Poi squarci di cielo e spiragli di sole illuminano la cresta.
Ogni volta che si sale la Crast’Alva (Biancograt) al Bernina l’occhio vede qualcosa di nuovo o si nota qualcosa di diverso.
Una miriade di stimoli ambientali travolgono i nostri organi di senso. Quando riusciamo a riconoscerli ed ordinarli, almeno in parte, ogni salita si trasforma in una nuova entusiasmante esplorazione.
Pensare a un progetto alpinistico per l’estate, una parete da salire, richiede tempo e immaginazione.
Partenze frettolose e adesioni last minute, forse assicurano convenienti “evasioni”, al pari dell’acquisto di prodotti turistici indifferenziati.
Predisporsi alla scalata ed entrare in contatto con la “grammatica” della montagna significa altro.
Per sfuggire al supermercato digitale delle “esperienze” in montagna…
Per conoscersi meglio, prendersi tempo, comprendere come, dove e perchè…
Ripropongo la possibilità di prenotare le ascensioni per l’estate attraverso la posta scritta a mano!
Possiamo ritagliarci del tempo prezioso per metter in fila pensieri e desideri, con carta e penna alla mano, scrivere, affiggere un francobollo e spedire.
L’attesa della risposta potrà accrescere il desiderio per la scalata.
13 settembre 1850, è ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.
Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch. Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio.
Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.
L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto. Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso.
La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.
Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn.
Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.
Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali.
I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.
Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.
La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.
Tra nubi sfilacciate e scrosci d’acqua percorriamo gli strati calcarei verticalizzati che sovrastano laghi, fiumi e la pianura operosa. Par di risalire il dorso di uno stegosauro.
La vetta si perde tra le nebbie, grandi faggi ci accolgono e ci fanno da ombrello.
Saliamo al Badile dal fondovalle, come il reverendo Coolidge nel corso della prima ascensione, in una mite giornata d’autunno, senza la luce sfacciata dell’estate.
Mi trasformo da guida a guidato, a semplice supporto del capocordata, alla sua prima esperienza di conduzione autonoma della salita di una grande parete, senz’alcun umano intorno.
Un’immersione di bellezza, che fa da contrappeso ad ogni fatica, che ci aiuta a fare un po’ di chiarezza su che cosa sia scalare le montagne, qualcosa di diverso da tutto quello che ci viene proposto o raccontato.
La scalata migliore si adatta agli scopi, ai luoghi, al senso della nostra diversità del momento.
Alle prime luci del giorno siamo in vista di quest’antenna minerale che svetta isolata in uno spazio lunare.
Attraversiamo gande e pascoli, con segni d’avvallamento conici, come piccole doline carsiche, per raggiungere la base della scaglia di dolomia stretta tra graniti e micascisti,
Il ghiacciaio è ancora candido, la grandine del temporale serale si aggiunge alla neve residua di pimavera che ancora ricopre alcuni tratti di cresta.
Il passaggio dal duro granito alla serpentinite arriva all’orecchio prima che all’occhio. In pochi metri cambia il suono dei ramponi che graffiano la roccia, si passa da qualcosa di simile al graffio della forchetta sul piatto, ad una sensazione acustica più gradevole, prodotta dalle punte in acciaio che aggiungono nuove striature sulla più morbida pietra verde della Valmalenco.
Poco prima di afferrare le rocce rotte della cresta che conducono in vetta, un ciuffo di amianto che spunta da una fessura indica la via.
Cogliere appieno l’esperienza e la capacità d’osservazione significa coltivare il proprio essere esploratori, affinare lo sguardo, porsi domande, inseguire tracce e connessioni…
Entriamo in contatto diretto con le più belle placche di serizzo del Masino in questo inverno che non c’è.
L’aria è pulita e si vede lontano. Una grande aquila volteggia nel cielo blu sopra di noi.
Cresta: in geografia, linea di congiungimento di due versanti montuosi opposti quando la loro intersezione avviene a tetto e la loro pendenza è circa uguale.
Viaggiare in cresta e è uno dei piaceri dell’alpinismo.
I nostri passi cercano invano di percorrere il filo nei tratti più esposti. Assai più brava di noi la volpe che ha lasciato impronte ovunque, anche dove la cresta si fa più sottile, forse nell’inseguimento del galliforme che ha impresso i segni delle penne sulla neve…
Si può stare al di fuori dal turismo d’avventura pre-confezionato? Evitare “esperienze adrenaliniche” forzate?
Forse è ancora possibile fare un’esperienza in montagna alla propria misura e muoversi secondo quel che sentiamo, dove c’è da scoprire più che da imparare.
Come?
stabiliamo un contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale
con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente
promuoviamo la consapevolezza di quel che accade, piuttosto che dire cosa occorre fare
proviamo ad usare mezzi più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca
si può abbassare il tenore delle salite, guadagnando in qualità
tutti dappertutto non ci interessa
l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua ambiguità, grande e piccola
non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene
si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco dimenticato o su una piccola rupe
la percezione della nostra esperienza è la nostra priorità
per ritrovare se stessi
per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!)
per togliere condizionamenti e sensazioni superficiali
liberi di salire oltre il limite degli alberi
guardiamo in alto
abitiamo la montagna
se mi dici chi sei ti dico cosa possiamo fare assieme
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