[…] sotto il pizzo Scalino viveva un uomo chiamato Napoleone da tutti, la sua arma era un Mauser della prima guerra mondiale, le sue prede preferite le poche marmotte e qualche camoscio […] Si pagava tabacco e cartine scambiando pernici bianche con i contrabbandieri nella Val Poschiavina, mi diceva sarebbe morto se l’avessero obbligato a scendere al piano […] Napoleone diceva che il freddo bisognava abolirlo cantando, la sua voce baritonale scacciava lo spirito del ghiaccio.
di Giuseppe Galimberti – La Provincia di Sondrio lunedì 15 aprile 2019
Percorrere la montagna senza troppo badare alla direzione, lasciandosi guidare dai pendii che meglio si prestano alla risalita con le pelli in una giornata grigia, fa incappare in un sacco di cose interessanti.
Qui le nuvole basse non lasciano spazio alla noia. Si passa di sorpresa in sorpresa: impronte di gallo forcello, il dormitorio del picchio, rocce brune per arrampicare, larici solitari, turbini di fiocchi di neve, licheni “fluo” agrappati a tronchi secolari, white out totale e una neve prima crostosa poi fradicia che non ci fa fare una curva ma insegna un sacco di cose.
Turista della neve è chi segue piste delimitate e controllate, prive di ogni sorpresa.
Turisti sono pure gli atleti formidabili dello skialp che fra pochi giorni si potranno ammirare dalle apposite tribune allestite ai 3000 m del Passo Presena, accompagnati da un “incredibile spettacolo pirotecnico”.
Noi ci accontentiamo d’essere piccoli esploratori dell’inaspettato, senza la necessità di riempire la giornata in base ad un programma, liberi di muoverci entro percorsi non codificati.
E’ inutile, i luoghi “selvaggi” più accessibili non sopravvivono al pensiero dominante che li vuole ordinati e delimitati per forza.
Pare proprio che l’unico modo per udire la voce di rocce, alberi, torrenti ed animali, sia quella di possedere un “orecchio acerbo”, il solo in grado di capire le voci che gli adulti non sanno più ascoltare e soprattutto intendere.
Gli elementi naturali non hanno nessun ascolto da parte di chi è impossibilitato ad intenderne la voce, da chi ha un pensiero unico che li riduce ad un bell’oggetto, separato, muto e a disposizione delle azioni umane.
Vogliamo “spazi” da “gestire” e favole da raccontare, anche se la vita corrente le consuma in un attimo.
Spazi inquadrati come contenitori utili allo svago, oppure luoghi minacciosi da evitare, mai intesi semplicemente come non-addomesticati, preziosi per tutti, gli unici capaci di favorire esperienze più profonde rispetto alla quotidianità.
Puntiamo alla depressione all’inizio della cresta NNE della Cima di Vazzeda, nei pressi di un obelisco di rocce chiare che sovrasta il bacino del Forno.
Sciare lungo il Plattè di Vazzeda va oltre l’esecuzione di belle curve, significa scivolare al cospetto di montagne nate dal fuoco e dal mare.
Qui gli scuri basalti del Monte del Forno si accostano al granito dello spigolo Gervasutti alla Valbona, in contatto diretto con i marmi calcarei e dolomitici della Cima di Vazzeda…
Quanto siamo fortunati a sperimentare così intensamente il mondo fisico? Di avere tempo di indugiare e farsi delle domande per cogliere gli aspetti più sottili di ciò che ci circonda?
Da queste parti, tra i piccoli larici e i blocchi di serizzo che emergono dalla scarsa neve residua dell’inverno doveva trovarsi la vecchia baita Nuccia dei Lenatti. Il piccolo rifugio inaugurato nel 1925 all’inizio della Val Sissone fu poi ceduto al CAI Milano che ne cambiò il nome dedicandolo a Giovanni Pigorini.
A settembre del 1950 un’alluvione se lo portò via senza lasciarne traccia.
Siglare la neve con linee e curve che si adattano alle forme della montagna significa disegnare ciò che appassiona. Così la spigolosa traccia di salita merita d’esser lasciata intatta, non intersecata dagli archi di curva della discesa che s’allargano ad abbracciare l’immacolato alto bacino del ghiacciaio del Ventina.
La bufera si alza all’improvviso. Per ripararci dalle raffiche potenti troviamo riparo all’interno di una curiosa depressione conica nella neve che mette a nudo la superficie gelata del lago.
Il vento ghiaccia le mani, sposta le nuvole e gioca con il sole sino a permetterci una seconda risalita.
Ogni viaggio, anche piccolo entro pochi chilometri da casa, svela attraverso la metamorfosi dei luoghi nuove curiosità inaspettate.
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