Dopo una lunga siccità partiamo a piedi sotto una fitta nevicata. La perturbazione è veloce, esce il sole e i pochi centimetri di neve al suolo spariscono a vista d’occhio.
Il tepore risveglia la schiva Coronella austriaca. Si muove lenta, mimetizzandosi tra le filladi spaccate del versante.
Cosa racconta questo risveglio precoce a 1900 metri in Valfurva ancora in inverno?
Perché animali e piante si adattano mentre gli umani si ostinano?
Le montagne e i ghiacciai della Valmalenco esercitano da sempre un fascino particolare per viaggiatori attenti, in cerca di quiete e di luoghi ricchi di particolari identità del paesaggio.
Nelle estati degli anni ’50, un appartato e piccolo edificio ai confini del bosco, si trasforma in residenza estiva di Palmiro Togliatti, noto deputato del Partito Comunista Italiano.
Togliatti, riservato e schivo, ama la serenità dei luoghi e alcune testimonianze lo ricordano intento a passeggiare lungo l’antica “cavallera” del Muretto, oppure in compagnia di Nilde Jotti, lungo il Mallero, in vista del Vazzeda e delle tante vette circostanti.
Questa piccola dimora alpina, costruita in solida pietra grigia locale, in “ghiandone “del Sissone, per alcuni prende il nome di “casa in rosso”.
Purtroppo oggi è ormai dimenticata nessuna targa la identifica come luogo storico.
Pochi sanno che un altro illustre personaggio frequenta Chiareggio in quegli anni.
Si tratta nientemeno che di James Watson, biologo americano, premio Nobel per la medicina nel 1962.
Insieme a Crick e Wilkins, è uno dei maggiori scienziati del ‘900, la sua scoperta della struttura del DNA ha cambiato la biologia ed è entrata nella vita quotidiana dell’intera umanità.
La notizia del premio Nobel a Chiareggio si trova il volume “Double Helix”, Pubblicato da Simon & Schuster ed è la biografia scritta da James Watson, curata da Alexander Gann e Jan Witkowski, due redattori indipendenti, una testimonianza importantissima, chiara e appassionante di un momento cruciale della storia della scienza, e non solo.
Watson ai piedi del Ghiacciaio del Disgrazia James D. Watson Collection at Cold Spring Harbor Laboratory Library & Archives
L’edizione annotata e illustrata “The annotated and illustrated double helix”, pubblicata negli Stati Uniti, in occasione del 50° anniversario della scoperta della struttura del DNA, riporta un capitolo, sino al 2013 sconosciuto, sull’avventura a Chiareggio di Watson.
La storia è interessante, divertente e fuori dal comune.
Descrive l’ambiente delle università inglesi del dopoguerra fra povertà, passioni e grande lavoro.
Una straordinaria comunità di biologi, fisici, chimici, medici, radiologi, appassionati dei loro studi, ma anche giovani, allegri e per nulla conformisti.
La guerra era appena finita e il mondo stava per dividersi in due blocchi. La loro vicenda ricorda quella dei fisici italiani di via Panisperna a Roma: Fermi, Pontecorvo, Amaldi e altri.
Nell’agosto 1952, James Watson va in vacanza nelle Alpi italiane a Chiareggio, insieme al biologo Joe Bertani che con la sua famiglia da diversi anni passava la vacanza là, in uno “small unpretentious hotel”.
E racconta: “In agosto ho smesso per un po’ di dare la caccia al DNA. Paula, una giovane ragazza italiana, era l’oggetto più attraente nel villaggio di Chiareggio. Ero lì con Joe Bertani, un ricercatore che studia i fagi, di ritorno in Europa per il meeting di Royaumont. Ogni agosto la famiglia di Joe soggiornava in un piccolo albergo senza pretese, dove quest’anno c’era una stanza prenotata per me. Nonostante i due mesi a Napoli, il mio italiano era inesistente, ma all’inizio non è stato un problema. Quasi ogni giorno Joe, suo fratello Alberto e io salivamo sul sentiero che portava verso i ripidi ghiacciai che cadevano giù dal monte ‘Disgracia’, il picco innevato e insidioso che domina Chiareggio”.
Watson a Chiareggio nel 1952 (James D. Watson Collection)
Il racconto di questa vacanza è breve, ma appassionante, con una foto, scattata sui pascoli dell’all’Alpe Ventina, ai piedi del Disgrazia, che Watson, sbagliando, scrive con la c invece della z (nessuno è perfetto).
La James D. Watson Collection è un’ampia raccolta che si trova in rete che documenta la vita e la carriera di James D. Watson: co-destinatario del premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1962 per la scoperta della struttura a doppia elica del DNA, direttore (e poi presidente e cancelliere) di Cold Spring Harbor Laboratory e il primo direttore del National Center for Human Genome Research. La collezione comprende fotografie, corrispondenza, manoscritti, quaderni di laboratorio, documenti amministrativi, fascicoli didattici, cimeli, ristampe e vari altri documenti. Oltre a belle immagini ho scovato alcune note che raccontano dei tredici giorni di vacanza dello scienziato, un testo goliardico scritto a mano che rappresenta il clima gioviale e spensierato del gruppo di giovani con cui Watson ha, evidentemente, stretto amicizia.
