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Scalare nella nebbia 2

venerdì, 19 Maggio 2023

la nebbia aiuta ad ascoltare quel che ci circonda

sfoca contorni e colori

sospende e dilata il tempo

la nebbia fa sgranare gli occhi, focalizza l’attenzione

ha un sapore diverso man mano si sale

è bello scalare nella nebbia

Scalare nella nebbia 1

Quanti pensieri nascono mentre cammino lungo un’antica via?

giovedì, 11 Maggio 2023

Se immaginiamo un sentiero di grazia di fondovalle, perfettamente conservato, percorso abitualmente e ad ogni ora da camminatori, podisti, flâneur, cani, ciclisti, nonni e bambini…questo è il vecchio sentiero di collegamento tra Chiesa e Primolo.

Un percorso che conserva-va i segni del tempo nei massi irregolari che lastricano la via, nei gradini di serpentino levigati, attorniati da fiori, tappeti di muschio e possenti radici di larice che penetrano nella montagna.

Quanti pensieri nascono mentre cammino lungo un’antica via?

Quante cose abbiamo appreso mettendo un passo avanti l’altro su queste pietre storte?

Purtroppo quando i luoghi sono resi muti dalla cecità e dall’abitudine diventa facile annientarli.

Così nelle ultime ore è comparso il miniescavatore d’ordinanza, arnese irrinunciabile per l’illusione della ciclovia, a smuovere terra, intasare di fango le irregolarità, spostare pietre, smussare gradini, estirpare i cespugli.

Un colpo basso, un colpo al cuore.

Pare restino ancora tante meraviglie da seviziare lungo la tratta Primolo San Giuseppe, Canciano-Muretto e alpe Prabello- Piazzo Cavalli.

Per pietà, fermiamoci,  paghiamo piuttosto le ditte incaricate dei lavori perché non facciano più nulla, non tocchino una radice, non smuovano un sasso.

I nostri figli ne saranno grati.

P.s. dove sta il senso di togliere spazio a chi percorre ampiamente la mulattiera (è una delle più utilizzate) per creare potenziali conflitti?

Com’era…

Capanne di vetta

giovedì, 4 Maggio 2023

Leggo ora dell’interdizione, causa rifacimento milionario, del glorioso rifugio Carrel alla Gran Becca. Premesso che l’unica volta che ho salito la montagna perfetta dell’immaginario, nonchè santuario dell’alpinismo, son partito dal basso, per terrore del pernotto asfissiante e dell’assalto mattutino alla corda della sveglia…mi chiedo quando avremo il coraggio di rimuovere i rifugi ormai decadenti e a fine vita in altissima quota anziché ricostruirli?

In tal modo il Matterhorn, ma vale anche per tante altre montagne servite da altissime capanne (Bernina incluso), potrà respirare e scrollarsi di dosso le processioni d’assalto alla cima.
E chi se ne frega, quando non avrò più gambe e fiato per condurre compagni di cordata partendo da quote più ragionevoli sarà il momento di andare altrove.

Torri, pinnacoli, nuvole a pesce e gracchi

mercoledì, 26 Aprile 2023

L’alba luminosa è presto oscurata da una grande nuvola a forma di pesce che avvolge torri, guglie e pinnacoli.

A pochi chilometri di distanza la conurbazione padana si estende a perdita d’occhio. Dall’alto mi piace immaginare la valle dell’Adda ancora invasa dal possente ghiacciaio abduano che, durante la glaciazione Würm, arrivava sino alla pianura.

Sul calcare della Grigna è possibile praticare un concentrato d’alpinismo immediato difficilmente eguagliabile altrove. Forse è una scalata démodé, con gradi bassi (rispetto ai canoni dell’arrampicata sportiva), ma che riserva ancora grandi avventure.

Il miglior dono

lunedì, 3 Aprile 2023

Il miglior dono che porta la scalata non è affatto vincere la difficoltà, ma è quello di distogliere dal pensiero che rotola continuamente tra passato e futuro, rendendo il presente sbiadito e abbandonato.

