Solo quando mettiamo completamente a fuoco la nostra attenzione possiamo incontrare la roccia e gli ambienti che ci circondano.
Cercare un’intelligente sensibilità aiuta ad arrampicare su questo granito. O viceversa?
Solo quando mettiamo completamente a fuoco la nostra attenzione possiamo incontrare la roccia e gli ambienti che ci circondano.
Cercare un’intelligente sensibilità aiuta ad arrampicare su questo granito. O viceversa?
Il ricordo di attività pianificate con cura svaniscono presto dalla memoria, al contrario di azioni spontanee, inaspettate, come attraversare il Mallero gonfio d’acqua del disgelo, camminando sopra grandi valanghe di primavera che hanno invaso lunghi tratti d’alveo.
Prendersi il tempo, osservare, cogliere la profondità delle relazioni, risvegliare il corpo come recettore di sensi, lasciarsi sorprendere dalla bellezza, lasciarsi intrattenere dallo stupore. Quante cose insolite e sconosciute possiamo esplorare entro una piccolissima superficie di foresta, anche a due passi da casa? Dove rocce ed esseri viventi ricreano un’incredibile storia naturale in miniatura?
Scivoliamo di fronte alla Becca di Luseney con un bianco allucinante dentro un perfetto “half pipe” naturale, che da quasi un senso di vertigine. Abbiamo calpestato e percorso: nevi ghiacciate, nevato, grossi accumuli di valanga, sino a neve satura d’acqua.
Vedere, sentire, assaporare questa montagna bianca non può che ampliare un gran senso di meraviglia.
Due giorni attorno ad una grande montagna. Finalmente un tempo libero, non strutturato, per sperimentare la natura in modo profondo.
Valli, ghiacciai, canali, passi e bivacchi fisseranno i ricordi e i benefici dell’esperienza.
Quando: con le condizioni idonee.
Quanti:pari gli artigli di un tetraonide.
Come: con muscoli e fiato.
Lo svago e il piacere di muoversi negli ambienti naturali è fatto dalla quantità di spazi aperti o dalla nostra relazione con questi? Cerchiamo contatto con le montagne perché ci procurano piacere, che deriva del cercare, non solo nel trovare.
Disponiamo di processi percettivi raffinati, di grandi possibilità di movimento, eppure fatichiamo a partecipare pienamente alla ricchezza che ci circonda. Anche l’arrampicata, l’alpinismo e pure la “formazione outdoor”, spesso si ritrovano collocati dentro schemi ripetuti, dove si rincorre la natura per utilizzarla come uno sfondo gradevole o adrenalinico, a seconda dei casi.
Togliere questi schemi può essere un toccasana, una piccola rivoluzione, dove l’incontro inatteso con una salamandra può diventare espressione di “natura selvaggia” quanto una parete inaccessibile e remota.
Così, con nuovi occhi, forse si potranno svelare mille obiettivi, sempre nuovi, indeterminati, nascosti e segreti.
La montagna bianca è priva di confini e recinti, eppure gli instancabili “risalitori” in assetto sportivo si costringono in discesa nella stretta traccia battuta per guadagnare in velocità qualche metro ed evitare di spingersi per pochi tratti in piano.
Per noi è l’occasione per esplorare gli spazi aperti e disegnare un grande pettine di tracce parallele nella neve intatta.
Di ritorno dalle prime esperienze scialpinistiche, questo è un piccolo gioco che alza lo sguardo e lascia spazio al tempo e all’osservazione.
E’ interessante diventare cacciatori di dettagli, dando spazio, tempo ed attenzione alla nostra esperienza in montagna o in parete.
Provare ad essere più recettivi può servire ad amplificare l’esperienza, con risultati incoraggianti rispetto al troppo agire o al semplice inseguimento delle salite in voga, della quantità di metri scalati o della difficoltà.
Per l’arrampicata di primavera vorrei suggerire alcune uscite sul granito del Masino, adatte a tutti, improntate al minimalismo tecnico e gestuale, per abituarsi a leggere le più piccole pieghe nella roccia e imparare a cavarsela con pochi moschettoni e qualche cordino, da abbinare a un piccolo set di protezioni veloci (dadi ad incastro).
Contattatemi per saperne di più.
L’aria sa ancora d’inverno, ma il granito invita all’arrampicata.
Non calpestate l’erba, non avvicinarsi agli animali, non oltrepassare la linea gialla, vietato tuffarsi, non dar da mangiare agli animali, divieto d’immergersi in acque non protette, vietato tirare sassi, vietato giocare a palla sulla spiaggia, vietato arrampicarsi sugli alberi, vietato sedersi a terra, vietato raccogliere fiori, vietato bere per strada, guardare e non toccare è una parola d’ordine….
Ormai siamo circondati ovunque da una rete capillare di proibizioni, divieti, interdizioni.
Bastano pochi momenti d’arrampicata tra i macigni per rianimare un rapporto diretto con l’ambiente, una conoscenza che nasce dal fare, non solo dal guardare.
Tante cose diventano più semplici da accettare quando coinvolgiamo il corpo in una attività nell’ambiente naturale. La migliore scalata su ghiaccio si ottiene quando non la si considera una prova agonistica e non si impone a fasce specifiche dei nostri muscoli una performance, ma quando si trasforma in un’esperienza che esalta la sensorialità e impegna il corpo secondo i ritmi e le possibilità di ciascuno. Si approccia come un adattamento continuo, via via con nuovi equilibri, coordinazioni e ritmi diversi.
E’ un dialogo costante tra il corpo e le sue reazioni, tra la qualità del movimento e la relazione con l’intorno ghiacciato.