Sulla pelle del supervulcano

Il centro dell’enorme sistema vulcanico che occupava parte dell’attuale Trentino-Alto Adige circa 280 milioni di anni fa si trovava nell’area di Bolzano.

La caldera, oggi ricostruita attraverso lo studio delle strutture geologiche e degli affioramenti, si estendeva per decine di chilometri.

Un territorio allora posto a latitudini tropicali, attraversato per milioni di anni da eruzioni, terremoti e fasi di quiete.

Quello che oggi vediamo in parete è ciò che resta di quella storia. Rocce nate dal fuoco e dal collasso, poi sepolte, deformate, sollevate ed esposte dall’erosione. Una parte di quel materiale costituisce il basamento su cui si sarebbero formate, molto più tardi, le Dolomiti.

Scalare qui significa muoversi sulla superficie di un mondo scomparso. Appigli, fessure e rugosità a cui affidiamo il peso sono il risultato di una storia smisurata, che precede di centinaia di milioni di anni la nostra presenza.

È materia che conserva le tracce di un tempo quasi inconcepibile.

Tutti conosciamo i cubetti rossi che lastricano le strade di tante città italiane. Ma mettere le mani sulla pelle del supervulcano è un’altra cosa.

Si prende quota e viene voglia di abbassare, per un momento, il rumore di fondo della città. Immaginare il Tridentinosauro, piccolo rettile vissuto nel Permiano, correre tra le rocce di quel mondo scomparso.

La sua storia riserva una sorpresa. Quello che per decenni è stato interpretato come l’impronta fossilizzata della pelle si è rivelato, dopo nuove analisi, un contorno dipinto, realizzato per restituire all’animale una pelle che non c’era.

Un grazie ad Andrea per alcune delle foto.