Archive del 2026

Basta questo

domenica, 12 Luglio 2026

Di nuovo arrampichiamo al fresco, sotto i giganti delle Retiche.

Il sole radente confonde la roccia e nasconde gli appigli.

Sulla riva del piccolo lago ci fermiamo più del previsto, gli eriofori oscillano nel vento, le libellule blu pattugliano l’acqua.

Poi il bagno, nel torrente alimentato dalle acque di fusione del ghiacciaio dello Scalino, che modella la pietra. Un’acqua che ancora punge la pelle, come deve essere.

Foto: Mauro.

Accompagnare non è intrattenere

sabato, 11 Luglio 2026

Non vendo emozioni. E forse è un bene.

C’è una frase che compare spesso nelle pubblicità legate alla montagna: “Ti faremo vivere un’esperienza indimenticabile.”

Ogni volta che la leggo provo un leggero disagio, non perché sia falsa, ma perché ormai sembra obbligatorio promettere qualcosa di straordinario anche per fare una semplice camminata.

Escursione immersiva, esperienza trasformativa, trekking esperienziale multisensoriale.

Negli ultimi anni anche il mestiere dell’accompagnamento in montagna sembra essere entrato nella grande centrifuga del marketing esperienziale. Non basta più portare le persone in un luogo bello. Bisogna vendere emozioni. Possibilmente intense, immediate e instagrammabili.

Da qui il turbine di parole più o meno a caso che rimbalzano tra web e social: experience, emozione, scoperta, spirito di libertà, alla portata di tutti, vero contatto con la natura, guide certificate, vivere.

Mischiati con le immancabili formule legate alla commercializzazione dell’esperienza: idee regalo, experience, viaggi, con l’aggiunta di community, vibes, academy, journey…

Eppure, più passa il tempo, più mi convinco che la montagna funzioni esattamente al contrario, dove le esperienze migliori, quasi sempre, arrivano quando nessuno sta cercando di fabbricarle.

La dittatura dell’esperienza straordinaria è una iattura, perché quando tutto deve essere memorabile, ogni uscita deve “lasciare qualcosa” e ogni alba deve cambiarti la vita, la finzione diventa insopportabile

A volte una persona viene in montagna convinta di dover vivere un momento epico e torna a casa quasi delusa perché… ha semplicemente camminato, ha avuto freddo, ha fatto fatica, si è fermata a mangiare un panino guardando le nuvole.

Che delusione.

Eppure il punto forse è proprio questo, perché la montagna non sempre produce effetti speciali, non è un distributore automatico di illuminazioni interiori.

Ci sono giornate magnifiche che non insegnano assolutamente niente e giornate apparentemente insignificanti che rimangono dentro per anni.

Accompagnare non è intrattenere.

Negli anni mi sono reso conto che il rischio, per chi accompagna, è diventare inconsapevolmente un animatore turistico dell’outdoor, costretto a riempire continuamente il silenzio, garantire emozioni e, ancor peggio, eliminare ogni incertezza.

Insomma fare in modo che tutto sia fluido, perfetto, consumabile.

Accade invece che un sentiero può essere monotono, si può sbagliare ritmo, ci si può sentire fuori posto e volte persino un po’ persi.

Capita il giorno con scarponi bagnati, vento, silenzi imbarazzati, noia e attese…

Questi non sono problemi da correggere.

Anzi, spesso è lì che succede qualcosa di interessante, dentro la montagna che non anestetizza, perché il valore di una giornata non dipende dalla totale assenza di attrito, anzi…

Una traccia ottimale, percorso e meteo azzeccati, prestazione compiuta e foto perfetta, non sono mai la realtà.

Quella è un’altra cosa, un ambiente che ci obbliga continuamente ad adattarci, ad ascoltare, a cambiare idea.

Ed è forse proprio questo il suo valore educativo più profondo, il fatto che, ogni tanto, ci ricorda che non controlliamo tutto.

Una proposta assai poco commerciale, che non promette trasformazioni immediate e non prevede colonne sonore motivazionali.

Alla fine credo che accompagnare significhi soprattutto questo, creare le condizioni perché qualcosa possa accadere, senza pretendere di controllarlo.

Del resto, le cose più importanti che mi sono successe in montagna non erano nel programma.

