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Quale Guida #2 ?

domenica, 23 Febbraio 2020

E’ bello poter raccontare e condividere le proprie avventure, anche se in tal modo contribuiamo ad inondare la montagna d’informazioni, dati, report, immagini e video…

Raccontare significa anche interferire, togliere o limitare la possibilità di sperimentare in modo indipendente ed autentico i propri passi entro spazi d’incertezza.

La Guida che procede in testa, istruisce, controlla e assiste, può limitare l’efficacia dell’esperienza autentica e personale del gruppo che conduce?

La Guida che facilita, sorveglia e conforta, sceglie con misura il miglior contesto, ma lascia spazio all’incontro con l’incerto, con la sorpresa, amplifica il processo di conoscenza?

Peggio di shampoo e detersivi

domenica, 26 Gennaio 2020

Con il proliferare di piattaforme di vendita d’esperienze in montagna la guida alpina non si sottrae ai sottili condizionamenti della réclame e va a finire sotto la voce “prodotti”, accerchiata da motori e aperetivi, peggio di shampoo e detersivi.

Come orientarsi tra: “aperitivo in motoslitta nei boschi”, “cena in baita a Folgaria: trasporto in motoslitta”, “cena in baita con trasporto in funivia a Courmayeur”, “Pistenbully Tour a San Martino di Castrozza” o “giornata di freeride sulle Dolomiti con Guida alpina”?

Quando l’esperienza entra nell’orbita del consumo, il bersagliamento pubblicitario ci ingloba.

Così l’esperienza intesa come apprendimento lento, riflessione che necessita di tempi e modi appropriati, pare stia scomparendo, sacrificata in cambio di una spettacolarizzazione permanente, data in pasto alle tecniche più sofisticate per abbagliare il compratore.

Dove sta la consistenza, la realtà? Dove fuffa e finzione?

 

 

Montagne di grazia

domenica, 19 Gennaio 2020

Vecchie foto immediatamente raccontano montagne di grazia, anche se risalgono a periodi di fame e fatica. I luoghi mostrano quasi sempre segni di cura, misura e ospitalità.

Nell’immagine: cascate allo sbocco della valle del Ferro (Val di Mello). Tutto di granito: la valle sospesa, a gradinata (notare il circo del ciglio), le Cime del Ferro che fanno da schienale al circo. Al di là la Val Bregaglia. Foto G. Nangeroni 1927

 

Castello di Caspoggio

domenica, 12 Gennaio 2020

Le pietre d’angolo sono squadrate e scalpellate a mano. Sono di gneiss, granito e porfirite, non tutte reperite in loco, segno che i resti di queste vecchie mura appartenevano a un complesso difensivo di una certa importanza, posto al centro del restringimento della valle, in un luogo strategico per il controllo dei transiti e per l’avvistamento degli eserciti razziatori..

Questione di scelte

giovedì, 2 Gennaio 2020

Sempre di più cresce il desiderio di frequentare la montagna con modalità non invasive, per raggiungere luoghi non compromessi, lontani da tracce di urbanizzazione, emissioni e rumori.

Luoghi dove si conserva il silenzio, ricercati perché interdetti ai motori, lontani da infrastrutture e per questo attrattive turistiche di interesse crescente.

Le motoslitte (occorre distinguere l’uso di certi mezzi per scopi di lavoro, di soccorso o civili, dall’uso per divertimento) sono attività decisamente antieconomiche per le comunità locali o quanto meno lo diverrebbero nel giro di brevissimo tempo, perché vanno ad erodere consensi, interesse e adesioni da tutte le forme di turismo virtuoso che con esse non possono coesistere.

Eppure gran parte degli operatori turistici locali pare abbiano scelto di sacrificare definitivamente il caratteristico percorso innevato di accesso a Chiareggio, più bel villaggio alpino della Valmalenco, destinandolo a nuove “escursioni” a motore, nonostante sia già ampiamente utilizzato dai cingolati per raggiungere i ristoranti in quota.

Il paesaggio è il luogo in cui viviamo, rispecchia quel che siamo.

