Ciò che sfugge alla vista è spesso visibile in altro modo.
La giornata grigia non toglie la possibilità di incontrare un sacco di cose.
Neve ghiacciata, fumo che sa di larice, crosta di rigelo, neve ventata, neve polverosa, cornici, dorsi spazzati dal vento, brezza da sud ovest, orme di volpe al bordo della cornice, rhizocarpon geographicum che ci guida come un faro, micascisti e un grande cairn di marmi dolomitici nel punto più alto del nostro viaggio nella neve.
Il turismo d’avventura pre-confezionato è sinonimo di libertà? Le esperienze “adrenaliniche” sono in grado di soddisfare il desiderio d’emancipazione dalla quotidianità? Oppure il turismo d’avventura sta semplicemente servendo ciò che il “mercato” vuole?
Quanto realistiche o finte sono le connessioni umane che si realizzano nell’esperienza avventurosa?
Il raggiungimento dell’obiettivo è la nostra misura di successo?
La guida esaurisce il suo compito con il supporto nell’attraversare le avversità, fisiche o meno?
Piccoli larici bonsai guidano il nostro zigzagare in salita.
Lo strato di nubi all’orizzonte pare il coperchio della sacca d’aria umida che ristagna più in basso. Oltrepassate le nuvole, compare una brezza leggera e la neve migliora.
L’ombra invernale perenne di questo canale non ne riduce l’abbaglio.
Da quassù il Disgrazia sembra una montagna sopra la montagna.
Lo sguardo dall’alto è spietato, la conurbazione lampante.
Le immagini possono avere un raro valore, quando suscitano meraviglia e stupore attraverso l’incontro con la rappresentazione autentica dell’anima dei luoghi e quando ci mostrano qual è o qual era il miglior sistema di registrazione ed elaborazione della geografia non falsificata della montagna.
Queste immagini consentono di recuperare un codice di comprensione, oggi completamente smarrito, delle infinite trame nascoste di un sistema complesso, di un intreccio tra spazi naturali e tracce dell’uomo sedimentate nei secoli sulle Alpi
Entusiasmante, per la possibilità di recuperare il senso dei luoghi, tra specificità e differenze.
Doloroso e sconfortante, per il brutale raffronto con la manomissione forzata del territorio, in continua oscillazione tra sfruttamento sfrenato e imbalsamazione museale, tra promozioni indifferenziate e rappresentazioni folkloristiche e finzioni delle tradizioni perdute.
La mappa del racconto conduce ad un luogo speciale
Paolo Monti “rocce”,
Immagini anni ’50, conservate presso Civico Archivio Fotografico – Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche, Milano
Lo straripante interesse per lo scialpinismo, sci fuoripista ed escursionismo invernale si accompagna con un’autentica valanga di suggerimenti dedicati alle attrezzature, regole, raccomandazioni, decaloghi, moniti e avvertimenti.
Conoscere tutto ciò, intendiamoci, è sacrosanto, e solo un folle potrebbe ignorare i buoni consigli.
Forse quello che sfugge alla corrente principale di comunicazione, è ricordare ad ogni frequentatore della montagna bianca che imparare a prendere decisioni richiede assai più formazione che imparare a tenersi in forma, analizzare la stratigrafia della neve, interpretare le previsioni nivometeorologiche e gestire attrezzi e strumenti salvavita.
In pratica essere allenati, essere esperti di “scienze della neve” e di “autosoccorso” automaticamente non ci fa diventare abili nei processi decisionali.
Sono, infatti, processi d’apprendimento divergenti, il che non significa rinunciare alle informazioni circolanti consolidate, ma incentivare e prendere in considerazione anche quella gigantesca sfera di fattori umani condizionanti, da esplorare e approfondire, per aiutarci prendere ogni decisione in montagna. Decisioni che dettano il comportamento, comportamento che sta alla base della quasi totalità degli errori.
Come indagare dunque i percorsi di consapevolezza e messa a fuoco di intelligenti cautele? Come agevolare la percezione di atti umani insicuri o identificare le “trappole” di errore?
Contattatemi per una sperimentazione attiva e reale durante un’ascensione.
Scalare sul ghiaccio è un’appassionata superfluità.
Come è noto il rischio educativo dell’iperprotezione ci costringe al sicuro, evitando tutto ciò che comporta fatica, contraddizione, sforzo.
Esiste però un diritto di mettere alla prova, con giudizio e senza abbandonarsi al caso, le proprie capacità.
Illudersi di mettersi al sicuro rinunciando alla sperimentazione non fa altro che aumentare le nostre fragilità.
Arrampicare su ghiaccio è esattamente il contrario della logica imperante della vita di oggi che pretende di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.
Qui ad ogni passo occorre comprendere come si fa quel che si fa e cosa si pensa mentre si sale, con il risultato inaspettato di dedicare tempo vivo a sentire il ghiaccio sotto i colpi delle picche e i processi del proprio pensiero.
L’isolamento è essenziale per accostarsi alla montagna, per tentare di decifrare l’enigma della neve e cogliere il maggior numero di informazioni.
Nel silenzio è più facile intuire ogni piccolo segnale, la traccia battuta di fresco aiuta a percepire ogni variazione del manto.
Farina, brina di superficie, sottile crosta di rigelo, brina di profondità, insidiose placche ventate…in poche centinaia di metri attraversiamo situazioni assai diverse che nessun strumento potrà mai prevedere.
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