Per millenni questi luoghi sono stati evitati dagli uomini.
Spazi di paura e di sgomento, popolati da draghi.
Poi, a partire da un paio di secoli fa all’incirca, questi stessi spazi orrendi hanno iniziato ad essere intenzionalmente attraversati. Non solo per un’immediata utilità pratica, per cacciare un camoscio, scrutare dall’alto un nemico, cercare un cristallo nella roccia, e neppure soltanto per scopi di studio e ricerca scientifica, ma per esplorare la loro intensa e coinvolgente bellezza.
La ricerca del “sublime”.
Quell’inatteso piacere, misto a terrore, che ancora alimenta il nostro girovagare negli ambienti selvaggi, a prescindere dalla difficoltà.
Quella progressiva familiarità con l’esposizione al pericolo, nella quale la responsabilità individuale e la capacità di proteggersi diventano l’unica via d’uscita.
Un’esperienza che, in fondo, impedisce la rassegnazione di fronte alla routine di ogni giorno, entra nei risvolti di molteplici strategie educative, modella il corpo e la mente.
Per questo mettere i ramponi per la prima volta sul ghiacciaio del Morteratsch non significa solo imparare a conficcare correttamente le punte, disporli di piatto o di punta, impugnare la picca e sperimentare la cordata.
Vuol dire attraversare una piccola esperienza del sublime, ancora necessaria anche oggi, mentre siamo travolti dall’egemonia della tecnica, come nel tempo dei Lumi.





