Le immagini possono avere un raro valore, quando suscitano meraviglia e stupore attraverso l’incontro con la rappresentazione autentica dell’anima dei luoghi e quando ci mostrano qual è o qual era il miglior sistema di registrazione ed elaborazione della geografia non falsificata della montagna.
Queste immagini consentono di recuperare un codice di comprensione, oggi completamente smarrito, delle infinite trame nascoste di un sistema complesso, di un intreccio tra spazi naturali e tracce dell’uomo sedimentate nei secoli sulle Alpi
Entusiasmante, per la possibilità di recuperare il senso dei luoghi, tra specificità e differenze.
Doloroso e sconfortante, per il brutale raffronto con la manomissione forzata del territorio, in continua oscillazione tra sfruttamento sfrenato e imbalsamazione museale, tra promozioni indifferenziate e rappresentazioni folkloristiche e finzioni delle tradizioni perdute.
La mappa del racconto conduce ad un luogo speciale
Paolo Monti “rocce”,
Immagini anni ’50, conservate presso Civico Archivio Fotografico – Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche, Milano
Lo straripante interesse per lo scialpinismo, sci fuoripista ed escursionismo invernale si accompagna con un’autentica valanga di suggerimenti dedicati alle attrezzature, regole, raccomandazioni, decaloghi, moniti e avvertimenti.
Conoscere tutto ciò, intendiamoci, è sacrosanto, e solo un folle potrebbe ignorare i buoni consigli.
Forse quello che sfugge alla corrente principale di comunicazione, è ricordare ad ogni frequentatore della montagna bianca che imparare a prendere decisioni richiede assai più formazione che imparare a tenersi in forma, analizzare la stratigrafia della neve, interpretare le previsioni nivometeorologiche e gestire attrezzi e strumenti salvavita.
In pratica essere allenati, essere esperti di “scienze della neve” e di “autosoccorso” automaticamente non ci fa diventare abili nei processi decisionali.
Sono, infatti, processi d’apprendimento divergenti, il che non significa rinunciare alle informazioni circolanti consolidate, ma incentivare e prendere in considerazione anche quella gigantesca sfera di fattori umani condizionanti, da esplorare e approfondire, per aiutarci prendere ogni decisione in montagna. Decisioni che dettano il comportamento, comportamento che sta alla base della quasi totalità degli errori.
Come indagare dunque i percorsi di consapevolezza e messa a fuoco di intelligenti cautele? Come agevolare la percezione di atti umani insicuri o identificare le “trappole” di errore?
Contattatemi per una sperimentazione attiva e reale durante un’ascensione.
Scalare sul ghiaccio è un’appassionata superfluità.
Come è noto il rischio educativo dell’iperprotezione ci costringe al sicuro, evitando tutto ciò che comporta fatica, contraddizione, sforzo.
Esiste però un diritto di mettere alla prova, con giudizio e senza abbandonarsi al caso, le proprie capacità.
Illudersi di mettersi al sicuro rinunciando alla sperimentazione non fa altro che aumentare le nostre fragilità.
Arrampicare su ghiaccio è esattamente il contrario della logica imperante della vita di oggi che pretende di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.
Qui ad ogni passo occorre comprendere come si fa quel che si fa e cosa si pensa mentre si sale, con il risultato inaspettato di dedicare tempo vivo a sentire il ghiaccio sotto i colpi delle picche e i processi del proprio pensiero.
L’isolamento è essenziale per accostarsi alla montagna, per tentare di decifrare l’enigma della neve e cogliere il maggior numero di informazioni.
Nel silenzio è più facile intuire ogni piccolo segnale, la traccia battuta di fresco aiuta a percepire ogni variazione del manto.
Farina, brina di superficie, sottile crosta di rigelo, brina di profondità, insidiose placche ventate…in poche centinaia di metri attraversiamo situazioni assai diverse che nessun strumento potrà mai prevedere.
Si parte e si ritorna in basso, con la sola energia dei propri muscoli.
Si scoprono nuovi orizzonti, prima invisibili.
Per un buon incantesimo è assai importante muoversi in pochi, lontani da ogni presenza umana e da ogni sua traccia, visiva, olfattiva e sonora.
Per passare dal piacere all’incantesimo, occorre trovare la via nella neve profonda, inseguire le impronte di lepre, raggiungere il piccolo spazio inesteso più in alto dove si guarda lontano, sino a scivolare dentro il miglior strato soffice che si possa immaginare.
Secondo una ricerca pubblicata su Nature entro l’anno, cemento, asfalto, automobili e tutti i prodotti dell’uomo supereranno ogni foresta e tutti gli altri viventi che popolano terra, acqua e aria.
In pratica tutte le cose da noi create sovrastano, in termini di peso, la totalità di piante, animali e microrganismi che popolano il pianeta!
Solo la plastica pesa più dell’intera massa animale, mentre il cemento sovrasta di gran lunga (40%) tutto il resto.
