Pensieri dal crinale

Mentre si arrampica o cammina, soprattutto quando non si desidera incontrare nessuno, senza cima da raggiungere e lungo i percorsi meno battuti, nascono a volte dei pensieri.

Pensieri appuntati sul taccuino, frutto del raccoglimento in movimento, che variano in base al ritmo dei passi, di tanto in tanto condivisi con Montagna.tv.

Qui di seguito la raccolta degli articoli pubblicati a partire da marzo 2023.

Da Chiareggio al Maloja, l’ultima traccia di Ettore Castiglioni

Sella del Forno dal lato Italiano, la Val Bona,
Castiglioni muore accostato alle rocce scure poco sotto il passo.

Perché si cade in montagna?

L’escursionista e lo scalatore sono pure esposti al pieno vento della loro geografia interiore, che condiziona più d’ogni strumento, scarpone o attrezzo ogni passo verso l’alto

Il tempo delle paure

Senza l’esplorazione di altri valori, come le virtù creative, il piacere, l’invenzione e la corretta comunicazione si rimane costantemente schiavi della paura

Eventi estremi e cambiamenti climatici. La reazione della montagna

Quel che resta della Nord del Disgrazia.

Valmalenco, regno della geodiversità

Contatto tra marmi e quarzoscisti sul Piz Tremogge, Valmalenco.

E-bike in montagna, opportunità o inganno?

Orrida nuova ciclovia sulle Orobie valtellinesi.

La montagna sicura è un raggiro

Momenti d’alpinismo sulla Biancorat.

Cent’anni di Spigolo Nord del Pizzo Badile

È trascorso un secolo dalla prima salita completa dello Spigolo monumentale del della Bregaglia. 

Errare è bello, elogio dell’ascensione senza destinazione

Dove ci porta questa traccia? Cosa nasconde quella roccia? Come si affronterà quella cresta? (filone d’amianto Cima di Val Fontana, Valmalenco).

Eccesso di turismo in montagna e il patto del non racconto

Per fortuna esistono ancora spazi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.

Solo regole e convenzioni. Con la pretesa che possano salvarci

La facile soluzione a problemi complessi cattura l’attenzione, senza produrre alcunché, mentre mai l’attenzione la si rivolge alla relazione con gli ambienti naturali e con noi stessi.

Ruspe sul ghiacciaio. Ma perché? E per quale ragione tanti tacciono?

I denti della ruspa che divorano il ghiacciaio già sofferente ai piedi della Gran Becca, racchiudono in sé tutta la tracotanza di vedere il mondo senza limiti.

E ancora neve

Un paesaggio bianco che è tutt’altro che immobile, ma pervaso da continue variazioni di temperatura, mutevole provenienza e rifrazione della luce, modificazione del terreno e della neve, combinati con la velocità e direzione del vento, con gli odori di resina, il colore dei larici e licheni… che fanno assumere, ad ogni spazio e ad ogni discesa, un carattere unico e non replicabile.

Quanto acquistiamo cose superflue e che non ci servono in montagna?

Quando acquistiamo qualche nuovo capo tecnico o attrezzo, quelli che già possediamo ci appaiono istantaneamente vecchi e consunti, sino a spingerci a rinnovare altri vestiti o accessori in sostituzione di quelli vecchi.

Scialpinismo, l’importanza di pensare con i piedi

Muoviti secondo quel che ti senti. E’ il miglior consiglio che mi sento di dare, oltre a ricordare che c’è tanto da scoprire, piuttosto che imparare.

Cosa significa essere scivolatori?

Cosa significa dunque essere scivolatori? Dove occorre interpretare il terreno, assecondarlo ed essere soprattutto morbidi e leggeri? Dove per migliorare occorre progressivamente essere recettivi, in tutti i sensi? (ph  Ethan Wong).

Come si può pensare al turismo alpino senza tenere in considerazione i limiti?

La perdita di relazione con quel che accade in natura, con l’incertezza crescente dei fenomeni atmosferici e l’abbraccio perenne con gli spazi termoregolati e con l’autoproduzione del clima, impedisce di renderci conto che non abbiamo un potere e un controllo sui fenomeni naturali.

“The Heart of a Continent”: Sir Francis Younghusband nel 1887 è il primo occidentale a vedere da vicino il K2. Così lo presenta al mondo intero

Centodiciassette anni dopo, passando attraverso l’Aghil Pass e la sterminata piana alluvionale della Shaksgam Valley, provai la grande sensazione di trovarmi di fronte alla stessa montagna.

