Abbandoniamo il panoramico crinale della grande morena laterale destra del ghiacciaio del Ventina per risalire la pietraia che conduce dritta al passo. La traccia si mimetizza tra i macigni e gli sfasciumi smossi dalle valanghe di primavera. Il passo conduce alla lunare Val Sassersa, e ai suoi laghi turchese. Più in basso ritroviamo le distese d’erba di Pradaccio e attraverso boschi di pino silvestre rientriamo sino a fondovalle.
Raggiungo il ghiacciaio inserendo il pilota automatico del ricordo sensoriale. Ogni roccia, morena e torrente di quest’angolo selvaggio della Valmalenco rappresentano una mappa della memoria assai familiare.
Alla base del roccione di gneiss rossastro che si alza sopra la grande morena della piccola età glaciale, sopra ad una cengia, ritrovo il solito grande cespuglio di genepy nascosto. Seguo i profumi delle pasture d’alta quota e poi quelli della flora alpina periglaciale sino a mettere il piede sul ghiacciaio. La seraccata scarica ad intervalli quasi regolari.
I miei compagni d’esperienza calzano felici i ramponi per la prima volta.
E’ bello scalare al fresco, sopra il lago di Gera, lungo linee gradevolmente articolate e placche grigie decorate di giallo (Rhizocarpon geographicum)
Battiamo la traccia nella neve pallottolare portata dalla tempesta di ieri sera. Siamo i primi a risalire la spalla del Bernina stamane. Con il sorgere del sole le nebbia si dissolve e l’aerea cresta sommitale è tutta per noi.
Le rocce che bordano il canale di Cresta Vento Guzza sono incrostate di ghiaccio, la brezza vivace da nord da un sapore quasi invernale alla salita. Nubi sfilacciate dal vento si rincorrono e si disperdono oltre il Bellavista, sopra il deserto bianco del plateau di Fellaria.
Pizzo Bernina da Chiesa in Valmalenco
Forse è ancora possibile salire le montagne per il piacere di gustare il tempo che passa, scoprire i luoghi e incamminarsi in un viaggio verso l’alto.
Così ci si può immergere in mondo inesauribile di sensi, per far nascere la passione per la semplicità, osservando la fauna, le rocce e il susseguirsi degli orizzonti vegetali, godendo del sorgere del sole e condividendo la gioia del tramonto al bivacco assieme ai compagni di viaggio.
Partire dal fondovalle significa diluire l’esperienza in un tempo dilatato, non replicare l’esistenza inquieta e frettolosa della vita di tutti i giorni, accrescere la possibilità di ritrovare una miglior percezione delle cose e perché no ristabilire una scala di valori che le abitudini collettive tendono ad eliminare.
Giorno 1: Chiesa in Valmalenco 1000 m – Alpe Musella 2021 m
Si supera il versante meridionale del Monte Motta, camminando tra pinete aromatiche, per poi risalire a mezzacosta la Val Lanterna, tra maggenghi, resti d’archeologia mineraria e una moltitudine di testimonianze di vita plurisecolare sulle Alpi, sino a raggiungere, per storiche mulattiere, il limite superiore del bosco e gli alpeggi, sostando al piccolo ed accogliente rifugio Mitta all’alpe Musella (foto Klaus Dell’Orto).
Giorno 2: Alpe Musella 2021 m – Bivacco Parravicini 3183 m
Risaliamo la selvaggia Val di Scerscen, con un avvicinamento inconsueto alla più alta cima delle Retiche. La prima parte del percorso si snoda nelle gole del torrente Scerscen che raccoglie le acque di fusione dei ghiacciai del Bernina; superati gli antichi sedimi dell’alpe Scerscen si accede ai circhi morenici superiori, costellati di colorate fioriture alpine, al cospetto della triade Roseg, Scerscen, Bernina. Attraverso un percorso avventuroso, lungo le rocce levigate appena abbandonate dal ghiacciaio, mettiamo il piede sulla vedretta per raggiungere il bivacco Parravicini, posto di fronte alla parete sud del Pizzo Roseg, su un cocuzzolo roccioso della bastionata che forma la sponda meridionale del ghiacciaio di Scerscen superiore.
Giorno 3: Bivacco Parravicini 3183 m – Pizzo Bernina 4050 m – alpe Musella 2021 m
Attraversata la vedretta puntiamo all’erto canale di Cresta Guzza che conduce al rifugio Marco e Rosa e a risalir la spalla nevosa sovrastante sino all’aerea cresta sommitale e alla vetta del Bernina 4050m. Rientriamo a valle, sostando al rifugio Marinelli Bombardieri 2813 m, sino all’alpe Musella.
Giorno 4: alpe Musella 2021 m – Chiesa in Valmalenco 1000 m
Per un percorso alternativo, transitando dal lago Palù, ritorniamo a Chiesa.
Scrivetemi per saperne di più: info@mountlab.it
Arrampicare in quota sul granito del Masino, tra nubi vaporose di luglio, è un bell’intervallo sgombro di pensieri. La Punta della Sfinge 2802 m prende il nome dalla rassomiglianza di un tratto della cresta NNE con il profilo di una sfinge. Saliamo per la “Bramani”, ottima introduzione alle vie lunghe del gruppo, salita nel 1931 da Vitale Bramani, inventore, qualche anno più tardi, del celebre carrarmato Vibram. Dalla vetta osserviamo la cappa d’afa della pianura, poi gettiamo le doppie che in breve ci riportano alla base.
Quando il caldo rende impossibile scalare a fondovalle non resta che salire di quota. La parete per l’arrampicata sportiva più alta della Valmalenco (2800 m) si trova a pochi minuti dal rifugio Marinelli, su un vasto contrafforte roccioso, che sovrasta la traccia di sentiero che conduce alla bocchetta di Caspoggio. L’attrezzammo anni fa, assieme Popi Miotti e Paolo Masa, su iniziativa del CAI Valtellinese. Le vie sono in stile “granitico”, per fessure e diedri, ben esposte al sole e al riparo dei venti da nord. Ricordatevi di mettere corda, rinvii e un paio di pedule nello zaino alla prossima escursione al rifugio.
Ci fermiamo poco sotto la breccia ad oltre tremilaquattrocento metri che prende il nome romancio di prevlusa (pericolosa), stamane le gambe del mio amico e compagno di cordata non girano affatto. Mancano ancora settecento metri di dislivello per arrivare in cima al Bernina, inclusi i tratti in cresta tecnicamente più impegnativi, resi più difficili dall’aria “sottile” dei quattromila. Decidiamo quindi di scendere, non senza aver approfittato dell’alba magnifica per farci un insolito tour glaciale, lungo l’imponente Vadret da Tschierva, traversando verso la nord dello Scerscen e del Roseg. La “delusione” della ritirata presto scompare, osservando le lame di luce che rasentano la Crastalva al sorgere del sole e i mille particolari che sempre sfuggono nella concitata partenza notturna verso la vetta.