Stabilire un contatto diretto e sensibile con la neve è un buon inizio. Un’occasione per tornare, almeno per un poco, come i nostri antenati, che non si muovevano mai, ma avevano più esperienza di noi che abbiamo visto tutto.
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Contatto diretto e sensibile con la neve
lunedì, 26 Febbraio 2018Il primato della tattilità
venerdì, 23 Febbraio 2018Le forma di appigli a appoggi non è unicamente il contorno geometrico, ma un certo rapporto con la loro natura (tipo di roccia). La pietra parla a tutti i sensi, oltre alla vista.
Per questo mentre ci muoviamo, specie su passaggi noti e conosciuti, arrampichiamo anticipando la portata dello sguardo.
E’ il primato della tattilità e pure del contatto olfattivo, sensi che si rimescolano e rimandano in automatico alla memoria e a un’esperienza che prende il corpo nella sua totalità.
L’aula migliore è fuori #2
martedì, 20 Febbraio 2018Trasportare l’aula all’aperto, nella neve, accresce le nostre capacità sensoriali, che sono il nostro primo strumento di autodifesa. Un antidoto contro la circoscrizione dei sensi della vita moderna che fa percepire quasi esclusivamente attraverso gli occhi e sempre di più nello spazio limitato dello schermo di un monitor.
Mente e cuore
martedì, 13 Febbraio 2018Nessun attimo della nostra esperienza condotta negli ambienti naturali è privo di collegamento tra meccanismi di elaborazione delle informazioni e le nostre emozioni.
Oltre ad accedere all’attenzione e alla memoria, in montagna sperimentiamo di continuo delle vive sensazioni. Quanto ascoltiamo i segnali delle nostre emozioni? Perché l’attenzione è tendenzialmente orientata al richiamo di ragguagli e insegnamenti, mentre tendiamo a trascurare o a nascondere l’altrettanto importante sfera delle emozioni?
L’aula migliore è fuori #1
domenica, 11 Febbraio 2018La passione nasce dalla libertà di correre e bagnarsi le scarpe nei prati, viaggia con piccole scintille esplose su un’esca di paglia e di carta che alla fine si incendia e arriva dritta al cuore.
Quale guida?
giovedì, 8 Febbraio 2018Chi si rivolge ad una guida spesso lo fa per essere accompagnato ed imparare le tecniche relative a tutte le attività che si possono fare in montagna.
Forse non tutti sanno che accanto alla possibilità di imparare a muoversi con disinvoltura sulle rupi, conoscere ed adottare le migliori metodologie, esperienze ed ingegnosità pratiche, vi può essere anche l’opportunità di scoprire un mondo al quale gran parte delle persone hanno voltato le spalle.
Così le montagne possono trasformarsi in un rifugio prezioso, un toccasana contro gli aspetti disorientanti di un mondo che corre, spesso senza limiti, sino a diventare persino utili a soddisfare il bisogno crescente di un “ritorno a casa”.
Fare luce su dettagli minori, quelli che a prima vista possono sembrare di poco conto, non può che rendere più profondo il significato dell’esperienza.
E’ un’occasione per comprendere i luoghi, la loro identità, arrivando a cogliere non solo pochi istanti come un bel panorama o la foto di vetta da “postare”, ma estendendo la comprensione di quel che accade e ci circonda nel tempo, andando oltre la ricerca d’avventura e del fitness svolti entro scenari gradevoli.
La riattivazione di un’intimità fisica con gli ambienti attraversati, mentre arrampico, scio o cammino, consente di risvegliare un piccolo istinto selvatico dimenticato, l’unico capace di far cogliere più informazioni, per comprendere in profondità un territorio, senza dimenticare la dimensione “curativa” e benefica della relazione con spazi mai completamente decifrabili come le montagne.
le parole sono importanti
lunedì, 29 Gennaio 2018Le parole sono importanti.
Bastano pochi clic e attraverso vari dizionari on line mi appare sullo schermo una successione di definizioni e significati del termine “sicurezza” e “sicuro”.
“Condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli”.
“Il fatto di essere sicuro, come condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli”.
“Condizione di chi, di ciò che è esente da pericoli o protetto contro possibili pericoli”.
“La sicurezza (dal latino “sine cura”: senza preoccupazione) può essere definita come la conoscenza che l’evoluzione di un sistema non produrrà stati indesiderati”.
