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Montagna&Insicurezza

mercoledì, 10 Febbraio 2010

Difficile districarsi dal delirio schizofrenico e mediatico degli ultimi giorni, dopo i recenti incidenti sulla montagna d’inverno.

Forse per cominciare potremmo partire dall’abolire il termine sicurezza da ogni attività in ambiente naturale e accontentarci di tentar di comprendere un rischio che non si può azzerare ed è parte integrante della nostra passione. Esser consapevoli di cosa è il “dilettevole orrore” del camminare sull’orlo dell’abisso potrebbe aiutarci a gestire il rischio residuo e valutarne l’accettabilità o meno.

Questo è un processo lungo, laborioso e difficile, lontano da tecniche, manuali, materiali e tecnologie, che mal si combina con il nostro mondo che corre, desideroso di certezze e imperniato sulla sicurezza dovuta e pretesa in ogni nostra azione.

Michele Comi

Granito, massi multiformi e antichi fortilizi

lunedì, 30 Novembre 2009

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L’azzeramento delle distanze consente a tutti di trasformarsi in esploratori in pochi istanti.

Arrampicata ed alpinismo non sono immuni da questa gran velocità e facilità d’accesso ai luoghi e confini del mondo d’un tempo.

Frenesia, voglia d’esotico e di ripetizione, non intercettano però tanti siti nostrani di grande potenzialità e bellezza mozzafiato.

Intanto, solo rari “curiosi dei luoghi e “indigeni” straordinari, poco inclini all’omologazione, si gustano appieno una natura in cui è bello lasciarsi totalmente immergere.

Mic

Momenti d’autunno

domenica, 8 Novembre 2009

Novembre è la stagione morta delle valli alpine, quando gli alberghi chiudono e i paesi si trasformano a momenti in luoghi fantasma.

Le giornate si accorciano e i versanti assolati si fanno cercare.

Nonostante ciò la montagna in questo periodo è davvero speciale.

L’aria si fa fredda e tersa e si vede lontano, il bosco è una tavolozza di colori.

Più in basso le nebbie si addensano e ristagnano nella pianura operosa.

Con un po’ di astuzia è possibile fare ancora qualche bella arrampicata scegliendo le pereti meglio esposte al sole.

Mic

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Isacco tra le foglie.

Walter Bonatti

giovedì, 15 Ottobre 2009

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Sulle ali della Marinelli

martedì, 13 Ottobre 2009

La capanna Marinelli-Bombardieri o più comunemente “la Marinelli” rientra a pieno titolo tra i rifugi storici dell’arco alpino.

Il primo semplice ricovero per alpinisti fu eretto nel lontano 1880, subito dopo la prima fase esplorativa del gruppo, condotta dai grandi viaggiatori, per lo più anglosassoni, inventori dell’alpinismo.

Si trattava di una piccola casetta in pietra, che consentì l’accesso dal lato italiano all’allora semi-sconosciuto versante meridionale del Bernina.

Negli stessi anni presero servizio in valle le prime guide alpine locali.

Ai primi del novecento iniziò il servizio di gestione estiva, dei fratelli Mitta, di Torre di Santa Maria, la cui gestione continuò per quasi mezzo secolo.

La struttura venne via via ampliata, soprattutto in concomitanza con la sua frequentazione da parte degli alpini, negli anni del primo conflitto mondiale, che videro le montagne del Bernina presidiate, seppur non teatro di battaglia.

Drammatici furono comunque le perdite, non causate dai proiettili, ma dalle valanghe che nell’aprile del 1917 travolsero in due occasioni 24 militari che operavano in zona.

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Veduta dal rifugio Marinelli in una foto d’epoca.

L’epoca tra le due guerre fu un periodo di grande fermento e popolarità del rifugio, sede permanente di corsi di alpinismo estivo dei giovani studenti universitari e crocevia alpinistico di grande importanza.

In quegli anni una decina di guide malenche stazionavano per l’intera estate al rifugio, accompagnando i numerosi clienti sulle vie più rinomate del gruppo, mentre le giovani malenche di servizio al rifugio scendevano a prender l’acqua alla fontana posta più a valle col «bagiul» (legno ricurvo agli estremi, che reggeva i secchi).

A qei tempi gli alpinisti diretti al rifugio partivano dal fondovalle.

Dai 1000 metri di Tornadri su fino a Franscia, poi lungo una splendida mulattiera sino all’Alpe Foppa e Musella, quindi verso i luoghi alti, i rifugi Marinelli e Marco e Rosa.

Da queste parti passò nel lontano 1861 la signora Freshfield assieme al giovane figlio Douglas William (che diventerà uno dei più noti alpinisti inglesi, Presidente dell’Alpine Club e decano dell’istituto geografico di Oxford).

