Archive del 2021

Le migliori cordate si nutrono di silenzio

giovedì, 24 Giugno 2021

Siamo sempre pronti a parlare, istruire, intrattenere, elencare regole, procedure, buone prassi, trucchi ed espedienti…

Con tutto questo vociare va a finire che non riconosciamo più il silenzio dei monti e l’autentico ascolto di sé e degli altri.

Pensiamo sempre meno ad ascoltare, impazienti di prendere la parola.

Le migliori cordate si nutrono di silenzio.

Bastano pochi cenni d’intesa per salire verso l’alto.

Contattatemi se desiderate una guida di montagna dedita all’ascolto.

Arrampicare può ancora essere un atto naturale

giovedì, 17 Giugno 2021

Arrampicare può ancora essere un atto naturale, come mettere un piede avanti all’altro, senza altro impegno oltre a quello di vivere l’istante che viene,  evitando di infagottarsi di troppi nodi, dove tecnica e strumenti sono un semplice mezzo per rinnovare la propria curiosità, aguzzare i sensi, conoscere ambienti rari e vivere bei momenti.

Nell’immagine: arrampicata sulle pareti nascoste di ottimo serpentino dell’alta Val Torreggio in Valmalenco.

P.s. Contattatemi se desiderate esplorare queste rocce. Non cercatemi per proposte adrenaliniche, aperetivi sulle crode, “clinic”, viste mozzafiato, viaggi da sogno, …non “ashtaggo”, non “briffo” e non aggiorno ogni stagione l’outdoor outfit.

Mount Kenya Shipton route

venerdì, 11 Giugno 2021

Il ricordo di questa bella salita è un piccolo schizzo su un foglio di carta di riso. Nessun’alta foto, solo le sensazioni ancora vivide dell’incredibile scalata sulle orme di Felice Benuzzi, lungo l’antico condotto vucanico solidificato e la traversata nel tratto nevoso tra i pinnacoli “Gate of the Mists” a solo 16 Km a Sud dall’Equatore!

Nuove esplorazioni e patto del non racconto

mercoledì, 2 Giugno 2021

Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.

Ormai abbiamo fatto il giro del globo e il globo è finito. Più conosciamo in superficie ogni spazio remoto, meno sappiamo penetrarlo nel dettaglio.

Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane.

Pochi giorni fa, solitario, ho affrontato un’inedita ed entusiasmante esplorazione, al confine tra escursionismo ed alpinismo, tra arrampicata ed avventura.

Ho collezionato una serie di incontri e sensazioni così singolari ed inattese che hanno via via rafforzato in me l’idea che per riproporre questo viaggio occorre stabilire un’alleanza e un patto con i più fidati compagni di cordata: il patto del non racconto**!

Per questo ho deciso di non mostrare alcuna foto , suono o video riconducibile a questo Eden perduto.

Destinazione? Lo scoprirete in privato dopo aver accettato il patto del non racconto.

Quando? A partire da ottobre 2021.

Durata del viaggio 4-5 giorni.

Quello che posso anticipare è che mai come in questa avventura mi è capitato di mettere a fuoco una quantità e qualità di emozioni così forti.

Emozioni che ci forniscono informazioni per valutare le situazioni, ci inducono a raccoglierne di ulteriori, prendere decisioni, a organizzare le nostre scelte e il nostro comportamento.

Solo un luogo speciale come questo consente di mettersi in ascolto e favorire una tale sintonia fine, così potente da farci dimenticare la necessità corrente di frequentare i luoghi quasi sempre solo per esibirli come si fa con un trofeo, senza comprenderli realmente.

Dormiremo sotto a un cielo stellato, per riacquistare la percezione della volta celeste sino a riempire per intero il nostro campo visivo, circostanza assai utile per provare a ridimensionare il  nostro “io” supponente e magari tornare arricchiti alla nostra routine.

Questo viaggio è un’occasione per disfarci delle medaglie di latta con cui ci nutriamo ogni giorno, in una sorta di contagio collettivo.

