La primavera non è ancora iniziata sul calendario, ma la neve non lo sa e si sta rapidamente trasformando in acqua. L’inverno arido qui al centro delle Api fa il resto, con estese porzioni di pascolo rivolti a Sud sino al limitar degli alberi già privi della coperta bianca.
L’ascesa è luminosa, segue le lingue di neve migliori, con qualche masso che spunta qua e là.
Poi arriva il momento atteso, la discesa, lungo una superficie è liscia, appena ammorbidita dal sole del mattino, una neve docile che accoglie e lascia scivolare, quasi sospesi, lungo le sue ondulazioni naturali.
Ci attende un fluttuare leggero, con poco sforzo, accompagnati dal ritmo morbido del pendio. È l’opposto felice della sciata tesa e aggressiva che impongono le piste di neve “tecnica”, o di quella faticosa necessaria per districarsi tra sastrugi e croste dure del pieno inverno. Qui il movimento diventa più semplice, quasi istintivo.
Dal bosco iniziano a salire i primi profumi della stagione nuova. Ci si lascia portare, dentro grandi toboga naturali, tra dossi e avvallamenti, adattando il gesto con leggerezza alla forma della montagna. Non per dominarla, ma per seguirla.
È bello, per qualche ora, dimenticare le regole del mondo artificiale, che qui non valgono più.
Ed è bello fermarsi un momento a salutare Ettore Castiglioni, proprio nel luogo dove terminò il suo cammino, nel marzo del 1944.