“Di luogo o di cosa che non presenta pericolo, dubbi, difficoltà”.
Tutti sappiamo che in montagna è impossibile rimuovere il pericolo.
Cadute, scivolate, scariche di pietre, valanghe, frane, tempeste e bufere, sono una condizione intrinseca del muoversi in natura. Non esiste alcuna possibilità di rimozione del pericolo, che permane, indipendentemente dall’esperienza e bravura di ogni frequentatore della montagna.
Allo stesso modo i dubbi e le difficoltà, seppure in misura variabile e personale, sono una presenza costante di ogni scalata o semplice escursione.
Come è noto la capacità di muoversi in sintonia con gli ambienti attraversati consente di percepire la tipologia e densità dei pericoli presenti e predisporsi ai rischi conseguenti, con l’adozione di idonei comportamenti, ricorrendo alle migliori tecniche, all’allenamento, equipaggiamento e ai materiali più indicati.
Rischi che in tal modo andranno ad essere “gestiti”, con la consapevolezza che mai si potranno ridurre a zero.
Proporre attività “sicure” in montagna è qualcosa di irrealizzabile così come promettere di frequentare la montagna in “sicurezza”.
Potremmo più correttamente limitarci a far vivere la montagna richiamandosi all’ intelligente cautela, al rispetto dei pericoli e pure al prepararsi alle cose che potrebbero andar male.
Per questo è da preferire in ogni caso l’utilizzo del termine “protezione”, ovvero l’attività di chi difende, aiuta o favorisce in varî modi qualcun altro e se stessi, che non ha il fine della sicurezza (irrealizzabile) ma dell’aiuto a governare i pericoli che restano tali e non possono essere eliminati.
Neve incertezza e altre cosucce
giovedì, 18 Gennaio 2018Confesso che ho perso completamente il contatto con le ultime novità tecniche e i materiali proposti per lo scialpinismo. Ho visto in edicola una recente guida all’acquisto spessa come un vecchio elenco telefonico, ma non ha trovato spazio nella borsa della spesa.
Mi ha invece incuriosito un articolo pubblicato dall’American Avalanche Institute, dove si analizzano diversi aspetti legati al “fattore umano”, da cui si ricava che essere “esperti” nella tecnica e nelle scienze della neve automaticamente non ci trasforma in esperti nei processi decisionali.
Ho poi provato a ridisegnare, adattandolo, un grafico scovato in rete che descrive le “tre fasi dell’esperienza” che mi ha particolarmente colpito.
Quale neve?
venerdì, 5 Gennaio 2018Overdose tecnologica?
venerdì, 1 Dicembre 2017Il fanatismo religioso nei confronti dell’approccio tecnologico a qualsiasi aspetto della vita pare un processo irreversibile. La montagna non sfugge all’aggressione tecnologica così come appare in quest’app di ultima generazione per “conoscere la più recente evoluzione dello stato dei ghiacciai, della copertura nevosa, della superfice della roccia, delle piste, per poter usufruire di una sicurezza ottimale”.
La realtà ci suggerisce che quanto più la conoscenza di un sistema complesso è parziale, più la si ritiene fondata sulla sua dimensione tecnologica. Questo non significa criticare a priori l’uso della tecnologia, ma al contrario spinge a coglierne appieno le potenzialità dove effettivamente servono, non prima però d’aver attivato i fondamentali processi di relazione con l’ambiente, che ancora costituiscono il mezzo più potente per migliorare le nostre capacità d’osservazione, ascolto e presa delle decisioni.
Con la crescente incapacità di conoscere direttamente il mondo in termini di esperienza, per fortuna la montagna resta uno dei pochi luoghi a portata di mano, paragonabile a una preziosa riserva, dove possiamo sperimentare la nostra interpretazione personale delle cose attraverso il contatto diretto dei sensi.
Ora che siamo con il naso incollato sullo smartphone tutto il giorno, incentivarne l’uso anche nei rari momenti in cui possiamo farne a meno e in situazioni paragonabili alla guida dell’auto, non potrebbe rivelarsi, oltre che fastidioso, più dannoso che utile? Difficile poi capire come e da chi potrà essere “validata” la qualità del dato consultabile, considerando l’estrema variabilità nello spazio e nel tempo delle condizioni della montagna, unita alla soggettività delle informazioni immesse.