Un’esplorazione utile a ridurre , almeno per un poco, quel distacco dalle emozioni e sensazioni fisiche reali che sono il tradimento delle istanze interiori più importanti.

**Patto del non racconto

Io sottoscritta/o…………………….

Confermo l’adesione al viaggio e all’esplorazione dell’Eden perduto

sottoscrivo il seguente patto del non racconto:

-mi impegno a non rivelare dettagli, descrizioni e informazioni dell’accesso e del percorso

-mi impegno a non divulgare e pubblicare alcuna immagine e/o video che ritraggono i luoghi attraversati

Pena l’esclusione con disonore e ignominia dal gruppo di esploratori erranti.

Pena la riprovazione di nostra madre Terra

In fede…………..

Requisiti: abitudine per diverse ore di cammino fuori dai sentieri, assoluta padronanza del passo, assenza di vertigini e capacità di muoversi in scioltezza su passi di I e II grado. Per le notti all’aria aperta servono spirito d’avventura, adattamento e spirito di squadra.

Contattatemi per le necessarie informazioni riservate e per consultare la mappa del racconto.

Trovare qualcosa di vero

sabato, 29 Maggio 2021

All’istante troviamo qualcosa di vero quando mettiamo mani e piedi sulla roccia scaldata dal sole. Subito possiamo scrollarci di dosso la connettività infinita del mondo tecnologico, per riacquistare la libertà del contatto e dell’impressione che ci fa questo mondo. Sentire le rugosità del granito e sperimentare la presenza corporea su una grande parete attiva sensazioni ed emozioni a volte soppresse o dimenticate.

Quanto siamo in grado di percepire ed ascoltare? Quanto accogliamo le nostre emozioni e prendiamo atto di quel che sta accadendo?

Nella foto le lunghezze sotto l’arco di pietra del Risveglio di Kundalini, via storica della Val di Mello. Se sei interessato a scoprire il fascino dell’arrampicata in Val di Mello, contattami. Non solo per salire una via, ma per un’immersione in un mondo, anche e soprattutto di sensazioni.

Sulle tracce di Ötzi

lunedì, 26 Aprile 2021

Salire il Similaun 3607m da Sud, dall’incisa Pfossental, significa scoprire segreti, connessioni e memorie del tempo custodite da questa bella montagna delle Retiche Orientali.

Partire a notte fonda fa comprendere più chiaramente quel che si attraversa, anche se nascosto alla vista per qualche ora.

Oltrepassiamo in sequenza prati, boschi radi, soglie glaciali, cordoni morenici, canali  e vedrette sino alla cresta sommitale che ci conduce in cima.

Dall’alto par di vedere il piccolo cacciatore del Neolitico che si avventura leggero e veloce per le gelide alture e i ghiacciai della Val Senales…

Nuova geografia del disgelo

lunedì, 19 Aprile 2021

Già pubblicato su Le Montagne incantate – National Geographic n. 12

Luglio 2019. Scende la sera alla Capanna Marco e Rosa, il rifugio a nido d’aquila che accoglie le cordate dirette al Bernina, il 4000 più orientale delle Alpi.

Il rifugio è il crocevia degli alpinisti provenienti dal Sud, dal versante italiano e quelli giunti dall’opposto lato svizzero. Nel piccolo spazio antistante l’ingresso si incrociano sguardi felici, a volte stanchi per chi rientra dall’ascesa o carichi d’aspettative e di tensione per chi attende di rimettersi in cammino per la vetta.

La luce radente al tramonto evidenzia ogni dettaglio

Qui il suono della montagna si trasforma in un frastuono, non c’è nulla di silenzioso, mai un momento di quiete, ma noi facciamo fatica a percepirlo.

Perché il silenzio che noi intendiamo è l’assenza di quello cui le orecchie sono abituate, silenzio dalle auto, dalle voci umane. È difficile ascoltare la natura.

In realtà la montagna è un suono di mille voci, in ogni ora del giorno e della notte fa rumore. Acque, frane, ghiaccio producono incessantemente un canto costante.