Tra i firmatari del documento si riconosce la firma di Nello Corti, figlio di Alfredo (scienziato tra i maggiori esploratori delle montagne Valtellinesi) che assieme a mio nonno Isacco Dell’Avo salì nel 1939 la Nord del Piz Palù occidentale per due diverse nuove vie.
Ogni volta che pernotto al Rifugio Porro Gerli, diretto alle cime, scorro la sera le pagine ingiallite dei libri dei visitatori del tempo, conservati nella preziosa boiserie della piccola sala da pranzo, rivestita di gembro profumato, cercando traccia dello scopritore della doppia elica e della misteriosa Paola.
Chissà chi era questa affascinante ragazza, che per almeno qualche giorno ha distolto quel ragazzone strambo e allampanato dalla sua caccia alla doppia elica!
Paula and Gabriella 1952 Alpe Ventina (tratta da Double Helix)
Watson aveva solo 23 anni quando fece la scoperta che lo avrebbe portato a Stoccolma.
In tempi assai più recenti, ormai in età avanzata, anche Watson ha preso qualche scivolone, con più di una gaffe a sostegno di un presunto gap genetico tra bianchi e neri, a testimonianza che anche i grandi scienziati non sono alieni dal cadere preda di distorsioni cognitive.
Questo ci fa capire che gli scienziati sono difettosi come tutti gli esseri umani, che a volte parlano e agiscono prima di pensare.
La serie di sparate gli è costata l’eliminazione di diverse le cariche onorifiche collezionate nel corso di una lunghissima attività di ricerca e la messa all’asta nel 2014, per problemi economici, la medagli d’oro del Nobel…
Processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo. La presenza di un’e. si accompagna a esperienze soggettive (sentimenti), cambiamenti fisiologici (risposte periferiche regolate dal sistema nervoso autonomo, reazioni ormonali ed elettrocorticali), comportamenti ‘espressivi’ (postura e movimenti del corpo, emissioni vocali).
In risposta alle e. si verificano modifiche fisiologiche, che sono adattive in quanto permettono di mobilizzare le energie in maniera rapida e di far fronte a una situazione di emergenza.
In situazioni difficili, dove occorrono decisioni e azioni immediate, non c’è tempo per reazioni pensate e ragionate, ricorrere alla riflessione ci rende troppo lenti.
Per questo, in risposta ad una percezione sensoriale, che modifica il nostro equilibrio interiore, entrano in gioco nuovi messaggeri (le emozioni) che ci recapitano tempestivamente le informazioni che ci servono.
Le emozioni sono un campanello interiore, un prezioso alleato in grado di percepire le modificazioni ambientali e attivare una variazione comportamentale immediata, indispensabile in situazioni che richiedono tempi decisionali assai brevi.
Negli spazi d’avventura mai codificabili come la montagna, lo “stato di vigilanza” legato alle emozioni è una risorsa fondamentale.
Eppure l’ascolto degli stimoli interni o esterni naturali che generano emozioni e che possono “prendere il controllo” è del tutto ignorato o quasi.
A cosa serve insegnare complicatissime tecniche se poi quando ci si trova in situazioni critiche si va in affanno o ci si trova a chiudere gli occhi?
Quanto siamo consapevoli che le emozioni rendono più o meno efficace la reazione a una situazione inattesa?
Quanto occorre governarle in modo funzionale per non creare danni?
Scalare sul ghiaccio è un concentrato di sensazioni ed emozioni.
Come possiamo descrivere il gelo se non salendo una cascata?
Un’esperienza che si vive, si prova e si sente.
Non si spiega eppure si capisce.
Ogni giorno qualcosa di meno, non qualcosa di più: sbarazzati di ciò che non è essenziale. Bruce Lee
Cogliere appieno l’esperienza e la capacità d’osservazione significa coltivare il proprio essere esploratori, affinare lo sguardo, porsi domande, inseguire tracce e connessioni…
Entriamo in contatto diretto con le più belle placche di serizzo del Masino in questo inverno che non c’è.
L’aria è pulita e si vede lontano. Una grande aquila volteggia nel cielo blu sopra di noi.
Cresta: in geografia, linea di congiungimento di due versanti montuosi opposti quando la loro intersezione avviene a tetto e la loro pendenza è circa uguale.
Viaggiare in cresta e è uno dei piaceri dell’alpinismo.
I nostri passi cercano invano di percorrere il filo nei tratti più esposti. Assai più brava di noi la volpe che ha lasciato impronte ovunque, anche dove la cresta si fa più sottile, forse nell’inseguimento del galliforme che ha impresso i segni delle penne sulla neve…
Non sono speciali perché non compaiono in nessuna mappa, né raggiungono altezze meritevoli d’attenzione. Eppure l’incontro con queste rocce in una mite una giornata d’inverno le rende assai particolari.
Qui si scala al sole, lungo un curioso “canale di gronda” scavato dagli antichi ghiacciai, con la superficie liscia tempestata di piccoli granati, si afferrano vene e noduli di quarzo sporgenti.
In fondo questi luoghi ordinari e senza nome possono essere più importanti di grandiose avventure che seducono la nostra immaginazione.
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