Nell’ampio resoconto del trekking d’antan, che possiamo leggere in”A summer tour in the Grisons and the italian valleys of the Bernina”, la signora Freshfield, a proposito degli ambienti attraversati, racconta entusiasta di “un meraviglioso sentiero alpino, dei carbonai e delle malghe, delle donne e dei bambini, delle mucche e delle capre che se ne vanno in giro in quella valle pittoresca”.

Negli anni ’50 del secolo scorso fu realizzata la carrozzabile di servizio agli impianti idroelettrici sino ai 1900 metri di Campo Moro, oggi punto di partenza per escursioni e salite in quota.

Più in alto tutto è rimasto così come la comitiva anglosassone l’aveva descritto: un luogo di grande pregio naturalistico, di importanza storica e con un valore turistico indiscutibile.

I nuovi accessi automobilistici migliorarono quindi l’accessibilità al rifugio che, a partire dal dopoguerra, subì una serie di ampliamenti per far fronte alla crescente frequentazione, cui contribuirono i gestori di allora: la celebre guida Cesare Folatti, che subentrò ai Mitta, il quale passò, molti anni dopo, il testimone ai fratelli Lotti di Chiesa Valmalenco anch’essi guide alpine dalla tempra inossidabile.

L’alpinismo si trasforma quindi in pratica di massa e il rifugio raggiunge la capienza di oltre 200 posti, è il boom delle gite dei Club Alpini, delle organizzazioni del dopolavoro e degli oratori.

Si susseguono poi le gestioni di Bruno Masa, Enrico Gianatti e Massimo Pozzi.

Nel 2009 la conduzione ritorna ad una guida di Valle: il caspoggino Giuseppe Della Rodolfa.

Nell’ultimo decennio si assiste ad una generalizzata riduzione della frequentazione dei luoghi alti.

Cala il numero degli alpinisti, complice anche le mutate condizioni delle montagne che, a causa delle elevate temperature del ritiro dei ghiacciai, si presentano in condizioni spesso difficili.

Nell’estate del 2006 la guida alpina Paolo Masa diretto al Roseg, ritrova sulla superficie del ghiacciaio di Scerscen superiore i resti mummificati di un alpinista.

Dall’analisi dell’attrezzatura e dai brandelli di un vecchio quotidiano, si arriva alla conclusione che le spoglie sono riconducibili ad uno scalatore di lingua tedesca della fine degli ’20 del secolo scorso.

Oggi la quasi totalità delle cordate in partenza dalla Marinelli è diretta al Bernina.

Restano per lo più deserte le mete abituali di un tempo: le vie di misto dirette al Piz. Roseg, allo Scerscen o alla Cresta Guzza, così come l’aerea e panoramica traversata nevosa dall’Argent allo Zupò.

Ciò rende queste montagne davvero himalayane, per la vastità degli ambienti attraversati e per la sensazione di isolamento che si prova.

A dispetto della tradizionale vocazione al ghiaccio e al misto di queste pareti, numerose sono anche le possibilità di arrampicata su roccia, anche nei pressi della nuova palestra di roccia attrezzata a due passi del rifugio dalle guide della Valmalenco nel 2008.

La Marinelli e le sue montagne si confermano quindi una meta ambita per escursionisti e scalatori.

Le nuove stagioni indicano una rinnovata passione soprattutto per chi sa apprezzare l’unicità dei luoghi.

Volete vivere una forte emozione e gustarvi uno scenario grandioso? Provate a raggiungere il rifugio seguendo il selvaggio vallone di Scerscen, oppure scegliete il momento giusto, percorrete verso sera il sentiero che dalla Bocchetta delle Forbici va alla Marinelli e godetevi il tramonto sulle cime Roseg, Scerscen, Bernina, con il sottofondo musicale dei torrenti che nascono dai ghiacciai.

E’ un’esperienza indimenticabile.

Michele Comi Guida alpina

Tratto da Orobie – ottobre 2009 – grandi rifugi di Lombardia

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domenica, 12 Aprile 2009

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Uno dei paesaggi più imponenti della Valmalenco lo si può godere dal ghiacciaio dello Scerscen Superiore alle prime luci dell’alba, quando il sole illumina in lontananza il Monte Disgrazia e giunge poco dopo ad incendiare con i suoi raggi arancioni le creste rocciose e i canaloni ghiacciati del Piz Roseg (3868 m) e del Monte Scerscen (3971 m).

E’ uno spettacolo che trasmette una bella sensazione di caldo e di sicurezza e rappresenta il vero risveglio mattutino, dopo quello brutale al rifugio, avvenuto nel cuore della notte.

Da questo vastissimo pianoro glaciale le vette assumono un aspetto quasi himalaiano, sono talmente alte che sembra strano che ,con un po’ di pazienza, se ne possa raggiungere la vetta entro la tarda mattinata.