Scalare ci impone d’esser presenti a noi stessi e in strettissimo contatto con l’ambiente che ci circonda.

Nelle immagini: luci, betulla e ginepri, ali d’aquila illuminate, gneiss, Orobie innevate.

Il risveglio del colubro liscio

mercoledì, 15 Marzo 2023

Dopo una lunga siccità partiamo a piedi sotto una fitta nevicata. La perturbazione è veloce, esce il sole e i pochi centimetri di neve al suolo spariscono a vista d’occhio.

Il tepore risveglia la schiva Coronella austriaca. Si muove lenta, mimetizzandosi tra le filladi spaccate del versante.

Cosa racconta questo risveglio precoce a 1900 metri in Valfurva ancora in inverno?

Perché animali e piante si adattano mentre gli umani si ostinano?

Un premio nobel a Chiareggio

martedì, 28 Febbraio 2023

Le montagne e i ghiacciai della Valmalenco esercitano da sempre un fascino particolare per viaggiatori attenti, in cerca di quiete e di luoghi ricchi di particolari identità del paesaggio.

Nelle estati degli anni ’50, un appartato e piccolo edificio ai confini del bosco, si trasforma in residenza estiva di Palmiro Togliatti, noto deputato del Partito Comunista Italiano.

Togliatti, riservato e schivo, ama la serenità dei luoghi e alcune testimonianze lo ricordano intento a passeggiare lungo l’antica “cavallera” del Muretto, oppure in compagnia di Nilde Jotti, lungo il Mallero, in vista del Vazzeda e delle tante vette circostanti.

Questa piccola dimora alpina, costruita in solida pietra grigia locale, in “ghiandone “del Sissone, per alcuni prende il nome di “casa in rosso”.

Purtroppo oggi è ormai dimenticata nessuna targa la identifica come luogo storico.

Pochi sanno che un altro illustre personaggio frequenta Chiareggio in quegli anni.

Si tratta nientemeno che di James Watson, biologo americano, premio Nobel per la medicina nel 1962.

Insieme a Crick e Wilkins, è uno dei maggiori scienziati del ‘900, la sua scoperta della struttura del DNA ha cambiato la biologia ed è entrata nella vita quotidiana dell’intera umanità.

La notizia del premio Nobel  a Chiareggio si trova il volume “Double Helix”, Pubblicato da Simon & Schuster  ed è la biografia scritta da James Watson, curata da Alexander Gann e Jan Witkowski, due redattori indipendenti, una testimonianza importantissima, chiara e appassionante di un momento cruciale della storia della scienza, e non solo.

Watson ai piedi del Ghiacciaio del Disgrazia
James D. Watson Collection at Cold Spring Harbor Laboratory Library & Archives

L’edizione annotata e illustrata “The annotated and illustrated double helix”, pubblicata negli Stati Uniti, in occasione del 50° anniversario della scoperta della struttura del DNA, riporta un capitolo, sino al 2013 sconosciuto, sull’avventura a Chiareggio di Watson.

La storia è interessante, divertente e fuori dal comune.

Descrive l’ambiente delle università inglesi del dopoguerra fra povertà, passioni e grande lavoro.

Una straordinaria comunità di biologi, fisici, chimici, medici, radiologi, appassionati dei loro studi, ma anche giovani, allegri e per nulla conformisti.

La guerra era appena finita e il mondo stava per dividersi in due blocchi. La loro vicenda ricorda quella dei fisici italiani di via Panisperna a Roma: Fermi, Pontecorvo, Amaldi e altri.

Nell’agosto 1952, James Watson va in vacanza nelle Alpi italiane a Chiareggio, insieme al biologo Joe Bertani che con la sua famiglia da diversi anni passava la vacanza là, in uno “small unpretentious hotel”.