Riordinare le priorità in montagna

Animati dai migliori propositi siamo sempre portati a consigliare quello che sta fuori da noi: tecnica ed attrezzi. La risposta ad un rischio di inconveniente si riconduce perennemente a qualcosa esterno, un accessorio, uno strumento.

In viaggio con gli sci sulle Alpi Retiche (o altrove)

Gli ingredienti essenziali di un autentico viaggio con gli sci sono l’incontro con la montagna non contraffatta, lontana da ogni presenza umana e una compagna o compagno d’esplorazione predisposti ad attraversare l’incerto e stupirsi ad ogni passo.

Una traversata sul mare d’inverno

Qualche gabbiano sfiora l’acqua, mentre si entra in questa diversa prospettiva della scalata, con il respiro che si va accordando allo scroscio dei flutti contro la scogliera.

Benedetta sia l’intuizione

Quante volte in montagna ci è capitato di ascoltare una voce, un presentimento che ci dice di non fare quella cosa o di non prendere quella direzione? Un frangente in cui il corpo, prima del cervello, reagisce in una frazione di secondo, prima di infilarsi in un guaio.

Benedetta sia l’Intuizione. Ma come evitare gli errori?

I cinque sensi accumulano costantemente informazioni relativamente a quel che accade intorno a noi, e l’Intuizione non è che il tanto decantato sesto senso. Quello che unito agli altri fa spesso la differenza e ci consente di toglierci in fretta da situazioni difficili.

Whiteout, viaggio nel buio bianco guidati da Fosco Maraini

Lo sguardo diventa nebbia, è l’incertezza che affascina? O il mondo del sogno? Fatto di spaesamento, vertigine e coordinate inesistenti? La scelta di organizzare consapevolmente e in un certo modo la frequentazione di un “luogo” influenza l’esperienza che facciamo di quel luogo?

Neve, clima e la memoria del criceto

Montanari, albergatori, maestri di sci, noleggiatori…non devono certo smantellare l’industria dello sci e smettere di andare a sciare domattina, ma forse non continuare ad alimentarla a dismisura, senza studi di fattibilità climatica per ogni nuova infrastruttura per lo sci e iniziare a capire cosa fare nel futuro, sempre più prossimo. Sempre che non sia troppo tardi.

Il confine sottile tra armonia e oltraggio

Vivere costantemente in luoghi dove la vista è offesa non aiuta a riconoscere la disarmonia delle nostre azioni in natura, quando i nostri occhi si sono totalmente abituati alla vista di infrastrutture, villette, recinzioni, cartelloni pubblicitari, insegne e capannoni propagati ovunque. Qui nostro sguardo si è assuefatto e la profondità di campo si è inesorabilmente accorciata, infrangendosi sistematicamente su muri e confini artificiali.

Valanghe: tecnica, conoscenza e fattore umano. Segnali di riequilibrio

La negazione dei nostri limiti, l’assenza di coraggio (per reagire a pressioni o desideri inadeguati esterni o interni), l’isolamento personale, l’arroganza nelle scelte, possono saldarsi come gli anelli di una catena agganciata a un enorme peso che ci trascina, ingannandoci, verso il basso, verso il caos. Provare a mostrare attenzione e passare in rassegna queste potenti trappole non è una soluzione pronta né facile, ma può essere un utile strumento di riflessione ed aiutarci ad affrontare le situazioni difficili che sempre si presentano nei nostri percorsi d’avventura.

Ricchezza di fini, sobrietà di mezzi. Elogio dell’imperfezione

Sotto le spoglie della imperfezione, nascono intuizioni preziose, libere associazioni e curiosità.

La flessibilità (sorvegliata) consente di esplorare piste poco battute; con maggiore libertà, senza fretta, né specialismi fini a se stessi diamo spazio all’apprendimento e alla creatività. E’ una dimenticanza che aiuta a risalire rapidamente alla causa dell’anomalia, che prima o poi capita di incontrare in parete, che stimola la capacità attiva utile a distinguere la gravità degli errori.