*Articolo pubblicato su Planetmountain il 7 luglio 2026

Le forme del vento

giovedì, 9 Luglio 2026

Conosco la cresta sommitale del Picco Glorioso a memoria. Si potrebbe pensare che tornarci significhi ripetere sempre lo stesso itinerario, ma la montagna non si lascia mai ripetere.

Oggi è il forte vento del Nord a riscriverla, mentre il favonio arroventa la pianura, qui modella il cielo in onde invisibili, capaci di dare corpo alle nubi lenticolari.

Per qualche istante sembrano pesci, astronavi, isole sospese. Poi cambiano ancora. È uno spettacolo che non appartiene alla montagna, ma all’aria. E forse proprio per questo ricorda quanto sia inutile cercare la novità nei luoghi, quando è l’atmosfera a renderli ogni volta diversi.

Lettera dal formicaio

martedì, 7 Luglio 2026

A voi che passate di qui
bastone in mano, curiosità maldestra.

Questo formicaio non è un mucchio
di aghi da smuovere per gioco, è
una casa, frutto del lavoro paziente,
collettivo, antico.

Noi formiche siamo qui da oltre 100
milioni di anni. C’eravamo molto prima
di voi, ci saremo dopo!

Siamo un superorganismo, non individui
ma una mente diffusa, una comunità che funziona.

Forse un giorno
prenderemo il vostro posto.

Nel dubbio fermatevi un attimo!
Osservate senza distruggere.
Potreste imparare qualcosa.

Una formica 🐜

Slalom tra i temporali

mercoledì, 1 Luglio 2026

Cerchiamo il sole finché dura.

Il granito disegna geometrie essenziali, le cenge accolgono tappeti di silene, tra le fessure fiorisce il raponzolo. Piccole presenze ostinate, che sembrano ignorare la durezza della quota e le ripetute tempeste di questi giorni.

Anche noi incontriamo la pioggia. La discesa con i vestiti incollati alla pelle, il freddo che entra nelle ossa, le mani intorpidite e infine una zuppa di cavolo nero al rifugio, semplice, calda, necessaria.

In giornate così il tempo si fa corto, il superfluo cade da sé, come l’acqua dalla giacca una volta entrati al caldo.

Ascoltare la paura

domenica, 28 Giugno 2026

Ho paura. E credo sia giusto dirlo.

Forse è l’età, forse è solo la conseguenza di aver visto cambiare troppo in fretta la montagna che conosco. Oppure sono i numerosi segnali che arrivano dall’alto.

Non ho mai conosciuto il volto più duro della montagna. È stata fortuna, probabilmente, eppure oggi, quando penso a una salita su neve e ghiaccio, sento un’inquietudine nuova.

Non so se sia una questione di gambe o di testa, probabilmente entrambe. Può darsi che sia una scusa, per sottrarmi alle levatacce, agli avvicinamenti interminabili, alle lunghe giornate in quota. Ma credo che sarebbe troppo semplice liquidarla così.

La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa.

Così, almeno per un po’, preferisco la roccia. Non troppo in alto.

So bene che anche la roccia non è un luogo sicuro. La montagna non lo è mai stata. Ma ci sono rischi che appartengono alla sua natura e altri che oggi vengono amplificati da un cambiamento climatico sempre più evidente e imprevedibile.

Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Cari compagni di cordata, abbiate pazienza se per un po’ declinerò qualche proposta. Chiamatela prudenza, rispetto, chiamatela persino paura.

Io, oggi, preferisco ascoltarla.

Un rifiuto chiamato festa

venerdì, 26 Giugno 2026

Spettabile Anagram,

stamane, a 2.500 metri di quota, sulle pendici del Pizzo Emet, in Valle Spluga, mentre scendevo tra le ultime chiazze di neve e i pascoli esplosi in una tempesta di fiori, mi sono imbattuto in un vostro prodotto. O meglio, in ciò che ne restava, un brandello di palloncino.

Sul lato strappato si leggeva ancora Happy Birthday, poco sotto comparivano altre informazioni: Anagram, Helium, marchi, codici e avvertenze. Quanto basta per identificarne la provenienza.

Attorno, pietraie, acqua di fusione, erba nuova, fiori alpini, in mezzo, il vostro palloncino. Mi sono chiesto da dove arrivasse, da quale compleanno, commemorazione o festa, da quale giardino o piazza abbia iniziato il suo viaggio. Impossibile saperlo, so però dove è finito, tra fiori di una montagna che non aveva alcun bisogno di essere decorata.

