Non vendo emozioni. E forse è un bene.
C’è una frase che compare spesso nelle pubblicità legate alla montagna: “Ti faremo vivere un’esperienza indimenticabile.”
Ogni volta che la leggo provo un leggero disagio, non perché sia falsa, ma perché ormai sembra obbligatorio promettere qualcosa di straordinario anche per fare una semplice camminata.
Escursione immersiva, esperienza trasformativa, trekking esperienziale multisensoriale.
Negli ultimi anni anche il mestiere dell’accompagnamento in montagna sembra essere entrato nella grande centrifuga del marketing esperienziale. Non basta più portare le persone in un luogo bello. Bisogna vendere emozioni. Possibilmente intense, immediate e instagrammabili.
Da qui il turbine di parole più o meno a caso che rimbalzano tra web e social: experience, emozione, scoperta, spirito di libertà, alla portata di tutti, vero contatto con la natura, guide certificate, vivere.
Mischiati con le immancabili formule legate alla commercializzazione dell’esperienza: idee regalo, experience, viaggi, con l’aggiunta di community, vibes, academy, journey…
Eppure, più passa il tempo, più mi convinco che la montagna funzioni esattamente al contrario, dove le esperienze migliori, quasi sempre, arrivano quando nessuno sta cercando di fabbricarle.
La dittatura dell’esperienza straordinaria è una iattura, perché quando tutto deve essere memorabile, ogni uscita deve “lasciare qualcosa” e ogni alba deve cambiarti la vita, la finzione diventa insopportabile
A volte una persona viene in montagna convinta di dover vivere un momento epico e torna a casa quasi delusa perché… ha semplicemente camminato, ha avuto freddo, ha fatto fatica, si è fermata a mangiare un panino guardando le nuvole.
Che delusione.
Eppure il punto forse è proprio questo, perché la montagna non sempre produce effetti speciali, non è un distributore automatico di illuminazioni interiori.
Ci sono giornate magnifiche che non insegnano assolutamente niente e giornate apparentemente insignificanti che rimangono dentro per anni.
Accompagnare non è intrattenere.
Negli anni mi sono reso conto che il rischio, per chi accompagna, è diventare inconsapevolmente un animatore turistico dell’outdoor, costretto a riempire continuamente il silenzio, garantire emozioni e, ancor peggio, eliminare ogni incertezza.
Insomma fare in modo che tutto sia fluido, perfetto, consumabile.
Accade invece che un sentiero può essere monotono, si può sbagliare ritmo, ci si può sentire fuori posto e volte persino un po’ persi.
Capita il giorno con scarponi bagnati, vento, silenzi imbarazzati, noia e attese…
Questi non sono problemi da correggere.
Anzi, spesso è lì che succede qualcosa di interessante, dentro la montagna che non anestetizza, perché il valore di una giornata non dipende dalla totale assenza di attrito, anzi…
Una traccia ottimale, percorso e meteo azzeccati, prestazione compiuta e foto perfetta, non sono mai la realtà.
Quella è un’altra cosa, un ambiente che ci obbliga continuamente ad adattarci, ad ascoltare, a cambiare idea.
Ed è forse proprio questo il suo valore educativo più profondo, il fatto che, ogni tanto, ci ricorda che non controlliamo tutto.
Una proposta assai poco commerciale, che non promette trasformazioni immediate e non prevede colonne sonore motivazionali.
Alla fine credo che accompagnare significhi soprattutto questo, creare le condizioni perché qualcosa possa accadere, senza pretendere di controllarlo.
Del resto, le cose più importanti che mi sono successe in montagna non erano nel programma.
*Articolo pubblicato su Planetmountain il 7 luglio 2026




