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Quando i colori si ritirano

venerdì, 9 Gennaio 2026

Troppo poca neve per sciare, abbastanza da rendere scomodo ogni passo. La giornata è grigia, i colori spariscono, le cime si confondono. Vento da nord, qualche fiocco scende, ma la neve cade al di là delle Alpi; qui resta il silenzio.

Non è una giornata da buttare, il freddo taglia l’aria, le proporzioni ritornano, si nota ogni cosa. Da un foro nella neve il vapore acqueo dell’aria umida cristallizza; sottili cristalli di ghiaccio crescono come aghi.

La montagna riprende la sua misura.

Cultura dell’incidente, narrazioni, geografie del lutto

venerdì, 9 Gennaio 2026

Quaranta morti a Crans-Montana nella notte del nuovo anno.

Centosedici morti nel Mediterraneo centrale a dicembre 2025.

Due eventi diversi, due contesti lontani, ma una dinamica che rivela differenze profonde nel modo in cui vengono raccontati. E, per chi frequenta la montagna e ne conosce il linguaggio, questa differenza non può passare inosservata. Quando muore qualcuno in montagna, lo sappiamo bene, i numeri non bastano. Non ci bastano mai. Subito parte la ricostruzione: le condizioni ambientali, le scelte, le competenze, le responsabilità individuali e collettive. È quella che chiamiamo, non a caso, cultura dell’incidente. Un esercizio faticoso, a volte scomodo, ma necessario. Per rispetto verso chi è morto e per onestà verso chi verrà dopo.

A Crans-Montana la narrazione segue questo schema, una comunità colpita, vittime con un nome, domande sulla sicurezza, sulle uscite di emergenza, sulle responsabilità. La tragedia diventa fatto pubblico, condiviso, analizzato. Il lutto è riconosciuto.

Nel Mediterraneo, invece, il meccanismo si inceppa.

“Si temono 116 morti”. Naufragio di migranti. Fonte: ONG.

Fine del racconto.

Nessuna ricostruzione reale, nessuna cultura dell’incidente applicata al mare. Eppure, come in montagna, il mare non uccide da solo. Uccidono le decisioni prese prima, rotte obbligate, soccorsi ritardati o negati, politiche che trasformano il rischio in normalità accettata. Uccidono le omissioni, esattamente come accade quando un itinerario viene sottovalutato o una parete viene affrontata ignorando segnali evidenti, interni ed esterni.

In montagna abbiamo imparato — spesso a caro prezzo — che parlare di fatalità è il modo più rapido per non assumersi responsabilità. E che ridurre una morte a una statistica è il modo più sicuro per non imparare nulla.

La vera differenza, allora, non è tra un incendio in una stazione sciistica e un naufragio in mare aperto.

La differenza sta nel diritto al lutto e all’analisi.

Alcune morti vengono raccontate come incidenti da capire, altre come eventi inevitabili da archiviare.

Eppure, se c’è una lezione che la montagna ci ha insegnato, è che non esistono ambienti neutrali né tragedie inevitabili. Esistono scelte, contesti, responsabilità. Esiste uno sguardo che decide se fermarsi a guardare o voltarsi dall’altra parte.

Finché accetteremo che nel Mediterraneo non valga la stessa cultura dell’incidente che pretendiamo per la montagna, il problema non sarà solo l’informazione.

Sarà la rinuncia a riconoscere, anche lì, delle vite degne di essere comprese, non solo contate.

Esempio

Crans-Montana (40 morti)

“Crans-Montana in lutto: identificate le prime vittime dell’incendio, il paese si ferma” (ANSA/Reuters)

Mediterraneo centrale (116 morti)

“Migranti, Sea Watch: naufragio nel Mediterraneo, si temono 116 morti” (Repubblica)

Perché sono “simbolici”

Nel primo: c’è un luogo riconoscibile, c’è una comunità, c’è il lutto,

ci sono vittime da identificare (persone, non numeri).

Nel secondo: non c’è un luogo preciso, non c’è una comunità, non c’è lutto,

non ci sono persone, ma una categoria (“migranti”) e una stima.

TITOLI RISCRITTI (INVERSIONE DI SGUARDO)

Mediterraneo centrale (116 morti)

“Mediterraneo in lutto: 116 persone morte in mare, famiglie senza nomi né corpi”

Crans-Montana (40 morti)

“Incendio in Svizzera, si temono 40 morti in un locale turistico”.

Robert Peroni, a casa tra i ghiacci

mercoledì, 24 Dicembre 2025

Era il 2001 quando mi capitò di finire in una “spedizione” polare assai atipica, aggregato al caravanserraglio mediatico guidato da Mike Bongiorno. Io ero lì per tutt’altro motivo. Per conto del CNR dovevo prelevare campioni di neve a diverse latitudini, destinati a successive analisi sugli inquinanti trasportati a lunga distanza. Il problema principale non era il gelo, paradossalmente, ma il contrario: mantenere la catena del freddo, evitare che quei campioni si fondessero durante il rientro.