Il gruppo del Bernina è stata culla dell’alpinismo esplorativo ottocentesco.

La vetta più alta, quella del Bernina (4050 m), venne scalata per la prima volta dal ventottenne topografo svizzero Johann Coaz e i suoi assistenti i fratelli Tscharner, che ne raggiunsero la vetta il 13 settembre 1850 alle sei di sera.

Nel 1880 venne costruita la capanna Marinelli(2812m), la base per tutte le ascensioni del gruppo ,mentre è del 1913 l’edificazione della Marco e Rosa, un vero avamposto d’alta quota a 3600 metri.

Più a valle sorsero numerosi rifugi che ristoravano gli alpinisti durante la lunga marcia di avvicinamento che partiva da Lanzada, tra questi i rifugi Musella e Mitta all’Alpe Musella (2000 m) e il Rifugio Carate alla Bocchetta delle Forbici (2636m).

Volete vivere una forte emozione e gustarvi uno scenario grandioso ?

Sceglietevi anche il momento giusto e percorrete verso sera il sentiero che dalla Bocchetta delle Forbici va alla Marinelli e godetevi il tramonto sulle cime Roseg ,Scersen, Bernina :con il sottofondo musicale dei torrenti che nascono dai ghiacciai è un’esperienza indimenticabile.

Paolo Masa – tratto da 100 Sentieri in Valmalenco

Melloblocco

lunedì, 23 Marzo 2009

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Eravamo alla vigilia della quarta edizione del Melloblocco.

Ricordo quando andammo a presentare agli Enti locali il progetto portato avanti dal Collegio lombardo delle Guide alpine.

Fu accolto con favore dal Comune di Valmasino, si trattava pur sempre di sassi e arrampicata, pratica comune in questi luoghi, con qualche stupore invece dagli Enti sovra comunali: un raduno sui sassi? Ma cos’è? Va bene, vi accordiamo il patrocinio. Per un contributo occorre vedere, valutare, sapete abbiamo una miriade di richieste … e questo Melloblocco? Non ci risulta ancora tra i grandi eventi, dobbiamo suddividere le risorse, vedremo.

Poi sappiamo cosa è diventato il Melloblocco, grazie sicuramente alle Guide lombarde che grazie ai contributi della Regione Lombardia hanno sostenuto e avviato il raduno che, numeri alla mano, è diventato il più grande meeting di arrampicata al mondo.

Così con gli anni e con i numeri sono svanite anche le perplessità iniziali.

Temevamo forse l’impatto che tante persone potevano lasciare sul territorio.

L’esperienza ci ha dimostrato che poche ore dopo il raduno non resta nulla se non un poco di polvere di magnesite sui blocchi che scompare con il primo temporale.

La natura non competitiva del meeting fa si che non vi siano orari prestabiliti, che impongono un assembramento concentrato, con noti problemi di accesso e parcheggio che assillano tutte le competizioni di massa.

L’atmosfera rilassata e il gioco arrampicata innescano magicamente ciò che sarebbe utile e risolutivo nella vita di tutti i giorni.

Nessuno si accalca, grida o sbraita, nessuna cartaccia o cicca di sigaretta buttata, solo il piacere di immergersi in questa natura, entrando in sintonia con essa.

Le auto son piazzate al parcheggio, con arrivi diluiti a partire da inizio settimana, specie per gli stranieri; poi ci si muove esclusivamente a piedi o con i minibus navetta che fan la spola verso le aree di arrampicata, curiosamente cariche di materassi e uomini.

Nessuna infrastruttura è stata mai creata per l’evento, nessun impianto, nessun macchinario, battipiste, sparaneve, palasport, trampolino, maxischermo…..si utilizza solo quello che la natura a messo a disposizione: migliaia di massi di granito!

Il terreno di gioco si prepara ripulendo le aree dai rovi e infestanti e talvolta rifiuti, per riportare alla luce gli antichi terrazzamenti un tempo interamente coltivati e ripristinare la percorribilità di tanti sentieri.

La collaborazione con Ersaf è stata preziosa, con le loro squadre si sono negli anni ripristinate ampie zone, fruibili ora da boulderisti, escursionisti e ospiti in cerca di quiete a due passi dalla strada.

Anche la festa del sabato si accorda con lo spirito del blocco.

Sempre all’aperto, con la musica che fugge via verso le pareti vicine che incorniciano l’intera vallata e in sottofondo mille mille voci e gesti che mimano i tanti passi d’arrampicata, superati tutti assieme da campioni, semplici appassionati o principianti.

I numeri del Melloblocco son riportati in queste pagine.

E’ anche possibile tentare un confronto con altre realtà europee ad esempio con il meeting internazionale di arrampicata su ghiaccio che si svolge ogni anno ad Argentière in Francia.