E racconta: “In agosto ho smesso per un po’ di dare la caccia al DNA. Paula, una giovane ragazza italiana, era l’oggetto più attraente nel villaggio di Chiareggio. Ero lì con Joe Bertani, un ricercatore che studia i fagi, di ritorno in Europa per il meeting di Royaumont. Ogni agosto la famiglia di Joe soggiornava in un piccolo albergo senza pretese, dove quest’anno c’era una stanza prenotata per me. Nonostante i due mesi a Napoli, il mio italiano era inesistente, ma all’inizio non è stato un problema. Quasi ogni giorno Joe, suo fratello Alberto e io salivamo sul sentiero che portava verso i ripidi ghiacciai che cadevano giù dal monte ‘Disgracia’, il picco innevato e insidioso che domina Chiareggio”.

Watson a Chiareggio nel 1952 (James D. Watson Collection)

Il racconto di questa vacanza è breve, ma appassionante, con una foto, scattata sui pascoli dell’all’Alpe Ventina, ai piedi del Disgrazia, che Watson, sbagliando, scrive con la c invece della z (nessuno è perfetto).

La James D. Watson Collection è un’ampia raccolta che si trova in rete che documenta la vita e la carriera di James D. Watson: co-destinatario del premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1962 per la scoperta della struttura a doppia elica del DNA, direttore (e poi presidente e cancelliere) di Cold Spring Harbor Laboratory e il primo direttore del National Center for Human Genome Research. La collezione comprende fotografie, corrispondenza, manoscritti, quaderni di laboratorio, documenti amministrativi, fascicoli didattici, cimeli, ristampe e vari altri documenti. Oltre a belle immagini ho scovato alcune note che raccontano dei tredici giorni di vacanza dello scienziato, un testo goliardico scritto a mano che rappresenta il clima gioviale e spensierato del gruppo di giovani con cui Watson ha, evidentemente, stretto amicizia.

Tra i firmatari del documento si riconosce la firma di Nello Corti, figlio di Alfredo (scienziato tra i maggiori esploratori delle montagne Valtellinesi) che assieme a mio nonno Isacco Dell’Avo salì nel 1939 la Nord del Piz Palù occidentale per due diverse nuove vie.

Ogni volta che pernotto al Rifugio Porro Gerli, diretto alle cime, scorro la sera le pagine ingiallite dei libri dei visitatori del tempo, conservati nella preziosa boiserie della piccola sala da pranzo, rivestita di gembro profumato, cercando traccia dello scopritore della doppia elica e della misteriosa Paola.

Chissà chi era questa affascinante ragazza, che per almeno qualche giorno ha distolto quel ragazzone strambo e allampanato dalla sua caccia alla doppia elica!

Paula and Gabriella 1952 Alpe Ventina (tratta da Double Helix)

Watson aveva solo 23 anni quando fece la scoperta che lo avrebbe portato a Stoccolma.

In tempi assai più recenti, ormai in età avanzata, anche Watson ha preso qualche scivolone, con più di una gaffe a sostegno di un presunto gap genetico tra bianchi e neri, a testimonianza che anche i grandi scienziati non sono alieni dal cadere preda di distorsioni cognitive.

Questo ci fa capire che gli scienziati sono difettosi come tutti gli esseri umani, che a volte parlano e agiscono prima di pensare.

La serie di sparate gli è costata l’eliminazione di diverse le cariche onorifiche collezionate nel corso di una lunghissima attività di ricerca e la messa all’asta nel 2014, per problemi economici, la medagli d’oro del Nobel…

Articolo pubblicato su L’Ordine il 13 marzo 2022.

Scrutare l’abisso

mercoledì, 22 Giugno 2022

Scalare il Bernina nel giorno del solstizio d’estate è un’esplosione di luce. Felicitazioni! Potremmo eccedere con foto luccicanti, volti umani compiaciuti, gaudenti, autocentrati…

L’unica immagine che, forse, val la pena di mostrare è invece quella ripresa all’alba del ghiacciaio sofferente di Scerscen superiore.

