Archive del 2017

Valmalenco: turismo, cave e incompatibilità di sensi

giovedì, 16 Febbraio 2017

Il sole al tramonto illumina la Sassa di Fora e la lunga cresta orizzontale che la collega al Pizzo Tremoggia. Alla base delle pareti avrebbe trovato spazio l’imbocco della galleria ferroviaria secondo un vecchio progetto risalente al 1903 (e mai più realizzato) dell’Ing. Orsatti per aprire una via di comunicazione con l’Engadina dalla Valtellina.

Dai prati di San Giuseppe la strada ferrata si sarebbe inerpicata fino ad Entova, per poi essere inghiottita dalla montagna all’altezza dell’alpe Fora e sbucare sul versante svizzero a Plan Vadret in Val di Fex. Misurati lungo l’asse del tunnel solo tre chilometri di roccia dividono i fianchi della montagna, la Valmalenco dall’Engadina, l’Italia dalla Svizzera.

La montagna è la stessa, bellissima, seppur con una diversa luce e diverso cielo.

Mentre scivoliamo leggeri lungo la pista di fondo che conduce a Chiareggio respiriamo a pieni polmoni, sentiamo il profumo degli abeti riscaldati dal sole e una distesa di silenzio ci collega all’istante con l’altro blasonato versante e ci lasciamo avvolgere, penetrare da questo paesaggio, che non resta davanti a noi come un semplice oggetto. Poi d’improvviso la cava “esplosiva” soprastante riprende l’attività, macchine perforatrici e colpi di mina si alternano con regolarità, l’atmosfera si rabbuia e la parte visibile non basta più a rallegrarci, piombiamo nel rumore, l’incanto è finito, l’Engadina torna ad essere lontana e irraggiungibile!

 

 

Le montagne e il maestro d’arte.

domenica, 12 Febbraio 2017

Ne ero certo! Erminio Dioli (1885-1964), il barbuto artista, architetto, pittore, restauratore e botanico della Valmalenco, non poteva aver osservato le montagne solo dal basso. Una vecchia foto lo ritrae legato in cordata con un gruppo di alpinisti diretti al Disgrazia nel ’36, armato di lunga piccozza in legno e corda di canapa, sul ghiacciaio di Preda Rossa, non lontano dalla Sella di Pioda.

Uomo d’arte e di ingegno, Dioli diede forma in Valmalenco ad una delle poche impronte architettoniche degne di nota. Nelle su opere traspare un legame profondo con le caratteristiche fisiche e naturali di queste montagne, purtroppo senza che nei decenni successivi, progettisti, palazzinari e abitanti se ne rendessero conto.

Le poche righe che descrivono il suo approccio al progetto da sole basterebbero a sostituire tonnellate di carta prodotta da mezzo secolo di insensata pianificazione urbanistica.

“Prima di progettare un fabbricato il maestro si recava sul posto a studiare attentamente il terreno nel suo insieme, osservando la posizione, la geologia, il colore della roccia, i muri e le case esistenti,la vegetazione ed eventuali rogge o coni d’acqua. Dopo aver eseguito un analitico studio del terreno, progettava dapprima il giardino che considerava la cornice e al centro rispettando l’asse mediano, progettava la casa adattandola al giardino; la costruzione doveva sorgere mimetizzata, quasi cresciuta naturalmente come un fiore o un prodotto del terreno. Durante la costruzione, qualora alcuni di questi elementi naturali venissero a mancare, interveniva con materiali prodotti da lui stesso: cemento, calce colorata, striata e graffiata per rendere omogeneo il suo progetto e rispettoso dell’ambiente in cui era inserito. Esigeva l’equilibrio, anche una sola pietra diversa poteva danneggiare l’assetto armonico nel suo insieme” (testo tratto da biografia).

Foto archivio Enrico Bricalli che ringrazio per la gentile concessione.

Per saperne di più:
E. Sem, Erminio Dioli (Sul)le tracce di un maestro d’arte, Unione della Valmalenco 2006

Pagina fb a cura di Enrico Bricalli ricca di immagini e documenti.

