Tempo fa avevo scarabocchiato i “tipi umani” individuati nella descrizione semiseria contenuta in un piccolo libro dal titolo Kill Heidi di Sergio Reolon.
Un testo illuminante, specie di questi tempi, dove opportunità e speranze del vivere in alto possono deteriorarsi assai in fretta nelle perenna rincorsa di modelli nati al piano.
Per saperne di più leggete l’ampia recensione di Luca Rota, uno che scrive (bene).
Percorriamo i terrazzamenti sino ai luoghi più alti. Troviamo muri costruiti ovunque vi fosse un po’ di terra per far crescere canapa, lino, orzo, granoturco, patate, segale ed erba da fieno.
Sassi e massi impilati ed aggrappati ai più impervi dorsi rocciosi, negli anfratti, persino sopra i massi più grandi. Sassi per mangiare, per abitare e per ricoverare le bestie. Sassi che sostengono scale e sentieri, che segnano i confini.
Scoviamo il maggengo dal nome esotico di Nàal e il póz che dava da bere a uomini e animali che abitavano il versante arido. Si tratta di una profonda buca sotto a un masso a cui si accede da una scaletta scavata nel gisc, contornata da un muro a secco.
Osserviamo letti che si collegano al tetto e tini di legno, usati un tempo non per il “glamping”, ma per riposare, raccogliere l’acqua e sopravvivere.
Troviamo segni e oggetti che raccontano le storie.
Saliamo ancora, fino al Scènc, ad inseguire il recinto ciclopico che delimita il prato più nascosto…
Normalmente in inverno sulla montagna o ci si muove con gli sci o si fa altro o si sta a casa.
La prolungata assenza di precipitazioni invita però ad una salita alpinistica in quota lungo un canale serrato tra le rocce. Un piccolo viaggio utile a scandagliare la neve ad ogni passo. Calpestiamo pietre, erbe secche, neve farinosa, croste di rigelo, sastrugi, placche ventate, brina di superficie e brina di profondità, la cui combinazione disegna una mappa della neve che cambia ad ogni metro.
Si passa in pochi istanti dall’appoggio sulle punte frontali dei ramponi al nuoto dentro una massa bianca inconsistente.
Salendo a piedi tracciamo indirettamente una continua stratigrafia del manto. Con le prossime nevicate, se mai arriveranno, tutto si farà assai complicato e i fragili lastroni sepolti probabilmente potranno cedere con gran facilità.
Note degli alpinisti: 20 settembre 1975 bivacco Taveggia, quota 2845m presso il Passaggio della Vergine, alla base della cresta est della Punta Kennedy.
“Il vergognoso ed incivile deposito di rifiuti intorno e sotto al bivacco dovrebbe suggerire alle guide della Valmalenco l’opportunità di eseguire una pulizia in tutta la zona prossima al bivacco e quindi dotare il Taveggia di sacchi in polietilene tipo nettezza urbana da adibire alla raccolta e deposito della immondizia e rifiuti. Di quando in quando i sacchi neri pieni di rifiuti andrebbero poi gettati nei sottostanti grandi crepacci”.
“Le guide alpine della Valmalenco non sono degli spazzini”.
Bivacco Taveggia e i crepacci discarica
Le premesse antiecologiche del pensiero che utilizziamo anche oggi, seppur con diverse modalità, non sono forse le stesse di quasi mezzo secolo fa?
Di fronte al degrado evidente e misurabile non rinunciamo ad intervenire tuttora in modo pesante un po’ ovunque?
Allontanare i rifiuti, dai crepacci agli spazi lontani dai nostri occhi o non percepiti, è la soluzione? In un sistema chiuso come la Terra?
Per saper stare al mondo possiamo solo affidarci e sperare in soluzione tecnologiche?
Dove sono i nuovi modi di pensare?
La cultura ecologica sta solo nell’applicazione di qualche comportamento virtuoso o interpretazione tecnicistica?
Note degli alpinisti sul libro conservato al bivacco
Uno sperone di gneiss a forma di squalo o figura mascelluta emerge dalla montagna, è la porta d’ingresso agli spazi nascosti del Foppa.
La nostra esplorazione attraversa numerosi orizzonti vegetali, cambiano di continuo paesaggi, vedute ed incontri.
Percorrere un tracciato spianato da ogni ostacolo e ossessivamente segnalato significa seguire un sentiero incolore e muto.
Trovare la via che ricollega tratti di sentiero abbandonato rende invece interessante ogni sasso calpestato.
Qui occorre far di continuo piccole scelte, divagazioni, pause, azioni che rendono il percorso assai vivo e fanno dimenticare la noia e la fatica.
Nulla è certo, nemmeno quel che si incontra ad ogni passo e l’attenzione e direzione da prendere variano in base a ciò che ci incuriosisce in quel momento.
Saliamo lungo una grande onda increspata solidificata, stretta tra scure pareti di anfibolite.
Qui ogni gesto viene spontaneo in risposta alle condizioni del ghiaccio e non segue nessuna indicazione o regola prefissata da altri.
Seguiamo il flusso fino alla sommità e ci caliamo, attaccati a esili ontani rupicoli. Più in basso riposiamo al sole, seduti su un’isola di paglia che emerge dalla poca neve di questo arido inverno.
Blu terso sopra la montagna, con lo strato bianco variabile che ci separa dalle rocce affioranti. I sastrugi sono solo un fastidio? O la loro presenza ci cattura? Sotto gli sci suonano di vento e d’inverno, con le loro forme mutevoli e infinite. I sastrugi usano le variazioni per vedere se sai sciare e trasformano poche ore d’uscita sulla neve in un viaggio….
L’arrampicata dell’anno nuovo inizia in discesa. Anche le vie più semplici trovano nuovi significati quando percorse non solo in salita. Abbandoniamo la consuetudine della calata, con le nostre forze esploriamo appigli ed appoggi e arrampichiamo in discesa. La roccia si espande, la cordata si rovescia, si allarga lo sguardo, si sperimentano nuove posture ed equilibri.
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