Unico modo per scrutare l’abisso. Anno dopo anno migliaia di passi calpestano per la prima volta rocce e detriti liberati e movimentati dai ghiacci ad un ritmo sempre più impressionante, rocce che non hanno mai visto la suola di uno scarpone.

Eppure non si rallenta.

Quale realtà?

martedì, 7 Dicembre 2021

L’inverno non è ancora cominciato e la cronaca già riporta i primi tristi resoconti degli incidenti in valanga.

La prima cosa da non fare è rilasciare impressioni, valutazioni e giudizi. Se non si è testimoni diretti degli accadimenti, considerata l’estrema variabilità della neve, nel tempo e nello spazio, ogni osservazione può essere fuorviante.

Possiamo però ricordarci che non è infrequente cadere nelle trappole, indipendentemente dal grado di preparazione o competenza e, senza accorgercene, inoltrarci oltre misura rispetto alle nostre capacità del momento.

Percepiamo la realtà? O quello che ci fa comodo vedere?

Nuova geografia del disgelo

lunedì, 19 Aprile 2021

Già pubblicato su Le Montagne incantate – National Geographic n. 12

Luglio 2019. Scende la sera alla Capanna Marco e Rosa, il rifugio a nido d’aquila che accoglie le cordate dirette al Bernina, il 4000 più orientale delle Alpi.

Il rifugio è il crocevia degli alpinisti provenienti dal Sud, dal versante italiano e quelli giunti dall’opposto lato svizzero. Nel piccolo spazio antistante l’ingresso si incrociano sguardi felici, a volte stanchi per chi rientra dall’ascesa o carichi d’aspettative e di tensione per chi attende di rimettersi in cammino per la vetta.

La luce radente al tramonto evidenzia ogni dettaglio

Qui il suono della montagna si trasforma in un frastuono, non c’è nulla di silenzioso, mai un momento di quiete, ma noi facciamo fatica a percepirlo.

Perché il silenzio che noi intendiamo è l’assenza di quello cui le orecchie sono abituate, silenzio dalle auto, dalle voci umane. È difficile ascoltare la natura.

In realtà la montagna è un suono di mille voci, in ogni ora del giorno e della notte fa rumore. Acque, frane, ghiaccio producono incessantemente un canto costante.

La voce più forte della montagna è proprio quella del ghiaccio, attraverso il distacco di un seracco, o semplicemente con l’incessante fluire del ghiacciaio.

Fuori dal nostro aereo rifugio si ascolta la montagna che crolla, si scrolla e muta pelle.

Le rocce dioritiche si estendono nella parte più alta della cresta; cinquecento metri più in basso il ghiacciaio che soffre è illuminato dagli ultimi raggi di sole.

Pietre e sfasciumi ricoprono ampie porzioni del ghiacciao di Scerscen superiore, sono resti di antiche frane, lentamente trasportate sino al centro del plateu glaciale.

A pochi metri dalla capanna il ripido Canale di Cresta Guzza mostra estese finestre di roccia che interrompono la persistenza del ghiaccio, ormai ridotto a chiazze grigiastre, in parte ricoperto da detriti e solcato da profonde rigole di ruscellamento.

Cordata lungo il canale di Cresta Guzza, gruppo del Bernina

Inseguo con lo sguardo le grandi bocche aperte delle crepe terminali ormai invalicabili e i grandi crepacci trasversali che sconvolgono la superficie della vedretta.

Sono ferite che raccontano un vero e proprio scollamento dei ghiacci connesso con l’accelerazione dei processi di fusione in atto.

Sono parecchi giorni che anche a questa quota il termometro non scende sotto lo zero, di conseguenza pietre e rocce rotte, non più immobilizzate dal gelo, precipitano incessantemente.

Ad intervalli regolari dai colatoi si alzano piccole nuvole di povere, seguite dopo qualche istante dal tonfo sordo delle scariche

Impensabile avvicinarsi a tutte le celebri pareti Nord delle Alpi con queste condizioni. Unica possibilità è quella di muoversi d’inverno o nelle stagioni di mezzo, curando ed inseguendo le migliori condizioni del momento.