 

Montagna a scuola

venerdì, 10 Febbraio 2017

E’ stato piacevole sperimentare e trovare la via, al pari di un’arrampicata bella ed esigente, per attivare attenzione e curiosità durante una lezione “frontale” sulle professioni di montagna con una doppia classe di un istituto superiore di Sondrio.

Forse i nativi digitali, generazione smarthphone o “sdraiati” sono più recettivi agli stimoli delle generazioni precedenti e molto meno insensibili di quanto si pensi.

Alla domanda conclusiva “E allora perché mai dovremmo salire su una montagna?”, cino climb (600x800)così hanno risposto:

“per la quiete”

“per la libertà”

“perché è diversa”

“per l’aria sana”

“per fare sport”

“per i funghi”.

 

Il lago Palù e la metamorfosi dei luoghi già noti

mercoledì, 8 Febbraio 2017

Al termine del sopralluogo attorno alle rive del lago per mettere a punto un piccolo percorso di conoscenza della neve e delle sue infinite trasformazioni, mi ritrovo solo al crepuscolo, al centro del lago.

Ancora una volta mi accorgo che esiste un’armonia tutta da scoprire tra le possibilità di un paesaggio noto e conosciuto. L’escursione libera e silenziosa accresce l’attenzione e aguzza lo sguardo rendendolo sensibile alle variazioni dei più piccoli dettagli, trasformando luoghi familiari in nuovi spazi da esplorare.

 

Punta Allievi spigolo Gervasutti

lunedì, 6 Febbraio 2017

Ogni tanto dai quaderni degli appunti saltano fuori vecchi schizzi ad annotazioni.

Proverò a riportarli di tanto in tanto, aprendo una nuova categoria nell’indice dei ricordi: impressioni e disegni di salita.

Punta Allievi spigolo Gervasutti

Via dei terrazzamenti

domenica, 5 Febbraio 2017

Gli oltre 70Km di tracciato che corrono lungo il versante retico valtellinese, da Morbegno a Tirano, vivisezionano il territorio sin nel profondo.

Tratturi agricoli, sentieri, antiche strade di contrade e paesi si alternano ricomponendo il vissuto millenario di questa Valle.

I sentieri consunti, rivestiti di pietra acciottolata, conservano i segni degli innumerevoli passaggi, il solco dei carriaggi, il secolare lavoro di una vita contadina che trovò spazio e dimora nell’intero versante retico solivo, più salubre e sicuro rispetto alla piana, paludosa e inondata dalle frequenti piene dell’Adda.

A differenza del fondovalle, minacciato e a tratti stravolto da una folle frenesia costruttiva priva di conoscenza, gli spazi di versante mantengono in buona parte caratteri di naturalità e perfetto connubio tra azione dell’uomo e natura.

Lungo i sentieri si osservano boschi, prati falciati, sacche di terra per ospitare i coltivi e rocce vestite di case di pietra con tetti di legno.

E’ un percorso che restituisce freschezza, imprevedibilità , in grado di far scaturire la sorpresa dal terreno del familiare.

L’intera valle è segnata da una lunga storia geologica, che ne ha condizionato struttura e forma nel corso di decine di milioni di anni con processi legati alla costituzione dell’intera catena montuosa delle Alpi.

Più percepibile, specie per i non addetti ai lavori, è l’azione relativamente recente legata al passaggio dei grandi ghiacciai quaternari, che hanno definito l’impronta geomorfologica attuale: rocce più resistenti si sono apposte all’azione erosiva, si sono formati ampi balconi sospesi e la pendenza della montagna si è attenuata alcune centinaia di metri sopra il fondovalle.

Con un pizzico di curiosità è però possibile cogliere alcuni degli innumerevoli spunti di natura geologica che il percorso sa offrire, ottimo esempio di geodiversità: una qualità che supporta e integra la biodiversità all’interno degli ecosistemi.

Il percorso sospeso sopra la vallata è un eccellente punto di vista per cogliere l’immane lavorio dei ghiacci e dell’acqua che hanno plasmato le forme e colmato la piana con enormi volumi di depositi e disegnato i conoidi perfetti allo sbocco delle valli confluenti.

I greti dei principali torrenti attraversati contengono sotto forma di blocchi variopinti il dna geologico delle vallate soprastanti.

