21 maggio, 2400m, esposizione Nord Ovest, calura del solleone….
L’inarrestabile fusione cancella la scarsa neve residua dell’inverno.
La stagione alpinistica in quota non è ancora cominciata, di questo passo terminerà assai presto? Con il rapido passaggio da neve “marcia” a ghiaccio “nero” e detriti?
Forse ci occorrono più lenti per guardare le cose?
Come possiamo continuare ad “abitare” le cime, ma non solo quelle, di fronte a questi stravolgimenti?
Il turismo d’avventura di massa è acido corrosivo? Per l’ambiente e per noi stessi?
Solo nel silenzio, in luoghi appartati, scegliendo mete distanti da quelle abusate per rimpolpare il proprio io supponente, è possibile abbandonare il peso delle abitudini?
Forse è ancora possibile rappresentarsi per quello che siamo, non per il “prodotto” che acquistiamo?
Grosse impronte di canide contornano quel che resta dello stambecco. Appena più distante si distribuiscono con una sorta di simmetria e si susseguono allineate, una dopo l’altra, ed è possibile seguirle per diverse decine di metri fino che la neve scompare e lascia posto alle pietraie.
Par proprio che i predatori siano più di uno e prima dell’attacco procedevano in fila indiana.
Lupi! Mai prima d’ora in questi luoghi delle Retiche ho avuto la possibilità di intenderne la voce!
D’incanto la montagna addomesticata, plasmata e sfruttata dagli uomini nel corso dei secoli pare svanire, per un istante scompare l’automatica esclusione e superiorità dell’uomo dal mondo animale.
L’immaginazione prova a ricostruire l’attacco al giovane ungulato da parte del branco, mentre fugge a rotta di collo in discesa tra balze e pietre, fino alla neve, al bordo del canale dove viene azzannato alla trachea, alle zampe posteriori, poi alle anteriori, fino ad atterrarlo…
Una sorta di strategia consapevole, un’imboscata tesa all’individuo isolato, in condizioni svantaggiose, debole o forse malato. Una caccia col favore del vento, un attacco mirato, con minor spreco d’energia possibile, come d’abitudine per il lupo cacciatore.
Forse lupi e preda si sono fissati per qualche istante, in uno scambio di sguardi, in una conversazione prima della fine.
Il nostro odore e il nostro incedere percepito a chilometri di distanza ha quasi certamente interrotto il pasto…
Qui sotto l’articolo completo pubblicato su L’Ordine.
Questa bellezza è qui per tutti, nessuno può portarsi a casa un ghiacciaio.
Vagare tra i seracchi fa parte di quelle attività non solo apparentemente inutili, ma anche assai differenti da quelle orientate ad accumulare cose o collezionare trofei.
Qui la dimensione del vantaggio materiale svanisce, ma cresce la capacità di fare esperienza del mondo, di dotarsi di nuove lenti d’osservazione, di riconsiderare gli elementi naturali dotati di un grande valore intrinseco.
Non è difficile trovare valori nascosti quando si scavalcano le Alpi con gli sci.
Qui vien naturale accostarsi alle cime con stupore e un atteggiamento di riguardo e di attenzione.
Incontriamo tante cose, ma ancor di più esploriamo una vera geografia della montagna, con il potere dell’attenzione, che parte dallo sguardo, ma passa attraverso il dono dei sensi… e dei piedi che indirizzano gli sci sulla neve…
La via del Muretto, da qui son passati cacciatori primitivi, soldati, pellegrini, viandanti, carovane di uomini e cavalli carichi di vino, sale, spezie, grani… emigranti, contrabbandieri..Il Passo del Muretto 2559mGli ampi pendii della Val Muretto verso il Maloja Poco dopo l’ingresso in Val Forno presso il Lägh da Cavloc Salecina un rifugio sicuroVerso il nuovo valico, a Plan Canin, lungo il greto dell’Orlegna Compare il granitoSpazio e silenzio nel bacino del FornoLa via per la Sella del Forno si stacca a perpendicolo dal ghiacciaio, sullo sfondo le cime più alte del MasinoLa Sella del Forno 2796mUn saluto a Ettore CastiglioniLingue di neve e anfiboliti ci guidano verso valleLa splendida Val Bona, sotto la cresta del Gerva e il passo appena attraversatoIl torrente placa la sete..Scavalcare le Alpi
Scure anfiboliti tagliate da sciami di apliti e pegmatiti accolgono i cercatori di neve.
Un’esplorazione non eserciterebbe lo stesso fascino se non fosse ravvivata, passo dopo passo e in maniera del tutto casuale, da incontri inattesi e osservazioni curiose.
Adattiamo il nostro passo e il ritmo della fatica in base a quel che troviamo, poche cose nello zaino aiutano a salire, girare o tornare indietro.
Deviare verso mete inesistenti, non raccontate da guide o raccolte sciistiche, significa abbandonarsi al tempo e accettare totalmente quello che si va incontrando.
Int a la Val troviamo sempre la neve e la possibilità di sperimentare ed esercitarci nell’osservazione svincolata dai sistemi codificati.
Non utilizziamo mappe e istruzioni minuziose, per rendere possibili esperienze (sorvegliate) che chiedono di pensare da soli.
Così privilegiamo la ricerca di escursioni autentiche, dove ci si impegna a ragionare e figurarsi le cose in modo originario, per meglio comprendere quel preciso fenomeno o accadimento di cui stiamo facendo esperienza..
Dal ghiacciaio la Fortezza appare come una grande muraglia a difesa delle cime più alte del Bernina. Si tratta di quell’esteso spalto che si stacca dalla Terrazza di Bellavista con una larga groppa nevosa e poi precipita a salti su una costola di neve dai fianchi rocciosi che si allunga verso NNO, per separare la colata di ghiaccio della Vadret da Morteratsch dalla Vadret Pers.
Dal crinale (Gemsfreiheit) si gode una delle migliori vedute delle Alpi, sospesi tra i due bacini di ghiaccio e sovrastati dai Palù e dal Bernina.
Davanti a noi osserviamo il caos ghiacciato del Labyrinth e del Buch, un dedalo di seracchi che costituisce la via più diretta per raggiungere la Forcola di Cresta Guzza.
Da qui transitarono nell’estate del 1913 uomini e materiali necessari per la costruzione della Capanna Marco e Rosa. Dalla stazione del trenino rosso del Morteratsch, alla Capanna Boval, poi attraverso le insidie del ghiacciao, un manipolo di operai di Torre di Santa Maria e di Spriana, tra i quali il mio bisnonno, riuscirono in poche settimane a issare i pesanti carichi a spalla e ricorrendo ad un’ingegnosa teleferica a contrappesi di neve! Per ricovero usarono una semplice tenda, poi nelle fasi finali della costruzione affiancata da una piccola baracca in legno…
Il 20 giugno 1913 alla stazione ferroviaria a quota 1896m scaricarono il materiale, circa un centinaio di quintali, a metà agosto la capanna posta a 3597m fu terminata. Nessun veicolo, velivolo o motore venne impiegato, solo ingegno ed energia muscolare.
Skiatore ed ombra lungo la Vadret PersDinanzi a noi la FortezzaL’ombra del Palù si allunga parallela alla grande morena laterale del ghiacciaioI tre grandi speroni del Piz Palù (vie Kuffner, Bumiller e Zippert)Cresta Guzza, la Forcola e il Bernina…e il tormentato LabyrinthGemsfreiheitDiscesa lungo la FortezzaVerso la “lingua” del MorteratschTesori di ghiaccioLa tenda e piccola baracca in legno dentro le quali vivenano gli operai della Valmalenco
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