Archive del 2020

GUIDE ALPINE SOTTO(SOPRA) – IL NON MANIFESTO

domenica, 10 Maggio 2020

PER DOVERE DI INFORMAZIONE VERSO I COMPAGNI DI CORDATA VECCHI E NUOVI

Disorientati da cliché stantii e resistenti, superomismo, feticismo tecnico e progressivo distacco dalla natura, facili prede dei supermarket digitali, trasformati in mero prodotto d’esperienza “adrenalinica”, accerchiati dall’insana necessità di ostentare ad ogni costo, frastornati dall’ossessione per la sicurezza, sempre più affidata a strumenti, regole e procedure… e per questo inattuabile nei contesti indefiniti e variabili come gli ambienti selvaggi…

LE GUIDE SOTTO (SOPRA)

RIBADISCONO che l’alta montagna è uno degli ultimi luoghi di libertà rimasti nel quale si pregiano di facilitare l’esperienza di esplorare, conoscere, crescere e rigenerarsi attraverso il contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale, con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente, favorendo la percezione e la consapevolezza di quel che accade.

FAVORISCONO la frequentazione consapevole della montagna come un toccasana contro gli aspetti disorientanti di un mondo che corre, spesso senza limiti.

PROPUGNANO la comprensione estesa di quel che accade, per comprendere i luoghi, la loro identità, arrivando a cogliere non solo pochi istanti come un bel panorama o la foto di vetta da “postare”, ma estendendo la comprensione di quel che accade e ci circonda nel tempo, andando oltre la ricerca d’avventura e del fitness svolti entro scenari gradevoli.

SOSTENGONO l’auto-responsabilità e l’auto-protezione come miglior strumento per muoversi entro i luoghi selvaggi.

PROMUOVONO l’utilizzo di mezzi i più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca e avventurosa anche su terreni non difficili.

AMMETTONO il valore del senso del limite e della rinuncia prediligendo la QUALITA’ dell’esperienza DOVE l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua incertezza, grande e piccola, non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene, si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco o sentiero dimenticato.

RIFUGGONO vacue linee guida e procedure che tentano di inquadrare ciò che non può esserlo (la Natura), la riproduzione in serie e il banale consumo d’esperienze.

TENGONO A MARCARE la propria modalità di vivere la professione per ritrovare se stessi, per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!), per evitare condizionamenti e sensazioni superficiali.


COME RICONOSCERE LE GUIDE SOTTO(SOPRA)? dal distintivo appuntato alla rovescia…

Quanto vale una radice?

lunedì, 4 Maggio 2020

Quanto vale una radice nell’epoca post-covid? Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri?

Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via?  Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne?

Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri.

Oggi stanno sparendo, non tanto per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di una nuova accessibilità.

Un tempo la funzione principale del sentiero era quella di unire, paesi, maggenghi e alpeggi, mentre ora si trasformano in infrastrutture utili allo sport, allo svago, alla scenografia funzionale che sempre di più contamina la montagna.

Perchè in ossequio alla moda della “ciclabilità” arriviamo ad eliminare radici e gradini troppo alti, raccordare dislivelli creati dalla presenza di rocce affioranti o creare nuovi passaggi in corrispondenza dei guadi o di alcune zone paludose?

Perché le flebili forme di “valutazione di incidenza” producono pagine e pagine di relazioni vuote, che considerano la tutela solo in funzione di motivazioni economiche, di aree protette, del computo analitico di emissioni, senza considerare che, almeno in alcuni luoghi particolari, la semplice alterazione permanente di un sentiero di grazia costituisce valido motivo per lasciarlo così come da sempre lo conosciamo?

Presto la “ruspa della modernità” lascerà il segno anche lungo la tratta Piasci Bosio in Valmalenco.

Solo 1, 20 metri per carità! Il minimo per il transito del miniescavatore da 15 quintali, munito di martello demolitore per frantumare brevi tratti di roccia che ostacolano la pedalata nei tratti a mezza costa.

Così ci giochiamo un’altra possibilità, quella di poter vedere, sentire e studiare un giorno quel che era un’antica via.

M’illudevo che la pandemia potesse congelare ogni intervento discutibile, solo in apparenza minore, ma in grado di cambiare completamente la fisionomia dei luoghi.

Soprattutto in questo momento, quando pure le ortiche sembrano aver riacquistato dignità e l’idea di camminare semplicemente per un vecchio sentiero, così come da sempre lo conosciamo, diventa un monumento alla libertà.

Mi sono sbagliato. Si torna da capo.

Almeno quassù

sabato, 2 Maggio 2020

Almeno quassù, in alto, perchè non affidarsi alla responsabilità individuale e delle proprie azioni? Senza delegare a protocolli interministeriali, certificazioni e linee guida, che, per quanto azzeccate, non potranno risolvere la complessità in cui ci muoviamo?