Messaggi sulla pietra, i misteri delle coppelle

L’incontro con nuove strane incisioni concave, certamente artificiali, lungo un dorso roccioso panoramico, dove lo sguardo spazia dal Bernina al fondovalle della Valtellina, dai ghiacciai ai vigneti, solleva sempre un vero rompicapo riguardo la loro origine e funzione.
Ogni volta che ci si imbatte in questi piccole concavità ricavate nella roccia ci si interroga riguardo ai motivi che spinsero i nostri antenati a incavare un numero tanto grande e geograficamente esteso di coppelle.

In montagna gli atti umani insicuri si manifestano ogni giorno

Anche le persone migliori, i professionisti più preparati e addestrati, possono commettere gli errori peggiori. I più bravi tendono a spingere al limite e gli sbagli accadono anche quando si conosce quel che si sta facendo. Dimenticanze, percezioni ambigue e fuorvianti, disfatta dell’attenzione, ci attraversano costantemente.

Bambini in montagna: lasciamoli esplorare e giocare

Tutte quelle lunghe, costose, complesse e stancanti preparazioni che escludono l’andare semplicemente a piedi, nei boschi e nei pascoli, tra massi e ruscelli, non fanno che avvilire l’incontro con la bellezza e i diversi habitat della montagna.

A volte le intemperie rendono più intenso il gusto della nostra escursione

Secondo il programma dovremmo raggiungere la fronte del ghiacciaio, ma foschia e nuvole presto ne oscurano la vista. Delusione? Oppure un’occasione per riappacificarsi con la montagna in bianco e nero, lontana dalla necessità compulsiva d’essere mostrata, con giornate “top” e “sensazionali”, condite con immagini ricordo con cielo blu esagerato e acque turchesi, (virate all’eccesso in postproduzione).

Torniamo a giocare. Elogio del gioco libero in montagna

“E adesso cosa facciamo?”, chiede d’impeto il mio giovane compagno d’escursione che si trova in testa al gruppo di piccoli visitatori della montagna. Mi siedo e appoggio la schiena ad un vecchio larice. “Nulla” rispondo. “Giocate e basta”.

Già dimenticata la frana dello Scersen. Eppure il messaggio era clamoroso

Sono passati solo tre mesi dall’imponente crollo in roccia che si è portato con sé parte del ghiacciaio pensile aggrappato alla cima del Piz Scerscen: milioni di metri cubi di diorite frammista a ghiaccio franati sulla sottostante vedretta e poi scivolati quasi millecinquecento metri più in basso. Per gli studiosi del ghiaccio e del clima questa grande frana rappresenta un caso studio emblematico della crisi della criosfera alpina, ovvero tutti gli spazi dove l’acqua è presente allo stato solido, comprende la neve, ghiacciai e permafrost. La variabilità della criosfera rappresenta un chiaro indicatore dei cambiamenti climatici. 

La massificazione (o mortificazione) del turismo in quota. Si può fare in un modo diverso?

Negli spazi fragili e ristretti della montagna, l’eccesso di presenze diventa presto acido corrosivo. E’ assai difficile attendere un ravvedimento collettivo, capace di riorientare i flussi in modo consapevole, capace di comprendere che uno svago leggero come la vacanza possa avere un impatto paragonabile a un’industria pesante.

Mettersi in ascolto in montagna

Educare alla pratica dell’attenzione al mondo verticale circostante è importante quanto il saper maneggiare nodi e freni. In fondo la montagna è una grande materia vivente e sensibile. Quando riusciamo a mettere al centro la percezione, con i nostri sensi che tengono intrecciato il corpo con il mondo circostante, scopriamo quello che di solito ci sfugge.

A volte meno sarebbe meglio. Il valore, anche economico, della semplicità

Ricordo sul finire degli anni ’70 l’arrivo del primo elicottero, un Alouette rosso, capace di trasportare in un solo carico ogni sorta di bendidio. Da quel giorno cavalli e muli andarono in pensione, rimase per qualche tempo un piccolo asino sardegnolo che ero solito condurre con mio fratello per il trasporto di viveri freschi.

Con i calli sulle mani

Lavorare con le mani ingaggia la destrezza. E’ la manualità di chi afferra un appiglio di granito o assesta un colpo nel ghiaccio con la piccozza, non quella di chi trasporta carichi sulla schiena o passa la merce su un lettore ottico.

Geologia per boulderisti

“Geologia per alpinisti” è il titolo di un bel libro divulgativo di Silvia Metzeltin Buscaini (alpinista e geologa) pubblicato nel 1986 dalla Zanichelli, dedicato espressamente agli alpinisti, basato sul concetto che le attività in montagna non sono unicamente una forma di svago per il tempo libero, ma anche una forma di cultura.

