L’industria del selvaggio

Siamo tutti clienti. Prima o poi.

Arrivano sempre più spesso proposte allettanti dal meraviglioso mondo dei brand outdoor: programmi dedicati, sconti esclusivi, condizioni riservate ai professionisti.

Piccole attenzioni che fanno piacere, naturalmente. Chi non ama acquistare un capo tecnico risparmiando qualche euro?

Poi però capita di leggere le parole con cui veniamo interpellati.

“Vi contattiamo in quanto organizzazione attiva nel settore dell’industria outdoor”.

E qualcosa comincia a stonare.

Industria outdoor?

Io che pensavo di essere una guida alpina. Una persona che accompagna dentro un mondo incerto, che prova a interpretare un ambiente non addomesticato, che dovrebbe forse aiutare a coltivare autonomia, capacità di scelta e attenzione verso i luoghi.

Invece scopro di essere un operatore dell’industria outdoor.

Una categoria ampia, naturalmente. Tutti dentro: guide, istruttori, soccorritori, addetti agli impianti, personale dei comprensori, palestre d’arrampicata, media, associazioni.

Ognuno con il proprio ruolo, la propria dignità e il proprio lavoro.

Ma proprio questa inclusione universale dovrebbe far riflettere. Quando tutto entra nell’industria, tutto rischia di assumere lo stesso linguaggio: utenti, consumatori, target, mercato.

Le esperienze diventano prodotti, i professionisti diventano canali di diffusione.

È già successo da tempo.

Resta però una piccola inquietudine. Se anche chi dovrebbe accompagnare le persone nel rapporto con il selvaggio viene definito prima di tutto come parte dell’industria che trasforma e vende quel selvaggio, forse qualcosa si perde.

Per fortuna i miei vecchi gusci, scarponi e giacche continuano a durare parecchio.

Li sostituirò quando sarà davvero necessario.

Non quando me lo suggerirà una nuova collezione.