Alpinismo & covid

giovedì, 30 Aprile 2020

Alpinismo & covid = percezione dei pericoli e predisposizione ai rischi. Stop.
Lasciamo agli ambienti codificati e circoscritti, agli uffici, alle fabbriche, ai trasporti: regole, procedure, protocolli e linee guida.

immagine: Inaba Mountain Moon – Toyotomi Yoshitoshi (1839 – 1892)

Viaggiatori post covid

mercoledì, 22 Aprile 2020

Pare che il viaggiatore post-covid sia perfetto per le destinazioni di prossimità, per la montagna dimenticata, dove gli stili di vita sono ancora genuini, l’ambiente e il territorio assistiti da modalità di vita sociale non troppo invasiva, dove il rapporto con la natura e la sua biodiversità può trovare una sensata armonia, grazie a pratiche di frequentazione gentili e consapevoli.

Gran parte di questi patrimoni appartengono alle montagne, dai boschi e torrenti nascosti di fondovalle alle vette, passando per i villaggi a mezzacosta vestiti di pietra abbandonati.

Tutto ciò che non rientra nei desideri del turismo d’assalto e nei fenomeni economici collegati può ritrovare una nuova dignità?

Un’occasione per dar spazio ad una vera e propria rivoluzione creativa dell’andar per montagne?

Una possibilità di andare oltre l’ovvio, spingersi alla ricerca di cosa si nasconde in questi spazi da sempre maltrattati e incompresi?

Forse è tempo per iniziare a pensarci seriamente, fuggendo dalla nevrosi da “plexiglass da spiaggia”, da “sanificazioni” forzate e da protocolli inattuabili sulle rupi.

Sguardo sulla Valmalenco da Prà Marsciana

 

Die Lawine

lunedì, 30 Marzo 2020

Cineteche, musei e sterminate biblioteche digitali sono sempre più accessibili, restando al riparo nelle nostre case. Un bel modo per continuare ad esplorare, conoscere e perdersi tra piccole e grandi cose e, soprattutto, un valido motivo per evitare di dare ascolto a untori webeti, sceriffi, numeri che si accavallano, voci che si sovrappongono, catalizzatori d’ansia, guappi di cartone, sciacalli, agitatori politici,  metafore belliche e rigurgiti vari.

Titolo: La Valanga

Titolo Originale: Die Lawine

Regista: Michael Kertesz

Paese: Austria

Durata: 82′

Anno: 1923

Sinossi

George promette alla madre morente di tornare dalla moglie Nora. A quel momento si guadagna da vivere come maestro di sci e diventa lui stesso un famoso sciatore. Ma la giovane amante Kitty non può dimenticarlo e, contro ogni aspettativa, si presenta nel villaggio alpino in cui George vive.

www.cinetecamilano.it

The Heart of a Continent

martedì, 24 Marzo 2020

Il primo occidentale che riuscì a vedere da vicino il K2 dal misterioso versante Nord fu l’ufficiale inglese Francis Younghusband nel 1887, nel corso della campagna esplorativa che lo portò ad attraversare l’allora sconosciuto spartiacque del Karakorum tra Cina ed India.

Tra i tesori custoditi nella biblioteca digitale mondiale dell’Unesco (ora accessibile a tutti) è consultabile il resoconto di viaggio di Captain Younghusband: The Heart of a Continent, A Narrative of Travels in Manchuria, Across the Gobi Desert, Through the Himalayas, the Pamirs, and Chitral, 1884-1894″

“Wiewed from this direction, it appared to rise in an perfect cone but an inconceivable heigth. [..] It was one of those sights whitch impress a man for ever, and produce a permanent effect upon the mind..”

Centodiciassette anni dopo, passando attraverso l’Aghil Pass e la sterminata piana alluvionale della Shaksgam Valley, provai la grande sensazione di trovarmi di fronte allo stessa montagna.

 

 

 

La forza del dialetto

sabato, 14 Marzo 2020

Restituzione della memoria al dialetto.
Indagheremo modi di dire, tempo meteorologico, credenze, toponimi, detti sapienti, espressioni genuine…

Spunti preziosi dal volume “Il volgar eloquio – dialetto malenco” di Silvio Gaggi.

14 marzo 2020.

Stamattina ‘l fiòca che la vegn gió a paneséi: nevica a larghe falde, cadono fiocchi come pannicelli.

Voce: Tommaso Vedovatti, contrada Sasso, Chiesa in Valmalenco.

15 marzo 2020

E’ ora di pranzo. Fan de ménu e maiela töta: non mettere troppa carne al fuoco, quel poco che fai consumalo.

