Geo ascensione, la memoria perduta della pietra ollare

Risaliamo il grande conoide di detrito ricoperto di larici in fiamme.

Raggiunto l’alberello bonsai che cresce alla quota più alta, tra sassaie rugginose, miriamo a un canale ascendente che porta dentro la montagna.

Seguiamo i frammenti di preda soprafina caduti dall’alto, tra cenge e piccoli salti di roccia, trasportati dalle valanghe.

La pietra si riconosce per via del colore verde uniforme, la tessitura fine, oltre ad essere tenera e facilmente erodibile. A volte conserva ancora i segni dell’asisc, il piccone a due punte con cui veniva estratto a mano dalle pareti il ciapùn, il grosso frammento di roccia poi lavorato al tornio per ricavarne olle (levéc’) in pietra ollare.

Dopo qualche passo d’arrampicata troviamo lo stretto filone di pietra incassato tra le serpentiniti, inseguito fino quassù dagli antichi minatori alla ricerca della pietra migliore, quella soprafina!

A 2500m si incontrano le prime strette cavità (trone), dove il filone è stato completamente rimosso nel corso dei secoli.

Si tratta di piccoli spazi angusti, dove al lume dei pini silvestri, uomini a carponi intagliavano e portavano all’esterno blocchi a forma tronco conica di cloritoscisto, del peso da 40 Kg fino al quintale. Sulle pareti numerose incisioni riportano date e nomi, la più antica 1560!

Una piccola sorgente allaga il fondo, è la riserva d’acqua per chi lavorava quassù.

Raggiungiamo l’aquilone di pietra, con la nebbia che invade il fondovalle sembra ancor di più in bilico, sospeso sull’abisso.

Riposiamo in silenzio, accucciati, a picco sulla Còsta di Crásc (dei gracchi alpini), osserviamo in basso i cordoni e i lobi caotici di uno dei più grandi rock glacier relitti di Lombardia, prima di reimmergerci nelle brume di questa speciale giornata d’autunno.

Grazie e Paolo per le foto e a Silvio per il cafè del pignatin offerto nella sua baita al Giümélin.

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