Attorno a me gravitava un’umanità varia, spesso spaesata, fuori posto. Tra tutti, uno solo sembrava davvero a casa tra il pack. Robert Peroni, non a caso un grande esploratore polare.

Peroni non colpiva solo per la competenza tecnica, per la naturalezza con cui si muoveva in quegli ambienti estremi. Colpiva soprattutto per altro: una presenza umana magnetica, un modo di stare nei luoghi e tra le persone che non aveva nulla di spettacolare, e proprio per questo risultava autentico. C’era misura, ascolto, una calma antica che contrastava nettamente con il rumore di fondo della spedizione.

Rileggendo oggi la sua intervista pubblicata su GognaBlog, quella stessa umanità emerge con ancora maggiore forza. Le parole di un uomo che ha attraversato i margini del mondo e che oggi guarda indietro senza compiacimento, con lucidità e disincanto. Un bilancio che parla di esplorazione, sì, ma soprattutto di relazioni, limiti, responsabilità. Di ciò che resta quando l’epica si dissolve.

Grazie Robert.

Remòll

domenica, 7 Dicembre 2025

Un tempo el remòll – il rialzo delle temperature con la conseguente fusione della neve – segnava la fine dell’inverno duro e l’inizio della primavera. Nei racconti era spesso legato alle valanghe di stagione.
Con qualche eccezione, come el remòll di fèsti, di pochi giorni durante le festività natalizie.

Da anni, però, el remòll è diventato la regola della stagione fredda.
E il gelo l’eccezione: lo dice il termometro.

Forse per questo, in quest’inizio d’inverno sembra più rassicurante puntare al tavolo verde che lanciarsi in una discesa olimpica con arrivo a milleduecento metri, nonostante i bacini di accumulo, batterie di cannoni e neve di laboratorio.
L’inverno è diventato una comparsa.
Lo spettacolo deve continuare.
Buona fortuna.

La temperatura media in Svizzera dal 1864. Ogni anno è indicato con un colore. Gli anni in rosso sono più caldi e quelli in blu più freddi rispetto alla media del periodo 1961-1990. (fonte MeteoSvizzera)

Il come prima del dove

domenica, 2 Novembre 2025

Cammino, arrampicata e ascolto: esperienze per abitare la montagna.

Un giorno o due, per trovare sintonia con l’intorno e con sé stessi.
Ci si incontra, si parte senza fretta, si osserva come cambiano la luce, il vento, il passo. L’intorno diventa campo d’esperienza, non sfondo.
Prima comprendiamo cosa accade attorno a noi, poi cerchiamo di capire come superare gli ostacoli, con quali tecniche, e solo alla fine con gli strumenti giusti. Più che il dove, importa il come.
La montagna insegna a leggere, a scegliere, a rallentare o correre.

Nel muoversi tra sentieri e pareti si alternano cammino e arrampicata, gesti semplici e concentrazione. Si esplorano indizi, pillole di orientamento, lettura del terreno e della roccia, stima dei tempi, percezione dei pericoli e degli scenari.
L’impegno fisico e tecnico cresce con naturalezza, passo dopo passo, calibrato sulle persone e sul momento.

Gli incontri inattesi, le sorprese, i mutamenti del meteo o dell’umore diventano parte del gioco, occasioni per allenare l’attenzione e l’ascolto, dentro e fuori.
Scoprire che il vento non soffia solo sulle creste, ma anche nei pensieri.

Quando si allunga il tempo – due giorni in montagna, con una notte in bivacco o in baita – tutto si fa più denso, la luce del tramonto, il silenzio, i gesti condivisi.
L’esperienza diventa più profonda, più essenziale. Le conoscenze si sedimentano nei movimenti, nella postura, nello sguardo.

Il programma nasce ogni volta su misura, costruito insieme, nel rispetto delle condizioni della montagna e del ritmo di ciascuno.
Non esiste un percorso standard, ma un cammino che si disegna passo dopo passo, con attenzione, libertà e curiosità.

Chi vuole saperne di più mi scriva qui: info@mountlab.it Ancor meglio una lettera scritta a mano, calma e inattesa.

Da una chiacchierata può nascere un cammino, una scalata, o almeno una buona idea di partenza.

Sono tornate le api!

giovedì, 16 Ottobre 2025

Sono tornate le api!
Un grande favo pende dalla fessura a strapiombo del secondo tiro.
Se continuano a costruire qui le loro perfette strutture esagonali per custodire miele, polline e larve, significa che questa è casa loro.
Possiamo tranquillamente rinunciare a salire quel tratto di parete, gli altri itinerari sparsi su questo bel muro di gneiss, all’imbocco della Valmalenco, offrono comunque splendide possibilità di arrampicata.