Ho poi scoperto che Anagram International, LLC – Minnesota USA, è uno dei maggiori produttori mondiali di palloncini, distribuiti in oltre 140 Paesi. La vostra missione è “creare gioia ogni giorno”.

Immagino che fosse questa l’intenzione anche del palloncino che ho trovato stamane, solo che, durante il viaggio, la gioia si è persa per strada ed è arrivata invece la plastica. Leggendo le vostre istruzioni ho scoperto che siete perfettamente consapevoli del problema, tra le raccomandazioni compare infatti una frase inequivocabile: “Never release an Anagram balloon outdoors.”

Direi che avete ragione.

Perché il punto non è tanto il palloncino durante la festa, ma quello che può diventare dopo. Un oggetto capace di percorrere decine o centinaia di chilometri prima di adagiarsi in un bosco, in un lago, in un campo coltivato, su una spiaggia o, come nel caso odierno, nel cuore delle Alpi. Ecco la conferma della pessima abitudine a trasformare il cielo in una via di trasporto per scarti.

Perciò, più che a voi, questa lettera è rivolta a chi acquista e utilizza i vostri prodotti, con la curiosa convinzione che un rifiuto possa essere reso poetico facendolo volare. Perché il palloncino che sale nel cielo non scompare, prima o poi torna a terra, e spesso nel posto sbagliato.

Se la montagna diventa una città bollente

martedì, 23 Giugno 2026

Per anni ci siamo raccontati una piccola bugia rassicurante: “Siamo in montagna, qui fa fresco”. Era vero, sempre meno lo è oggi. Anche nei paesi alpini si susseguono giornate torride, notti afose, piazze che accumulano calore e lo restituiscono fino a sera.

Eppure continuiamo a comportarci come se il problema non ci riguardasse.

Così si tagliano alberi maturi, si rinnovano piazze senza una fronda e un metro quadrato d’ombra. Dimenticando che quei vecchi platani al centro del paese non erano semplicemente elementi decorativi. Erano, e sono, vere infrastrutture climatiche, luoghi di refrigerio, di socialità, di quiete. La panchina all’ombra del grande albero non è nostalgia, è adattamento climatico.

Lo stesso vale per i torrenti.

Le piccole spiagge fluviali a due passi dalle case sono il rifugio estivo per residenti e ospiti, dove non serve prendere l’auto per raggiungere un lago o torrente lontani.

Basta scendere al Mallero per trovare frescura, sassi, pozze, piccoli sbarramenti improvvisati, giochi d’acqua, curve e anse che diventano avventure per i bambini e refrigerio per gli adulti.

Spazi preziosi spesso cancellati da arginature ciclopiche, scogliere di massi, rettilinei mineralizzati, dove l’acqua aveva modellato naturalmente curve, spiaggette e piccole piane, si ammucchiano pietre per costringerla entro un corridoio rigido e uniforme.

Il paradosso è che, mentre altrove si discute di restituzione dello spazio ai fiumi, di rinaturalizzazione e di convivenza con le dinamiche naturali, noi continuiamo a inseguire l’idea opposta: contenere, raddrizzare, irrigidire.

Naturalmente tutto viene chiamato “messa in sicurezza”. Un’espressione rassicurante, quasi magica, che sembra sottrarre ogni intervento al dibattito. Ma forse dovremmo iniziare a chiederci se la sicurezza coincida sempre con la pesantezza delle opere e con la negazione della natura.

Perché esiste anche un’altra strada.

Per esempio, quella delle passerelle pedonali a perdere. Un concetto semplice, quasi disarmante nella sua umiltà, infrastrutture leggere, essenziali, pensate per durare alcuni anni e, se necessario, per essere sacrificate alla prima piena importante. Non monumenti all’eternità, ma opere reversibili e ricostruibili.

Può sembrare un’eresia in un Paese innamorato del cemento armato, eppure è probabilmente una delle idee più moderne che possiamo immaginare. In un clima sempre più instabile, con piene più frequenti e intense, la pretesa di rendere tutto definitivo rischia di trasformarsi in una rincorsa costosa e perdente.

Una passerella a perdere, invece, accetta la variabilità del torrente. Non pretende di dominarlo, convive con esso, sa di poter essere portata via e, proprio per questo, evita di imporre al fiume opere costose e sproporzionate.