Ma quanto è bello scalare in autunno?

Con l’arrivo dell’autunno i profumi si trasformano, cambiano i suoni e la temperatura, chiari e scuri si fronteggiano. Ogni volta è qualcosa di diverso. D’incanto ci si ritrova a scalare per spazi imprecisati, solitari e, soprattutto, per terreni non circoscritti.

Catenelle o percezione?

L’osservatorio nazionale incidenti in montagna del Cai, ad esempio, avverte di non utilizzare “catenelle” o “ramponcini” su terreni innevati ripidi. E’ bene ricordare che questi attrezzi in fondo servono solo dove non servono, nel senso che agevolano il cammino su tratti scivolosi di modesta inclinazione e difficoltà, affrontabili con cautela anche senza, ma sono inadatti su terreni ripidi e ghiacciati. Le “catenelle” sono buone per muoversi sulle strade ghiacciate dei paesi di montagna o per passeggiate da diporto, ma nulla di più…

In ogni avventura la parte più difficile da identificare sta dentro di noi. Non fuori

Negli spazi d’avventura i nuovi strumenti possono funzionare senza un lavoro interiore orientato a estrarre i migliori valori da noi stessi? Che non possono essere delegati ad alcuna macchina? Abdicare all’uso del cervello non collide con la ricerca della vita e dell’avventura che rincorriamo fuggendo dalla città?

Come rendere inesauribile il terreno d’avventura?

Gli spazi d’avventura si restringono ogni giorno, vi sono pareti solcate da numerosissime linee di salita, per non parlare delle strutture di fondovalle dove capita che ogni metro di roccia è attraversato da una via di stampo sportivo.

Quelle vecchie case abbandonate che salvano le storie

Gli spazi in rovina invitano a pensare, possono aiutare a dar vita a nuove interazioni sensate con la montagna, riagganciate a qualcosa di antico e in perfetto equilibrio. Esplorate questi luoghi in silenzio, senza toccare o spostare nulla. Gli oggetti raccontano le storie solo qui. Se li rubate, trasportati nelle vostre taverne o per l’addobbo di baite o locali, all’istante diventano paccottiglia e finzione.

Crisi climatica e rifiuto dei rifiuti

La CO2 fuori scala è ormai più pestilenziale dell’aria ammorbata delle città, ma non si vede, non si sente. Non puzza di fogna o di uova marce, non aizza la paura per il diverso e questo alimenta il rifiuto dell’ovvio, di quello che stiamo attraversando.

Ascensioni compiute o emozioni vissute?

Il desiderio di collezionare le cime e lasciar traccia del proprio passaggio divampa sin dagli albori dell’alpinismo. Pare che il celebre Paul Grohhmann, tra i primi esploratori e conquistatori di vette delle Dolomiti, raggiunto nel 1869 il maestoso Sassolungo, abbia lasciato, oltre al consueto ometto di pietra, una bandiera e sopra una roccia alcuni disegni con il nome suo e delle sue guide! Segni, ometti, vessilli, bottiglie con biglietti, scatole di metallo inchiavardate alla roccia con libro di vetta, croci, madonnine, campane hanno  nel corso dei decenni segnato il punto più alto di innumerevoli cime.

Autunno, tempo di caccia. E di riflessioni

La cosiddetta caccia sportiva pare aver definitivamente soppiantato quei vecchi cacciatori barbuti, dediti a un rituale, più che a una mera predazione. Dove, alla fine, premere il grilletto diventava persino superfluo.

L’odore della roccia

Prima che alla vista la parete si percepisce dall’olfatto, che attiva una memoria longeva, indelebile, che dura nel tempo. Si rafforza con la pietra umida di rugiada la mattina presto o quando gronda d’acqua dopo un temporale estivo.
Inconfondibile è l’odore del granito o, all’opposto, quello del calcare. Nel mezzo una miriade di sfumature, tra rocce metamorfiche, sedimentarie e vulcaniche, ognuna con il suo “marchio” olfattivo.

L’industria della neve è in crisi. Cosa rimarrà di quei luoghi?