La partenza all’alba dal rifugio è insolitamente mite, nessuna traccia di verglas sulle rocce, il sottile strato di ghiaccio trasparente e sdrucciolevole che di solito si forma nelle ore notturne.

Un velo d’acqua percola della poca neve residua che ancora da forma all’aereo tratto di cresta nevosa che si raccorda con la cima.

Poco sotto l’anticima, mentre assicuro il mio compagno, osservo la grande zona grigia del ghiacciao del Morteratsch, dove avviene la riduzione della massa glaciale per fusione, che si estende sempre di più a discapito della superficie bianca dove la neve dell’inverno permane ed alimenta l’intero apparato.

Anche la parte terminale, la “lingua”, è solcata da canali e inghiottitoi che, nelle ore più calde, gorgogliano d’acqua; alla fronte, un lago proglaciale effimero è in fase di formazione.

Cresta sommitale del Bernina

Tutte le grandi salite del massiccio sono profondamente cambiate. A partire dalla Crast’Alva, la salita al Bernina da Nord, gli speroni settentrionali del Piz. Palù, l’estetica cresta Eselsgrat al Piz. Roseg e la solare Cresta della Spraunza al Piz. Morteratsch.

Ogni estate le guide elvetiche diramano comunicati rivolti agli alpinisti che segnalano varianti per evitare zone pericolose, interessate frane e dissesti, oppure interventi di “manutenzione” con la posa di nuovi ancoraggi nelle sezioni di parete divenute più impegnative.

Se da un lato questi interventi sono rivolti a migliorare la percorribilità lungo le salite più gettonate, da un altro punto di vista creano una discutibile artificializzazione dei percorsi, che si discosta dall’essenza stessa dell’alpinismo, che vede l’uomo adattarsi alla montagna e non viceversa.

Un altro elemento di instabilità diffusa, meno visibile, ma che contribuisce in modo determinante ai processi di cambiamento in atto è la fusione del permafrost, ovvero di quella porzione di ghiaccio nascosto alla vista che intasa le fratture all’interno della roccia o riempie gli interstizi tra i detriti.

L’acqua che ne scaturisce è sempre un elemento destabilizzante che va ad interessare anche le montagne non ricoperte di neve e ghiaccio.

I crolli sempre più frequenti registrati negli ultimi anni, dal Dru nel Gruppo del Monte Bianco, al Cengalo nelle Retiche, alla Piccola Croda Rossa nelle Dolomiti sono certamente da collegare ad un incremento anomalo della massa liquida.

Tutti noi abbiamo ancora negli occhi le spaventose immagini della grande frana di crollo che si staccò la mattina del 23 agosto 2017 dal Pizzo Cengalo nella sottostante Val Bondasca, nel cantone Grigioni, la più grande della Svizzera dopo quella di Elm, nel cantone di Glarona del 1881.

In pochi secondi crollarono 3,1 milioni di metri cubi di granito, sollevando un’enorme nuvola di polvere. La frana liberò un’inaspettata enorme quantità d’acqua dalle viscere della montagna che andò ad alimentare una colata distruttiva di fango e detriti sino ad invadere il villaggio di Bondo diversi chilometri più a valle.

La grande nicchia di frana del Cengalo osservata dalla vetta

Da ragazzo ho sempre immaginato le grandi distese bianche attorno ai giganti delle Retiche come qualcosa di perenne ed inestinguibile, ma con il trascorrere delle stagioni ho osservato con i miei occhi l’inarrestabile decadimento delle porzioni di neve e ghiaccio poste alle quote più basse o maggiormente esposte al sole.

Non si tratta solo di una drastica riduzione dei ghiacci, ma di un vero e proprio sconvolgimento delle certezze geografiche, di una mutazione irreversibile del paesaggio e dei riferimenti che, da generazioni, gli abitanti delle Alpi portavano con sé.

Tutto questo si accorda con la temperatura in crescita inconfutabile dal 1800, con un netto incremento negli ultimi quaranta anni.