La voce più forte della montagna è proprio quella del ghiaccio, attraverso il distacco di un seracco, o semplicemente con l’incessante fluire del ghiacciaio.

Fuori dal nostro aereo rifugio si ascolta la montagna che crolla, si scrolla e muta pelle.

Le rocce dioritiche si estendono nella parte più alta della cresta; cinquecento metri più in basso il ghiacciaio che soffre è illuminato dagli ultimi raggi di sole.

Pietre e sfasciumi ricoprono ampie porzioni del ghiacciao di Scerscen superiore, sono resti di antiche frane, lentamente trasportate sino al centro del plateu glaciale.

A pochi metri dalla capanna il ripido Canale di Cresta Guzza mostra estese finestre di roccia che interrompono la persistenza del ghiaccio, ormai ridotto a chiazze grigiastre, in parte ricoperto da detriti e solcato da profonde rigole di ruscellamento.

Cordata lungo il canale di Cresta Guzza, gruppo del Bernina

Inseguo con lo sguardo le grandi bocche aperte delle crepe terminali ormai invalicabili e i grandi crepacci trasversali che sconvolgono la superficie della vedretta.

Sono ferite che raccontano un vero e proprio scollamento dei ghiacci connesso con l’accelerazione dei processi di fusione in atto.

Sono parecchi giorni che anche a questa quota il termometro non scende sotto lo zero, di conseguenza pietre e rocce rotte, non più immobilizzate dal gelo, precipitano incessantemente.

Ad intervalli regolari dai colatoi si alzano piccole nuvole di povere, seguite dopo qualche istante dal tonfo sordo delle scariche

Impensabile avvicinarsi a tutte le celebri pareti Nord delle Alpi con queste condizioni. Unica possibilità è quella di muoversi d’inverno o nelle stagioni di mezzo, curando ed inseguendo le migliori condizioni del momento.

La partenza all’alba dal rifugio è insolitamente mite, nessuna traccia di verglas sulle rocce, il sottile strato di ghiaccio trasparente e sdrucciolevole che di solito si forma nelle ore notturne.

Un velo d’acqua percola della poca neve residua che ancora da forma all’aereo tratto di cresta nevosa che si raccorda con la cima.

Poco sotto l’anticima, mentre assicuro il mio compagno, osservo la grande zona grigia del ghiacciao del Morteratsch, dove avviene la riduzione della massa glaciale per fusione, che si estende sempre di più a discapito della superficie bianca dove la neve dell’inverno permane ed alimenta l’intero apparato.

Anche la parte terminale, la “lingua”, è solcata da canali e inghiottitoi che, nelle ore più calde, gorgogliano d’acqua; alla fronte, un lago proglaciale effimero è in fase di formazione.

Cresta sommitale del Bernina

Tutte le grandi salite del massiccio sono profondamente cambiate. A partire dalla Crast’Alva, la salita al Bernina da Nord, gli speroni settentrionali del Piz. Palù, l’estetica cresta Eselsgrat al Piz. Roseg e la solare Cresta della Spraunza al Piz. Morteratsch.

Ogni estate le guide elvetiche diramano comunicati rivolti agli alpinisti che segnalano varianti per evitare zone pericolose, interessate frane e dissesti, oppure interventi di “manutenzione” con la posa di nuovi ancoraggi nelle sezioni di parete divenute più impegnative.

Se da un lato questi interventi sono rivolti a migliorare la percorribilità lungo le salite più gettonate, da un altro punto di vista creano una discutibile artificializzazione dei percorsi, che si discosta dall’essenza stessa dell’alpinismo, che vede l’uomo adattarsi alla montagna e non viceversa.

Un altro elemento di instabilità diffusa, meno visibile, ma che contribuisce in modo determinante ai processi di cambiamento in atto è la fusione del permafrost, ovvero di quella porzione di ghiaccio nascosto alla vista che intasa le fratture all’interno della roccia o riempie gli interstizi tra i detriti.

L’acqua che ne scaturisce è sempre un elemento destabilizzante che va ad interessare anche le montagne non ricoperte di neve e ghiaccio.