Raffronti

 “Pronti all’avventura? L’escursione Valmalenco in motoslitta ha una durata di 2 ore circa su percorso innevato della splendida Valmalenco [..] Vi regaleremo momenti indimenticabili dove, oltre all’emozione di muoversi a bordo delle nostre motoslitte, attraverso luoghi unici e ricchi di panorami mozzafiato, in piena sicurezza. Da segnalare le escursioni con la luna piena….”

“Passeggiate invernali a Engadin St. Moritz. Con una passeggiata si apprezza la vastità dell’altopiano e, soprattutto al tramonto, la speciale luce dell’Engadina. I sentieri invernali che si snodano da Maloja fin oltre Silvaplana e St. Moritz sono ideali per le famiglie e, a seconda della neve, sono percorribili anche con i passeggini. Per una romantica gita invernale si consigliano gli itinerari…[..] Passeggiata invernale in Val Roseg. Chiusa al traffico e incantevole: questa valle è il perfetto scenario per una passeggiata invernale da favola”.

Fascinazione tecnologica Vs Percezione e capacità di decidere

sabato, 21 Dicembre 2019

E’ noto che un numero sorprendente di persone travolte dalle valanghe sono esperte o si accompagnano con esperti al momento dell’incidente.

Siamo a conoscenza di una vasta serie di errori umani che ci mettono nei guai, ma questo non pare essere accompagnato da un aumento comparabile delle conoscenze su come evitare questi errori.

Nonostante la maggior parte degli incidenti sia ricollegabile ad un problema “umano”, riconducibile a decisioni e comportamenti errati, la pressoché totalità delle azioni di studio e prevenzione si interessa alle scienze della neve, ai dispositivi e alle tecniche di autosoccorso.

L’esperienza nella valutazione della stabilità del manto nevoso o la rapidità e preparazione nelle procedure di salvataggio può essere estesa in pari competenza nella capacità di prendere decisioni?

Perché l’apprendimento di “come prendere decisioni” è pressoché ignorato?

Sulla base di queste domande ho “postato” su facebook due approfondimenti relativi ai processi decisionali difficili negli ambienti naturali, agli inganni del cervello e le trappole in cui ci possiamo facilmente infilare.

Ho successivamente pubblicato un testo bislacco, un micuglio confuso di proposte tecniche di autosoccorso in voga, completato con minuzie e tecnicismi stravaganti.

Tutti i testi erano corredati da immagini sulla neve similari.

Difficile dire quale dei contributi abbia destato maggiore interesse, ma il banale conteggio dei “like” ha sentenziato l’attrazione immediata verso il post dedicato agli strumenti, alle soluzioni tecniche e tecnologiche, nonostante le indicazioni stravaganti, come l’indagine delle interferenze degli apparecchi ARTVA con “pacemaker”, l’esplosione di zaini airbag, la “valutazione della CO2 deviata” durante prove di respiro con boccaglio o l’analisi delle ergonomie nelle “maniglie di sgancio”…

Siamo sicuri che i progressi in termini di attrezzature, popolarità, fitness e allenamento, uniti gli effetti dei nuovi media, oltre a portare un apprendimento più veloce per competenza, portano a un analogo miglioramento nella percezione e capacità di decisione?

C’era una volta il cristiania

martedì, 26 Novembre 2019

cristiania [cri-stià-nia] s.m. inv. sport. Modalità di curvare o fermarsi mantenendo gli sci paralleli.

cristiània s. m. [da Cristiania, grafia italianizzata di Christiania o Kristiania, nome fino al 1925 della città di Oslo, capitale della Norvegia], invar. – Tecnica di voltata e di arresto con gli sci, introdotta dagli sciatori norvegesi e adottata poi in tutto il mondo, che si esegue a sci paralleli spostando con dosato avvitamento il peso del corpo verso la punta dello sci che al termine della curva si troverà a valle.

cristiania [cri-stià-nia] s.m. inv. Nello sci, particolare tecnica di voltata o di arresto a sci paralleli, introdotta dagli sciatori norvegesi.

Apprendo, in questi giorni di aggiornamento dei maestri di sci (lo sono dal lontano 1989), che la sempre eccelsa scuola italiana ha deciso di eliminare il termine “cristiania” dal nuovo testo tecnico per l’insegnamento dello sci.