Sappiamo che dal 1960 i ghiacciai delle Alpi italiane hanno perso una superficie pari all’estensione del Lago di Como.

Le descrizioni delle vie alpinistiche di neve e ghiaccio, contenute nelle gloriose guide del Club Alpino Italiano – Touring Club, sono ormai inutilizzabili.

Possono costituire un riferimento generale, ma ogni relazione puntuale riguardo ai tempi di avvicinamento, difficoltà e rotta da seguire va completamente reinterpretata.

Dedali di crepi spesso costringono ad allungare i percorsi e i tempi di percorrenza, la neve di primavera lascia sempre più rapidamente spazio al ghiaccio affiorante, costringendo l’alpinista a un faticoso cammino sulla superficie irregolare, spesso ricoperta dai blocchi e detriti che amplificano difficoltà e fatica.

La scomparsa del ghiaccio accresce le dimensioni delle morene, spesso franose e instabili e favorisce l’emersione di ampie sezioni di roccia liscia e inscalabile.

Quel che era semplice può trasformarsi in un grande ostacolo.

Stessa sorte hanno subito le numerose linee “bianche” che correvano lungo versanti e crinali di tanti Quattromila, oggi estinte e trasformate in veri e propri muri e creste di roccia non sempre solida.

Quel che resta della Nord del Disgrazia (foto Laura Ciri)

Tutto quello che era catalogato come “facile ascensione su ghiacciaio” va completamente riaggiornato e rivalutato alla luce dei mutamenti in atto.

I cambiamenti impongono nuove necessità d’adattamento: per muoversi in alta montagna occorre sempre di più interpretare le condizioni di variabilità ed incertezza.

Eppure il nostro approccio alla montagna rimane sostanzialmente invariato.

Le vacanze d’agosto e i weekend liberi segnano l’agenda: si va.

Continuiamo a cercare il contatto con la natura in montagna perché ci procura piacere, dimenticandoci a volte che il piacere che ne deriva sta nel cercare quanto nel trovare.

Fatichiamo a distaccarci dal concetto di “trofeo” da conquistare, anche quando le cose si fanno complicate.

È una questione di sguardi, di consapevolezza che la situazione in alta montagna si è fatta assai complessa.

Come guida e come montanaro mi domando se sia arrivato il tempo di reimparare ad ascoltarsi, a scrutare meglio il terreno durante la salita per ritrovare un’intelligente cautela.

Occorre adattarsi, dotarsi di grandi antenne, interpretare anche i più piccoli segnali che la natura ci va mostrando.

Accedere a sé stessi, alla propria motivazione e concezione, prima ancora che alle tecniche, ai materiali, all’abilità motoria e alle tabelle di allenamento, può permettere di riconoscere quale percorso è più adatto ed idoneo a noi.

Diversamente, possiamo restare preda delle mode e di idee non nostre.

Solo accettando l’incertezza, l’errore (attivando compensazioni di successo) e il dubbio, è possibile osservare più in profondità, cogliere le sfumature e i dettagli.

In breve prepararsi ad essere impreparati, senza smettere di salire, perché in alto troviamo gli ultimi luoghi di libertà rimasti, dove è ancora possibile un contatto diretto, concreto e sensibile con gli elementi naturali.

Qui possiamo vivere nel senso pieno del termine, confrontarci con i nostri limiti e imparare qualcosa.

Sono gli ultimi spazi preziosi, privi di divieti, regole, recinti e costrizioni, dove possiamo e dobbiamo affidarci solo a noi stessi e all’auto-protezione.

Forse così potremmo semplicemente meglio concentrarci sulle situazioni di vulnerabilità e imperfezione che incrociamo costantemente.

Senza dimenticare che questa montagna che cambia pelle, e si trasforma sempre di più in modo imprevedibile, può costituire un valido alleato nei processi educativi, dove la percezione dei rischi e la consapevolezza di sé stessi, consentono di assaporare l’esperienza, senza consumarla.