Forse il punto è tutto qui. Dobbiamo reimparare l’arte dell’adattamento, l’ombra di un grande albero, una spiaggia fluviale sotto casa, una passerella leggera e sacrificabile. Piccole cose, apparentemente, in  realtà, una diversa idea di abitare la montagna.

Come i pipistrelli

domenica, 21 Giugno 2026

Ci si muove come i pipistrelli ormai. Nell’alpinismo estivo si esce dal rifugio sempre prima. Anno dopo anno le partenze si sono spostate all’indietro, fino a invadere la notte.

Si cerca di precedere il sole, di schivare i temporali che sembrano nascere dal nulla e di attraversare nevai e ghiacciai prima che il caldo li trasformi in una poltiglia. Le vecchie certezze della montagna si sono liquefatte insieme al ghiaccio.

Le partenze notturne hanno sempre qualcosa di irreale, c’è uno stordimento iniziale, una sospensione, il corpo reclama il sonno mentre la luce delle frontali ritaglia pochi metri di mondo.

Si procede per memoria, in quel cono di luce, poi, improvvisamente arriva il premio. Le prime luci del giorno ci sorprendono, la notte cede il passo a un’alba lenta e obliqua.

La luce radente accende i profili delle montagne, ne esalta le rugosità, le pieghe, le distanze, con uno spettacolo silenzioso e irripetibile.

Solo la luce di sbieco sa fare questo miracolo, riesce a dare profondità ai paesaggi, a rivelare l’infinita successione di vette che si perdono all’orizzonte.

Con il primo sole che illumina la cima, la montagna torna leggibile, le creste si separano, le distanze riemergono e ogni cosa riprende misura.

Le ombre della cordata si allungano sul pendio. I corpi sono piccoli, quasi insignificanti nella vastità del mattino, ma forse proprio per questo al loro posto.

Il Grigri non è una pipa

venerdì, 19 Giugno 2026

Di rado scrivo di moschettoni, nodi e manovre. Non perché siano dettagli secondari, ma perché di istruzioni per l’uso è pieno il mondo. Mi interessa di più comprendere ciò che accade attorno a noi, come osserviamo, decidiamo e comunichiamo, come ci assumiamo delle responsabilità e impariamo a gestire l’incertezza e le pressioni. E in che modo la montagna possa aiutarci a coltivare queste capacità.

Però oggi faccio un’eccezione, perché c’è un dettaglio tecnico che in falesia vedo ignorare con una frequenza preoccupante: come si tiene in mano quel maledetto Grigri.

L’immagine del manuale Petzl è lì da trent’anni. Non è un geroglifico egizio, non richiede una laurea in ingegneria, è un disegnino molto chiaro.

Quando bisogna dare corda rapidamente, il freno si impugna in un modo preciso, indice della mano destra che sostiene il dispositivo, pollice che controlla la camma, mano frenante sempre sulla corda. Punto.

E invece.

Invece vedo Grigri impugnati come pipe di radica con la sinistra, come telecomandi della TV, come un oggetto passivo che tanto “fa tutto lui”. Vedo mani intere che schiacciano la camma per metri e metri di corda, mentre l’assicuratore discute del prezzo del gasolio, del prossimo viaggio in Sardegna o di quanto fosse meglio l’arrampicata negli anni Novanta.

Il Grigri non è un pilota automatico è un dispositivo che richiede attenzione. Sempre.

E la differenza la senti soprattutto quando hai voglia di spingere un po’ di più, di provare quel passaggio al limite, di lasciarti andare su un volo pulito e protetto. In quel momento la tua vita è letteralmente nelle mani di qualcuno.

Preferisco mille volte un principiante che ha letto il manuale, guarda chi sta scalando e vive la sicura come un compito di responsabilità, piuttosto che un vecchio socio di falesia seduto beatamente lontano dalla parete, con il Grigri impugnato come un calice di rosso e lo sguardo rivolto altrove.

E già che ci siamo, un promemoria: l’assicuratore non serve solo a trattenere la caduta, serve anche ad accompagnarla, renderla dinamica, stare presente, dare corda al momento giusto e osservare continuamente chi scala. Magari persino usando gli occhialini.

Perché quando sono lontano dallo spit appeso a due falangi non ho bisogno di un amico che chiacchiera. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia sicura.

Per davvero. Porca di quella miseria.