Si tratta di un grande evento che esiste da ben 18 anni e che coinvolge l’intera Comunità del villaggio transalpino ed è fortemente sostenuto da una nota azienda di attrezzatura alpinistica.

L’organizzazione francese riferisce che il record di presenze si aggira attorno al migliaio di partecipanti, con un budget organizzativo di 110.000 euro e una ricaduta economica sulla zona degli Ecrins pari a circa 450.000 euro l’anno.

Le presenze al Melloblocco superano ampiamente tali numeri, analogo è il carattere internazionale dell’evento.

Il budget delle passate edizioni è circa 1/3 di quello francese, con un contributo da sponsor privati in crescita costante, quanto alle ricadute economiche non ci sono ancora dati certi, ma stando al gradimento degli operatori turistici locali siamo sulla buona strada; sono infatti sempre più numerosi i giovani frequentatori della Valle, stranieri in particolare, che tornano dopo averla conosciuta proprio attraverso il Melloblocco.

Tutto questo è reso possibile, al di la della formula azzeccata del meeting e del momento magico del bouldering, grazie allo straordinario contesto ambientale della Val Masino.

Esistono decine di aree sulle Alpi per l’arrampicata sui massi, tante più frequentate e in voga, tante con la roccia forse migliore, meno abrasiva, tante più facilmente raggiungibili.

Nessuna però condensa in così poco spazio una realtà di montagna ancor così integra e ben conservata.

Pensiamo ai prati di fondovalle, ormai una rarità anche nei pressi dei paesi di montagna valtellinesi, dove all’interno dei nuclei abitati è pressoché impossibile trovare un brandello di prato originario, vero parco giochi della nostra montagna.

E poi la Val di Mello e tutte le vette del Masino così vicine, ma anche apparentemente irraggiungibili, con la piramide del Cavalcorto innevata a primavera mentre i nostri sassisti giocano con innumerevoli massi in un grande fitness collettivo senza attrezzi.

La decennale arretratezza della Valle, sempre lasciata ai margini di uno sviluppo che ha interessato tante altre realtà valtellinesi, improntato quasi esclusivamente sullo sci, si trasforma ora in grande risorsa.

La bellezza delle pareti, dei torrenti, dei semplici massi accatastati sul fondovalle, testimoni di antiche ciclopiche frane, sono stati sempre in passato considerati beni immateriali e, in tante valli, anche vicine, sacrificati e distrutti con uno sprezzo che appare sorprendente, considerando la singolarità di queste vallate.

Il Melloblocco dimostra come il desiderio di cercare siti con una profonda identità è ancora forte.

Qui si può respirare a pieni polmoni, in una natura che non è più terrificante e repulsiva, ma è un rifugio sicuro, apprezzato da un frequentatore attento e dal comportamento consapevole, sempre più disposto remunerare l’unicità di questi luoghi.

Michele Comi – Le Montagne Divertenti n. 4 primavera 2008 michele.comi@stilealpino.it

Vecchie Guide

mercoledì, 18 Marzo 2009

Le pagine ingiallite dell’immagine in alto, con le note degli alpinisti, sono estratte dal libro personale del mio avo, la Guida Isacco Dell’Avo.

Il nonno appartiene alla seconda generazione di Guide malenche, esercitò negli anni ’30 del secolo scorso, il periodo d’oro delle Guide.

Sorprende ancor oggi il livello di difficoltà complessiva delle salite condotte abitualmente con i clienti, se pensiamo al materiale tecnico allora disponibile.

La figura di Isacco è sintetizzata nella storia delle Guide di Giuseppe “Popi” Miotti: ” Isacco Dell’Avo ha operato in Val Malenco sul finire del 1930. La brava guida di Torre S. Maria fu protagonista di alcune importanti prime ascensioni fatte con clienti. Nel 1937, con Giannino Soncelli, Isacco salì per primo l’oscura, alta e complessa parete ovest del Pizzo Argent. Nel 1939 con Plinio e Nello Corti, tracciò due belle vie sulle glaciali ed eleganti pareti nord-est e Nord-ovest del Pizzo Palù occidentale. Fu poi per anni gestore del rifugio Marco e Rosa assieme a Silvio “Polo” Pedrotti.Di lui ci ha lasciato un prezioso ricordo un cliente che, sul libretto di Isacco ha vergato le seguenti parole: “Ho ammirato le doti di Isacco in particolare il continuo, intelligente controllo sul cliente, tale da infondere tranquillità e da far concludere l’ascensione senza provarne eccessivamente la fatica; una guida ideale quindi che fa inoltre della modestia e dell’antiesibizionismo suo costume professionale. Personalità umana interessante, oltre che tecnicamente dotato, Isacco Dell’avo si inserisce degnissimamante nel quadro delle grandi guide della Valmalenco. Michele Comi michele.comi@stilealpino.it

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