Una piccolezza diranno in molti, tutto cambia, evolve e il nuovo “livello 4, abilità2 – collegare cambi di direzione con appoggio del bastone” è esattamente la stessa cosa…

Sarà, ma quel nome evoca qualcosa in più di una semplice curva sugli sci, segna il passaggio dai primi rudimenti, dalle prime goffe discese a spazzaneve, alle meritate curve che si imprimono indelebili nella memoria, oltre che nella neve.

Peccato aver rinunicato a quel nome familiare, facile da ricordare, persino musicale..

Meglio “oggi ho eseguito il mio primo cristiania”? Oppure il “mio primo L4 abilità 2”?

Nella foto dei primi del ‘900: sciatori nei dintorni di Kristiania.

Neve bianca neve nera

lunedì, 18 Novembre 2019

Le uniche riviste di montagna che conservo, ormai impolverate, sono alcuni vecchi numeri della Rivista della Montagna (Speciale Roc e Dimensione Sci).

Con quest’abbondanza inaspettata di neve autunnale, val la pena rileggere il pezzo di  Lito Tedaja Flores, esattamente di trent’anni fa.

Neve bianca, neve nera.

La neve bianca cade di notte.

La neve nera di giorno: orario d’ufficio, dalle otto alle cinque.

La neve bianca cancella le cicatrici estive, copre i ceppi degli alberi segati in serie, i pendii erbosi delle colline, le palizzate degli agricoltori.

Si fa di giorno in giorno più alta, spolvera il mondo, la carne e i fianchi della montagna restituendogli una sorta di pace.

La neve nera è un invito all’eccesso.

Per di più – diciamo la verità – la striano bagliori di colore verde, quelli dei soldi-dollari, franchi, marchi, lire: un eccesso di peso verde che comprime la pelle bianca e perfetta d’inverno.

La neve bianca è la pelle dell’inverno, una pelle liscia e fiabesca, è lo specchio con cui gli sciatori cercano riflesse le loro immagini veloci, è il fresco tappeto magico su cui scivoliamo in stato di grazia, o che ci fa scivolare nello stesso stato di grazia tramite immaginarie dimensioni curve.

La neve nera non sa quando è ora di smettere, cade senza sosta: una bufera di fiocchi taglienti che picchietta sui tasti di montagne trasformate in registratori di cassa e fa sognare più appartamenti, più boutique, più negozi di souvenir agli operatori turistici.

La neve bianca cade in extremis, giusto il tempo per salvarti dal tennis o dalla televisione e schiudere un nuovo orizzonte spazio temporale a quattro dimensioni dove pensavi fosse vietato l’accesso (ma ti sbagliavi).

La neve bianca ti mette gli sci ai piedi e rimette le ali ai tuoi sci.

La neve nera cade sulla gente di montagna come i colpi di tamburo che precedono il sacrificio tribale: dì addio alle domeniche immerse nella solitudine, addio al silenzio della neve che con le onde del suo radar a 360° circonda il tuo cuore d’alta quota, addio alle bianche forme dell’inverno, pure ed essenziali, ai rami nodosi ammorbiditi dalla coltre di neve, alle creste di roccia aguzze rese lisce e soffici.

Preparati al doppio lavoro senza neppure un giorno di libertà.

Agli appartamenti in comune con altri quattro tizi e altre tre fanciulle, preparati a passare le domeniche cercando di fare il bucato, la spesa, riparare la macchina e anche cercando di sciare, con la visibilità ridotta a zero naturalmente, preparati ad affitti cari e paghe misere.

Preparati, preparati..

La neve bianca riscatta l’inverno, basta un’ora libera, una mattina di neve farinosa al mese, una curva perfetta; ti strega, convincendoti che vale la pena sopportare tutto.

E la vale davvero, perché la neve bianca continui a cadere, una volta alla settimana, una volta ogni due; e anche se sembra sempre troppo poca, finché la polvere è abbastanza alta, il pendio abbastanza ripido, la forza di gravità abbastanza forte e costante, ce n’è a sufficienza per piegarsi nella direzione del vento e sognare un pianeta tutto in discesa, coperto di neve bianca che arriva alla cintola.