Sotto la neve immacolata e candida delle piste da sci delle Alpi si nasconde un’infrastruttura sterminata, per certi versi paragonabile a quella delle fabbriche d’auto di un tempo. Non a caso si chiama industria dello sci. Tubi, cavi, cementi, gallerie, tralicci, motori, pompe, frese, fari, asfalti, oli, ingranaggi, parcheggi e nastri d’asfalto, costituiscono l’infrastruttura industriale, messa in funzione, al pari dei vecchi Cipputi, da vari addetti, skilifisti, meccanici, elettricisti, gattisti, “nevificatori”…

Montagna d’inverno: il piacere di perdersi (consapevolmente)

Noi, senza pelo, senza zoccoli che si appigliano all’aria, non possiamo minimamente avvicinarci allo stato più alto della consapevolezza del muoversi in natura, rappresentato dalla selvaticità, per questo dobbiamo per forza vestirci d’attrezzi. Farsi sommergere però, significa sovvertire le priorità con cui ci si relaziona alla montagna d’inverno, che partono dal chiedersi cosa accade attorno a noi? Dove si sta andando? Come ci si sente in questo contesto? Come si fa quel che si fa? Cosa si pensa mentre si sale o si discende?

Ramponi, ramponcini e crapèli

Tanti anni fa in Valmalenco, quando gli inverni erano ancora lunghi e freddi e la neve permaneva anche nel fondovalle per alcuni mesi, per raggiungere i paesi dalle case più alte o dalle frazioni sparse, era normale “mèt sü i crapèli”.

Le salite invernali in Himalaya e la cima inviolata: il punto inesteso riservato agli dei!

Poi mi abbaglia il disegno di Yoshio Ogata dell’inviolato Gangkhar Puensum in Bhutan, con i suoi 7570 metri forse la più alta cima illibata della Terra! E tale rimarrà, visto che ne è vietata la salita per motivi religiosi. Un respiro di sollievo, capace di renderci spettatori incantati, di fronte a un pezzo di roccia, neve e ghiaccio non calpestato dalle suole di nessuno! Un brandello di spazio, tra terra e cielo, dove la nostra civiltà evoluta non ha ancora piantato nessuna bandiera.

La luce è dell’inverno!

Ne abbiamo conferma mentre esploriamo i grandi spazi del Bernina Sud, complice la poca neve nelle Alpi Centrali e l’inversione termica di questi giorni.
È l’adattamento naturale che accoglie la montagna così come si presenta, senza rincorrere quello che non c’è (la neve).

Rocce utili alla decelerazione

Anche quando si arrampica capita d’essere in affanno, non per la fatica, ma per la frenesia d’ottimizzare ogni momento del viaggio verticale.
Avvicinarsi, ricercare la via, riscaldarsi, inanellare tutte le lunghezze (possibilmente senza riposi), sono abitudini consolidate, restie ad ogni immobilità.
Così si riporta, seppure inconsapevolmente, la carenza di tempo dell’iperconsumo in cui viviamo, anche nei momenti di svago e nell’avventura verticale.

La montagna schiacciata tra sicurezza e adrenalina

C’è un disperato bisogno di conoscere il rischio, non di eliminarlo! Ogni metro della montagna presenta situazioni di opportunità e di rischio, ed è solo il nostro accostamento alla realtà che indirizza l’attitudine a decifrarla come buona o cattiva, salutare o nociva.

Incidente in valanga, “erano esperti”

Gli eventi che viviamo in montagna non sono esperienza
L’esperienza è un processo di riflessione sugli eventi vissuti, compresi i fallimenti, gli incidenti o i mancati tali, che sono molti di più di quel che pensiamo e la maggior parte delle volte manco ce ne accorgiamo.Questo è un processo lento, che mal si accorda con il mondo che corre, eppure necessario per fissare l’esperienza.
Senza dimenticare che la “sicurezza” fondata prioritariamente nella sua dimensione tecnologica (attrezzature) fa sistematicamente cilecca esi tramuta in “ignoranza assistita”,quando non si accompagna con la comprensione estesa di un sistema complesso come quello della montagna.

Evviva la libertà di sbagliare in montagna

La libertà di sbagliare in montagna, senza giudizio della cultura dominante, è uno dei motivi per cui è bello andarci. Ma questa cultura ora pervade pure la montagna e complica le cose.

Il bisogno d’avventura nell’esperienza umana ha il potenziale per renderci forse migliori e salire in alto presenta più benefici che danni. Diversamente nessuno ci andrebbe più.

