Cresta: in geografia, linea di congiungimento di due versanti montuosi opposti quando la loro intersezione avviene a tetto e la loro pendenza è circa uguale.
Viaggiare in cresta e è uno dei piaceri dell’alpinismo.
I nostri passi cercano invano di percorrere il filo nei tratti più esposti. Assai più brava di noi la volpe che ha lasciato impronte ovunque, anche dove la cresta si fa più sottile, forse nell’inseguimento del galliforme che ha impresso i segni delle penne sulla neve…
Si può stare al di fuori dal turismo d’avventura pre-confezionato? Evitare “esperienze adrenaliniche” forzate?
Forse è ancora possibile fare un’esperienza in montagna alla propria misura e muoversi secondo quel che sentiamo, dove c’è da scoprire più che da imparare.
Come?
stabiliamo un contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale
con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente
promuoviamo la consapevolezza di quel che accade, piuttosto che dire cosa occorre fare
proviamo ad usare mezzi più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca
si può abbassare il tenore delle salite, guadagnando in qualità
tutti dappertutto non ci interessa
l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua ambiguità, grande e piccola
non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene
si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco dimenticato o su una piccola rupe
la percezione della nostra esperienza è la nostra priorità
per ritrovare se stessi
per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!)
per togliere condizionamenti e sensazioni superficiali
liberi di salire oltre il limite degli alberi
guardiamo in alto
abitiamo la montagna
se mi dici chi sei ti dico cosa possiamo fare assieme
Questa zona della Grignetta, costellata di guglie, cuspidi, creste, pilastri e spuntoni è un vero e proprio caos minerale.
Ogni roccia emergente, ogni frammento di calcare assume qui una decisa personalità, quasi a voler rappresentare una vitalità inusuale nel mondo minerale, che prende forma e vita nel corso di innumerevoli millenni.
Come se d’incanto i mutamenti impercettibili diventassero chiari e visibili, immediatamente leggibili da un libro vivo, il grande libro di pietra.
Questa è la geologia e geografia vera e vissuta, con uno sguardo privilegiato sul Lario e sul corso dell’Adda che si disperde nelle brume della pianura..
La cresta di roccia diversamente solida è tutt’altro che declassata, lontana da un emporio a disposizione.
E’ la roccaforte delle pernici bianche, che spiccano il volo dall’alto degli strapiombi di marmo, per planare sopra le pareti di scisto.
A confronto siamo assai piccoli e goffi, intenti a decifrare il caos minerale che incontriamo sotto le dita, attenti ad ogni appiglio, concentrati su ogni passo.
Cima di Vazzeda 3297m, cresta Est (A. Bonacossa e G. Polvara, in discesa, 26 luglio 1921)
Sopra di noi il grande trittico di diorite che ispira reverenza: Roseg, Scerscen e Bernina. Più a lato la macchia bianca di granito della Crast’Agüzza e l’inconfondibile fascia di marmi chiari inclinata verso Est. In basso il selvaggio vallone dello Scerscen raccoglie le acque di fusione dei ghiacciai oggi stremati, che un tempo modellarono le pietre verdi su cui stiamo arrampicando.
Un bel terreno d’avventura, dove la scalata richiede d’esser scopritori, tra muri, pance, prominenze, fessure e canali di gronda pietificati.
Uno dei migliori momenti delle salite alpine è l’attesa della sera, seduti fuori dal rifugio, godendo del calar del sole, pregustando la scalata del mattino dopo… In questi attimi vien naturale condividere con il compagno di cordata ciò che è davvero essenziale per la buona riuscita dell’ascensione ovvero il radicamento. Radicarsi significa liberarsi da tutte le distrazioni collegate ad oggetti, materiali ed illusioni che, per abitudine o convenzione, ci portiamo quassù. Ecco allora che iniziamo a mettere un piede avanti all’altro e con qualche semplice esercizio proviamo a percepire quanto è importante e salvifico tenere il passo saldo e fermo. In fondo la nostra maggior protezione sta proprio qui, nel sentire e sentirsi ben poggiati, dai sentieri, alle rupi, ai pendii di neve e ghiaccio. Capire in anticipo adesione e tenuta del passo è la miglior garanzia di buona riuscita della nostra salita. Da un buon radicamento nascono indimenticabili avventure.
Sulla capanna del Disgrazia di allora solo poche parole: la piccolissima e semplice baracca, costruite tra le rocce appena 5m sotto la e a sud della Punta Siber Gysi*, si chiamava capanna Maria e fu eretta nell’anno 1884 da ingegneri italiani che effettuavano misure topografiche sulla vicina vetta del Disgrazia. Il semplice assito misurava circa 3m di lunghezza e aveva una larghezza di meno di 2m.
Resti della capanna nei pressi della vetta
Verso monte era stato posto un tavolato di 4 posti. L’arredamento consisteva in 4 coperte, un fornelletto a spirito con un recipiente, 4 tazze, e qualche cucchiaio. Alla fine dei lavori topografici la capanna venne donata al C.A.I. La resistenza effimera alle intemperie di costruzioni poste a quell’altezza è dimostrata dal fatto che solo due anni dopo trovai la capanna distrutta.
Tracce del ricovero a picco sopra la valle di Preda Rossa
Christian Klucker – Memorie di una guida alpina. La mia prima salita al Disgrazia agosto 1886. Ed Tararà 1999
*L’anticima ovest del Monte Disgrazia era un tempo così inutilmente denominata perchè un tale Siber Gysi vi si era dovuto arrestare senza poter raggiungere la vicina vetta.
Montagna, alte temperature, ghiacciai, cambiamento…
Comunicare l’incertezza è assai complicato.
Occorre almeno ammettere e distinguere quello che si sa da quello che non è possibile conoscere…perché in questi ambienti solo l’incerto è certo.
“La sicurezza prima di tutto!” o “Prima di tutto la sicurezza”, sono slogan che circolano in queste giornate roventi che accompagnano i cambi di programma o rinunce a salite su neve e ghiaccio.
A volte conditi da metafore belliciste, come la “rinuncia alla conquista” o “guerriero che torna vivo dalla battaglia buono per tornare a combattere”, queste uscite evidenziano la contraddizione nel voler essere sicuri entro ambienti la cui natura è la mutabile precarietà.
Anche quando le temperature torneranno entro limiti accettabili nulla sarà risolto, né di nuovo certo.
E poi non tutti i ghiacciai d’improvviso diventano off limits….
Muoversi al limite delle proprie competenze è il ruolo dell’interprete della montagna.
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