La domanda “quanto manca?” durante un’escursione con un gruppo di ragazzi non è quasi mai una questione di fatica. Spesso è distanza dall’esperienza, difficoltà ad abitare il tempo, bisogno di una meta immediata.
Per questo, quando quella domanda lentamente sparisce, o quasi, è successo qualcosa di importante.
Non per merito di chi accompagna, ma perché il gruppo ha iniziato ad ascoltare davvero. Il bosco, le tracce, l’acqua, le storie, il proprio passo.
Perché la curiosità ha preso il posto dell’attesa.
Perché i ragazzi, se coinvolti nel modo giusto, smettono di subire il cammino e iniziano ad attraversarlo.
Bisogna pungolarli, certo. A volte provocarli, altre volte lasciarli fare. Trovare il loro verso giusto, senza pretendere attenzione automatica.
Poi accade qualcosa di bellissimo e diventano inarrestabili.
Si fermano a osservare dettagli invisibili agli adulti, fanno domande impreviste, dimenticano il telefono, allungano il passo.
Ed è lì che l’educazione fuori prende corpo.
Un’aula senza muri dove non si insegna soltanto, si impara insieme a stare nel mondo.