La libertà di trovarsi circondati dai pericoli può invero essere d’aiuto e un sollievo nel vivere in una società sempre più soffocante. A patto che l’avventura non si trasformi in un divertimento da consumare, ma una pratica da vivere appieno, dove le conseguenze naturali delle nostre scelte e azioni sono vissute realmente.In tal modo l’avventura non è solo una fuga sporadica dalla città grigia e dalle responsabilità in essa racchiuse, ma una via privilegiata utile per affrontarle.

Per quale motivo ci mettiamo potenzialmente nei guai? In una società in cui manca del tutto la responsabilità personale, soffocata dal sistema, la montagna ha la capacità di restituire la forma più pura. Quando si sbaglia, si sbaglia da soli e le conseguenze ricadono su se stessi.

Piccole rocce, scogli nascosti, massi dimenticati

Ogni giorno piccole rocce, scogli nascosti, massi dimenticati, sono frequentati dagli arrampicatori. Mi riferisco alle strutture minori, vicine alle città o al fondovalle abitato. Quelle che non meritano il viaggio, o l’interesse per una giornata di scalata, ma per chi risiede vicino, le conosce e frequenta, rappresentano un piccolo tesoro.

Il Non manifesto delle guide sotto-sopra. Proposta per una professione che cambia (forse troppo)

Oggi la figura della guida alpina, al pari di altre realtà professionali, è soggetta al mutare dei tempi, dei costumi, dei desideri dei frequentatori della montagna.
Ma negli ultimi decenni la categoria si è progressivamente rintanata nel “bunker” della sapienza tecnica, lasciandosi aggirare o, peggio, relegare in ruoli di subordine, lontani da qualsiasi processo decisionale che riguarda le terre alte, accerchiati per di più dalla nascita di nuovi profili professionali e insolite figure associative.

Da qui l’imbocco inesorabile della facile, ma anche insidiosa china, che ci ha portato ad inseguire, mode, tendenze e il mercato, al posto di “guidare”.  Eppure la guida alpina è (dovrebbe essere?) anzitutto un mediatore culturale (non esclusivo) e l’interprete di un mondo naturale incerto e variabile come quello delle montagne. Da qui nasce il principio che vede le guide inserite tra le professioni ordinistiche, di carattere intellettuale, con il compito precipuo di tutela dei cittadini.
Ricordo che, ancor prima che un esperto di tecniche e materiali funzionali alla scalata, la guida è un conoscitore dei luoghi, può essere un atleta ammirevole, ma è soprattutto un educatore, intenditore di cose elementari per la vita e del rapporto con la Terra.

La neve fresca regala sorrisi. E connessioni con l’ambiente

Quando si scivola nella neve fresca compare il sorriso. E’ una sorta di riflesso automatico, una piacevolezza che ci mette di buon umore e rende felici, indipendentemente dalla difficoltà del percorso.

Accade non solo in discesa, ma anche in salita, ad esempio tra le fronde dei larici, quando gli sci aprono la traccia in un mare di cristalli di ghiaccio trasparenti, attraverso infinite lamelle di ghiaccio dalla forma di foglie o di ventaglio, che si formano sulla superficie della neve per la sublimazione del vapore acqueo contenuto nell’aria in prossimità del suolo.

l bello (e perfino la ricerca) della sconfitta in montagna

Negli ultimi tempi mi è capitato di tornare indietro nel corso di una salita almeno una mezza dozzina di volte.
Un mesto ritorno a valle, assieme al mio compagno di cordata.

Una nevicata inattesa d’autunno, l’attacco sbagliato della via, la sopravalutazione dello stato di forma e sottovalutazione delle difficoltà e del materiale necessario, sadicamente ridotto all’osso, la pioggia imprevista a gennaio che dilava la cascata, scarse ore di luce e troppe incognite lungo un percorso di archeologia alpinistica…hanno presto ridimensionato le ambizioni per la cima e imposto il dietro front.

Ho perso tanti trofei e la soddisfazione della foto di vetta, con il rammarico di non aver scelto un obiettivo più semplice da decifrare, più ricco di informazioni, con meno incognite, insomma qualcosa che mi consentisse di andare sul sicuro, magari attingendo dalle tante informazioni disponibili.

Esiste ancora l’arrampicata a vista?

E’ a vista o non a vista? Insomma occorre dar fiducia e credere al salitore che afferma di non avere mai sbirciato, neppure di sottecchi, nessun “reel”, o “stories”, di qualche salitore precedente.

