Tra nubi sfilacciate e scrosci d’acqua percorriamo gli strati calcarei verticalizzati che sovrastano laghi, fiumi e la pianura operosa. Par di risalire il dorso di uno stegosauro.
La vetta si perde tra le nebbie, grandi faggi ci accolgono e ci fanno da ombrello.
Saliamo al Badile dal fondovalle, come il reverendo Coolidge nel corso della prima ascensione, in una mite giornata d’autunno, senza la luce sfacciata dell’estate.
Mi trasformo da guida a guidato, a semplice supporto del capocordata, alla sua prima esperienza di conduzione autonoma della salita di una grande parete, senz’alcun umano intorno.
Un’immersione di bellezza, che fa da contrappeso ad ogni fatica, che ci aiuta a fare un po’ di chiarezza su che cosa sia scalare le montagne, qualcosa di diverso da tutto quello che ci viene proposto o raccontato.
La scalata migliore si adatta agli scopi, ai luoghi, al senso della nostra diversità del momento.
Alle prime luci del giorno siamo in vista di quest’antenna minerale che svetta isolata in uno spazio lunare.
Attraversiamo gande e pascoli, con segni d’avvallamento conici, come piccole doline carsiche, per raggiungere la base della scaglia di dolomia stretta tra graniti e micascisti,
Il ghiacciaio è ancora candido, la grandine del temporale serale si aggiunge alla neve residua di pimavera che ancora ricopre alcuni tratti di cresta.
Il passaggio dal duro granito alla serpentinite arriva all’orecchio prima che all’occhio. In pochi metri cambia il suono dei ramponi che graffiano la roccia, si passa da qualcosa di simile al graffio della forchetta sul piatto, ad una sensazione acustica più gradevole, prodotta dalle punte in acciaio che aggiungono nuove striature sulla più morbida pietra verde della Valmalenco.
Poco prima di afferrare le rocce rotte della cresta che conducono in vetta, un ciuffo di amianto che spunta da una fessura indica la via.
Cogliere appieno l’esperienza e la capacità d’osservazione significa coltivare il proprio essere esploratori, affinare lo sguardo, porsi domande, inseguire tracce e connessioni…
Entriamo in contatto diretto con le più belle placche di serizzo del Masino in questo inverno che non c’è.
L’aria è pulita e si vede lontano. Una grande aquila volteggia nel cielo blu sopra di noi.
Cresta: in geografia, linea di congiungimento di due versanti montuosi opposti quando la loro intersezione avviene a tetto e la loro pendenza è circa uguale.
Viaggiare in cresta e è uno dei piaceri dell’alpinismo.
I nostri passi cercano invano di percorrere il filo nei tratti più esposti. Assai più brava di noi la volpe che ha lasciato impronte ovunque, anche dove la cresta si fa più sottile, forse nell’inseguimento del galliforme che ha impresso i segni delle penne sulla neve…
Si può stare al di fuori dal turismo d’avventura pre-confezionato? Evitare “esperienze adrenaliniche” forzate?
Forse è ancora possibile fare un’esperienza in montagna alla propria misura e muoversi secondo quel che sentiamo, dove c’è da scoprire più che da imparare.
Come?
stabiliamo un contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale
con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente
promuoviamo la consapevolezza di quel che accade, piuttosto che dire cosa occorre fare
proviamo ad usare mezzi più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca
si può abbassare il tenore delle salite, guadagnando in qualità
tutti dappertutto non ci interessa
l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua ambiguità, grande e piccola
non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene
si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco dimenticato o su una piccola rupe
la percezione della nostra esperienza è la nostra priorità
per ritrovare se stessi
per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!)
per togliere condizionamenti e sensazioni superficiali
liberi di salire oltre il limite degli alberi
guardiamo in alto
abitiamo la montagna
se mi dici chi sei ti dico cosa possiamo fare assieme
Questa zona della Grignetta, costellata di guglie, cuspidi, creste, pilastri e spuntoni è un vero e proprio caos minerale.
Ogni roccia emergente, ogni frammento di calcare assume qui una decisa personalità, quasi a voler rappresentare una vitalità inusuale nel mondo minerale, che prende forma e vita nel corso di innumerevoli millenni.
Come se d’incanto i mutamenti impercettibili diventassero chiari e visibili, immediatamente leggibili da un libro vivo, il grande libro di pietra.
Questa è la geologia e geografia vera e vissuta, con uno sguardo privilegiato sul Lario e sul corso dell’Adda che si disperde nelle brume della pianura..
La cresta di roccia diversamente solida è tutt’altro che declassata, lontana da un emporio a disposizione.
E’ la roccaforte delle pernici bianche, che spiccano il volo dall’alto degli strapiombi di marmo, per planare sopra le pareti di scisto.
A confronto siamo assai piccoli e goffi, intenti a decifrare il caos minerale che incontriamo sotto le dita, attenti ad ogni appiglio, concentrati su ogni passo.
Cima di Vazzeda 3297m, cresta Est (A. Bonacossa e G. Polvara, in discesa, 26 luglio 1921)
Sopra di noi il grande trittico di diorite che ispira reverenza: Roseg, Scerscen e Bernina. Più a lato la macchia bianca di granito della Crast’Agüzza e l’inconfondibile fascia di marmi chiari inclinata verso Est. In basso il selvaggio vallone dello Scerscen raccoglie le acque di fusione dei ghiacciai oggi stremati, che un tempo modellarono le pietre verdi su cui stiamo arrampicando.
Un bel terreno d’avventura, dove la scalata richiede d’esser scopritori, tra muri, pance, prominenze, fessure e canali di gronda pietificati.
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