Le faticose vie di accesso (da sud) alle cime del Bernina conducono ad autentiche riserve di silenzio, solitudine e ampi spazi.
Se eliminassimo la scocciatura della partenza notturna, le lunghe ore di cammino, la schiena sudata e il dedalo di crepacci da decifrare al chiarore della frontale…proveremmo lo stesso stupore al sorgere del sole?
Che si tratti di portare a casa una vetta, una raccolta di porcini, una fotografia, la logica del trofeo quasi sempre condiziona il nostro muoversi in montagna. Una sorta di prelevamento immediato, in grado di darci sollievo e soddisfazione.
Può esistere una via alternativa meno scontata e superficiale? Saper guardare, imporsi dei limiti, ma anche ricercare nuovi percorsi e significati?
Esplorare le rocce lungo la via abbandonata da decenni che conduce al rifugo più alto di Lombardia (3609m) ha un diverso valore rispetto al raggiungimento della vetta del Bernina districandosi tra le cordate?
Inseguire ed osservare i ciuffi di ranuncoli che per poche settimane fioriscono in luoghi tanto impervi da concedersi in visione soltanto a pochi è forse meno interessante rispetto al selfie sulla cima? Questi fiori aggrappati alle rocce a grandi altezze non rappresentano un’immagine di bellezza, qualcosa di irreale nell’atmosfera un po’ rarefatta delle altitudini?
Pochi prestano caso all’ombra proiettata sul ghiacciaio di Scerscen Superiore al sorgere del sole. E’ la sagoma inconfondibile della montagna più ariosa e panoramica del Gruppo del Bernina.
La sua salita è un’immersione nell’aria e nella luce.
Ottocento metri di vuoto ci separano dalla distesa bianca sottostante, ricamata dalle morene mediane che si allungano parallele verso sud.
Davanti a noi tutti i giganti delle Retiche: lo scivolo della Nord del Roseg, la grande muraglia trapezoidale di diorite dello Scerscen, percorsa da tre rampe sovrapposte inclinate verso Est, il Bernina e la sua spalla nevosa incisa delle processioni di alpinisti diretti alla vetta, la lucente sella nevosa che collega Zupò e Argent…
Ai giovani aspiranti scalatori occorrono immediatezza e montagne luminose. Le poco note Cime di Musella nascondono un piccolo concentrato d’alpinismo non distante dal rifugio.
Non a caso queste piccole ma interessanti vette furono la “palestra” ideale della “Scuola di Ghiaccio e Roccia” con base al Rifugio Marinelli negli anni ’30 del secolo scorso, dove le Guide del Bernina dispensavano lezioni pratiche di: “marcia senza ramponi su pendii ghiacciati e taglio di gradini, marcia in cordata su ghiacciai, crestini e mezzi moderni di assicurazione, ascensioni di ghiaccio, ascensioni miste….”.
Tutti cerchiamo il sole, la splendida foto di vetta da postare. Amiamo la neve abbacinante, detestiamola pioggia.
La nebbia no, la nebbia non se la fila nessuno, soprattutto in montagna.
Eppure la nebbia è uno strano calore.
Il mancato rigelo notturno che rende estenuante da subito la marcia lungo il ghiacciaio è dovuto alla nebbia.
Attraversare lo Scerscen superiore nella nebbia è un piccolo bagno d’umiltà. Muoversi dentro un muro di niente, sfidando una coltre spessa quanto inesistente ci riporta con i piedi per terra.
Nella nebbia non si può anticipare nulla: centrare il valico nei pressi del bivacco Parravicini, il passo Sella e l’imbocco del ripido canale che si stacca da la Vadret da Sella si trasforma in un esercizio continuo dei sensi.
Raggiungiamo 3600m, il muro bianco persiste e la cresta sommitale non si distingue dal cielo, è tempo di rientrare.
Mentre i gesti della consuetudine convogliano le carovane dei “quattromilisti” al Bernina, le lontane e inospitali creste e cime attorno confermano la loro intensa e coinvolgente bellezza.
Qui si può realmente calpestare neve immacolata, respirare aria rarefatta e sentirsi sospesi sopra l’abisso.
Abitare sotto questa montagna è un piccolo privilegio.
Arrampicare alla Est del Rachele significa sfuggire ad ogni etichetta, classifica, attestazione.
L’avvicinamento è improbabile, fuori da ogni consuetudine del climber collezionista di metri di roccia, le difficoltà sono “classiche”, le vie praticamente senza chiodi, impossibili da ritrovare seguendo le relazioni stampate.
Ogni volta si passa da una parte diversa, perdendosi nel caos minerale, tra muri, diedri, spigoli e spuntoni.
Poi quasi per caso ci si ritrova a superare la magnifica placca rossa sommitale, che da sola vale il viaggio.
Mezzo metro di neve nuova ricopre la cima.
La discesa si arricchisce di istanti e nuove sorprese.
Esistono montagne, solo in apparenza minori, che meritano d’essere salite anche solo per il nome o per la singolare collocazione che svela insospettate geografie dei luoghi.
Occorre avvicinarle senza calcolo, senza conclusioni affrettate, per aprire inattesi spazi d’esplorazione.
In tal modo intuizioni e dettagli si inseguono e si svelano man mano si prende quota, per fissarsi saldi alla memoria.
Torre Bering 2500m:
-satellite occidentale del Corno del Colino ben visibile da Morbegno;
-si colloca dove il massiccio granitico del Masino piega a ovest e “l’uncinatura” di serizzo si allunga verso il lago di Como.
Impressioni incomplete di viaggio:
costa dei Cech, prati, pino silvestre di Pesc, baita Colino, bivacco, luci, nuvole, nebbie, vento sul volto, Orobie, alba, cristalli di anfibolo verde scuro, primule, pilastro, guglie, rododendri, genziane, camoscio, vetta, visuale dalle cime del Masino al Bernina, fondovalle, conoidi, corda doppia….
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