Le pietre degli sfasciumi nel corso dei secoli sono diventate muri di sostegno degli innumerevoli terrazzi.

Osservati da vicino sono una cartina di tornasole dell’ossatura stessa delle nostre montagne.

Gneiss, graniti, scisti e serpentine trasformano i chilometrici muri a secco del versante retico in un prezioso album petrografico, spesso le patine multicolori di alterazione superficiale della pietra unite ai licheni rendono queste semplici strutture delle vere e proprie opere d’arte.

Il percorso lungo il versante retico si contraddistingue quindi come di mezzo di conoscenza privilegiato, strumento di fruizione turistica oltre che occasione per innescare un tracciato di sorveglianza a mezzacosta, per monitorare i processi di degrado legati all’abbandono delle attività agricole e, ci si augura, promuovere le necessarie azioni di micro manutenzione diffuse utili a ristabilire, almeno in parte, quella cultura “verticale” capace di garantire anche l’equilibrio idrogeologico.

Dall’ introduzione alla relazione geologica del “PERCORSO PER LA VALORIZZAZIONE DEL PAESAGGIO DEI TERRAZZAMENTI DEL VERSANTE RETICO” novembre 2011

 

 

 

Narcotizzati dal rotore

domenica, 5 Febbraio 2017

La montagna torna bianca e l’attrazione fatale verso il rotore riprende quota.

Leggo ora un aggiornamento sul quotidiano La Stampa.

Di fronte alla possibilità di muoversi nel silenzio tanti trovano una conferma, un affermarsi della sensibilità necessaria per avventurarsi con le proprie gambe nei pochi spazi non invasi dal rumore che ci restano.

Cavalcare il desiderio di quiete che popola il nostro cammino sembrerebbe ovvio ed economicamente vantaggioso per chiunque si occupi di accompagnamento nella natura, chiunque tranne i narcotizzati dal rotore, disusati inseguitori dell’alibi sempre più inconsistente della “valorizzazione” commerciale della montagna.

eli

 

Ghiaccio ed incertezze

mercoledì, 1 Febbraio 2017

Ammettere il senso di incertezza racchiuso nell’arrampicata su ghiaccio mantiene la testa libera da soluzioni precostituite e aiuta a ricercare il maggior numero di informazioni per avere più possibilità di scelta nell’individuare la linea, dosare i colpi ed affidarsi agli attrezzi con delicata sensibilità.

Nelle foto: cascata centrale di San Giuseppe e vecchie baite vestite di pietra dell’alpe Zocca in Valmalenco

La casa del picchio nero

giovedì, 26 Gennaio 2017

A volte nel bosco può capitare di sentire un canto variabile, un’insospettabile melodia con intonazione vagamente umana. E’ il richiamo verso la femmina del picchio nero e questa è la sua casa, creata a colpi di becco, con martellanti raffiche di percussioni eseguite con esattezza cronometrica.

Allenarsi a cogliere piccoli dettagli nell’ambiente della nostra inutile scalata può aiutarci a riconnettersi con il mondo, istruirsi alla semplicità e fuggire dall’apatia e cecità assai diffuse anche in parete, includendoci almeno un poco nella natura.

Nella foto: nido del picchio nero scavato nel tronco d’abete nei dintorni di S. Giuseppe (Val Malenco).

picchio (600x800)

Escursione di ghiaccio all’alpe Lagazzuolo in Valmalenco

lunedì, 23 Gennaio 2017

Sotto il ghiaccio vitreo e trasparente si osserva l’acqua che corre e si ascolta il suono del flusso incessante che nel corso del tempo ha modellato e levigato le pareti di metagabbri pieghettati della Valle Orsera che costituiscono il greto dell’emissario del laghetto di Lagazzuolo.

Il silenzio è ghiacciato. Superiamo alcuni salti, aggiriamo piccole pozze, tra tronchi secchi contorti, rocce e mughi imprigionati dal gelo. Più in alto usciamo  nel bosco d’abeti e di larici, sino a raggiungere il bivacco degli Alpini all’alpe Lagazzuolo, in un gioco di luci e di ombre, guardando la linea pura delle vette assolate che ci sta davanti, tra la Sassa di Fora e il Tremoggia.