I crolli sempre più frequenti registrati negli ultimi anni, dal Dru nel Gruppo del Monte Bianco, al Cengalo nelle Retiche, alla Piccola Croda Rossa nelle Dolomiti sono certamente da collegare ad un incremento anomalo della massa liquida.

Tutti noi abbiamo ancora negli occhi le spaventose immagini della grande frana di crollo che si staccò la mattina del 23 agosto 2017 dal Pizzo Cengalo nella sottostante Val Bondasca, nel cantone Grigioni, la più grande della Svizzera dopo quella di Elm, nel cantone di Glarona del 1881.

In pochi secondi crollarono 3,1 milioni di metri cubi di granito, sollevando un’enorme nuvola di polvere. La frana liberò un’inaspettata enorme quantità d’acqua dalle viscere della montagna che andò ad alimentare una colata distruttiva di fango e detriti sino ad invadere il villaggio di Bondo diversi chilometri più a valle.

La grande nicchia di frana del Cengalo osservata dalla vetta

Da ragazzo ho sempre immaginato le grandi distese bianche attorno ai giganti delle Retiche come qualcosa di perenne ed inestinguibile, ma con il trascorrere delle stagioni ho osservato con i miei occhi l’inarrestabile decadimento delle porzioni di neve e ghiaccio poste alle quote più basse o maggiormente esposte al sole.

Non si tratta solo di una drastica riduzione dei ghiacci, ma di un vero e proprio sconvolgimento delle certezze geografiche, di una mutazione irreversibile del paesaggio e dei riferimenti che, da generazioni, gli abitanti delle Alpi portavano con sé.

Tutto questo si accorda con la temperatura in crescita inconfutabile dal 1800, con un netto incremento negli ultimi quaranta anni.

Sappiamo che dal 1960 i ghiacciai delle Alpi italiane hanno perso una superficie pari all’estensione del Lago di Como.

Le descrizioni delle vie alpinistiche di neve e ghiaccio, contenute nelle gloriose guide del Club Alpino Italiano – Touring Club, sono ormai inutilizzabili.

Possono costituire un riferimento generale, ma ogni relazione puntuale riguardo ai tempi di avvicinamento, difficoltà e rotta da seguire va completamente reinterpretata.

Dedali di crepi spesso costringono ad allungare i percorsi e i tempi di percorrenza, la neve di primavera lascia sempre più rapidamente spazio al ghiaccio affiorante, costringendo l’alpinista a un faticoso cammino sulla superficie irregolare, spesso ricoperta dai blocchi e detriti che amplificano difficoltà e fatica.

La scomparsa del ghiaccio accresce le dimensioni delle morene, spesso franose e instabili e favorisce l’emersione di ampie sezioni di roccia liscia e inscalabile.

Quel che era semplice può trasformarsi in un grande ostacolo.

Stessa sorte hanno subito le numerose linee “bianche” che correvano lungo versanti e crinali di tanti Quattromila, oggi estinte e trasformate in veri e propri muri e creste di roccia non sempre solida.

Quel che resta della Nord del Disgrazia (foto Laura Ciri)

Tutto quello che era catalogato come “facile ascensione su ghiacciaio” va completamente riaggiornato e rivalutato alla luce dei mutamenti in atto.

I cambiamenti impongono nuove necessità d’adattamento: per muoversi in alta montagna occorre sempre di più interpretare le condizioni di variabilità ed incertezza.

Eppure il nostro approccio alla montagna rimane sostanzialmente invariato.

Le vacanze d’agosto e i weekend liberi segnano l’agenda: si va.

Continuiamo a cercare il contatto con la natura in montagna perché ci procura piacere, dimenticandoci a volte che il piacere che ne deriva sta nel cercare quanto nel trovare.

Fatichiamo a distaccarci dal concetto di “trofeo” da conquistare, anche quando le cose si fanno complicate.

È una questione di sguardi, di consapevolezza che la situazione in alta montagna si è fatta assai complessa.

