncini di quelli “che non tradiscono mai”. E allora viene da chiedersi: dove finisce la libertà di scegliere, di dire davvero ciò che si pensa? Che valore ha oggi un giudizio tecnico, se ogni foto ha già in didascalia un tag obbligato?
Sembra quasi che il vero traguardo, più che la salita, sia il contratto. Il premio d’essere notati da un brand, ricevere la mail con su scritto “Ciao, ti andrebbe di entrare nella nostra squadra?”. Una sorta di pacchetto regalo per l’appartenenza. Ma a cosa?
Eppure, si potrebbe anche scegliere un’altra via e comprarsi quel che serve, senza troppi inchini, vestirsi senza dichiarare fedeltà, raccontare la montagna senza obblighi di menzione. Essere liberi, anche nel dire: “Questo attrezzo non mi piace”, oppure “questa marca qui funziona, ma non m’ha regalato niente”.
Sarebbe già qualcosa, fuori dai cataloghi e dai codici sconto. Fuori da questa inconsapevole corsa a farsi testimonial di un mercato che ci vuole sì prestanti… ma solo se loggati, taggati, impacchettati.
Nubi cupe inghiottono la vetta. Il vento teso da Ovest spazza via l’illusione del tepore. Mi accovaccio nel lato sottovento, un boccone di pane e formaggio, un sorso di tè. Lo sguardo si perde nella nebbia, già rivolto alla discesa. Nessun trionfo in cima, solo il passaggio. E proprio per questo, ogni passo resta inciso. Grazie Alessandro per la foto!
Dopo più di vent’anni torno a toccare gli appigli del mio vecchio pannello. Non un pannello qualsiasi, ma nascosto nei pascoli alti, a 2400 metri. Basta un gesto, e tutto riaffiora: la sequenza, la trazione, l’intensità precisa dello sforzo. Le dita sanno dove chiudere, i muscoli si riattivano senza chiedere il permesso. Memoria tattile e del corpo. Memoria di un tempo che non sembra essere passato. La stessa luce obliqua sulle mani, tra le rughe del serpentino e l’erba mossa dal vento.
Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.
Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.
Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.
Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.
Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.
Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.
C’è una mappa che non si può acquistare e non restituisce distanze, non esiste nemmeno in formato digitale, in nessuna App.
Questa mappa non serve per orientarsi nel modo consueto, non indica un obiettivo da raggiungere, ma accende percorsi da abitare. Non è fatta di curve di livello, né di coordinate, non si misura in metri, si misura in incontri.
È la mappa del racconto.
A differenza delle mappe topografiche, che guidano il passo verso una meta prestabilita, la mappa del racconto si apre al movimento che accade. Non chiude in un tracciato, non riduce il paesaggio a un esercizio di orienteering, non isola ma connette.
Non serve per arrivare, serve per stare.
Chi segue la mappa del racconto non cerca la via più breve, ma l’esperienza più intensa e lascia spazio alla sorpresa, all’imprevisto, al dettaglio che sfugge. Accoglie l’imperfezione e la deviazione come parte viva del cammino. È una mappa che muta con le stagioni, con il tempo, con le persone, non è mai uguale a se stessa e non si esaurisce mai.
La si costruisce camminando con gli occhi, con le mani, con l’ascolto. Non racconta tutto subito, non mostra tutto in chiaro, ma suggerisce. E ogni elemento significativo — un odore, una pietra, una parola — è un nodo che tiene insieme una trama, un accenno che indica una direzione, una lampadina che si accende.
Non serve progettare escursioni epiche per viverla, è adatta a tutti, a tutte le età.
Si realizza su misura, con taccuino e matita, aperti al mondo circostante, alle infinite trame che lo attraversano; è ideale per chi impara e per chi accompagna, non si può rubare e nemmeno duplicare.
Funziona con bambini e ragazzi, con chi cerca un’educazione che non sia addestramento; nella formazione degli adulti con organizzazioni e gruppi.
Traduce in esperienza concreta qualunque programma scolastico, ma senza schede, senza fotocopie, senza esperti a distribuire nozioni già masticate, replica dal vivo e in azione tutto ciò che si prova a insegnare stando fermi.
Attiva il corpo prima ancora del pensiero, stimola i sensi, le attitudini, il desiderio di capire.
Favorisce la collaborazione, genera pensieri collettivi, solleva dubbi. Fa domande che non hanno subito una risposta. È pedagogia dell’ascolto, dell’incontro, della scoperta.
Chi segue la mappa del racconto non si limita a camminare, abita, non osserva ma partecipa. Non si limita a vedere ma prova a comprendere.
Insomma è una mappa che non guida, ma accompagna, specie quando la traccia scompare, è ciò che resta, quando qualcosa accade davvero.
Non le più famose, né le più difficili. Ma forse le più libere.
C’è qualcosa di prezioso nel non incrociare nessuno, nel lasciare che il giorno si svolga senza gli sguardi di altre cordate. Senza la pressione d’essere veloci o lenti, senza sorpassi, soste obbligate, attese al freddo. Senza il dover fare in fretta, o giustificare il prendersi tempo.
Inseguire traiettorie dimenticate, linee sottili senza tracce, porta con sé un grande vantaggio: la solitudine.
Basta un’idea, un’intuizione, un invito silenzioso. Seguire una luce diversa, un nome sulla mappa che non dice nulla a chi passa veloce.
Così si scoprono pareti diverse, quelle che non si possono raccontare del tutto, e che ti restano addosso anche dopo il ritorno.
Ecco, qui abbiamo una grande probabilità di non incrociare nessun altro. E questo, oggi, è un privilegio raro.
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