Ecco il disegno aggiornato delle vie delle strutture di gneiss di Cagnoletti – Valdone in Valmalenco

Il ricordo sulla carta

domenica, 21 Settembre 2025

Alla fine della giornata, in cima alla parete, gli ho lasciato un piccolo compito:
«Quando torni a casa, disegna un ricordo di oggi».
Questo è il risultato.

Sul foglio c’è tutto: il cordino blu passato attorno al larice, il rododendro, il friend viola piazzato con cura, la corda rosa che ci univa e ci teneva in tensione, e sopra di noi – davvero – lo stambecco. Un guardiano delle rocce, metà Dio Pan, metà spirito della montagna, che ci osservava dall’alto in silenzio.

Raccogliere un frammento di documentazione attraverso un racconto spontaneo, fatto di segni e colori, restituisce a chi guida lo sguardo fresco del bambino sull’esperienza appena conclusa. In fondo documentare la nostra ascensione significa non solo archiviare, ma dare valore alle tracce, trasformarle in memoria viva. Qui la “bacheca” è un foglio di carta che mette in relazione luoghi, emozioni, gesti tecnici e simboli che ci aiutano a rielaborare quel che abbiamo vissuto.

Un disegno che racconta più di mille parole la giornata: tecnica, fiducia, stupore. La memoria viva di una scalata, vista dagli occhi di chi muove i primi passi in verticale.

Piz Bernina, Cresta Coaz

sabato, 13 Settembre 2025

13 settembre 1850

E’ ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.

Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch.

Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio. Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.

L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto.

Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso. La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.

Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn. Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.

Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali. I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.

Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.

La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.

Dopo la costruzione della Capanna Marco e Rosa nel 1913, la salita lungo la luminosa Cresta Est viene progressivamente abbandonata, a favore della più diretta via per la Spalla e la cresta Sud.

Scheda

Piz Bernina per la cresta Est

Johann Coaz, con Jon e Lorenz Ragut Tschrner il 13 settembre 1850

Dal Rifugio Marco e Rosa si traversa in direzione Nord il grande pendio glaciale della Spalla, andando a scavalcare, verso quota 3750m, il tondeggiante crinale nevoso della cresta Est della Spalla, per entrare nel vallone (attenzione ai seracchi soprastanti!) compreso tra il crinale e e la Cresta Est. Superata la crepaccia terminale il percorso segue integralmente il filo della cresta rocciosa orientale.

Dislivello 300m, difficoltà variabili da AD/D, passi di III

Note importanti

La salita descritta è un percorso in quota selvaggio e affascinante, anche se l’accesso alla cresta risulta oggi assai problematico e non privo di pericoli oggettivi.

La nuova geografia del disgelo cambia di continuo le condizioni della montagna. Tutto muta con una rapidità impressionante, bastano poche ore per stravolgere i percorsi un tempo ritenuti abituali e consolidati. Un invito a valutare costantemente le condizioni, passo dopo passo, a relazionarsi con l’intorno, a predisporsi all’immediata percezione di ciò che accade in ogni istante dell’ascesa.

Spetta solo all’alpinista, a chi s’addentra responsabilmente nel cuore della montagna, valutare di volta in volta le condizioni, percepire la densità di pericoli e predisporsi ai rischi conseguenti.

Se il clima soffre di un cambiamento radicale e inusitato, forse è un’occasione per riscoprire come è ancora possibile “abitare”, anche nelle forme più creative, l’imprevedibilità, per comprendere come siamo dipendenti dal clima che cambia, lontani da qualsiasi senso di certezza.

Sul gradino del rifugio, dove il tempo si ferma

mercoledì, 10 Settembre 2025

Stesso luogo, stessa pietra davanti al Marinelli Bombardieri al Bernina. Ottant’anni scorrono tra queste due immagini. Mio nonno e io, stesso mestiere: la guida alpina.
Nella foto d’antan c’è un fascino irripetibile, il “physique du rôle” intagliato nella fatica, la sigaretta arrotolata che pende dalle labbra come nei film in bianco e nero.
Oggi restano altre cose: il peso della salita appena conclusa, la felicità silenziosa del compagno di cordata, il rifugio che ci accoglie. In quell’istante, la fatica si scioglie e diventa memoria, continuità, ritorno.

Specchio

lunedì, 1 Settembre 2025

Su queste balze di serpentino è comparsa una nuova ferrata. Di fronte, Chiesa e Caspoggio dall’alto: mezzo secolo di orgia immobiliare, case chiuse, letti freddi. Ora ferro sulla roccia, come cemento nella valle. Lo specchio riflesso di ciò che siamo?