In fondo la questione mi diverte. E allora i segni di magnesite? E i rinvii ormai universalmente piazzati sui tiri, come per le gare indoor? Anche se salire la via montando “i rinvii” è certamente più impegnativo? Insomma non se ne esce, se non con l’unica certezza che ogni arrampicata in ambiente naturale si differenzia da quella condotta in un campo chiuso, tra lati e regole, soltanto legata all’aspetto sportivo del risultato.
Un invito a scalare su roccia fuori seguendo un tasso di autonomia individuale, meno costretto da regole e dogmi.

Stupore e meraviglia nella neve: andare oltre le nostre tracce è la scelta giusta

E’ lo sguardo rivolto a quell’infinita raccolta di segni impressi sulla superficie, dai minutissimi disegni ai solchi estesi, dalle geometrie dei cristalli alle forme più singolari plasmate dalla gravità, dal vento e dalla pioggia.

Ecco, per un attimo, se di tanto in tanto dessimo ascolto ed evidenza a queste piccole, grandi “tracce”, sostituendole alla girandola di selfie e di “conquiste”, forse potremmo riacquisire un po’ più di rispetto verso queste vecchie montagne, magari neanche tanto selvagge e già trasformate, comunque luoghi viventi, meritevoli di attenzione e riguardo, almeno pari all’entusiasmo con cui “instagrammiamo” le nostre discese.

Ritrovare il tempo e il silenzio dell’osservare è la sfida della guida di montagna

La volpe non ha fatto il corso di scialpinismo. Eppure le sue impronte seguono le vecchie tracce di sciatori semi nascoste dall’ultima nevicata. Sa che qui si affonda meno e può muoversi più rapidamente verso l’alto. Le ultime pernici bianche che nidificano in quota non sono affatto felici. Scivoliamo su una neve morbida come velluto. E’ uno sfondo incredibilmente bianco e pulito, che contrasta con scure serpentiniti e le ombre lunghe del mattino.

Bianco di cime, silenzio, poi rotear di eliche

Qualcuno si è perso nel sogno dell’imprevisto. Facile cadere nel giudizio, nel calcolo di quanto costa ricercare chi non si è posto il problema che la neve immacolata può essere una trappola.

La montagna è fatta così, a volte chiede a chi la vuole attraversare di imbattersi nel suo respiro potente.

I selvatici lo sanno da sempre, ma per loro il rischio fa parte della vita.

L’uomo che si sente parte separata dalla natura si indigna quando questa si mostra nel suo volto più feroce.

Non esistono tecniche o strumenti in grado di mettere in “sicurezza” un versante carico di neve nuova, pronta a scivolare su strati “deboli” sepolti. Possono esistere uomini in grado di riconoscere la casualità più forte di ogni certezza.

La geologia, una preziosa compagna di escursione

Se guardiamo al paesaggio oltre il suo aspetto immobile, possiamo esplorare gli innumerevoli dettagli che definiscono ogni luogo come unico e irripetibile, fino a scorgere sempre una stretta correlazione con la sua natura geologica.

Per aiutarci a leggere la geologia del nostro terreno d’azione c’è uno strumento, poco noto ai più. Si chiama carta geologica, una rappresentazione a due dimensioni, costruita su una base topografica tradizionale, in grado di ricostruire la natura e tridimensionalità della Terra. In pratica mentre la topografia descrive la forma del territorio, la geologia ne individua la sostanza. 

Allenare l’esperienza sugli sci con meteo sfavorevole

Scegliere di uscire consapevolmente con il maltempo, o meglio “meteo diverso” aiuta a prepararsi a condizioni inattese, a sperimentare situazioni e scenari problematici soprattutto per l’orientamento e la ricerca della via.

Per farlo occorre anzitutto scegliere un itinerario noto e molto più facile rispetto al proprio livello di conoscenza, destrezza tecnica e allenamento.

In tal modo la montagna avvolta dalla nebbia o sferzata dalla bufera, un contesto da sempre visto come più pericoloso del solito, pieno di ostacoli e di situazioni potenzialmente dannose, può offrire una complessità d’esperienza assai ricca, dove il rischio è uno degli elementi presenti al fianco di altri aspetti, decisamente formativi e utili per affrontare situazioni meteorologiche inattese.

…fine sesta parte…

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