Vista la voracità produttiva inarrestabile e irreversibile nei luoghi di vita e di lavoro, perché non tentare di frenarla almeno nei residui ambienti rigenerativi della montagna?
Perché entro questi rari spazi non possiamo limitare la proliferazione del mondo artificiale e produrre solo pensieri ed idee? E’ impossibile rinunciare ai mille oggetti con cui ci vestiamo e portiamo appresso, ma almeno potremmo tentare di non spargerne in giro altri a sproposito.
Perché dunque non rinunciare a nuove infrastrutture ad uso “turistico ricreativo” come tralicci, cavi, tubi, rotabili, segnali, croci e luci di natale?
Ha ancora senso spargere in quota nuovi chiodi, funi, cartelli, vernici, panchine, ricoveri, pali e belvederi?
Nel linguaggio comune e nei titoli dei giornali spesso i termini rischio e pericolo sono usati come sinonimi.
In verità esprimono concetti assai diversi: il pericolo indica qualcosa che ha il potenziale di causare danni, mentre il rischio è la probabilità che si verifichi un danno, in base all’esposizione a tale pericolo.
Per fare un po’ di chiarezza ricordo che la scala europea del pericolo valanghe esprime un indice di pericolo, non di rischio!
In altri termini l’indice di pericolo fotografa la stabilità del manto nevoso e il sovraccarico necessario per provocare il distacco di una valanga, il rischio dipenderà da mille altri fattori concomitanti: il luogo prescelto per l’uscita, morfologia, pendenza, l’orario, vegetazione, le temperature, la numerosità del gruppo, le interferenze con altri frequentatori della montagna, la geometria della traccia, la linea di discesa, le cadute….
A titolo di esempio, con indice di pericolo 5 – molto forte (valanghe spontanee di dimensioni da molto grandi a estreme) ma io resto a casa davanti alla stufa, il rischio è pari a zero!
Con indice di pericolo 2 – moderato (situazione valanghiva per lo più favorevole) ma mi muovo con gruppo numeroso, non distanziato, nelle ore centrali e con forte rialzo termico, il rischio schizza verso l’alto e vado al cimitero.
Considerato che il 30% delle giornate d’inverno ricadono entro l’indice 3 (marcato), e gran parte delle nostre sciate si svolgono entro questo scenario, se questo numero (anziché il pericolo) rappresentasse rischio 3 su una scala di 5 è come se giocassimo alla roulette russa con revolver a 5 colpi carico con 3 proiettili…
ARTVA
Dopo il clamore suscitato della pasticciata Legge Regionale n. 26 del 1° ottobre 2014 che rendeva obbligatorio l’ARTVA per “gli utenti delle superfici innevate diverse dalle aree sciabili attrezzate”, includendo ogni generica superficie bianca, tale obbligo pare proprio essere ridefinito dalla successiva Legge Regionale n. 15 del 26 maggio 2017.
Prima: “Gli sciatori fuori pista, gli escursionisti d’alta quota e gli sci-alpinisti DEVONO inoltre munirsi di appositi attrezzi e sistemi elettronici per consentire un più facile tracciamento e il conseguente intervento di soccorso” Dopo: Gli utenti delle superfici innevate diverse dalle aree sciabili attrezzate e, in particolare, gli sciatori fuori pista, gli sci alpinisti e gli escursionisti devono rispettare, in quanto applicabili, le regole di comportamento di cui al comma 2 e munirsi degli appositi sistemi di autosoccorso QUALORA SUSSISTANO pericoli di valanghe, verificando le condizioni climatiche anche attraverso la consultazione del Bollettino neve e valanghe di ARPA Lombardia per consentire interventi di soccorso”.
Dopo aver appreso dal portale del quotidiano colorato più letto dello stivale che per vivere la montagna con “rispetto” occorre “essere equipaggiati” e “conoscere le regole”, non resta che inneggiare allo stravolgimento dell’ordine prestabilito.
Regole e attrezzi possono toglierci dai guai entro spazi artificiali, circoscritti, delimitati e noti in tutte le sue parti.
Dentro la montagna, incerta e variabile per definizione, fanno semplicemente parte degli “strumenti” a disposizione, probabilmente tra le risorse meno adatte a promuovere attenzione, percezione, conoscenza e rispetto per gli ambienti attraversati.
L’autentica ripresa post covid non può che rifuggire da precetti e arnesi per passare alla “cordata a mano”, elementare, educativa, minimale, fraterna, essenziale e creativa.
Mentre il sistema implode, con il cannoneggiamento degli aridi pendii, vorrei rispolverare la casacca da maestro di sci, di montagna, con alcuni suggerimenti per l’inverno, lontani dai moderni lunapark in quota.
Il programma prevede:
-distacco dalla routine quotidiana;
-svolgimento solo con neve vera! La neve naturale è fondamentale, non la intendiamo buona solo per rendere bianco l’ambiente attorno;
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