Come guida e come montanaro mi domando se sia arrivato il tempo di reimparare ad ascoltarsi, a scrutare meglio il terreno durante la salita per ritrovare un’intelligente cautela.

Occorre adattarsi, dotarsi di grandi antenne, interpretare anche i più piccoli segnali che la natura ci va mostrando.

Accedere a sé stessi, alla propria motivazione e concezione, prima ancora che alle tecniche, ai materiali, all’abilità motoria e alle tabelle di allenamento, può permettere di riconoscere quale percorso è più adatto ed idoneo a noi.

Diversamente, possiamo restare preda delle mode e di idee non nostre.

Solo accettando l’incertezza, l’errore (attivando compensazioni di successo) e il dubbio, è possibile osservare più in profondità, cogliere le sfumature e i dettagli.

In breve prepararsi ad essere impreparati, senza smettere di salire, perché in alto troviamo gli ultimi luoghi di libertà rimasti, dove è ancora possibile un contatto diretto, concreto e sensibile con gli elementi naturali.

Qui possiamo vivere nel senso pieno del termine, confrontarci con i nostri limiti e imparare qualcosa.

Sono gli ultimi spazi preziosi, privi di divieti, regole, recinti e costrizioni, dove possiamo e dobbiamo affidarci solo a noi stessi e all’auto-protezione.

Forse così potremmo semplicemente meglio concentrarci sulle situazioni di vulnerabilità e imperfezione che incrociamo costantemente.

Senza dimenticare che questa montagna che cambia pelle, e si trasforma sempre di più in modo imprevedibile, può costituire un valido alleato nei processi educativi, dove la percezione dei rischi e la consapevolezza di sé stessi, consentono di assaporare l’esperienza, senza consumarla.

Quale Guida 3

mercoledì, 31 Marzo 2021

Salire in alto non solo è un bell’esercizio, che mette in moto muscoli e fiato, ma un’occasione per curare le fatiche che si racchiudono nei ruoli impegnativi del quotidiano.

Scalare una cima o attraversare un ghiacciaio significa prendere congedo e allentare la pressione dalle posizioni difficili da abbandonare.

In un mondo dove si afferma sempre di più la vistosa abbondanza di oggetti, gli spazi silenziosi e solitari delle montagne possono contribuire ad esaudire il desiderio di spogliarsi dagli obblighi, dalle apparenze.

Un confronto vivo, autentico e personale, sobrio nei mezzi e nelle intenzioni, tale da trasformare l’esperienza in natura in una sana abitudine, in una montagna che cura…

Vado e vedo

lunedì, 15 Marzo 2021

Sempre più spesso, con i miei compagni d’avventura sulla neve, sperimentiamo il percorso costruito passo dopo passo, senza mete prestabilite.

A partire da un’ispirazione, uno spazio da esplorare, ci lasciamo guidare dalla curiosità, dall’interpretazione dei versanti, dalla qualità della neve sino a comporre escursioni inaspettate.

Senza destinazioni precise, lasciamo campo libero all’intuizione, dosando impegno, fatica e difficoltà in base allo stato di forma mentale e fisica del momento.

L’imprevedibilità del tracciato si svela ad ogni istante, rafforzando attenzione e relazione con quel che ci circonda. E’ il trionfo dell’improvvisazione, intesa non come avanzare maldestro o a caso, ma prontezza a gestire e condividere l’inatteso, aggirare l’ostacolo, tornare sui propri passi o scovare la via d’uscita dopo aver imboccato un canale dallo sbocco incerto…

Sciatori di montagna

martedì, 23 Febbraio 2021

Alte nubi, un alone solare, detto anche arco di ghiaccio, una traccia, presto spazzata dal vento…sono quel che appare alla sommità della nostra esplorazione d’inverno.

Si può dire d’esser sciatori di montagna quando si è felici di scivolare lungo un erto canale, con la neve che non è più fresca e nemmeno trasformata, non farina, né firn……ma che passa da ventata a crostosa e fradicia nel giro di poche curve o addirittura cambia sotto i piedi ad ogni piega.