La neve nera è la moneta falsa che baratta l’adrenalina con il colesterolo, l’ebbrezza del volo con il conto in banca, una passione sicura con un lavoro sicuro.

La neve bianca è il massimo, alle sue lusinghe cediamo di nuovo un anno dopo l’altro mettendoci in coda al freddo prima che aprano gli skilift, comprando i biglietti della lotteria per conquistarci il diritto di essere i primi a sciare questo pianeta bianco reinventato.

La neve nera è il mantello affaristico dell’inverno, colei che fa di tutto per spezzarne l’incanto, promette una felicità differita, lascia via libera all’avidità, boicotta l’inverno.

La neve bianca è semplicemente neve, acqua cristallizzata in un’improvvisa perfezione esagonale, che cade come un nuovo inizio, è una seconda smazzata di carte distribuite imparzialmente, un altro inverno in attesa di nuove tracce, di movimento, d’amore.

Neve nera, neve bianca. Un conflitto antico, un conflitto moderno.

 

Lito Tedaja Flores – La Rivista della Montagna n. 114 Dicembre 1989

 

 

Dentro la frana del Ruinon in Valfurva

mercoledì, 6 Novembre 2019

La frana è una “terra desolata”, quasi sempre non ci si cura di quel che accade dentro la montagna che si muove.

Per gran parte delle persone è una seccatura, un fastidioso ostacolo alle attività umane, una natura “cattiva”, da respingere.

Per i più fantasiosi la frana è da “bombardare”, così da rimuovere il problema alla radice.

Per i devoti della sicurezza dovuta e pretesa ad ogni costo è una iattura da risolvere per decreto.

Eppure i suoi ritmi così diversi mettono continuamente in crisi le nostre certezze, soprattutto quando fatichiamo a comprendere la natura di questi fenomeni.

 

Cerotti verdi?

martedì, 22 Ottobre 2019

E’ stato interessante partecipare al dibattito all’interno della rassegna Milano Montagna riguardo ad un tema assai complesso, che tocca i cambiamenti climatici in atto e i connessi modelli di sviluppo della montagna.

Il reportage fotografico di Tomaso Clavarino incentrato sulla montagna dismessa, sulle stazioni sciistiche abbandonate (centinaia disseminate lungo le Alpi), messe in crisi dal clima che cambia, ha costituito il filo conduttore dei pensieri e del racconto condiviso con Maurizio Dematteis e lo stesso Tomaso.

E’ stato uno dei tanti momenti di una ricca serie di presentazioni e approfondimenti legati ai temi della “sostenibilità ambientale e dell’economia circolare”.

Quel che traspare è che la natura si inquadra sempre come un oggetto separato, distante, persino fuori dalla società. Quasi sempre da sfruttare oppure da proteggere, presa d’assalto come grande discarica oppure mitizzata come luogo di svago e di avventura.

Insomma l’ambiente è qualcosa da consumare, come se fosse un oggetto, anche nella sua conservazione.

Grafici, studi, numeri e modelli indicano il baratro.

La pressoché totale assenza di percezione, relazione e comprensione di questa natura, impedisce di prenderne coscienza.

Allora sorge il dubbio che in fondo la questione dei cambiamenti climatici sia una questione culturale ancor prima che tecnica, una sfida che parte dal significato del rapporto tra uomo e natura, prima di buttarsi a capofitto nelle esibizioni di “sostenibilità”, soluzioni “green” e applicazione di cerotti verdi più o meno sofisticati e vistosi …

Forse non solo tecnica e management, ma ricostituzione di sistemi sociali che tengano conto della relazione con l’ambiente? Una ripartenza da condivisioni intime, familiari, che riportino a regole morali? Così come è stato per tanto, tantissimo tempo, prima del “default”?

Insomma tentare di comprendere che in fondo l’ambiente che ci circonda ci fa vivere o scomparire e che i beni comuni richiedono una cura collettiva, un rinnovato senso locale per ritrovare una buona Terra.

Tutto il resto scivola via come gli scrosci d’acqua battente di queste (calde) giornate piovose d’autunno che gonfiano i torrenti sulle Alpi… con l’isoterma di zero a 3500 metri…