Voce: Paolo Masa, contrada Vassalini.

16 marzo 2020

Tempo per fermarsi, per pensare. Fiáda ‘n mumént! Riposa un attimo.

Voce: Floriano Lenatti, contrada Faldrini.

17 marzo 2020

La primavera incalza, l’è scià ciár a bunùra: si fa chiaro al mattino presto.

Voce: Rosalba Scaramella, contrada Curlo.

18 marzo 2020

In questi giorni è meglio stare accorti. Anche solo desfä fö na canevèla (slogarsi una caviglia) potrebbe essere un problema. (Foto d’archivio..)

Voce: Daniel Schenatti, contrada Faldrini.

19 marzo 2020

Nella comunicazione verbale il nome di un sito è sempre accompagnato e preceduto da un avverbio di luogo che lo colloca in un preciso ambito territoriale.

Mentre quando si parla in italiano si dice a Sondrio, a Morbegno, in Valmalenco, il dialetto dice sö a ciapanìc, fö a cagnulèt, int a löna, ué ai crestìn, giò a turnadö…

Il dialetto organizza lo spazio partendo mentalmente da un punto che corrisponde al centro del paese, al campanile della chiesa principale. Da qui parte tutto il sistema d’orientamento generale del territorio, attraverso un meccanismo di relazioni geografiche riconoscibili nel linguaggio. Per mezzo della grammatica del dialetto è quindi possibile riconoscere l’appartenenza ad una comunità.

In altre parole, un abitante di Torre di Santa Maria anche quando si trova a Milano continua ad identificare come punto di osservazione il centro del paese, precedendo i nomi dei luoghi con: , int, ué, giò...

Voce: Attilio Mitta, Torre di Santa Maria.

Venerdì 20 marzo 2020. Giorno d’equinozio.

Finisce l’inverno che non è mai iniziato. Tra dicembre e febbraio in Europa abbiamo volato sopra la media di 2,5 gradi: inverno più caldo della storia.

La comunicazione ansiogena debordante trasforma la paura in malattia? Il panico ‘l te tö l ‘l fiä? Come nel polmone collassato? (toglie il fiato, non da tregua..).

Voce: Paolo Masa, contrada Vassalini.

21 marzo 2020

Cercare il capro espiatorio è un po’ come favorire la superstizione, chi lo fa píca la cràpa ‘n ti mür.  E’ inutile, è come battere la testa contro il muro.

Voce: Tommaso Vedovatti, contrada Sasso

23 marzo 2020

Giornata grigia..oggi è proprio freddo e umido: l’è ghèrb.

Voce: Bianco Lenatti, contrada Faldrini.

25 marzo 2020

Tempo per stare davanti al fuoco, ‘l tìra na bréva: spira aria umida e pungente da sud.

I se tàca i falìvi al levéc’, la cenere ardente del focolare si attacca al levéc’ (pentola in pietra ollare).

Voce: Daniel Schenatti, contrada Faldrini.

 ‘l gh’è na ghèba!. C’è una gran nebbia!

Voce: Daniel Schenatti, contrada Faldrini.

 

 

Racconto dal Boshorn 3.268m

lunedì, 2 Marzo 2020

Splendido regalo di compleanno.

Casella di posta in arrivo: “Ti invio un file che ho scritto questo lunedì.
Tutto bene? Io alla grande, sono molto contento dell’università; a presto!
L’ho scritto io ma è un pensiero di tutti.”

Ciao Michele, in questo momento di reclusione da Corona virus colgo l’occasione per scriverti una mail e raccontarti di una gita fatta giovedì scorso con Andre, Jack e un altro amico. Te la scrivo dopo aver letto il post su Stile Alpino del 17 febbraio (Laboratori d’esperienza per lo scialpinismo).

La meta era il Boshorn da Engiloch (Passo del Sempione). L’idea era di passare una bella giornata insieme, per staccare dall’università, godere della compagnia e della montagna nella sua totalità. Siamo partiti con un certo entusiasmo anche perchè eravamo “senza adulti”(*), la gita aveva un dislivello maggiore di tutte le altre “scialpinistiche” che avevamo fatto in precedenza e infine per arrivare in cima ci aspettava una cresta di roccia e neve da affrontare, lasciando gli sci alla base, con picozza e ramponi.

Non nascondo che un certo interesse per il dislivello, la velocità e la difficoltà rimane sempre. Però ciò su cui vorrei concentrarmi è un altro aspetto: le nostre parti del corpo maggiormente stimolate, non sono state tanto gambe e braccia, ma occhi, cuore e cervello.

