Ancora condomini? Davvero?

Lo ammetto, pensavo che questa stagione fosse finita. Che almeno su una cosa avessimo imparato la lezione, basta guardarsi intorno.

Basta passare davanti alle file di seconde case di Chiesa, oppure fare pochi chilometri più in là, dall’Aprica a Madesimo, dentro quell’immenso affastellamento di condomini color panna, albicocca e salmone sbiadito, costruiti a getto continuo tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Palazzoni nati sotto il segno del mattone che non tradisce mai, della seconda casa come status symbol, del bravo brianzolo che finalmente si è fatto la casa in montagna.

Investimento sicuro, dicevano. Oggi basta passarci davanti.

Serrande chiuse per undici mesi l’anno, balconi che sembrano in letargo dal 1987, amministratori, assemblee, posti auto numerati, corridoi con l’odore di minestrone del vicino e televisioni accese dall’altra parte del muro.

La montagna trasformata in una periferia verticale. Pensavo fosse una stagione chiusa e invece no.

Eccomi davanti all’ennesimo cartello. In alto campeggia il nome: “Residenza Gemma Alpina, 300 metri dalla funivia”, perché oggi un condominio non può più chiamarsi semplicemente condominio, deve sembrare una pietra preziosa, un piccolo paradiso montano. I metri, poi, sono sempre una misura elastica, più narrativa che reale (almeno il triplo), ma poco importa, perché servono solo a sostenere il racconto, un refluo del marketing del Novecento. Poi guardi il rendering e ritrovi il solito copione, con casucce ammiccanti, verde curato e un’altra fetta di prato che si prepara a diventare prodotto immobiliare.

Oggi basta rivestire di assicelle qualche metro quadrato di facciata e il miracolo è compiuto, il condominio diventa “borgo alpino”, il residence si trasforma in “esclusiva residenza di montagna”, il consumo di suolo assume le sembianze rassicuranti della tradizione.

È un trucco e anche piuttosto vecchio.

Ma è inutile prendersela con chi costruisce, fa il proprio mestiere e cerca un profitto dentro regole che lo consentono. E non aiuta nemmeno puntare il dito contro amministratori locali o abitanti di questi luoghi, spesso sono dentro dinamiche più grandi di loro, dentro un’eredità di trasformazioni lunghe e stratificate che hanno progressivamente svuotato il rapporto con il territorio.

Il punto, oggi, è un altro, non siamo più soltanto davanti a semplici “casermoni”, ma a vere e proprie finzioni abitative, dispositivi che simulano la montagna mentre la consumano, che ne imitano le forme mentre ne indeboliscono la sostanza.

Proviamo invece a spostare il piano e mettere un piccolo tarlo nei potenziali acquirenti.

La domanda è semplicissima.

Ma sei proprio sicuro di voler comprare questa roba?

Sei sicuro di desiderare un altro appartamento travestito da baitina? Un pezzo di città con le montagne intorno? Un condominio in classe energetica A che però si porta dietro tutte le abitudini urbane che forse volevi lasciare per un fine settimana? Sei sicuro? Perché là fuori esistono altre mille possibilità. Ci sono case vere.

Case antiche, baite dimenticate, piccole abitazioni nelle frazioni, nei nuclei sparsi, nei luoghi ancora capaci di raccontare qualcosa. Certo, vanno restaurate, con pazienza, cura e tempo.

Ma forse è proprio questo il punto, perché restaurare una casa è anche un modo per restaurare una relazione.

Conoscere un luogo, esplorarlo, capire come gira il sole, osservare da dove arriva il vento, parlare con chi ci vive, cercare i muratori, i falegnami, gli artigiani che ancora conoscono i luoghi e sanno risvegliare l’anima di una casa.

Abitare un posto non significa semplicemente comprarne qualche metro quadrato, ma entrarci in sintonia, affezionarsi, magari farsi anche un orto e frequentarlo fuori stagione.

E, incidentalmente, fare lavorare le tante maestranze locali, quelle brave davvero, che custodiscono saperi e competenze e tengono ancora in piedi un’economia di valle.

Perché il consumo di suolo, in fondo, non è solo una questione urbanistica.

Finché continueremo a pensare che la felicità alpina coincida con l’acquisto dell’ennesimo condominio travestito da casetta di montagna, continueremo a mangiarci prati, paesaggi e pezzi di civiltà, per poi ritrovarci con altre fila di serrande abbassate.

Nel dubbio, caro acquirente in cerca del tuo “buen retiro” alpino, un consiglio non richiesto. Lascia stare il palazzone con il cappotto di larice, vai in giro, esplora, perditi.

Cerca la tua casa. Probabilmente esiste già.