In un primo senso perche siamo stati catalizzati dalla bellezza delle montagne che ci circondavano. In secondo luogo perchè siamo partiti con condizioni incerte. (Sapevamo infatti che fino a un paio di giorni prima la neve era dura e crostosa per causa del vento, difficilmente sciabile e poco godibile. Sapevamo inoltre che aveva nevicato nei due giorni precedenti la gita ma che il vento avrebbe traportato in giro la neve disponendola in modo non uniforme sui pendii della montagna. Dalle previsioni ci aspettavamo una giornata di sole e di lieve venticello.)

Partire nell’incertezza significa dover essere pronti a fronteggiare situazioni imperviste, che richiedono un costante esercizio di giudizio e valutazione.

A fondo valle abbiamo trovato neve morbida, ma già salendo i primi pendii, su una traccia fatta da una coppia di escursionisti davanti a noi, ci siamo accorti che nei punti esposti al vento la neve nuova era stata spazzata via ed era già “emersa” quella vecchia, invece in piccoli avvallamenti o canalini si era accumulata in buona dose la nuova neve. Proseguendo, la coppia davanti a noi ha preso un altra direzione, mentre noi abbiamo puntato alla nostra cima. Ci siamo trovati davanti a una montagna completamente selvaggia, senza nessuna traccia. Assistiti dal bel tempo abbiamo preso la direzione consigliata dalla relazione, cioè un ripido pendio esposto a nord. Salendo ci siamo resi conto del fatto che era molto difficile proseguire con quella pendenza ma soprattutto con la quantità di neve che si era accumulata (non si riusciva a fare l’infilata di punta!!). Dunque abbiamo attivato il nostro senso critico davanti alla situazione e abbiamo valutato che la cosa più ragionevole fosse togliere gli sci, legarli allo zaino e procedere a piedi. Siamo andati avanti io e Andre a turno perchè essendo i più leggeri riuscivamo a compattare dei gradini senza sprofondare nella neve fino all’anca rompendo tutti gli strati. Procedendo siamo arrivati a un pianoro dove calcolavamo di poter rimettere gli sci, ma il vento aveva spazzato via tutta la neve nuova e quindi i nostri calcoli. Ci siamo trovati su una neve marmorea (difficilmente sciabile) e in un vento  fortissimo che a momenti rendeva difficile la comunicazione. Quindi abbiamo deciso di lasciare gli sci in una buca al riparo dal vento (molto prima del previsto), di metterci i ramponi e procedere così fino alla base della cresta. La cresta era esposta al lato opposto al vento e quindi abbiamo avuto un momento di quiete, siamo saliti slegati, mentre, dopo una pausa di 5 minuti sulla cima, abbiamo valutato di scendere legati(abbiamo utilizzato la legatura senza imbrago che ci hai insegnato tu).

La vista era eccezionale: a 360 gradi su tutte le alpi. Una vista che ti fa sentire grande per la bellezza infinita che hai ricevuto gratuitamente, ma al contempo piccolo, perchè avverti la dismisura con la potenza della realtà.

 Finita la cresta, dopo ore nel vento forte abbiamo valutato che fosse necessario aumentare un po’ il passo per raggiungere gli sci e non perdere tempo. Convertiti gli sci in modalità discesa ci siamo tuffati velocemente nei pendii al riparo dal vento e ci siamo goduti una bella sciata fino a valle, coronata da una birra e dei salumi una volta arrivati alla macchina.

Questa stupenda giornata è stata l’ennesima occasione per scoprire che lo sci-alpinismo non è una gara o una prestazione, ma è avventura, esplorazione. Vita in un contesto naturale potente, imprevedibile davanti al quale possiamo solo cambiare noi stessi e i nostri piani, rispettosi, ma consapevoli del fatto di essere gli unici a poter intuire il significato di tale grandezza, con gli occhi, il cuore e la ragione.

(*) un’altra grande scoperta: eravamo 4 adulti!!

Corno delle Ruzze 2808m

sabato, 29 Febbraio 2020

Pochi centimetri di neve nuova soffiata da nord livellano vecchi sastrugi.

Il versante è inondato di luce, oggi è bello essere sciatori di montagna.

Attraversiamo diverse frontiere minerali, dalle serpentine, ai marmi chiari, sino agli gneiss bruni della vetta spazzata dal vento e senza neve.

Superiamo il passo e ci buttiamo nella prima discesa dentro il ripido canale ancora in ombra.

L’aria gelida e una brezza tesa ci accompagnano nella successiva salita. I sensi si mettono in movimento, alcune placche rigelate sotto la cima richiedono attenzione.

Le curve si succedono ritmate e rotonde, ogni tanto ci fermiamo a riprendere fiato, alziamo gli occhi e ci chiediamo per quale fortuna siamo qui in questo momento.